GERMANIA, ITALIA E FRANCIA.

_Capitolo Primo._ -- Il cancelliere Caprivi e Crispi.

Leone di Caprivi annunzia a Crispi di avere assunto la direzione degli

affari politici della Germania. -- Scambio di saluti e proteste di

fedeltà. -- Caprivi viene in Italia per conferire con Crispi. --

Colloquii del 7 e dell' 8 novembre 1890.

Il 20 marzo 1890 Guglielmo II di Germania nominava Cancelliere

dell'Impero e Presidente del Ministero prussiano il generale conte Leone

di Caprivi, in sostituzione del principe Ottone di Bismarck. Assumendo

gli altissimi uffici il di Caprivi dirigeva a Francesco Crispi, il quale

dall'agosto 1887 reggeva il Ministero degli Affari esteri d'Italia, la

seguente lettera:

[_Confidentielle_]

«Berlin, le 3 avril 1890.

_Monsieur le Président et cher collègue,_

La volonté de mon Souverain m'a imposé la tâche de prendre la

direction des affaires politiques de l'Allemagne après le plus

grand ministre que ce pays ait jamais vu.

Amené depuis longtemps par la logique des choses comme par mes

inclinations à un sentiment de ferme sympathie pour le

groupement actuel des amitiés politiques, je m'étais familiarisé

avec l'idée d'avoir peut-être à defendre ce principe en soldat,

le jour où la défense en serait devenue nécessaire.

Mais mon Auguste Maître en a décide autrement. Il m'a appelé à

collaborer avec les hommes d'état, qui ont à coeur de défendre

essentiellement par des moyens pacifiques l'état des choses

existant.

Puisqu'il en est ainsi, je Vous prie, Monsieur le Président, de

croire que, tant que je resterai dans ma position actuelle,

l'Empire d'Allemagne continuera sa politique sincère et

pacifique, sans s'écarter jamais du principe de rester en toute

circonstance l'ami de ses amis. C'est là la tâche qui m'est

prescrite par mon Souverain comme par ma conscience. A ce titre

je viens réclamer, pour le travail en commun qui est devant

nous, la confiance de Votre Excellence. La mienne est acquise de

longue date au ministre éminent que ma patrie est heureuse

d'appeler son ami.

Je Vous prie, Monsieur le Président et cher collègue, d'agréer

l'expression franche et cordiale des sentiments de haute estime

de

Votre tout dévoué

von _Caprivi_.»

A questo saluto rispondeva Crispi:

[_Confidentielle_]

«Rome, 7 avril 1890.

_Monsieur le Chancelier et cher Collègue_,

J'ai reçu la lettre, que vous avez bien voulu m'adresser en date

du 3 courant pour m'apprendre dans quel esprit vous avez accepté

l'héritage du grand homme d'Etat, dont la volonté de l'Empereur,

votre auguste maître, vous a donné la succession.

Je vous remercie de la franchise cordiale avec laquelle vous

m'avez ouvert votre pensée.

Je connaissais en vous le vaillant soldat, le Général habile,

l'administrateur expérimenté; je suis heureux de connaître

l'homme politique, et de constater en lui des sentiments

conformes à ceux qui m'animent moi-même.

Les principes de politique générale qui vous inspirent, sont

tels que vous pouvez compter sur mon concours loyal pour les

faire triompher. De même qu'avec le prince de Bismarck, je

travaillerai consciencieusement avec vous au maintien de la

paix. Mais si, par malheur, le jour devait venir où l'Italie et

l'Allemagne, attaquées, se trouvassent dans la pénible nécessité

de se défendre, vous me verriez aussi, à l'exemple du Roi, mon

souverain, et d'accord avec la Nation italienne toute entière,

prêt à remplir dignement et jusqu'au bout le devoir qui nous

serait imposé.

C'est dans cet ordre d'idées que je me déclare heureux d'entrer

en collaboration avec vous pour assurer, autant qu'il est en

nous de le faire, le bonheur et la prospérité des deux Dynasties

et des deux peuples que nous servons.

Veuillez agréer, monsieur le Chancelier et cher Collègue,

l'expression sincère et cordiale des sentiments de haute estime

de

Votre tout dévoué

_F. Crispi_.»

Questa lettera, presentata personalmente al nuovo Cancelliere

dall'ambasciatore d'Italia, conte De Launay, fece la migliore

impressione. «Egli l'ha letta in mia presenza -- scriveva il De Launay

-- ed ha manifestato vivissima soddisfazione pel suo contenuto che si

accorda perfettamente col suo modo di vedere e con gl'interessi

reciproci degli Stati che formano la Triplice Alleanza, il cui programma

è diretto essenzialmente al mantenimento della pace. Egli si è

compiaciuto di osservare che ad un _novizio_ come lui in materia di

politica estera era prezioso il concorso di un uomo di Stato così

illustre e sperimentato come il primo Ministro d'Italia.»

Il generale di Caprivi era un uomo grandemente stimato in tutta la

Germania. Nella guerra franco-prussiana aveva dimostrato scienza

militare e doti eccezionali di carattere che erano state riconosciute e

premiate con la _Croce di ferro di prima classe_ e con l'Ordine _Pour le

mérite_. Nella direzione dell'Ammiragliato, assunta nel 1883, aveva reso

servizi preziosi migliorando con mezzi esigui il materiale e con tenacia

prussiana l'organizzazione della Marina da guerra.

Però, in politica il nuovo Cancelliere era una incognita. Egli aveva

certamente le sue idee, ma non le aveva mai manifestate pubblicamente, e

nei cinque anni ch'era intervenuto alle sedute del Reichstag sua cura

costante era stata quella di rimanere fuori dalle lotte dei partiti e di

tenersi sul terreno tecnico.

Si può avere alta intelligenza e vasta cultura, possedere anche facoltà

d'iniziativa in taluni campi d'azione, ed essere inadatto al governo

politico. L'Imperatore, scegliendo, tra i molti candidati alla

successione di Ottone di Bismarck, il generale di Caprivi, giuocò

d'azzardo, non avendo alcun dato per presumere che quest'ultimo sarebbe

riuscito nell'ardua missione.

In luglio, il conte di Caprivi fece manifestare a Crispi il desiderio di

fargli visita in Italia. All'ambasciatore a Berlino, De Launay, Crispi

telegrafava l'11 di quel mese:

«Il conte di Solms al suo ritorno da Berlino, portandomi i

saluti di S. E. il conte Caprivi, mi espresse il di lui

desiderio di venire in Italia per abboccarsi con me. Risposi

all'ambasciatore germanico, che io era lietissimo del gentile

pensiero del Gran Cancelliere, ch'egli sarebbe il benvenuto tra

noi, e che io sarei fortunato di averlo ospite in casa mia, o

qui od a Napoli, dove a S. E. sarebbe più comodo od opportuno.»

Si trattava di stabilire l'epoca di cotesta visita. I primi mesi di

cancellierato erano per il generale di Caprivi singolarmente operosi, e

l'allontanarsi da Berlino gli era difficile. In una lettera del 1.º

ottobre il conte De Launay riferiva a Crispi di aver avuto un colloquio

col Cancelliere, nel quale questi gli aveva confermato

«il suo vivo desiderio e la sua ferma intenzione d'incontrarsi

in Italia con Vostra Eccellenza. Il ritardo è dovuto a

circostanze estranee alla sua volontà. Sinora si è allontanato

da Berlino soltanto per accompagnare l'imperatore a Narva e alle

grandi manovre nella Slesia. Ma è tale la quantità degli affari

che deve esaminare per adempiere nel miglior modo possibile alle

sue nuove funzioni, che per il momento non può realizzare il suo

progetto di un viaggio al di là delle Alpi. Egli, tra l'altro,

non ha ancora potuto restituire le visite, fattegli quando

assunse il potere, dai ministri della Baviera e del Würtemberg.

