Quella commozione fu una delle più violente della mia vita: fin allora
ero salita dalla miseria al lusso, dalla sventura alla gioia: d’un
colpo, qualche cosa rompevasi nella mia esistenza; ed io stessa cessava
di credere alla mia invulnerabilità.
Amavo Harry con tutta l’anima, e l’anima mia era tutta straziata nello
strapparne quell’amore; esso aveva radici in tutto il mio essere e non
una parte di me stessa non era addolorata.
Al lato ideale, sul quale era caduto il primo colpo, seguiva il lato
materiale. Rimasta viva dopo l’urto, dovevo pensare a vivere, e ne’
grandi dolori è questa una terribile fatica.
Ove andrei? che diverrei? sotto qual tetto mi rifuggirei? su qual
pietra poserei il capo?
— Non lo sapevo; lo chiedevo a me stessa, seduta sotto un albero del
gran viale, di cui, otto giorni prima sollevavo la polvere con le ruote
d’un’elegante carrozza, o sotto i piedi d’un magnifico cavallo.
Avendo noleggiata una vettura nella vicina città, l’avevo empita con
due o tre bauli; mi aveva serbato un posto, e quando il cocchiere mi
domandò: «Ove condurrò Vossignoria?» non seppi che rispondergli.
— Seguite la via, gli dissi.
— In qual direzione?
— In questa.
— Ma fin dove?
— Fin al primo villaggio, od alla prima città.
— Il primo borgo è Nutley.
— Andiamo a Nutley?
Il cocchiere maravigliato partì.
Dopo tre ore, fermossi in una grossa borgata in posizione amenissima, a
piè d’una collina.
— Siamo a Nutley, mi disse.
— Informatevi se v’è una casetta da affittare, che possa occuparsi da
una donna sola con una cameriera.
Gettò le briglie sulla groppa del cavallo e si diè a cercare quel che
domandavo.
Restai immobile e muta nella carrozza, quanti minuti o quante ore, non
saprei dirlo: avevo perduto la misura del tempo.
Tornò: aveva trovato all’altra estremità del villaggio un piccolo
_cottage_, che, secondo lui, doveva perfettamente convenirmi.
— Conducetemi, gli dissi.
Il cavallo fermossi innanzi ad una casetta lieta d’ombra e di fiori:
era posta nel mezzo d’un giardino chiuso da una siepe e nel quale
penetravasi per un cancello di legno dipinto in verde, come le imposte
delle finestre. Era stata dalla padrona lasciata in custodia ad una
vecchia, commettendole di darla in fitto a chi volesse. Quella signora,
senza altra fortuna che quel _cottage_ ed una piccola rendita di
cinquanta lire di cui viveva, era stata chiamata presso suo fratello,
uffiziale generale in ritiro che aveva perduto l’unica sua figlia.
La casa era rimasta qual l’aveva lasciata, cioè fornita di ogni
suppellettile, modesta, ma pulita.
Un solo sguardo mi bastò volgere alla casa per riconoscerla conveniente
sotto ogni rapporto allo stato del mio cuore e della mia borsa: era
abbastanza solitaria perchè vi trovassi la pace ond’aveva d’uopo; era
abbastanza modesta per darmi, benchè povera, tempo di risolvermi su
quel che mi restava a fare.
Il prezzo n’era di trenta lire annue: pagai sei mesi anticipati con
facoltà di lasciar la casa quando mi piacesse, senza pagar nulla di
più, purchè ne partissi nel corso dei sei primi mesi: la mia fortuna si
trovò così ridotta a 230 lire, cioè a 5750 franchi.
Ove volessi restar in quella casa e vivervi lontana dal mondo, ero
sicura di circa tre anni di pace.
Due ore dopo, ero stabilita nel cottage, con cui la mia toletta più
semplice contrastava singolarmente; ma quando paragonai a quella
modesta ma ridentissima dimora il punto dal quale ero partita, parvemi
che nella mia caduta mi fossi almeno fermata a mezza via.
Mediante una lira al mese ed il vitto, la vecchia acconsentì a restar
meco e ad attendere a tutte le faccende di casa.
