«Roma, 26 luglio 1890.
(_Riservato_). Non ebbi mai in mente ch'Ella reclamasse presso
codesto Governo contro il Decreto _Pro Patria_ ed i giornali che
lo scrissero fantasticarono. Nella mia lettera del 24 che non
tarderà a ricevere, le ho dichiarato che ogni Governo entro i
confini dello Stato ha pienissimo diritto e nessuno può
ingerirsi negli atti della sua interna amministrazione. Lo scopo
per il quale a V. E. mi diressi col telegramma e con la lettera
fu d'informarla delle impressioni sentite in Italia dal decreto
per lo scioglimento del _Pro Patria_ e del contegno e degli
scopi dell'associazione italiana _Dante Alighieri_, che non mira
alle provincie italiane dell'Austria, ma estende la sua azione
in tutti i paesi nei quali sono italiani, questa istituzione
completa l'opera iniziata dal Governo coll'istituzione delle
scuole italiane all'Estero».
Confermandole che io non posso fare dello scioglimento della
Società _Pro Patria_ e delle circostanze in cui si produsse,
l'oggetto di una conversazione col conte Kálnoky, mi riservo
però la prima volta che avrò occasione di vedere il conte
Taaffe, senza entrare nel merito della questione, di fargli
notare l'errore di fatto in cui cadde nelle considerazioni che
precedono il decreto relativamente alle comunicazioni della
Società _Pro Patria_ con quella della _Dante Alighieri_ di Roma,
e intorno agli scopi di quest'ultima. Ma quest'errore è già
stato rilevato da una parte della stampa, ed il miglior modo di
metterlo in rilievo è quello di dare la maggior pubblicità
possibile alla lettera che in proposito fu diretta all'E. V. dal
Consiglio Centrale della Società _Dante Alighieri_ in Roma.
Per quanto mi risulta da ogni fonte il Vaticano ha potuto bensì
compiacersi dell'accaduto come di cosa che possa nuocere alle
buone relazioni tra i due paesi, ma non ebbe nessuna parte nella
determinazione di cui si tratta. La questione, ripeto, non è
clericale, ma essenzialmente politica ed irredentista. L'E. V.
tocca, nella sua lettera, una questione assai grave, quella
della continuazione dell'alleanza dell'Italia
all'Austria-Ungheria, che sarebbe, a di lei giudizio, resa più
difficile dalla cattiva impressione che l'atto di cui si tratta
fece in Italia e si può aggiungere dall'impressione non meno
cattiva che produssero in Austria-Ungheria alcuni atti della
Società _Pro Patria_. Non è certo intenzione di V. E. come non è
la mia, di trattare una simile questione per incidenza. Mi
limito soltanto a ricordare qui ciò che a Lei è ben noto, cioè,
che tale alleanza, la quale del resto non fu fatta da Lei nè da
me, fu consigliata all'Italia da circostanze imperiose che
ignoro se siano modificate, che fu chiesta dall'Italia, non
dall'Austria-Ungheria; che fu mantenuta con lealtà da ambe le
parti, e suppongo con reciproco vantaggio. Spetterà alla
saviezza dei Governi che presiederanno più tardi alla direzione
politica dei due Stati lo esaminare se convenga rinnovarla nel
1892.
Gradisca, signor presidente, i sensi della mia alta
considerazione.
_Nigra_.»
«_S. E. Conte Nigra_
Vienna.
Roma, 31 luglio 1890.
_Signor Conte,_
(_Personale_). Ho la sua del 27.
Nulla ho da aggiungere alla mia lettera del 24 ed ai telegrammi
del 22 e del 26. Sento quanto ella mi scrive nella sua del 27, e
sul decreto per lo scioglimento del _Pro Patria_ ritengo inutile
per ora ogni ulteriore discussione.
Mi permetta, però, che io spenda poche parole sovra un argomento
che scivolò quasi per incidente nella nostra corrispondenza e
che è della massima importanza.
