«Mon oncle de Ziethen vient de m'apporter les nouvelles de la
capitale. On va voter aujourd'hui même et ce sera l'opposition qui
l'emportera. — On fera beaucoup de bruit pour avoir M. Lemmink aux
affaires, mais la _velche_, c'est ainsi que dit la ville, mais
_l'étrangère_, c'est ainsi que dit la Cour, n'en voudra pas. Ce
n'est pas M. de Fersen qu'on renverra, c'est la Chambre.
Mon Dieu, que j'ai prevu tout cela!
J'en ai le coeur navré. Pas à cause de moi, j'ai trop méprisé ces
grands artistes en méchanceté, pour qu'on me soupçonne jamais
de faiblir devant eux. C'est à cause de Vous, Sire. Je ne me
soucie guère de la sottise publique ni de la perfidie de quelques
misérables; je redoute Votre coeur même, ce que j'ai de plus cher
au monde, ce grand amour où il fait si bon de sombrer avec son âme,
son honneur et sa vie.
M. Lemmink me déteste. C'est un terrible homme, paraît-il; il
arrive appuyé par una foule grondante, il ne ménagera pas Vos
sentiments, il voudra m'éloigner de Vous.
Oh, Sire, mais la majorité de la Chambre lui est acquise, et si ce
n'est pas la gloire, si ce n'est pas la grandeur, c'est du moins
le bien-être, c'est la sécurité qu'il apporte! Il faut le prendre,
Sire. Prenez-le, faites le bonheur de Votre peuple; le mien sera de
Vous y avoir aidé! C'est bien la tâche d'une reine et Vous n'avez
que cette couronne à m'offrir. Je vous la demande, mon ami, le
sourire aux lèvres.»
_Victoria_»
Il generale rilesse lo scritto, poi presolo fra due dita, e alzatolo
con un lungo sospiro, con un lungo _eh_ dubitativo, lo lasciò cader
sulla scrivania.
— Cosa? — fece il Re.
— Ah, Sire, — rispose Heribrand — se mio figlio mi facesse vedere una
lettera simile, gli direi «non ci credere, è tutto falso, anche questi
segni di lagrime fra l'ultima parola e la sottoscrizione! Non senti»
gli direi «che artificio di stile e di chiusa, non senti che persino
queste lagrime sono politiche? — Maestà — esclamò egli a una violenta
interruzione del Re — a mio figlio direi così! A V. M. posso dire
invece, e forse chi sa? accostandomi di più al vero: questa donna non
è sincera, ma crede di esserlo, crede alle proprie frasi, s'inebria
all'immaginazione di un sacrificio che poi V. M. non le permetterà di
compiere; si intenerisce sopra sè stessa e queste gocce cadute così
presso al _sourire aux lèvres_ sono propriamente lagrime. V. M. mi
ha domandato se sono mai stato giovane; credevo sapesse che lo sono
stato troppo. Ebbene, di tante donne che ho amate, più o meno, una sola
sapeva di recitare la commedia, e due sole veramente non la recitavano.
Le altre erano attrici senz'accorgersene, come la principessa. Ma poi,
Sire, se credete in Lei, perchè non l'ascoltate? Perchè non le date
questa corona che domanda? Se la principessa è sincera, è eroica e
poche regine avranno fatto altrettanto per un Re e per un popolo! V.
M. ha l'animo grande, si compiacerà di essere amato da un altro animo
grande che non solo immagina il sacrificio, ma lo compie. Coraggio,
Sire! Sarebbe forse stato meglio non dirle, quelle altre cose amare. V.
M. mi ha chiesto di aprire il cuore e l'ho aperto. Mi sarò ingannato,
crederò anch'io tutto ciecamente, ammirerò la principessa, ma si
faccia dunque ciò che dice lei! Non si giuoca una piccola posta, qui.
Fersen giuoca il paese a _rouge et noir_; se esce _rouge_ sarà una
gloria sterile o quasi, e pagata cara; se esce _noir_ sarà un disastro
immenso. Sire, se parlassi da capo a mio figlio gli direi «il tuo
dovere è di non permettere questo giuoco».
— La ringrazio — disse il Re — Lei ha detto alcune cose che io credo
molto ingiuste, duramente ingiuste, ma è stato leale e adesso ha
parlato col cuore. La ringrazio. Del resto non credo che Lei sia giusto
neppure col ministero.
E qui si diffuse sui possibili effetti d'una guerra fortunata, parlò
di una grande unione politica che avrebbe potuto costituirsi intorno
al suo trono, di un impero del Nord ch'era già l'oggetto di trattative
segrete colla Francia. Si capiva che la sua parola tepida rifletteva
idee altrui, le ambizioni di un ministro e d'una donna anzichè quella
del futuro imperatore.