Il generale di Caprivi aggiungeva che il ritardo involontario

aveva il vantaggio di lasciargli il tempo per mettersi al

corrente delle questioni che interessano i due Stati e per

potere quindi meglio discorrerne con Vostra Eccellenza.»

Crispi ritornava il 20 ottobre sull'argomento di questa visita dopo

avere ricevuto, da parte dell'Ambasciata germanica a Roma, un'altra

comunicazione analoga alla precedente:

«Sento -- scriveva al conte De Launay -- che S. E. ha dovuto

ritardare l'esecuzione del suo progetto per ragioni di pubblico

servizio. Se le condizioni politiche dell'Italia e le prossime

elezioni generali non esigessero la mia permanenza nel Regno, mi

sarei avvicinato io stesso alla Germania ed avrei risparmiato a

S. E. un incomodo viaggio. Il governo della cosa pubblica mi

inceppa, e se S. E. potesse nello scorcio di questo mese o nei

principii del novembre recarsi a Milano dove io sarei pronto a

raggiungerla, potremmo nell'interesse delle due monarchie, le

quali ambidue con onore serviamo, avere uno scambio di idee

utili e prendere delle deliberazioni giovevoli alle due

nazioni.»

Il Cancelliere germanico avendo risposto che tra il 1.º e il 10 novembre

era a disposizione del suo collega italiano, questi telegrafò il 22

ottobre al De Launay:

«Dica al signor Cancelliere che sarò felice di riceverlo in

Milano il 7 novembre.»[1]

[1] Il viaggio del Cancelliere germanico in Italia era un attestato di

considerazione verso il nostro paese, che ufficialmente

s'identificava all'estero con la persona di Crispi; e, comunque si

pensasse circa l'utilità per noi della Triplice Alleanza, il

sentimento della solidarietà nazionale verso lo straniero

imponeva, come un dovere elementare, anche ai partiti di

opposizione, un'accoglienza almeno deferente. La passione politica

però fece velo a taluni radicali, i quali manifestarono

l'intenzione di organizzare una dimostrazione ostile. Il prefetto

di Milano telegrafava a Crispi in data 1.º novembre:

«Iersera alla Società Democratica, Cavallotti propose banchetto di

protesta per la venuta di Caprivi. Discussione fu violentissima.

Proposta fu combattuta da Mussi e da Porro e fu respinta malgrado

la minaccia di Cavallotti di ritirare la sua candidatura da

deputato.»

Il giorno seguente lo stesso prefetto telegrafava:

«Ulteriori sicurissime notizie mi pongono in grado di informare V.

E. che idea banchetto protesta contro venuta Cancelliere germanico

venne di Francia e per mezzo del S. fu affidato a Cavallotti di

propagarla. Respinta da tutti...., Cavallotti, irritato, disse

ritirare candidatura politica Collegio Milano ed è partito per

Meina.»

Appena ricevuto il primo telegramma, Crispi, addolorato, pensò di

sottrarre l'ospite ad ogni impressione sgradevole e telegrafò al

Comm. Rattazzi, ministro della R. Casa, che esprimesse al Re il

suo desiderio che s'invitasse il Caprivi a soggiornare nella Villa

Reale di Monza. Il Re consentì immediatamente, come si rileva dal

seguente telegramma del Rattazzi, 2 novembre:

«Ho tosto rassegnato di Lei telegramma a Sua Maestà che mi

incarica dire che Ella ha piena facoltà di rivolgere nell'augusto

suo nome invito al Cancelliere per offrire la ospitalità nella

Villa di Monza.

«È dispiacente S. M. delle di Lei immeritate inquietudini,

soggiungendo però che ritiene debba riuscire assolutamente vano il

tentativo villano del Cavallotti, che non sarà seguito dalla

popolazione milanese.»

E infatti la disapprovazione di gran parte della stessa democrazia

milanese fece abortire ogni idea di manifestazione scortese, e il

Conte di Caprivi, il quale naturalmente nulla seppe delle

fuggevoli preoccupazioni che la sua venuta aveva sollevate, fu

alloggiato in Milano, nell'Albergo Cavour.

Il Cancelliere germanico giunse a Milano nel giorno fissato. Fu ricevuto

cordialmente da Crispi, dalle autorità e dalla popolazione della grande

città che visitò con la guida del Sindaco; l'indomani, 8 novembre, fu

invitato a Monza dal Re Umberto, il quale dette un pranzo in suo onore e

gli conferì l'ordine supremo della Ss. Annunziata. Il Caprivi ispirò

subito in Crispi simpatia e fiducia. Aveva statura e forme gigantesche,

fisionomia severa, ma aperta, sguardo sereno sotto sopracciglia

foltissime che ricordavano quelle di Bismarck. Dei due colloqui segreti

che ebbe con Crispi, questi conservò memoria, siccome soleva, nelle

seguenti note del suo _Diario_:

«Dopo la colazione (una pom.) Caprivi ed io siamo entrati nel

suo salotto per uno scambio d'idee.

Ricordai che il 30 maggio 1892, cioè da qui a 18 mesi scade il

trattato di alleanza delle tre Monarchie. Soggiunsi,....

Necessario rivedere.... se vi ha altro da aggiungere. Dovrò

credere che il governo tedesco vorrà rinnovare il trattato per

un altro periodo di anni.

La triplice alleanza giova ai governi che la firmarono ed

assicura la pace d'Europa. Ora, noi essendo interessati alla

garanzia territoriale dei tre paesi ed alla pace d'Europa,

dobbiamo volere la continuazione dell'alleanza.

Il conte Caprivi dichiarò che era pienamente d'accordo con me,

e, quasi a conferma, mi strinse la mano. Era lieto poter essere

d'accordo con me, e promise di occuparsi del trattato.

Allora ricordai che al 1887, con uno scambio di note, avevamo

associato la Spagna. Il duca di Vega de Armijo non curò le prese

intelligenze, nè curò di alimentarle. Oggi essendo ritornato al

potere il duca di Tetuan, amico nostro, bisogna ripigliare le

pratiche e rendere più stretti i vincoli con la Spagna.

Le tre grandi potenze alleate si devono interessare delle altre

minori Monarchie e difenderne le istituzioni. Per lo che sarebbe

pure necessario di trovar modo di comporre la vertenza tra

l'Inghilterra ed il Portogallo.

La Spagna ed il Portogallo sono minati dagli emissarii

repubblicani, e non sono abbastanza forti per resistervi.

Bisogna che la Spagna riordini la sua marina militare, e possa

esserci di aiuto nel Mediterraneo e fare, quando ne fosse il

caso, un colpo sull'Algerìa. Così il Corpo di esercito francese

che siede colà si troverebbe impegnato. Inoltre un esercito

spagnuolo al di là dei Pirenei e pronto a varcarli,

immobilizzerebbe un corpo di truppe francesi.

La propaganda repubblicana in quei paesi è attiva. I francesi

fanno altrettanto in Italia.

-- Non l'avrei creduto.

-- La fanno anche in Italia, ma il nostro paese vi resiste. La

grandissima maggioranza della nostra popolazione è

conservatrice. Il paese è monarchico. La propaganda repubblicana

pei francesi è una necessità. Pel governo di Parigi è una

quistione di vita. Avvenne lo stesso sotto la prima repubblica.

