Entrarono nella _zeribak_, in mezzo alla quale stavano ingin

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EMILIO SALGARI

LA

FAVORITA DEL MAHDI

PARTE PRIMA

Greci e Arabi

PARTE SECONDA

L'insurrezione del Sudan

PARTE TERZA

Il Mahdi

MILANO

CASA EDITRICE BIETTI

1911

PROPRIETÀ LETTERARIA

_Tipografia Casa Editrice Bietti--Milano_

LA FAVORITA DEL MAHDI

PARTE PRIMA.

Greci e Arabi

CAPITOLO I.--Il Fidanzato di Elenka.

Era la sera del 4 Settembre 1883. Il sole equatoriale, rosso rosso,

scendeva rapidamente verso le aride e dirupate montagne di Mantara,

illuminando vagamente le grandi foreste di palme e di tamarindi e le

coniche capanne di Machmudiech, povero villaggio sudanese, situato

sulla riva destra del maestoso Bahr-el-Abiad o Nilo Bianco, a meno di

quaranta miglia a sud di Chartum.

Da ogni parte dell'orizzonte accorrevano bande di superbe antilopi e

di sciacalli che venivano a dissetarsi sulle poetiche sponde del

fiume, e nell'aria svolazzavano arditamente schiere di fenicotteri

dalle penne rosee e le estremità delle ali fiammeggianti, schiere di

ibis sacre che calavan sulle foglie arrotondate e galleggianti del

_loto_, e file di grossi pellicani che s'appiattavano fra i canneti,

cacciando i pesci.

Sul molo e per le viuzze del villaggio, Negri, Arabi e Turchi,

andavano e venivano rumorosamente, gli uni affacendati a scaricare

cammelli e asini, altri a condurre mandrie di buoi tigrati e di

cammelle ai pozzi, e altri ancora a tirar a secco le barche o a

disarmarle. Per ogni dove si udivano monotone canzoni accompagnate dal

suono del tamburello, che gli echi delle foreste ripercotevano: un

salmodiare di versetti dell'Alcorano, un muggito di animali, uno

sbattere di remi, un chiamarsi, un salutarsi e al disopra di tutti

quei rumori la voce nasale del _muezzin_ che dall'alto dell'esile

minareto, colla faccia rivolta verso la Mecca, gridava:

--_La Allàh ila Allàh_ (Non è Dio fuor di Dio) _Mahàmmed rosul Allàh_

(Maometto è l'apostolo di Dio).

La preghiera del _muezzin_ era appena terminata, quando una barca

partita dalla riva opposta, venne ad arenarsi dinanzi al Machmudiech.

Un ufficiale egiziano che era a prua, scambiate alcune parole coi

battellieri e gettati loro alcuni _parà_ (centesimi) saltò lestamente

a terra salendo la erta sponda.

Era questi un bel giovinotto sui venticinque o ventisei anni, alto di

statura, di forme snelle, eleganti ed insieme vigorose. Il colorito

della sua pelle era d'un bronzo alquanto carico con riflessi rossigni,

la faccia piacevolissima, maschia, ardita, con due occhi che

brillavano d'un fuoco selvaggio e d'indomita fierezza e lunghi baffi

neri. Appena ch'ebbe posto piede sul molo, guardò a dritta e a manca

come cercasse qualcuno, poi si avvicinò ad un soldato egiziano, che

deposto il fucile contro un muricciuolo diroccato, filava del canape

nè più nè meno di una donna:

--Hai veduto il luogotenente Notis Cayma? gli chiese con voce brusca.

--Mi sembra d'averlo scorto, rispose il soldato, pigliando rapidamente

il fucile e salutando.

--Dov'è andato?

--L'ignoro.

L'ufficiale stette alcuni istanti silenzioso guardando la corrente del

fiume e le barche che la solcavano, poi tornò a chiedere:

--Dove trovasi il tenente Oòseir?

--È seduto laggiù sotto quella _rekuba_ (tettoia) che beve il

_narghiléh_[1].

[1] _Bere il narghiléh_ significa fumare col narghiléh, ossia colla

pipa.

L'ufficiale girò sui talloni e si allontanò, camminando colla libera

eleganza degli animali selvaggi e colla nobiltà che è tutta propria

delle nazioni arabe. Attraversò con fatica le linee dei cammelli

inginocchiati sulla via carichi di gomma, d'avorio e di maiz, e si

arrestò dinanzi ad una _rekuba_ sotto la quale fumava beatamente un

_basci-bozuk_.

--_Es-selàm âlekom_, Oòseir (la salute sia con te) disse l'ufficiale.

