VII.

Entrai in quel caro appartamento che ritrovava in maniera tanto

insperata, con profondo sentimento di gioia, e fra lacrime di

riconoscenza per sir John rividi la mia camera azzurra, quella camera

dei miei sogni, e quel grande specchio a cornice dorata predettomi da

Dick.

La povera Amy non aveva fatto fortuna; ero sempre stata io la sua

provvidenza; cinque o sei volte era venuta per saper mie nuove e

ricorrere a me; le era stato sempre risposto che era lontana e che

ignoravasi la mia dimora: era venuta a far un ultimo tentativo, con lo

stesso risultato, quando sulla soglia, che ella ripassava disperata, ed

a cui io m’appressavo tremante, ci eravamo incontrate.

Nella solitudine in cui mi trovavo quell’incontro parvemi una

benedizione del cielo: le proposi di restar meco, e senza discorrer del

grado che occuperebbe in casa mia, ella accettò.

Esaminata bene la posizione, a due partiti potevamo attenerci.

Gli arredi della casa di Piccadilly erano miei, giacchè m’erano

stati donati da sir John; e, venduti, potevano valere da due mila a

duemilacinquecento sterline.

Potevo dunque con ciò che mi restava realizzar un sessantamila franchi,

da cento o centoventi sterline di rendita.

Rinunziando al mondo, al lusso, alla vita elegante, tornando alla mia

casetta di Nutley, non dovevo darmi pensiero dell’avvenire: la mia

esistenza era assicurata.

Volendo, per l’opposto, seguir la via in cui ero entrata, quella

dell’avventura, del capriccio, del caso, doveva serbare le

suppellettili e la casa, avrei ricevuto gente, avrei aperto saloni di

giuoco e corso il rischio di novelli amori.

Ahimè! il mio carattere pur troppo m’incitava a quest’ultimo partito,

ed Amy che compiva meco l’ufficio dal serpente tenuto sei mila anni

prima con Eva m’incoraggiava a tal risoluzione.

Chi legge indovina che ad essa m’attenni.

Dio che rappresenta la misericordia, non la vendetta, non chiede,

spero, ch’io racconti nei suoi particolari l’anno che passò, e che fu

il diciannovesimo della mia vita: tutte le fasi di quella vita dolorosa

della donna che vive della sua beltà, vi furono da me percorse, tutti

i dolori esauriti, tutte le vergogne bevute: se non le enumero, non è

già che le avessi dimenticate, ma mi manca la forza di ripassar colla

memoria per lo stesso sentiero; dirò che un anno, giorno per giorno,

dopo il mio ritorno nella casetta di Piccadilly, ne uscivo, venduti

i mobili, le gioie, i merletti, assai più povera e derelitta, che non

ero uscita da Up-Park, non possedendo più delle reliquie del mio antico

splendore, che la veste di seta che portavo indosso.

Com’ero caduta a tal grado di miseria, che Amy stessa, causa prima

e perseverante della mia perdita, m’aveva abbandonata? — La fatalità

sola, che voleva precipitarmi all’ultimo gradino della scala umana per

farmeli di nuovo salir tutti, potrebbe dirlo.

Ogni minuzia di quella terribil giornata m’è presente alla memoria: fu

il venerdì, 26 ottobre 1782, che uscii alle undici del mattino, con un

tempo freddo e nebbioso, qual non trovi che a Londra, dalla casetta di

Piccadilly.

Avevo mangiato un tozzo di pane e bevuto un bicchier d’acqua a

colezione: non ero sicura d’aver altrettanto a pranzo.

Seguii Piccadilly fin a Old-Bond-Street, senza sapere ove andavo, senza

tendere ad una meta: andavo innanzi, alla cieca, urtando i viandanti ed

urtando i muri: mi trovai ben presto in Oxford-Street: il caso solo mi

aveva condotta.

Ivi tornai in me: ero quasi rimpetto alla casa di miss Arabella. Mi vi

fermai un momento: una carrozza venne dal cortile; si fermò a piè delle

scale; una donna tutta avvolta in una ricca mantellina di raso fregiata

di merletti vi salì seguita da un elegante cavaliere: la carrozza si

richiuse e passò coprendomi di fango. — Quella donna era miss Arabella;

il cavaliere, che probabilmente era un nuovo adoratore, mi era ignoto.

La carrozza sparì per High-Street.

Perchè quella donna, che non era forse di miglior qualità di me,

restava ricca e felice, mentre, dopo essere stata ricca e felice quanto

lei, io la guardavo passare, povera e miserabile, e la sua carrozza mi

lordava di fango?

Mi parve quella una crudeltà inesplicabile della natura.

Restai immobile nello stesso luogo, mezz’ora forse, e senza dubbio mi

sarei rimasta più a lungo, senza saper perchè restavo ferma in luogo

di camminare, se un crocchio non mi si fosse formato intorno, e se un

_policeman_, penetrando nel gruppo, non m’avesse domandato che facevo

colà, simile ad una statua, muta e co’ piedi nel fango.

Gli risposi che, avendo veduto uscire una donna di mia conoscenza dal

numero 23, aspettava il suo ritorno per parlarle.

— Andate avanti, mi disse sgarbatamente il _policeman_; le donne vostre

pari han dritto soltanto la sera di star ferme su’ marciapiedi.

Quelle parole mi entrarono nel cuore come un ferro rovente; diedi un

salto e per Dean-Street scesi verso lo Strand.

Fatti appena pochi passi, mi trovai innanzi al negozio del signor

Plowden, ove, come i lettori sanno, ero restata un mese; ivi la vita

non era stata per me nè felice, nè brillante, ma calma.

Al posto ove m’ero seduta durante quel mese era una giovane quasi mia

coetanea. Era certo meno avvenente di me; ma era facile vedere dalla

placidità del suo volto ch’era arrivata, o quasi, alla meta de’ suoi

desideri e della sua ambizione.