Ma allora lo stato dell'Europa era diverso. Non vi erano i due

grandi Stati al di qua delle Alpi e al di là del Reno, l'Italia

e la Germania. Bisogna dunque tenerci stretti, e difendere le

istituzioni che ci siamo date.

-- Sono pienamente d'accordo con V. E. e lavorerò insieme per la

difesa dei principii monarchici.

-- Bismarck fece delle grandi cose, e il vostro paese deve

essergliene grato. Ma commise un gravissimo errore; quello di

non aver favorito la restaurazione della Monarchia in Francia.

Egli credeva che la Repubblica sarebbe stata rôsa dai partiti e

non sarebbe stata forte abbastanza. Avvenne tutto il contrario;

giammai la Francia fu forte come oggi.

-- La stessa osservazione me la fece l'imperatore di Russia.

-- Bisogna opporre alla propaganda repubblicana tutti i mezzi

dei quali possono disporre le Monarchie. La Francia avrà fra

breve una nuova tariffa doganale. Questa offenderà grandemente

noi, perchè con essa potranno esser chiusi i mercati francesi ai

nostri prodotti agricoli. Ne sarete colpiti anche voi. Pel

trattato di Francoforte voi godete i beneficii della nazione

favorita. Esiste cotesta condizione, quando esistono tariffe

convenzionali; cessa, quando mancano i trattati. Ora la Francia

va a denunziare tutti i trattati, e va ad applicare a tutte le

nazioni una tariffa autonoma. È una minaccia di guerra, guerra

economica, non meno terribile della guerra coi fucili e le

artiglierie. Giova prepararsi a rispondere, ed io credo che lo

si potrà. Non dico di fare una lega doganale fra le tre potenze

alleate: questa non sarebbe di facile attuazione. Puossi però

studiare un sistema di tariffe di favore mercè cui si rendessero

più facili i commerci, più strette le relazioni. Sarebbe

necessario che alla lega militare e politica si aggiungesse

questa lega economica, la quale, senza offendere l'autonomia dei

tre Stati, li rendesse talmente forti da resistere alla Francia.

Io proporrei che i tre governi dessero a studiare la grave

quistione ad uomini tecnici. Compiuti gli studii, ognuno di noi

nominerebbe due delegati ciascuno, i quali, riuniti,

concreterebbero le proposte che converrà tradurre in un

trattato.

-- Trovo savie le considerazioni di V. E. e farò studiare il

grave argomento, e avvertirò V. E. dei risultati.

La conversazione continuò su cose di minore importanza, e ci

siamo congedati con espressioni sincere di cordiale amicizia.

_8 novembre._ -- Alle 11 ant. il conte Caprivi viene a

restituirmi la visita. Siamo ritornati sugli argomenti toccati

nel colloquio di ieri.

Biserta. Muta lo stato del Mediterraneo. Pericoli in caso di

guerra.

Caprivi ne comprende l'importanza. Obietta che il reclamo

potendo condurre ad una rottura con la Francia, è necessario

attendere. In aprile, compiendosi la trasformazione dei fucili,

si potrà iniziare il reclamo.»

Il Cancelliere partì da Milano il 9 novembre, soddisfatto delle

accoglienze ricevute e dei risultati della sua visita. L'ambasciatore

d'Italia a Berlino, tre giorni dopo, il 12 novembre, inviava a Crispi il

seguente rapporto:

«Il Cancelliere dell'Impero è venuto a vedermi in questo

momento. Confermandomi ciò che avevo già appreso ieri al

Dipartimento Imp.le degli Affari Esteri, egli era profondamente

commosso e riconoscente per le bontà del Nostro Augusto Sovrano

e per l'alta distinzione che gli fu conferita da Sua Maestà.

Egli era pure assai soddisfatto dei colloquii avuti con V. E.

dichiarandosi completamente d'accordo in massima sopra gli

argomenti circa i quali vi fu scambio d'idee, tanto sotto

l'aspetto politico, quanto sotto l'aspetto commerciale. S. E. si

era affrettata di far rapporto all'Imperatore della missione

compiuta. Sua Maestà Imperiale manifestò viva soddisfazione di

constatare una volta di più. che le relazioni fra l'Italia e la

Germania sono e resteranno sul miglior piede a tutto vantaggio

della triplice alleanza e del principio monarchico. Il

Cancelliere mi pregò di rendermi interprete dell'eccellente

impressione riportata da questo suo viaggio e di ringraziare per

tutte le cortesie di cui fu colmato alla nostra Corte e da V. E.

Egli ha solo rammarico che le esigenze di servizio l'abbiano

costretto ad abbreviare il suo soggiorno in Italia. Il

Cancelliere si dimostrò pure assai grato dell'accoglienza che

gli fu fatta dalla popolazione di Milano e dalle Autorità

municipali.»

Naturalmente, della sostanza dei colloqui di Milano fu informato il

Cancelliere austro-ungarico conte Kálnoky, per mezzo dell'ambasciatore

imperiale a Roma barone de Bruck, e dell'ambasciatore reale a Vienna,

conte Nigra. Quest'ultimo telegrafava in data 1.º dicembre:

«Kálnoky mi ha pregato di ringraziare V. E. per la comunicazione

da lei fatta a Bruck, i cui particolari gli furono confermati da

Reuss e Caprivi. I due argomenti saranno studiati ed esaminati a

suo tempo. Oggi cominciano le conferenze commerciali fra

Austria-Ungheria e Germania. Da esse si vedrà se, e sino a che

punto, i due imperi possano procedere sempre meglio d'accordo

fra loro e preparare via a una intesa fra i tre Stati alleati

sul terreno economico.»

Tra lo stesso Conte Nigra e Crispi seguiva la seguente corrispondenza:

«4 dicembre 1890.

_Mio caro Sig. Conte,_

Adempio con ritardo -- ed ella ne comprenderà il motivo -- alla

promessa fattale con mio telegramma del 18 novembre da Torino.

Nei colloquii, tenuti il 7 e l'8 novembre, Caprivi ed io ci

siamo occupati della Triplice, tanto dal lato politico, quanto

dal lato economico e commerciale. Siamo riusciti d'accordo in

tutto; e parmi che basti, senza ricordare qui i nostri

ragionamenti, scrivere per lei sulle varie tesi il concluso.

Nissun dubbio che l'alleanza delle tre monarchie debba essere

prorogata. Nissuno di noi può credere che nel maggio 1892 le

condizioni politiche dell'Europa possano essere mutate. Le

ragioni, per le quali il trattato fu stipulato al 1882 e

rinnovato al 1887, è a prevedersi che saranno le medesime.

Giova apportarvi qualche modificazione, e qualche aggiunta? È

quello che si deciderà dai tre governi, i quali han tempo ancora

a meditarvi. Una cosa intanto appare evidente..... Il conte di

Caprivi su questo fu meco d'accordo.

Fummo anco d'accordo sulla necessità di migliorare le condizioni

commerciali dei tre Stati, stipulando dei favori speciali che ne

rendano più facili le relazioni, e talmente intimi i vincoli da

resistere alla guerra che potrebbe venirci dalla Francia,

qualora la nuova legge doganale uscisse così aspra da quel

Parlamento da non permetterci di venire a patti. Non una lega

doganale si vorrebbe fra i tre Stati, ma una maggiore mitezza

nei dazii d'importazione.

Ciò posto, siam rimasti intesi che i tre governi metterebbero

allo studio le varie questioni, che il grave argomento

comprende. Quando gli studii saran terminati, affideremo a

delegati speciali, che potrebbero esser due per ciascuno Stato,

l'esame del problema e le proposte per la sua soluzione.