Il _basci-bozuk_, che volgevagli le spalle, si alzò prontamente,

fissando su lui due occhi verdi come quelli d'una iena.

--Ah! sei tu Abd-el-Kerim! esclamò. Come mai ti trovi qui? Hai da

raccontarmi qualche battaglia avvenuta con quei cani del _Mahdi_?

--Niente affatto, Oòseir, rispose Abd-el-Kerim. Cerco il greco Notis.

--Tuo cognato?

--Non corriamo tanto, amico mio, disse Abd-el-Kerim, sorridendo. Non

lo è ancora.

--Ma lo diverrà.

--Se Allàh (Dio) e il Profeta lo vorranno... L'hai veduto tu, Notis?

--È arrivato dieci minuti or sono, e sorseggia il caffè laggiù in quel

_tugul_.

--Andiamo da lui.

L'arabo e il _basci-bozuk_, l'uno a fianco dell'altro presero la via

che conduceva al caffè del villaggio.

--Come sei con Elenka? chiese Oòseir.

--Sempre in buona relazione, rispose Abd-el Kerim, con tono alquanto

freddo.

--Sei un uomo assai fortunato.

--Può essere.

--La sorella di Notis è una ragazza seducente, la più bella che si

possa trovare in tutta la Nubia e in tutto il Sudan, tanto ammirabile

che tenterebbe anche il Profeta se fosse ancora vivo.

--Sì, bella, superba, forse troppo superba e troppo terribile.

--E l'ami molto, tu?

--Come può amare un arabo.

--È troppo poco Abd-el-Kerim.

--A me sembra sufficiente, Oòseir.

--Mi sembri un po' freddo, oggi. Una volta parlavi con più fuoco. C'è

pericolo che la lontananza e la vita del campo abbiano a spezzare il

nodo?

--Non lo credo, rispose l'arabo quasi di cattivo umore. Elenka è

sempre radicata nel mio cuore. Eppoi chi ardirebbe romperla con quella

creatura? È una greca, ma una greca terribile.

--Deve esserti costato assai, conquistare il cuore di quella superba

donna che disprezzò l'amore di pascià e di _mudir_ (governatori)

--Per conquistarla mi fece soffrire due anni, e soffrire a segno che

credetti d'impazzire. Mi disprezzò, mi derise atrocemente, mi dilaniò

il cuore, poi ebbe pietà di me, si mostrò meno superba e meno feroce e

finì per amarmi. Aveva vinto la greca, ma assai a caro prezzo.

L'arabo si passò la mano sulla fronte e sospirò.

--Ecco il caffè, disse Oòseir, arrestandosi.

Erano giunti dinanzi ad una grande capanna colle mura di mattoni cotti

al sole, diroccate e col tetto acuminato coperto di _ghérsc_ o paglia

durissima.

Vi entrarono. Era occupato da una ventina di persone, parte Arabi,

parte Nubiani e parte Sennaresi avvolti, nonostante il caldo, in

candide _farde_ o in grandi _taub_ (mantelli) orlati di rosso. Alcuni

erano sdraiati su tappeti scolorati e sfilacciati e fumavano

silenziosamente nei loro _scibouk_ di terra cotta e dorata; altri

erano seduti su panche primitive o su vasi rovesciati e bevevano il

_merissak_, specie di birra fatta con maiz fermentato, o

centellinavano con voluttà sibaritica del vero moka fumante racchiuso

in _fiugiàn_ o vasetti senza manico.

In un canto, su di un _angareb_ coperto di stuoie dipinte, stava

sdraiato un greco di media statura dalla pelle chiara, occhi castani e

grandi e una gran barba nera e ispida. Appena che scorse i due

ufficiali scattò in piedi, movendo loro incontro.

--Olà! Abd-el-Kerim! gridò, gaiamente.

--Ah! sei tu, Notis! esclamò l'arabo stringendo vigorosamente la mano

che l'altro gli tendeva.

--Avevo paura che tu non mi venissi incontro. Ira di Dio! Posso

chiamarmi ancora fortunato.

--Avesti torto di supporre che non sarei venuto. Quanto tempo è che

sei arrivato?

--Può essere una mezz'ora che ho lasciata la _dahabiad_ (barca) di

quel birbone d'Ibrahim. Ah! che viaggio noioso, amico mio! Sono

arrostito nè più nè meno d'un montone. Come va, Oòseir?

--Come la può andare ad un uomo che fuma ed ozia tutto il giorno,

rispose il _basci-bozuk_.

--Voi nei villaggi state sempre bene. Ehi! _wadgi_ (caffettiere)

portaci un vaso di _merissak_.