Io non voglio riandare le origini del trattato d'alleanza.
Ammetto che se ne deve all'Italia l'iniziativa. Posso però
giudicare la situazione quale essa è, ed in questo giova alle
due parti parlarne senza preconcetti e con vero disinteresse.
Io sono di parere che l'alleanza sia utile all'Italia ed
all'Austria.
L'Italia deve aver sicure le sue frontiere. Non potendo pel
momento aver amica la Francia, ed è una sventura, deve ad ogni
costo tenersi stretta all'Austria, e non comprometterne
l'amicizia.
Se l'Austria ci sfuggisse, si alleerebbe subito alla Francia in
difesa del Papa. Le conseguenze sarebbero incalcolabili.
L'Austria alla sua volta ha bisogno dell'Italia, la quale, in
certe occasioni, potrebbe renderle segnalati servizii.
L'Austria, sicura alle Alpi e nell'Adriatico, avrebbe piena
libertà d'azione verso l'Oriente, dove sono i suoi veri
interessi e donde può essere assalita dai suoi veri nemici.
L'Austria è quella che è, e se volesse modificarsi correrebbe il
rischio di andare in rovina. Per vivere però è obbligata a
rispettare tutte le nazionalità racchiuse entro i confini
dell'Impero.
Dalla parte nostra dirò che l'Italia è interessata perchè
l'Austria non si sfasci. Per noi essa è una grande barricata di
fronte ad eventuali e più pericolosi avversarli, che giova tener
lontani dalle nostre frontiere.
Posto ciò, tra l'Italia e l'Austria non ci dovrebbero essere
quistioni. Quella dei confini sarà, un giorno o l'altro,
risoluta amichevolmente.
Vuolsi intanto osservare che in Italia l'alleanza coll'Austria
non è simpatica, essendo pur troppo recenti i ricordi delle
lotte nazionali e del mal governo imperiale.
Necessario, quindi, che l'Austria faccia dimenticare il suo
passato, e che negli atti di governo eviti di ferire il
sentimento di nazionalità, che è ancora vivo negli italiani.
Queste considerazioni, signor Conte, le proveranno che le mie
opinioni sono abbastanza concilianti, e che quando io chiedo
qualche cosa da cotesto Governo, lo fo sempre nell'interesse dei
due paesi.
Dev.mo suo
_F. Crispi_.»
«_S. E. Crispi_
Roma.
Vienna, 7 agosto 1890.
_Signor Presidente,_
(_Personale_). Ho il suo autografo del 31 luglio e ne La
ringrazio. Il suo linguaggio è da uomo di Stato, e la sua
lettera dalla prima all'ultima sillaba è oro di coppella. Ella
stima l'alleanza utile all'Italia e all'Austria. Posso
assicurarla che tale è pure l'opinione di Kálnoky e di tutto il
Ministero austriaco. Questi Ministri si rendono perfettamente
ragione della cattiva impressione che produce in Italia la
dissoluzione della Società _Pro Patria_. Ma fra i due mali essi
preferiscono quello che credono il minore per loro.
Preferiscono, cioè, che la cattiva impressione si produca in
Italia, anzichè in Austria. Vogliono l'alleanza e sono pronti a
eseguirne fedelmente gli obblighi, ma a condizione che non si
voglia imporre l'irredentismo in casa loro. La situazione è
tale; e nessun Ambasciatore o Ministro può cambiarla.
Certo, sarebbe desiderabile che ai sudditi Italiani dell'Austria
fosse concessa una posizione eguale nel fatto a quella accordata
alle altre nazionalità dell'Impero. Ma per ottener ciò
converrebbe che gl'Italiani sudditi dell'Austria si mettessero
dal loro canto nella situazione delle altre nazionalità, ciò che
non fanno. Bisognerebbe, cioè, che rinunciassero
all'irredentismo.