Finchè la Francia è in repubblica -- ed ormai questa forma di

governo colà sembra consolidata -- essa sarà sempre una minaccia

per le monarchie in Europa. La Russia deve capirlo, essendo

ormai Parigi l'asilo dei nihilisti -- e le due penisole,

l'Italiana e l'Iberica, lo sanno per la propaganda morale e gli

aiuti finanziari dati ai partiti sovversivi dal governo del

finitimo territorio.

Noi in Italia siamo abbastanza forti: il sentimento monarchico

nelle nostre popolazioni è profondo, e resiste all'apostolato

rivoluzionario. Ci battiamo e non ci faremo vincere. Non bisogna

però nascondere a noi stessi che il Vaticano accenna a valersi

dei radicali, e si è visto nelle ultime elezioni. Il cardinale

Lavigerie, nella sua nuova fase, lavora d'accordo col Papa. I

cardinali in parte dissentono, ed anche il clero francese non è

compatto; ma ignoriamo quello che ne potrà avvenire più tardi.

Le monarchie pericolanti sono la portoghese e la spagnuola, e la

prima più della seconda. Ove esse cadessero, e a Lisbona e

Madrid la repubblica fosse proclamata, nissun dubbio che codesto

sarebbe il principio di una trasformazione politica, che la

Francia è interessata ad apportare in Europa. I tre governi

alleati dovrebbero meditare sul possibile avvenimento,

comunicarsi le loro idee, ed agire, ove d'uopo, nelle vie

diplomatiche.

Il conte di Caprivi si disse convinto di ciò, e promise di

procedere d'accordo.

Stabiliti gli argomenti che importa meditare e determinati i

criterii secondo i quali i governi delle tre monarchie alleate

dovrebbero condursi, resta a Lei, signor conte, di ragionarne

con codesto ministro degli affari esteri, prendere con lui gli

accordi necessarii, e manifestarmi le sue intenzioni. La lunga

esperienza dell'E. V. supplirà alle lacune che può presentare

questa mia lettera, affinchè si possano raggiungere gli scopi

che io mi son prefisso, e nei quali è consenziente il

Cancelliere germanico.

E dopo ciò accolga i miei più cordiali saluti.

Devotissimo

_F. Crispi._»

«Vienna, 10 dicembre 1890.

Le confermo mio precedente telegramma. Esposi a Kálnoky il

contenuto della lettera. Egli d'accordo in massima con V. E. e

Caprivi,....

Quanto alle questioni commerciali prevede un intoppo

nell'articolo XI del Trattato di Francoforte.[2] Chiede tempo

per studiare le due questioni. Intanto si vedrà fra non molto su

quali basi si potranno fare concessioni commerciali fra

l'Austria-Ungheria e la Germania, il che faciliterebbe la

soluzione anche per l'Italia. Nell'esame delle due questioni

Kálnoky apporterà vivo desiderio d'accordo completo. Divide poi

l'opinione di V. E. sulla convenienza di una direzione

diplomatica uniforme per la difesa delle istituzioni

monarchiche.

_Nigra._»

[2] _Art. XI del trattato definitivo di pace concluso a Francoforte

sul Meno il 10 maggio 1871 tra l'Impero di Germania e la

Repubblica francese (Scambio delle ratifiche. Francoforte, 20

maggio):_

«Les traités de commerce avec les différents États de l'Allemagne

ayant été annulés par la guerre, le gouvernement français et le

gouvernement allemand prendront pour base de leurs relations

commerciales le régime du traitement réciproque sur le pied de la

nation la plus favorisée.

Sont compris dans cette règle les droits d'entrée et de sortie, le

transit, les formalités douanières, l'admission et le traitement

des sujets des deux Nations, ainsi que de leurs agents.

Toutefois, seront exceptées de la règle susdite les faveurs qu'une

des parties contractantes, par des traités de commerce, a

accordées ou accorderà à des États autres que ceux qui suivent:

l'Angleterre, la Belgique, les Pays-Bas, la Suisse, l'Autriche, la

Russie.

Les traités de navigation, ainsi que la Convention relative au

service International des chemins de fer dans ses rapports avec la

douane, et la Convention pour la garantie réciproque de la

propriété des oeuvres d'esprit et d'art seront remis en vigueur.

Néanmoins, le gouvernement français se réserve la faculté

d'établir sur les navires allemands et leurs cargaisons des droits

de tonnage et de pavillon, sous la réserve que ces droits ne

soient pas plus élevés que ceux qui grèveront les bâtiments et les

cargaisons des nations susmentionnées.»

[_Telegramma_]

«Roma, 15 dicembre 1890.

Il barone de Bruck mi ha letto una nota del conte Kálnoky con la

quale dichiara che il ministro austriaco è meco d'accordo in

tutte le quistioni le quali furono oggetto del colloquio col

conte Caprivi e che riassunsi a Lei con mia particolare del 4

corrente. Chiede intanto che io concreti le mie idee sulle

modificazioni alla convenzione del 1887, il che sarà fatto.

Discorrendo col Bruck intorno al miglioramento delle relazioni

commerciali ed economiche, si cadde d'accordo sulla necessità

della proroga, di un anno almeno, del diritto alla denunzia del

trattato 7 dicembre 1887, affinchè le due parti avesser agio a

studiare la grave quistione. Bruck scrive oggi stesso a cotesto

scopo a Kálnoky affinchè fosse autorizzato ad uno scambio di

note. Voglia parlargliene e fare le debite sollecitazioni,

stringendo il tempo e dovendo io rispondere ad interpellanze

parlamentari sull'argomento.

_Crispi_.»

[_Telegramma_]

«Vienna, 16 dicembre 1890.

Ho vivamente impegnato Kálnoky allo scambio di note per proroga

di un anno del diritto di denunzia del trattato di commercio.

Kálnoky consente pienamente con V. E.; ha subito telegrafato a

Pest ed ha fatto la proposta al Ministero austriaco

d'agricoltura e commercio. Egli crede che non vi sarà ostacolo,

ma forse bisognerà sottomettere scambio di note alla sanzione

del Parlamento, che secondo Kálnoky potrebbe essere data anche

dopo il dicembre.

Kálnoky mi ha promesso che non porrà indugio alla soluzione ed

io lo solleciterò più che posso.

_Nigra_.»

_Capitolo Secondo._ -- La Tripolitania e la Francia.

La Triplice Alleanza e gl'interessi italiani nel Nord-Africa. -- La

Francia sulla frontiera tripolo-tunisina sino al 1890. -- Una memoria

del generale Dal Verme sul confine storico tra la Tunisia e la

Tripolitania. -- L'accordo anglo-francese del 5 agosto 1890. --

Rimostranze di Crispi presso il governo inglese. -- Nota di Said pascià

su l'_hinterland_ tripolitano. -- Come si potevano impedire le ulteriori

usurpazioni della Francia. -- Crispi e il governo francese; questo nega

di aver delle mire sulla Tripolitania. -- Una nuova carta francese

dell'Africa. -- Dichiarazioni del ministro Ribot alla Camera. --

Protesta di Crispi. -- Stato della questione al 1894. -- La convenzione

franco-germanica. -- La Francia tenta avanzarsi nel Sudan egiziano. --

Fascioda. -- Nuovi accordi anglo-francesi a danno dell'_hinterland_

tripolitano. -- L'Italia rinunzia senza compensi ai suoi diritti in

Tunisia. -- L'accordo franco-italiano del 1902. -- L'opera di Crispi nel

Marocco. -- L'occupazione italiana della Tripolitania e un cattivo

presagio.