Il _basci-bozuk_ e l'arabo si sedettero e tracannarono parecchie tazze

di birra recate dal _wadgi_.

--Ebbene, Abd-el-Kerim, chiese Notis, come mai non mi chiedi nulla di

mia sorella Elenka? Avresti, per caso, dimenticata la fidanzata?

L'arabo trasalì leggermente e sulla sua fronte si disegnò una ruga.

--Ah! perdona, Notis, rispose egli. La tua presenza, la gioia di

rivederti, me l'avevano fatta dimenticare. Come sta la mia bella

fidanzata?

--Ti porto, innanzi tutto, un monte di saluti e una botte di proteste

amorose, disse Notis ridendo. La piccina sta sempre bene, ma smania

dalla voglia di rivederti e ha sempre paura che tu la dimentichi o che

una disgraziata palla ti colga.

--Ha torto di temere che io l'abbandoni. Dal primo dì che la vidi

sempre l'amai e spero ritornare da lei fedele.

--Tu sai già come sono le donne che amano, e quando queste donne sono

greche. Sono sempre gelose di tutti e di tutto, gelose persino del

sole, dell'aria, della luce.

--Povera Elenka, mormorò l'arabo. Se il Profeta mi conserverà in vita,

la farò... felice.

La sua fronte s'abbuiò e la fiamma vivace che brillavagli negli occhi

si spense.

--Hai qualche funesto presentimento, Abd-el-Kerim? chiese il greco

celiando.

--No, e spero di non averne mai. Sono fatalista come quelli della mia

razza, e ciò basta per tranquillarmi anche nei più terribili momenti.

«Cambiando discorso, che si fa a Hossanieh?

--Si ozia sempre. Dhafar pascià senza i rinforzi che devono venire da

Chartum non si metterà in campagna. Manchiamo totalmente di

artiglierie e tu sai che senza queste non si possono affrontare i

ribelli.

--Temo che i rinforzi arrivino molto tardi. La spedizione di Hicks

pascià costò dodici milioni ed ora le casse sono vuote. E che nuove

dal Sudan?

--Sempre tristi, Notis. Il _Mahdi_ è più forte che mai e non so come

lo vinceremo.

--Bah! fe' il greco, alzando le spalle. Non dò due mesi di vita a quel

falso profeta. Aspetta che veniamo alle mani colle sue orde e tu le

vedrai squagliarsi come neve al sole.

--Non illudiamoci, Notis, e non disprezziamo troppo quegli insorti che

l'anno scorso hanno schiacciato completamente 8000 Egiziani di Yussif

pascià e che hanno espugnato El-Obeid. Credi a me, abbiamo un osso

duro da rodere.

--Ma coi cannoni e coi remingtons lo si roderà.

--Gli Egiziani hanno paura del _Mahdi_ e dei suoi terribili guerrieri.

--Eh! via! Siamo in molti e bene armati.

--Ma disorganizzati. Allàh non voglia che noi abbiamo ad essere vinti:

se veniamo rotti, neppure uno rientrerà in Chartum, te lo dico io,

Notis. Non si darà quartiere a nessuno, nemmeno ai feriti.

--Abbiamo Hicks pascià che ci guida, Abd-el-Kerim.

--Peggio che peggio. Questi Inglesi non sono ben visti dagli Egiziani,

la maggior parte dei quali ben si ricordano del bombardamento

d'Alessandria e dell'eroico Arabi pascià. E poi, che conoscenza hanno

del Sudan, gl'Inglesi?

--E Aladin pascià, non lo conti?

--Aladin è un comandante sottoposto agli ordini dell'inglese e dovrà

curvare il capo per forza.

--A ogni modo si vedrà.

--E a Chartum che si dice della insurrezione? chiese Oòseir.

--Si ha paura che non la si possa domare, rispose Notis. Eppoi vi sono

molti abitanti che parteggiano per il _Mahdi_, credendo realmente che

egli sia l'inviato di Dio.

--Di già?

--Eh! fe' il greco, alzando una mano e facendo schioccar le dita. Vi

sono in città dei partigiani del ribelle, i quali fanno proseliti su

larga scala.

--Quel cane di Mohamed Ahmed è fortunato.

--E anche un grand'uomo, disse Abd-el-Kerim.

--Zitto, dissero improvvisamente alcuni arabi.

--Che c'è? chiese Notis, stizzito da quell'intimazione.

--Udite?...

Al di fuori si suonava un cembalo e tratto tratto s'udivano fragorosi

battimani uniti alle grida di:

--Viva l'_almea_!