Invece non lasciano passare occasione senza affermarlo; e la
Società _Pro Patria_ spinse il suo zelo fino ad una
dimostrazione contro la bandiera austriaca. Io non mi arbitro di
giudicarli. Accenno il fatto. E constato, una volta di più, che
ogni indizio d'un'immistione da parte del Governo italiano in
questi affari, peggiora, invece di migliorarla, la situazione
degl'Italiani sudditi dell'Austria. E viceversa, ogni atto di
questi che miri all'Italia, rende più difficile la situazione
del Governo italiano verso l'Austria-Ungheria.
E qui potrei terminare la mia lettera, attesochè in sostanza
Ella comprende perfettamente la situazione, e sa che non c'è da
insisterci.
Ma non posso dispensarmi dal ripeterle qualche altra
considerazione, già toccata in precedente corrispondenza. Ella
sembra credere che le disposizioni contro il _Pro Patria_ si
debbano in parte al clericalismo del Conte Taaffe. Ora mi preme
il levarla da questo errore. Anzitutto in questo paese sono
tutti, più o meno, clericali. Ma nel caso presente il
clericalismo non ha nulla che fare. Se invece del Conte Taaffe,
il Ministro dell'Interno fosse il più liberale degli Ebrei di
Vienna, la situazione non cambierebbe d'un punto solo intorno a
questo affare. Ella ha visto gli applausi con cui la
dissoluzione fu accolta dalla stampa liberale viennese. Non è
dunque questione di clericalismo. Ma bensì questione politica
irredentista. Per carità. La supplico di non vedere i Gesuiti là
dove proprio non ci sono.
Mi preme inoltre di ben constatare un altro punto. Io non vorrei
ch'Ella credesse che io rifugga dal fare a Kálnoky o agli altri
Ministri imperiali comunicazioni sgradevoli. Abbia la bontà di
persuadersi che io da questi signori non ho nulla, ma proprio
nulla, da sperare, nè da chiedere, nè da temere; e che non tengo
punto a restar qui. Nella posizione mia posso dire molto
liberamente a loro, come a Lei, come ad ognuno, quello che
penso, anche quando ciò che penso possa tornar sgradevole. Ma
non amo dar colpi di spada nell'acqua e far passi non solo
inutili, ma dannosi, tali, cioè, da raffreddare senza profitto
le relazioni fra i due Stati.
Ancora una parola sull'alleanza coll'Austria, ch'Ella mi scrive
non esser popolare in Italia. Anzitutto io penso ch'Ella renderà
a Kálnoky la debita giustizia. In ogni questione che finora si
presentò, il concorso dell'Austria-Ungheria non ci fece mai
difetto, e fu talora più pronto e più largo di quello della
Germania.
Deploro che quest'alleanza non sia popolare presso di noi, e che
non se ne comprenda la necessità. Le mie simpatie per la Francia
datano da un pezzo e non le ho mai celate; e, certo, se avessi
visto la possibilità di un'alleanza tra la Francia e l'Italia,
io non sarei ora qui. Ma anche quando la direzione delle
relazioni fra l'Italia e la Francia era in mano d'uomini
notoriamente amici alla Francia, come Cairoli e Cialdini, non
solo non fu possibile un'intesa fra i due Governi, ma ci fu lo
schiaffo di Tunisi.
Se, ciò non ostante, non vi è simpatia fra noi per l'alleanza
Austro-Italica, questo prova che il nostro povero paese non è
ancora stato abbastanza miserabile, e che ha bisogno di altre
lezioni più disastrose e più umilianti. Si scosti dall'alleanza
attuale, e le avrà. All'Italia nella situazione presente
dell'Europa si presentano tre alternative:
O l'alleanza attuale, con tutti i suoi pesi, ma con la sicurtà;
o in ginocchio dinanzi alla Francia; o diventare un grande
Belgio, senza l'industria. E ancora, non è ben certo che il
grande Belgio, mercè le divisioni e le amputazioni, non
diventasse piccolo.