Dai documenti che precedono -- i quali, per quanto si riferisce alle

precise stipulazioni della alleanza dell'Italia con la Germania e con

l'Austria, sono necessariamente reticenti, un dovere elementare

vietandoci di rivelare segreti di Stato -- si deduce tuttavia quali

fossero, alla fine del 1890, gli obiettivi della politica estera di

Crispi. Il trattato d'alleanza non era lontano a scadere; l'esperienza

aveva dimostrato che se esso garentiva la pace, l'Italia era esposta per

questo beneficio comune alle tre potenze, a sopportare da sola i danni

della guerra accanita che la Francia le faceva nel campo economico e,

fuori d'Europa, anche nel campo politico. La teoria che i rapporti

economici e i rapporti politici non debbano influirsi scambievolmente,

non poteva convenirci perchè era innegabile che a cagione dell'alleanza

noi subivamo danni ingenti dalla ostilità francese, con la rottura delle

relazioni commerciali e coi colpi incessanti al nostro credito

internazionale.

Crispi aveva dimostrato al Cancelliere germanico che le grandi alleanze

politiche non possono essere limitate a categorie d'interessi e che il

trattato della Triplice per arrecare tutti i suoi benefici doveva

comprendere, oltre la garenzia territoriale, la difesa d'ogni interesse

essenziale di ciascuno degli alleati nelle complesse relazioni della

vita internazionale. E il generale Caprivi aveva aderito a tali vedute e

domandato che il ministro italiano concretasse le sue proposte.

Ma l'argomento sul quale Crispi richiamò più vivamente l'attenzione del

suo collega, come quello che racchiudeva un pericolo imminente e grave

per l'Italia, fu la condotta della Francia nel Nord-Africa.

Crispi aveva nei mesi precedenti denunciato ai gabinetti di Londra,

Berlino e Vienna il progetto francese di convertire nell'annessione il

protettorato sulla Tunisia, ed era riuscito a promuovere le rimostranze

delle tre Potenze a Parigi contro quel progetto.[3] Ma egli non

s'illudeva sulla efficacia duratura di una pressione diplomatica e cercò

di giovarsi senza indugio di questa per ottenere dalla Francia una

maggiore considerazione degli interessi italiani. Posto che prima o poi

la Francia si sarebbe resa padrona della Tunisia, Crispi pensò di trarre

vantaggio da un evento ineluttabile, transigendo sui diritti garentiti

dai trattati che l'Italia vantava nell'antica Reggenza. Il compenso non

poteva essere che il dominio italiano sulla Tripolitania.

[3] Cfr. Francesco Crispi: _Politica Estera_, Cap. XII.

Le difficoltà però non erano lievi. I francesi aspiravano essi a

estendersi ad oriente. Come avevano occupato la Tunisia col pretesto di

assicurarsi il pacifico possesso dell'Algeria, l'occupazione della

Tripolitania avrebbe dovuto assicurare il possesso della Tunisia, e

l'impero francese nel Mediterraneo sarebbe stato un fatto compiuto. Le

prove che queste aspirazioni imperialistiche erano entrate nel programma

positivo del governo, non mancavano.

L'accordo anglo-francese, che porta la data del 5 agosto 1890, per la

delimitazione delle sfere d'influenza della Francia e dell'Inghilterra

in Africa, dimostrò chiaramente il piano della Francia d'insignorirsi

dell'_hinterland_ della Tripolitania. Quell'accordo rappresentò il

corrispettivo che l'Inghilterra dava alla Francia pel riconoscimento che

questa faceva del protettorato inglese sullo Zanzibar -- e fu ventura

che lord Salisbury resistesse alle pretese francesi di concessioni a

Tunisi. Probabilmente il Primo ministro della Regina avrebbe ceduto se

Crispi, appoggiato dalle Cancellerie di Berlino e di Vienna, non avesse

fatto a Londra vive rimostranze. Egli fece dire al Salisbury

«che il governo del Re, nelle varie occasioni presentatesi per

discorrere delle cose di Tunisi fra Roma e Londra, credeva

essersi accorto che nel gabinetto inglese esistesse una tendenza

a fare delle concessioni alla Francia a scapito d'interessi

italiani che l'Italia riteneva comuni coll'Inghilterra e sui

quali nè il governo italiano intendeva transigere, nè l'opinione

pubblica lo avrebbe permesso; che, in conseguenza di ciò, era

nell'interesse del mantenimento e sviluppo delle intime

relazioni fra i due paesi, sul quale riposava principalmente la

pace europea, che l'Italia doveva far conoscere al governo

inglese che non sarebbe disposta a seguirlo in una via che

conducesse a modificare politicamente o materialmente lo

_statu-quo_ nella Tunisia a favore della Francia.»

Allorquando la Francia occupò la Tunisia, nel 1881, la linea frontiera

fra la Tripolitania e la Reggenza di Tunisi passava ad ovest della baia

di El Biban, sul mare. Se ne ha facilmente la prova consultando le carte

francesi più autorizzate, quella dei Signori Prax e Renou, e quella del

«dépôt de la guerre» con le osservazioni del capitano di vascello Falbe.

L'occupazione francese non era ancora un fatto compiuto che l'attenzione

dell'esercito d'occupazione si volgeva verso la frontiera tripolitana.

Durante i mesi di agosto e settembre 1881, tre spedizioni militari si

diressero simultaneamente verso il sud-est tunisino. I generali Logerot,

Philibert, Jamais comandavano i tre corpi di spedizione. Il primo aveva

ai suoi ordini circa 13000 uomini. La sua marcia non fu scevra di

difficoltà; fu ostacolata presso Fum-el-Bab dalla tribù degli Slass, ma

dopo un combattimento vittorioso il generale Logerot arrivò a Gafsa e la

occupò. Da Gafsa cotesto generale si diresse verso Gabes, dove ebbe

luogo la riunione dei tre corpi di spedizione. Egli percorse tutto il

sud della Tunisia, senza tuttavia -- cosa importante a rilevarsi --

oltrepassare lo Uadi-Fessi.

In seguito a questa spedizione, le tre grandi tribù tunisine degli

Slass, Hamamma, Beni-Zid con altre dissidenti delle vicinanze di Sfax,

complessivamente circa 260000 persone, passarono sul territorio

tripolitano sotto il comando supremo di Ben Khalifa, il capo che aveva

organizzato la difesa di Sfax. Cotesti ribelli costituivano, presso la

frontiera tunisina, un focolare permanente di rivolte e di torbidi.

Il governo francese si preoccupò di questo pericolo e tutti i suoi

sforzi furono da allora diretti a favorire la pacificazione dei ribelli

e il loro ritorno in Tunisia. Il Console Generale di Francia a Tripoli,

Féraud, e il generale Allegro, soprannominato Jusef Negro -- che i

francesi avevano fatto nominare dal Bey governatore della provincia di

Arad in ricompensa dei servizi resi nel tempo dell'occupazione -- si

adoperarono a raggiungere tale risultato, e a poco a poco vi riuscirono.

Nel mese di aprile 1885, il Féraud era sostituito a Tripoli dal

Destrées, il quale continuò a seguire la linea di condotta del suo

predecessore e facilitò il ritorno in Tunisia degli ultimi dissidenti.

In grazia di questo felice risultato la Francia poteva oramai avanzare

verso l'Est.

Nel mese di maggio del 1885 il Ministro residente di Francia a Tunisi,

Cambon, visitò il sud della Tunisia. Oltrepassando la frontiera egli si

avanzò sino all'Oglad Djemilia. Più tardi, nel mese di luglio del 1887,

egli dichiarò al nostro ministro a Madrid, marchese Maffei, che

quell'escursione gli aveva permesso di convincersi che la vera frontiera

della Tunisia è l'Uadi-Mochta. Il nome del largo torrente al quale il

Cambon dava il nome di Uadi-Mochta era stato sino allora quello di

Uadi-Sigsao, mentre in arabo «mochta» significa «frontiera».