Mio primo pensiero fu di farmi fare due o tre abiti più conformi alla
modesta vita che dovevo menare: li feci fare di seta nera ed a tutte le
domande risposi nomarmi mistress Hearts, esser vedova, ed essere andata
a passar nella solitudine e nel silenzio i primi mesi del mio dolore e
della mia vedovanza.
Ero molto giovane per essere già vedova; delle mie parole crederono
quel che vollero: m’importava poco; non vedevo nessuno.
Gli otto primi giorni passarono interi in preda a quel dolore fisico
e morale, che sempre accompagna i grandi cataclismi della vita; poi,
a poco a poco, la calma mi tornò, se non nel cuore, nella mente, e
potetti giudicare del mio stato.
Insomma, aveva perduto un uomo amato, ma era egli degno delle
mie lagrime? La sua condotta era stata a mio riguardo quella d’un
gentiluomo? Al rovinar delle sua fortuna s’era dato pensiero di me?
Aveva posto mente a quel che diverrei? Aveva tentato risparmiarmi una
di quelle vergogne serbate alle misere donne che han posto la loro vita
nell’amore?
Mi era forza confessare che no.
Che differenza dalla condotta di sir John Payne alla sua.
Giunta a giudicar sir Harry con imparzialità e ad apprezzarlo pel
giusto suo valore, ero assai vicina a consolarmi della sua perdita.
Era un bello ed elegante giovine di certo; ma la memoria mi ricordava
fra gli amici di sir John cinque o sei amici eleganti ed avvenenti
quanto lui, e secondo ogni probabilità, senza il misterioso incidente
col cui favore era entrato nella mia vita e v’aveva lasciato un’orma
incancellabile, non avrei badato a lui più che ad un altro, e mi
sarebbe passato accanto inosservato.
Lo stato poi in cui mi trovavo era certo migliore che al mio primo
arrivo in Londra. Volevo viver solitaria? Avevo a me d’innanzi una
lunga serie di giorni tranquilli. Volevo riapparire a Londra con la
stessa pompa di quando ne ero partita? Avevo certo uno o due mesi di
lusso da gettar agli occhi di quella società, in cui ero vissuta, ed in
cui potevo sempre rientrar con le stesse condizioni.
Fatte queste riflessioni, volsi uno sguardo allo specchio: ero più
giovane, più bella, più fresca che mai, e se qualche traccia restavami
ancora sulle guancie delle lagrime versate, erano già cancellate in un
mezzo sorriso.
Un sol bisogno risentivo dopo la vita fragorosa, dopo i giorni di
festa, dopo le notti di giuoco che avevo traversate, quelle di poche
settimane di riposo: la serenità del mio cuore era turbata come
la purezza d’un lago dopo una procella; gli bisognava il tempo di
riprendere la primitiva limpidità.
E però i primi giorni di solitudine che passai in quella casetta di
Nutley non furono scevri di malinconici gaudi, che talvolta rimpiansi
all’apice delle grandezze, e chiesi a me stessa se quella vita dolce,
facile, di cui tutti i giorni somigliavansi non fosse infin di conto
quella a cui ci ha destinati la natura.
Ma, debbo dirlo, a quella dimanda, una voce segreta rispondeva: che non
ero di quelle a cui la natura ha serbato la calma della mediocrità e
le dolcezze della solitudine: avevo al contrario uno di que’ caratteri
estremi, cui fa d’uopo della lotta e del trionfo o della disfatta che
la seguono. Su qual teatro s’impegnerebbe quella lotta del mio avvenire
contro il mio destino? Nol sapevo; ma sentivo che, atleta del lusso,
del capriccio, dell’ignoto, il momento di calma in cui ero caduta non
era che il momentaneo riposo che precede la pugna.