Mi ricordavo troppo crudelmente l’apostrofe del policeman per restar

innanzi al magazzino del signor Plowden, come m’ero fermata innanzi al

palazzo di miss Arabella.

Risalii lo Strand fino a King-Williams-Street, e di là passai a

Leycester-Square, e quasi dovessi a grado a grado risalir la scala

delle mie memorie, ivi ritrovai quella casetta del signor Hawarden,

ov’era scesa arrivando a Londra, ed ove aveva trovato sì dolce e

benevola ospitalità.

Dopo lo Strand ero stata colta dalla pioggia che continuava a scendere

sempre più copiosa; ma ero giunta a tal grado d’insensibilità che non

m’avvedevo d’essere bagnata fin all’ossa: la casetta aveva sempre la

sua apparenza d’onestà, anzi di puritanismo: sedetti su gli scalini

d’un teatro ambulante costruito sulla piazza.

Avevo di rimpetto la porta della casa del signor Hawarden; vi restai

più di due ore: pioveva sempre; la fame cominciava a farmisi sentire,

ma ero troppo superba per andar a chieder del pane a quella casa

ospitale.

Sventuratamente due risorse, sulle quali avrei potuto far assegnamento

in quello estremo, mi venivano meno.

Il signor Sheridan, di cui avevo tanto spesso udito il nome come

direttore di Drury-Lane, era ridotto nell’impossibilità di giovarmi per

l’incendio del suo teatro, ove avrei potuto esser addetta e farmi un

nome.

Romney non m’aveva mai dato il suo indirizzo: credevo ricordarmi

soltanto che dimorava poco lontano da Cavendish-Square, ma l’indirizzo

era troppo vago, perchè potessi trovar la sua dimora.

Mi bisognava un soccorso pronto ed efficace: avevo fame; non avevo ove

mangiare; la notte avanzava; non avevo ove dormire.

Levai gli occhi al cielo, per tentar di placarne la collera con uno

sguardo supplichevole.

In quel punto una carrozza passava a quattro passi dal luogo ov’ero

seduta; si fermò; lo sportello s’aprì; una donna su’ quarant’anni,

avvolta in un bellissimo cacimiro indiano, ne discese, e mi si fece

incontro, esponendosi alla pioggia che veniva giù a secchie.

Un misto di cinismo e di volgarità era nelle sembianze di quella donna,

e contrastava con le sue vesti eleganti.

Non potendo credere che volesse parlare a me, avevo lasciato ricader la

fronte fra le due mani.

Ella mi toccò la spalla.

Rialzai il capo: ella era ritta innanzi a me: mi guardò con attenzione

sfacciata, e mormorò:

— Affè! è leggiadra, leggiadrissima.

La guardai stupita.

Che voleva da me quella donna?

— Perchè restate così esposta alla pioggia? mi chiese.

— Perchè non so ove andare, risposi.

— Oibò! con un visino come questo, non è mai difficile trovar un asilo.

— Eppure io non l’ho trovato.

— Perchè siete tanto pallida?

— Perchè ho freddo e fame.

— Non siete inferma?

— No; ma certo lo sarò, se resto stanotte sul lastrico.

— Chi v’obbliga a restar all’aria stanotte? Venite meco.

La guardai.

— Chi siete? dissi.

— Son tale che v’offro ciò che non avete; cibo, tetto, vesti, danaro.

— Ed a qual prezzo?

— Lo saprete: ma spicciatevi; perdo, non il tempo, ma il cappello e la

mantellina a discorrere con voi.

Esitai.

— Dunque buonasera, quella giovane.

E fece un passo per tornar alla carrozza.

— Signora! signora! le dissi.

— Ebbene, avete risoluto?

— Se domani i progetti che avete sopra di me non mi convengono, sarò io

libera di lasciarvi?

— Certamente, però rimborsandomi tutte le spese che avrò fatte per voi,

se mai ne facessi.

— Vi seguo, signora.

Mi alzai, i miei abiti eran tutti grondanti d’acqua.

— Mettetevi alla parte d’avanti della carrozza, e fatevi più piccola

quanto più vi sarà possibile.

Io obbedii, ella crollò la testa.

— Voi siete in un tristo stato: a proposito, avete nessuna partita da

aggiustare colla polizia?

— Io?

— Sì, voi.

— Come potrei aver qualche partita da aggiustare con la polizia, io che

sono uscita da casa mia questa mattina?

— Ah, voi eravate a casa vostra.

— Sì.

— E dove sta la casa vostra?

— A Piccadilly.

— Ma Piccadilly non è uno de’ nostri rioni.

— Uno de’ nostri rioni? io non vi comprendo.

Essa mi guardò ancora, ed allungò le labbra.

— Infatti è possibile, ella disse, ha un’aria onesta, ma si prende così

facilmente quest’aria.

— Signora, le dissi, quasi spaventata dalla trivialità del suo

linguaggio, se vi pentite dell’offerta che mi avete fatta, son pronta a

scendere di carrozza.

— No, rimanete.

E tirando ella stessa lo sportello che si chiuse.

— A casa, disse al cocchiere.

Dieci minuti dopo la carrozza si fermava alla porta d’una casa di

Hay-Market, le cui finestre eran tutte chiuse.

Io aveva molto freddo, ma nell’entrare in quella casa, e sentendo la

porta chiudersi dietro di me, ebbi anche più freddo.

Mi pareva di entrare in una tomba.

Ed infatti era una tomba, tomba del pudore e della virtù, d’onde non si

esce mai senza conservare sulla sua persona quelle tracce della morte

morale, ben più terribili di quelle della morte fisica.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 · 第 15 / 28 题