Nel mese di ottobre 1886 tre navi francesi si presentavano sulla costa

tripolina fermandosi presso il capo Macbes, donde cominciarono a fare i

rilievi delle coste vicine. Il governatore generale di Tripoli,

avvertito, inviò sui luoghi una corvetta turca sotto gli ordini del

comandante la stazione marittima di Tripoli. Cotesto ufficiale superiore

chiese al comandante francese con qual diritto e con quali intenzioni

procedesse ai rilievi di una costa appartenente alla Turchia. Il

comandante francese eccepì la propria ignoranza: egli credeva di

rilevare una costa tunisina, della quale doveva fare la carta

idrografica. Il turco avendo insistito nell'affermazione che la costa

era tripolitana, le navi francesi si ritirarono, lasciando tuttavia

eretta, a Ras Tadjer o Adjir, una colonna in muratura. Il Console

Generale di Francia, signor Destrées, poco dopo si presentò al

Governatore Generale di Tripoli e gli chiese per quali motivi il

Comandante turco avesse imposto al Comandante francese di allontanarsi

dal capo Macbes. Il Governatore Generale dette le spiegazioni

richiestegli, alle quali il Console di Francia oppose che la proprietà

del punto del quale si trattava era dubbia.

Nel mese di dicembre 1887, il Bollettino della Società di Geografia di

Parigi annunciava che un accordo era stato concluso tra la Turchia e la

Francia per la delimitazione della frontiera tripolo-tunisina, e che la

nuova frontiera era portata a Ras Tadjer, a 32 chilometri al di là

dell'antica demarcazione. Il Governo del Re comunicò immediatamente

questa notizia all'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli, Blanc, il

quale si recò tosto dal Gran Visir. Il Gran Visir smentì perentoriamente

l'esistenza della pretesa convenzione e dichiarò inammissibile che la

Turchia, la quale non riconosceva il protettorato francese sulla

Tunisia, potesse entrare in _pourparlers_ colla Francia circa una

delimitazione della frontiera tunisina. L'indomani il Sultano faceva al

barone Blanc una dichiarazione non meno categorica: Sua Maestà

assicurava che non avrebbe tollerato nè lo spostamento della frontiera,

di cui parlava il Bollettino della Società francese di Geografia, nè

alcun accordo che potesse implicare il riconoscimento del protettorato

francese a Tunisi. Secondo il Sultano, gl'intrighi e le informazioni

francesi non avevano altro scopo che quello di spingere l'Italia a

impegnarsi in una «questione tripolitana».

Le medesime notizie continuavano a stamparsi sui giornali e

l'ambasciatore italiano a Costantinopoli insistè di nuovo presso la

Sublime Porta e ottenne da Said pascià, allora Gran Visir, che

l'ambasciatore del Sultano a Parigi, Essad pascià, fosse incaricato di

chiedere al governo della repubblica il richiamo del generale Allegro e

la smentita categorica di qualsiasi modificazione di frontiera.

Verso la stessa epoca il Governo ottomano aveva deciso di cacciare dalla

Tripolitania la frazione degli Uargamma, che erasi stabilita nella

regione situata tra le antiche frontiere della Tunisia, regione

denominata Giufara el Garbia e che è tra le più fertili e le più ricche

di pascoli della Tripolitania. La presenza di cotesti tunisini nel

territorio tripolitano poteva fornire alla Francia un pretesto per

pretendere che cotesto territorio appartenesse alla Reggenza di Tunisi,

dacchè una tribù tunisina vi si era pacificamente stabilita e vi faceva

atto di proprietà.

Una spedizione partì da Tripoli sotto gli ordini del generale di brigata

Mustafà pascià. Il corpo di spedizione si componeva di 1400 uomini, dei

quali 800 di fanteria, 320 cavalieri, il resto di artiglieria. Ma si

arrestò a Zuara e non andò oltre. Il generale, a mezzo d'intermediarii,

fece intimare ai capi degli Uargamma l'abbandono del territorio

abusivamente occupato, concedendo loro di stabilirsi, se lo volessero,

nelle grandi Sirti. Gli Uargamma, poco curandosi della intimazione

ricevuta, si stabilirono in parte a Gibel Nalut, in parte a Djemilia,

restando così sul territorio tripolitano.

Il Console di Francia a Tripoli, avvertito ufficialmente della

spedizione dal valì, si affrettò a informarne il Residente francese a

Tunisi. Una commissione composta del segretario generale della Residenza

e del segretario francese per gli affari indigeni, partì tosto su di una

nave da guerra per raggiungere a Zarzis il generale Allegro che l'aveva

preceduta. Costui, sulla fede di informazioni inesatte, ovvero con lo

scopo di prevenire un fatto possibile, aveva avvertito il Destrées di

una pretesa marcia di Mustafà pascià sopra Djemilia. Il Console si

presentò al valì e non senza emozione, vera o finta, gli domandò se la

notizia fosse esatta. Aggiunse che Djemilia apparteneva alla Tunisia e

dichiarò che qualsiasi altro tentativo da parte della Turchia sarebbe

stato considerato dalla Francia come un _casus belli_. Il valì,

intimidito, si affrettò a rassicurare il signor Destrées circa la

falsità della notizia, affermando tuttavia nuovamente i diritti

incontestabili della Turchia su Djemilia, come appartenente alla tribù

tripolitana degli Huail.

Il 31 dicembre 1887 l'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli interrogò

di nuovo il gran visir per conoscere con precisione le intenzioni della

Turchia. In un promemoria mandato a Photiadès pascià, ambasciatore del

Sultano a Roma, la Sublime Porta spiegò le sue vedute. L'ambasciatore

italiano aveva fatto osservazioni su quattro punti:

1. La Porta, malgrado le macchinazioni francesi, non aveva occupato

l'antica linea di confine della Tripolitania, nè aveva inviato colà

degli ufficiali commissari;

2. La Porta non aveva domandato la sconfessione ufficiale e pubblica

delle carte dello Stato maggiore francese;

3. La Porta non aveva dichiarato pubblicamente che il territorio ad est

di El-Biban era e resterebbe tripolitano;

4. La Porta non aveva domandato l'allontanamento del generale Allegro,

sebbene suggerito dal valì.

Il governo ottomano rispose che non sapeva spiegarsi la prima

osservazione, giacchè le autorità imperiali della provincia non avevano

giammai abbandonato un solo dei punti posti sotto la loro

amministrazione, la qual cosa rendeva inutile l'invio sui luoghi di

commissari speciali.

In secondo luogo il governo ottomano aveva creduto superfluo domandare

la sconfessione ufficiale e pubblica della carta dello Stato maggiore

francese, dopochè il Ministero degli Affari Esteri di Francia,

precedentemente interpellato, aveva dichiarato di ignorarne l'esistenza

(!) e aveva soggiunto che, se anche tale carta fosse esistita, essa non

avrebbe avuto valore che dal momento in cui i due governi ne avessero

approvato il tracciato, dichiarazione questa della quale la Porta aveva

preso atto.

Sul terzo punto la Porta rispose di aver fatto smentire dai giornali di

Costantinopoli l'esistenza della convenzione di delimitazione menzionata

in uno dei bollettini della Società geografica di Parigi, e che i

giornali francesi stessi avevano pubblicato un comunicato di smentita di

tutte le voci lanciate circa negoziazioni che su quell'argomento

avrebbero avuto luogo tra la Francia e la Sublime Porta. Vi era stata

altresì una promessa che il bollettino successivo della Società avrebbe

contenuto una rettifica.