— Sire — disse Heribrand dopo aver ascoltato rispettosamente — se non
temessi di offendere V. M. direi un'altra cosa.
— Dica.
— Direi che questa non è l'ultima comunicazione della principessa.
Il Re arrossì e s'imbarazzò un poco.
— Lei deve aver incontrato una carrozza, venendo qua — diss'egli. — È
per questo che adesso...
— No, Sire — rispose Heribrand — non è per questo.
Gli occhi suoi si fermarono sopra un punto della scrivania. Il Re
guardò subito dove guardava il generale, e, non potendo vedere, si
tradì.
— Le è bastato un fil di seta — diss'egli, arrossendo più di prima...
— Mi è bastato meno — rispose il generale con un sorriso — il filo di
seta non c'è più come non c'è più il fiore.
Il Re si avvicinò alla scrivania, vide due filuzzi di musco e una lieve
macchia umida sul cuoio dell'impiallacciatura.
— Non l'ho nascosto — replicò vivamente — entrando l'avrebbe anche
potuto vedere.
Infatti, non proprio nell'entrare ma poco dopo, girando la stanza con
gli occhi, il generale aveva scoperto sopra una mensola, di fianco a un
grande stipo, il lagrimatoio d'alabastro di Volterra che aveva questo
fiore misterioso.
— Ecco — disse il Re, andando a pigliare il vasetto antico.
Era un'opulenta, magnifica rosa, allentata e come languente nei
petali più esterni e chiari, appena socchiusa nel denso cuore con una
voluttuosa espressione d'invito.
— La conosco — disse Heribrand, odorando il fiore. — Amo anch'io le
rose. È la _France_. Magnifica! Meglio allearsi a questa Francia qui
che all'altra. L'altra ha troppe spine.
Odorò il fiore, si avvicinò al Re, e gli parlò per un quarto d'ora,
mostrando l'inopportunità dell'alleanza francese con parola chiara,
calda, convincente.
— E se pigliassi Lei, generale? — disse il Re, sentendo di piegare,
aggrappandosi a Heribrand per non cadere a Lemmink, i cui modi rudi gli
erano intollerabili.
— No, Sire — rispose il vecchio — io sono troppo impopolare, sono
troppo amico di tante cose passate, e poi non sarei più indulgente di
Lemmink colle rose parlanti. Bisogna chiamare lui.
— Le giuro che non sapevo il nome di quella rosa! — esclamò il Re con
impeto — e Lei è sicuro che sia la _France_? Ci pensi!
E si mise a camminare su e giù, a capo chino, dall'uscio al caminetto,
ripetendo macchinalmente ad ogni tratto «ci pensi!» mentre il generale
protestava di esserne sicuro. Finalmente gli si fermò davanti e gli
stese la mano dicendo:
— Credo che Lei, domani, sarà contento di me. E allora spero che sarà
contento pure della principessa, non è vero?
— La venererò, Sire — rispose Heribrand.
Prese congedo.
Nell'uscire gli sovvenne degli occhiali che aveva lasciati sulla
scrivania, ritornò indietro, e nella fretta del riprenderli, urtò
involontariamente con la manica il piccolo vaso antico che si
capovolse lasciando cadere a terra la rosa. Il generale si chinò, con
una esclamazione di dispiacere, a raccoglierla; e, brancicando sul
pavimento, invece di pigliare il gambo, pigliò il fiore. Lo rimise
a posto presso che incolume; solo un petalo, dei più aperti, n'era
rimasto sgualcito e quasi staccato.
S. M. vide tutto e non si mosse, non disse parola. Il suo sentimento
poetico della perfezione, la sua raffinatezza femminile si offendevano
incredibilmente di ogni goffaggine, di ogni menoma distrazione altrui.
Gli si sarebbe guasta l'ammirazione per un uomo d'ingegno vedendogli
scotere sul tappeto la cenere d'una sigaretta, e la più seducente
signora avrebbe molto perduto del suo fascino, se, parlando con lui,
si fosse versata sull'abito una goccia di thè. Quando Heribrand fu
uscito il viso del Re si colorò di malcontento. La vista di quella
foglia cadente, di quella rosa brancicata gli dava fastidio. Prese il
fiore, ne trasse il bocciuolo interno e gettò il resto sulle brage del
caminetto. Poi, ripensando al colloquio recente, quel fastidio gli si
mescolò, nella memoria, alla figura e alla voce del generale, ne rese
ancora più sgradite le parole severe e meno gradite le affettuose;
tanto che sentendo crepitar la rosa sulla brage, odorandone la lieve
fragranza resinosa diffusa in aria e vedendovi balenare sul nero
le ultime faville, ripensò di proposito a quel caso e gli venne il
sospetto che vi fosse stata intenzione. Lo cacciò subito, era un
sospetto troppo ignobile; ma gliene rimase questa spiacevole idea che
la sbadataggine del generale fosse stata offensiva. E in pari tempo,
questo intenso desiderio sorse nel suo cuore: oh se fosse venuta lei
invece di mandar la rosa, se entrasse adesso, se l'avessi qui, almeno
fino a giorno, prima di pensare alla politica!