Due mesi restai a Nutley, quasi senza varcare l’uscio del giardino. In
questi due mesi tutte le aspirazioni della mia gioventù ebbero tempo di
rinascere; la ferita del mio cuore si rimarginò, tanto più facilmente,
perchè dicevo a me stessa, che nell’abbandono di sir Harry, abbandono
forzato, nulla aveva avuto a soffrire il mio amor proprio, giacchè la
nostra separazione era stata cagionata non da un raffreddamento della
sua passione, ma da una forza esercitata su lui da avvenimenti più
possenti della sua volontà. Ora in tali abbandoni, forse non dovrei
tradir questi segreti femminili alla pubblicità, il nostro amor proprio
sanguina anche più del nostro cuore, e la donna, che può dire: «son
divisa dal mio amante, ma son sicura che mi ama sempre» si consola
assai più facilmente di quella che dice: «Son separata dal mio amante
perchè non m’ama più.»
Ne risultò che nel corso del secondo mese del mio ritiro, sentendomi
di nuovo invincibilmente trascinata a quel turbine, che da un anno
mi rapiva seco, deliberai di tornar a Londra e di tentar di nuovo la
fortuna: m’era stata fin allora sì fedele, che potevo sperar che non
m’abbandonerebbe a mezza via.
D’altronde, a misura che la riflessione, o meglio la memoria m’era
tornata, e la luce aveva irradiato il mio spirito, avevo pensato ad una
risorsa che forse ancora restavami; avevo tanto rapidamente lasciata
la casetta di Piccadilly, nella fretta di seguir sir Harry fuori della
mia vita passata, che non aveva più pensato al dono fattomi da sir John
delle ricche suppellettili che conteneva.
Ora, adesso, sentiva una brama ardente di rivedere quella casa,
testimone dei miei primi giorni d’orgoglio, cioè di felicità,
giacchè per me, e ciò è quello che m’ha perduta, la felicità è nella
soddisfazione dell’orgoglio, anzichè in quella dell’amore. Mi ricordavo
vagamente di aver udito dire all’intendente di sir John che un’annata
della pigione della casa era anticipatamente pagata e che quanto
trovavasi nella casa m’apparteneva. Ma nessun atto comprovava quella
donazione; e se la memoria m’ingannava, se l’affitto era fatto in nome
di sir John anzichè nel mio, faccenda di cui non m’ero mai seriamente
occupata, o se il fattore era poco onesto, tutta quella ricca speranza
era perduta.
Venne un momento in cui non potetti reggere a quel dubbio, e deliberai
di partire e di accertarmi della verità qualunque fosse.
Una diligenza passava ogni giorno a Nutley, andando da Lewes a Londra
e viceversa: senza dire alla cameriera se tornerei o no, cosa inutile
giacchè la casa era pagata per due o tre altri mesi ancora, le rimisi
le chiavi, presi posto nella diligenza e partii par Londra, ove giunsi
il domani alla mattina.
Giunta a Londra, chiamai una vettura da nolo, vi feci deporre i miei
bauli, e col cuore palpitante diedi ordine di portarmi a Piccadilly.
Quando la vettura fermossi innanzi alla facciata a me sì nota di quella
cara casa, in cui era per decidersi una questione tanto importante
nella mia vita, sentii mancarmi le forze ed esitai a picchiar
all’uscio.
Ma d’un tratto, quasi per dar termine alla mia incertezza, l’uscio si
aprì per dar passaggio ad una donna, ed io misi un grido di gioia.
Era Amy Strong, che, il lettore lo rammenterà, aveva sempre avuto tanta
influenza sulla mia vita.
Quella volta ancora la fatalità sembrava ricondurmela innanzi.
Mi riconobbe com’io la riconobbi: e ci slanciammo l’una nelle braccia
dell’altra.
Dietro di lei il portinaio stava ritto rispettosamente, col cappello
in mano: quando m’ebbe riconosciuto, aprì i due battenti della porta
perchè la carrozza potesse entrare.
La vettura entrò: fermossi a piè della scala, il portinaio aprì lo
sportello, e vedendomi esitar ad interrogarlo:
— Vossignoria è stata molto tempo assente, mi disse: ma troverà tutto
come il giorno che partì.
E mi presentò la chiave del primo piano, ch’era stato già da me
occupato.
Era chiaro che nulla era mutato, e che quanto racchiudeva la casa era
proprio mio.