Finalmente per l'allontanamento del generale Allegro, la Porta

assicurava di averlo domandato, senza tuttavia dare un carattere

ufficiale alle comunicazioni fatte a Parigi, non potendo riconoscere lo

stato di cose creato in Tunisia dall'occupazione francese.

In conclusione, la Turchia rivendicava come tripolitano il territorio ad

est di El Biban, ossia manteneva l'antico confine.

Nel 1888, dopo la spedizione turca, il resto dei rifugiati tunisini in

Tripolitania ritornava in Tunisia.

La Francia si mise allora a fortificare il Sud della Tunisia, ossia

Zarzis, Matamma, Tatauin, Duirat, dopo aver portato l'effettivo di Gabes

a 2650 uomini e inscritto nel bilancio tunisino una somma di circa

900 000 franchi per le fortificazioni delle prime tre località

suindicate.

Verso la fine del 1887 il giornale officioso della Residenza, _La

Tunisie_, pubblicava un comunicato ufficiale circa le frontiere della

Tunisia. In esso era detto che l'Italia «aveva sollevata una questione

di rettificazione della frontiera tripolitana e parlato di negoziati

aperti con la Porta, sotto pretesto di non lasciar distruggere

l'equilibrio del Mediterraneo, ma in realtà perchè l'Italia,

precocemente forse, considerava la Tripolitania come sua propria». Era

necessario, dunque, descrivere esattamente la frontiera tripolitana; la

quale, secondo _La Tunisie_, partendo dal mare, era nettamente stabilita

col Mochta e lo Chareb Saonanda, sino all'Oglat-ben-Aisar, da una linea

che parte da questo punto, passa per ben-Ali-Marghi e quindi al nord di

Uessan, e in fine dall'Ued Djenain, che si perde nel Sahara.

Il comunicato continuava così:

«È noto quanto i turchi siano gelosi della difesa del territorio

tripolitano; ora, i loro forti sono tutti al sud di questa linea che i

soldati turchi non oltrepassano mai e sulla quale essi consegnano alle

autorità tunisine i dissidenti che rientrano. Tale frontiera, del resto,

conquistata or sono quattro secoli dagli Uargamma sugli Uled-Debbar, è

stata consacrata verso il 1815 da un trattato intervenuto tra la

Reggenza di Tunisi e la Porta. Salem Ben Odjila, capo degli Uderna,

possiede altresì un atto recante i sigilli dei magistrati tunisini e

tripolitani, nel quale è descritta dettagliatamente la frontiera da noi

indicata. Quest'atto rimonta alla fine del secolo scorso. Il viaggiatore

Barth nel 1849 dà ugualmente il Mochta come limite della Tunisia e della

Tripolitania.

«Ricorderemo il viaggio fatto nel 1886 dal signor Cambon in compagnia

del signor Fernand Faure, deputato, e del comandante Coyne. L'esercito

stesso il quale, ingannato al momento dell'occupazione, si era arrestato

all'Ued-Fessi, non tardò a sapere dagli stessi indigeni che la vera

frontiera doveva essere riportata ad una trentina di chilometri più al

sud.

«La Turchia non avendo giammai contestato cotesta frontiera alla

Reggenza, ha fatto smentire l'accordo franco-turco del quale si è

parlato alla Camera italiana. Non vi era materia a negoziati, nè ad

accordo su di una questione che non è contestata e che soltanto

gl'italiani han cercato di far nascere.

«E affinchè l'opinione pubblica non sia traviata terminiamo dicendo che

si lavora all'organizzazione militare e amministrativa della suddetta

regione-frontiera. Lo stabilimento di posti militari su cotesto

territorio, garentendone la sicurezza, avrà altresì il vantaggio di

porre i possedimenti francesi al riparo da ogni cupidigia nel caso in

cui una potenza Europea si stabilisse in Tripolitania.»

È facile rilevare gli errori di questo comunicato. In esso è affermato

che la Turchia non aveva mai contestato alla Reggenza la frontiera del

Mochta, e qui sopra abbiamo riferito il linguaggio tenuto dal Sultano e

dal suo Gran Visir all'ambasciatore d'Italia. Vi si parla di un trattato

del 1815, che non è mai esistito e che non era neppur possibile, poichè

la Porta non occupava allora la Tripolitania, dove regnò la dinastia dei

Karamanli sino al 1835; e l'atto recante i sigilli degli Sceicchi degli

Uderna non esiste, o se esiste non può essere che falso. Quanto al

Mochta, che il viaggiatore Barth vide nel 1849, non può trattarsi dello

_chott_ al quale i francesi hanno attribuito quel nome, mentre esso è

stato sempre precedentemente chiamato Uadi-Sigsao; era (e il Barth lo

dice chiaramente) un pendìo leggero ch'egli vide a due ore dalle rovine

di El Medeina, e quindi molto avanti l'Uadi-Sigsao. Dal punto dove

arrivò gli sarebbe stato difficile scorgere lo _chott_ ora chiamato

Mochta dai francesi, poichè si tratta di un bassofondo situato a circa

trentacinque chilometri dalle suddette rovine.

Al principio del 1887, dopo il ritiro di Mustafà pascià, la Turchia

cominciò a ritirare le sue guarnigioni dalla frontiera ovest. Richiamò

da Remada, punto importante incluso nella nuova demarcazione tunisina, i

venticinque uomini che vi teneva. Fece lo stesso per la guarnigione di

Kasr-Fazua, presso il capo Tadjer, la quale si ritirò nel forte di

Bu-Kammech. Anche la guarnigione di Zuara fu diminuita di 400 uomini.

Cosicchè la Turchia non solamente s'indebolì sulla frontiera minacciata,

ma cedette volontariamente e di fatto i territori che poco prima

rivendicava in diritto.

Il rimanente del 1887 e il 1888 passarono senza fatti notevoli; non vi

furono che delle razzie fra tribù tripolitane e tunisine. Nulla faceva

presagire altri cambiamenti, quando nel mese di febbraio del 1890 il

Console italiano a Tripoli venne a sapere che alcune tribù del

caimacanato di Nalut, dette Oglad Dahieba, avevano inviato dei

commissari al valì per reclamare protezione contro nuove invasioni dei

francesi. Alcuni _spahis_ francesi erano comparsi sul loro territorio e

l'avevano dichiarato appartenente alla Tunisia; quindi, avevano voluto

obbligarli a pagare le decime al Bey, cessando di pagarle alla Turchia.

Secondo le stesse informazioni il governatore generale aveva dichiarato

ai capi di coteste tribù che si trattava di una questione da discutere

tra Francia e Turchia e che essi non avevano a preoccuparsene. E aveva

finito con l'invitarli a ritornare nel loro territorio senza comunicare

ad alcuno il reclamo che avevano fatto.

Tali prime informazioni furono in parte confermate, in parte modificate

in seguito. Realmente, nel mese di maggio di quell'anno il valì, alle

interrogazioni del console generale d'Italia, aveva risposto che due o

tre mesi prima nella parte del territorio tripolitano che era in

contestazione (il valì ammetteva l'esistenza di una contestazione) i

francesi avevano obbligato un arabo tripolino il quale aveva seminato un

campo, a esibire il suo titolo di proprietà (_hoget_). Essi avevano

affermato che, conformemente alle loro carte geografiche, quel

territorio apparteneva alla Tunisia. L'arabo avendo ottemperato alla

loro domanda e presentato il suo _hoget_, i francesi se n'erano

impadroniti e non avevano voluto renderglielo. Venuto a conoscenza del

fatto, il governatore, per evitare che si rinnovasse, aveva chiamato i

capi della tribù cui apparteneva il coltivatore tripolino, e li aveva

invitati a recargli i documenti attestanti i loro diritti di proprietà.