Si strinse poi sulle labbra un foglietto, la lettera venuta col fiore;
sulle labbra, sul cuore, sulla fronte, come per illuminarsi la mente
con l'amore; poi sulle labbra ancora, più forte di prima. Il sottile
profumo della carta, l'odor di mughetto caro alla principessa lo faceva
palpitar di passione, gli annebbiava il cervello. Mise un profondo
sospiro come in cerca d'aria e di vita e rilesse la lettera che diceva:
«C'est arrivé, donc! Du courage, Sire, faites votre devoir; ce sont vos
amours qui Vous en supplient. Je souffre, mon ami, car je t'aime comme
une folle et je voudrais venir me jeter dans tes bras. Je ne viendrai
point, jamais je ne saurais m'en arracher! Je t'envoie une rose pour le
vase d'albâtre, tu sais, pour le charmant petit vase aux larmes, qui
lui convient. Elle en a eu, de larmes. Et de baisers, donc! Elle est
heureuse, pourtant, de passer la nuit avec toi et de mourir demain.
«Adieu, Sire. Si Votre choix est arrêté, faites-le-moi connaître bien
vite. N'éteignez pas de la nuit Votre lampe; je comprendrai que M.
Lemmink sera ministre. Je la vois de ma chambre, Votre lampe, à l'aide
d'un binocle. C'est mon étoile, elle n'aura jamais été si pure, si
haute!
_Victoria._
L'odor di mughetto gli aveva ridato nella fantasia il corpo della
principessa e queste paroline scritte in fretta, a grandi tratti
impetuosi, tutte inclinate come da un soffio di passione, gliene
ridavano l'anima. Già inebriato, si sentì nella coscienza domandar
debolmente se non fosse male di lasciarsi trasportare così, di
smarrire, in un desiderio di amore, ogni calma e ogni forza quando più
ne aveva bisogno. Si rispose ch'era dolce perdersi a quel modo, che
forse l'amore lo avrebbe ispirato meglio; e fece tacere con un colpo di
volontà, la debole voce molesta.
Adesso fu nel ritratto di lei che volle affissarsi, negli occhi pieni
di dolcezza e di fierezza che lo guardavano da quel noto viso, più
signorile e delicato che bello, chiuso nel capriccioso disordine
d'un velo nero. Quindi, sentendosi ardere, aperse il balcone a mare
e uscì fuori nel vento rigido, nel fracasso cupo, misurato delle
onde che si rovesciavano sulla scogliera. La luna era nascosta fra
le nuvole; però l'isola Sihl si vedeva benissimo, nera, a breve
distanza. Il vento freddo ristorò un poco il Re, ma le tenebre, per
la loro virtù demoniaca di oscurar nell'uomo il sentimento del futuro
e di esaltargli i desideri amorosi, cospiravano coll'isola Sihl. In
quel luogo, in quell'ora le combinazioni politiche parevano al Re
niente, e l'amore tutto. Dopo cinque minuti rientrò nel gabinetto,
si giustificò, per parere onesto a sè stesso, di ciò che stava per
fare sfiorando rapidamente col pensiero gli argomenti malfermi che ne
aveva, gl'impegni del ministro, l'impero del Nord, e, posto un dito sul
bottone elettrico, senza voler più riflettere, spinse.
Era il tocco e cinquanta minuti. La cameriera della principessa di
Malmöe-Ziethen avvertì subito la sua signora che alla finestra dello
studio di S. M. non si vedeva più lume. La principessa balzò dal
letto, afferrò il cannocchiale che l'altra le porgeva e spalancò le
invetriate. L'appartamento reale non aveva più che undici finestre
illuminate delle solite dodici; la dodicesima, quella della torre
d'angolo, era oscura. Vittoria abbracciò la ragazza, guardò ancora col
cannocchiale, lo gettò da sè, ritornò palpitando a letto, felice; e,
mentre colei chiudeva stupefatta la finestra, le domandò se avrebbe
paura d'una gran guerra vicina.
Dodici ore dopo, la _Gazzetta ufficiale_ pubblicò il decreto di
scioglimento della Camera, controfirmato dal conte di Fersen.