Venuto in possesso di quei documenti, il valì ne aveva fatto fare delle

copie che aveva rimesse ai proprietari, e aveva trattenuto gli

originali. Il governatore dichiarò altresì che una tribù tripolitana,

stabilita da circa 60 anni in Tunisia, l'aveva fatto pregare per il

rilascio di una dichiarazione dalla quale apparisse che essa era

originaria di Tripoli e, in conseguenza, non obbligata a pagare le

decime al Bey. Aveva risposto di non poter consentire a tale domanda e

invitato la tribù a ristabilirsi sul territorio tripolitano.

Contemporaneamente il valì aveva informato il console generale d'Italia

che i francesi avevano anche tentato di guadagnare alla loro causa i

Tuaregs, di averli incitati ad avvicinarsi a Gadames, e ad annettersi il

territorio che, per effetto della nuova frontiera, si estende

dall'Algeria da una parte, e la Tripolitania dall'altra, sino alla

Tunisia. Nei loro intrighi i francesi erano aiutati dalla tribù algerina

degli Sciamba.

Questi furono i fatti riferiti dal valì, dai quali si desume che la

Turchia, o almeno il suo rappresentante a Tripoli, ammetteva che vi

fosse contestazione su di un territorio dalla Sublime Porta e dal

Sultano dichiarato appartenente alla Turchia, e che il valì riconosceva

che potessero esistere dei diritti della Tunisia su territorii situati

all'ovest dell'Uadi-Sigsao, che i francesi volevano chiamare Mochta.

Un altro fatto non deve passarsi sotto silenzio. Nel mese di novembre

del 1888, la Francia fece in modo che la tribù tunisina degli Akkara si

stabilisse a Djemilia. Circa cento tende di cotesta tribù rimasero

durante un mese in quella località. Evidentemente si voleva creare uno

stato di fatto per potere, a momento favorevole, rivendicare la

proprietà di quel territorio e occuparlo facilmente. La Turchia non

protestò, nè sollevò obbiezioni.

Mentre la questione della frontiera tripolo-tunisina era allo stato

acuto e l'Italia ne informava le potenze interessate, una rivoluzione

scoppiò nel territorio di Ghat. Essa venne suscitata da un preteso

sceriffo che si disse francese, non avendo punto il tipo arabo, e che il

pascià di Tripoli ritenne per un emissario del governo della Repubblica.

Lo sceriffo predicava la guerra contro i turchi e contro i francesi. I

Tuaregs si ribellarono contro i turchi, occuparono Ghat, uccisero il

caimacan, imprigionarono il cadì. Quaranta soldati della guarnigione

perirono combattendo; gli altri furono passati per le armi. Il governo

dei Tuaregs a Ghat si sostenne per poco, ossia sino a quando il

governatore di Tripoli inviò in quella città, come governatore del

Fezzan, un arabo di Tripoli che godeva di una grande influenza e che

riuscì a ristabilire l'autorità della Turchia. È da notarsi che cotesta

rivoluzione fu eccitata dalla fazione del capo Knuken, amico fedele

della Francia, quello stesso che stabilì l'accordo tra i Tuaregs e il

maresciallo Mac-Mahon nel 1870 col trattato che fu detto di Gadames. È

evidente che la Francia, stabilita allora da sessant'anni in Algeria e

da nove anni in Tunisia, possedeva mezzi d'azione i più diversi ed

efficaci per esercitare sulla Tripolitania, sul Fezzan, sulle

popolazioni del deserto l'influenza più funesta.

Nè vanno passati sotto silenzio altri fatti, come le frequenti

incursioni dei francesi in Tripolitania. Nel 1886 il generale Allegro

percorse le vie di Tripoli accompagnato da due sceicchi tunisini, senza

far visita al valì, ma intrattenendosi lungamente col console di

Francia. Fatti analoghi si ripeterono più volte sotto gli occhi delle

autorità turche. Anche in luglio 1890, il valì informava il Console

Generale d'Italia di nuovi intrighi francesi nella regione di Gadames.

Testimonianze sicure non lasciavano dubbio circa l'esattezza delle

informazioni ricevute. Agenti francesi, partiti dal sud dell'Algeria, si

recarono a Tamassinin, capitale dei Tuaregs Ajasser, e trattarono coi

capi per la cessione di quella città alla Francia, o quanto meno per la

sua occupazione temporanea. Tamassinin è punto d'importanza capitale per

le carovane che vanno da Gadames al Tuat e di là al Sokoto. I Tuaregs

ricevettero il prezzo della cessione, ma, come accade di frequente con

quella gente, disparvero senza mantenere la loro parola. Degli _spahis_

furono inviati dal governo francese a Gadames alla ricerca dei Tuaregs

fuggitivi. Essi portavano altresì lettere per i notabili di Gadames e

tra gli altri per uno dei più ricchi commercianti di quel centro, il

quale aveva pure domicilio a Tripoli, tal Toher Bassiri, antico agente

segreto del console Féraud. Il caimacan di Gadames sorprese cotesta

corrispondenza e la spedì al governatore generale. Bassiri fu arrestato

e condotto a Tripoli, dove però fu rimesso in libertà. La sera stessa

dell'arrivo di Bassiri a Tripoli, il valì si recava secondo l'abitudine

dal console di Francia per passarvi la serata e vi restò sino a notte

tarda. È noto, del resto, che i rapporti tra il valì e il signor

Destrées erano intimi.

In conclusione alla metà del 1890 la situazione era questa: la frontiera

tunisina si era, di fatto se non di diritto, estesa al sud-est di

qualche migliaio di chilometri quadrati; e i punti principali del

sud-est tunisino erano stati fortificati, mentre la Turchia aveva

diminuito i suoi effettivi sulla frontiera. Tutto era pronto in Tunisia

per una rapida concentrazione di truppe sulla frontiera tripolitana.

Grazie alla ferrovia Bona-Guelma, aperta all'esercizio il 1.º maggio

1887, forti contingenti di truppe potevano essere trasportati

dall'Algeria sino a Tebessa, e da qui una strada militare conduceva per

Feriana e Gafsa a Gabes. Dinanzi ad un movimento offensivo in tal modo

preparato, il valì di Tripoli non avrebbe potuto opporre una resistenza

seria.

A meglio chiarire lo stato della questione quale si presentava al

governo italiano alla fine del 1890 giova riferire la seguente memoria

che per incarico di Crispi fu redatta dal compianto generale Luchino Dal

Verme:

«I) prescindendo da qualsiasi argomentazione desunta da documenti

diplomatici, il solo esame delle carte della regione dimostra che il

confine storico fra la Tunisia e la Tripolitania non è quello preteso

dalla Francia, ma un altro 30 chilometri all'incirca più a ponente; e

così pure che la Tripolitania ha un deserto proprio a mezzodì del Suf

algerino;

II) l'usurpazione del territorio interposto fra l'antica e la nuova

frontiera danneggia la situazione strategica della potenza che sta in

Tripolitania, sia pel fatto dell'avvenuta occupazione come per

l'usurpazione ulteriore a cui quella ha additata ed aperta la via;

III) l'accordo anglo-francese del 5 agosto 1890, pur avendo l'apparenza

del rispetto all'_hinterland_ tripolino, lascia alla Francia, all'atto

pratico, libertà d'azione verso levante, con grave danno della potenza

che è padrona della Tripolitania.

Questioni internazionali · 第 5 / 37 题