--Che succede? domando Oòseir, alzandosi.

--Pare che s'avvicini qualche _almea_, rispose Abd-el-Kerim. Stiamo

qui che verrà a danzare.

--Se la popolazione applaude, deve essere una celebre _almea_, osservò

Notis.

--È Fathma, la più bella danzatrice del Sudan, disse un arabo.

Il suono del cembalo s'avvicinava e si arrestò dinanzi alla porta del

caffè. S'udì un fruscio di vesti di seta e un istante dopo una donna

entrava nella stanza. I tre ufficiali saltarono in piedi mandando un

grido d'ammirazione e di sorpresa.

La donna che entrava era una creatura di bellezza straordinaria,

irresistibile, una di quelle creature nelle quali sembra che Dio abbia

voluto dare un saggio della forza di bellezza, di seduzione e di

incanto a cui può arrivare una donna. Poteva avere appena vent'anni,

alta, robusta, vivace, dalle forme voluttuosamente tondeggianti e

stupendamente sviluppate.

Era di colorito bruno, ma di un bruno caldo, con una testa superba,

con grandi occhi neri, tagliati a mandorla, vivi, scintillanti come

neri diamanti, sormontati da folte sopracciglia arcuate, labbra

coralline, carnose, procaci che lasciavan vedere i candidi denti, che

parevan purissime perle. Dal rosso _tarbusch_ scendevano fluttuanti e

profumati capelli che ricadevano come vellutato mantello sulle robuste

spalle, tutti cosparsi di monetucce d'oro.

Vestiva una leggera gonnella di seta azzurra, ornata di frange d'oro,

stretta mollemente sotto il petto da una ricca cintura tempestata di

stellette d'argento e scendente fino ai calzoncini bianchi che le

coprivano le gambe; un giubbettino rosso le racchiudeva armonicamente

il turgido seno, e nascondeva i nudi e piccoli piedi in babbuccie di

marocchino giallo. Gran copia di aurei cerchietti d'oro le rifulgevan

attorno alle ignude, bellissime e tondeggianti braccia.

--Ah! l'ammirabile _almea_! esclamò Notis.

Infatti quella stupenda donna era un'_almea_ araba. Le _almee_, sono

danzatrici e cantanti sparse per l'Egitto e pel Sudan, che per la loro

coltura e studiata grazia si considerano come il fiore delle donne

egiziane. Esse conoscono le regole della poesia e sanno improvvisare e

comporre canzonette e balli a seconda delle circostanze e prendono

parte a tutte le adunanze di giocondità e a tutti i festini in cui

esse sono sempre il principale ornamento. Formano la delizia delle

giovani donne degli _harem_, alle quali insegnano tutte le _moal_ o

elegie che sanno, raccontano storie galanti o danno lezioni di ballo;

assistono alle pompe matrimoniali precedendo il corteggio della sposa

e seguono persino i funerali cantando _moal_ lamentevoli, piangendo e

dimostrando un tal dolore che qualcuno potrebbe credere che facciano

ciò da senno e di cuore anzichè indotte dal prezzo della mercede.

L'_almea_, entrata nel caffè, dopo di aver salutato gli astanti con un

sorriso affascinante e d'aver dispensato baci colla punta delle sue

manine, s'avvolse in un azzurro velo.

Quasi subito entrò un giovane schiavo munito di un cembalo. Egli si

assise in un canto e, dopo di aver suonato per qualche minuto, gridò:

--Nahbè ia (ecco l'ape!).

L'_almea_ che aveva di già cominciato a danzare con brevi passi e

flessuosi molleggiamenti sui fianchi facendo ondeggiare graziosamente

il velo e tintinnare i cerchietti d'oro delle braccia, a quel grido si

era subitamente arrestata, guardandosi attorno con profondo terrore.

--Ah! esclamò Notis. Eseguisce la danza dell'ape. Sta attento,

Abd-el-Kerim, che merita di essere veduta.

L'arabo non lo udì nemmeno. Colla testa stretta fra le mani e i gomiti

appoggiati sul tavolo, egli fissava l'_almea_ con due occhi

fiammeggianti. La sua faccia era visibilmente alterata, le sue labbra

di quando in quando fremevano e grosse gocce di sudore scorrevangli

sull'ampia fronte. Non respirava quasi più; lo si avrebbe detto

pietrificato.

L'_almea_ s'era messa allora ad agitare le braccia come cercasse di

respingere l'ape che voleva punzecchiarla, atteggiando il suo superbo

volto ad una grande angoscia, ed agitava il leggero velo azzurro con

una varietà di movenze voluttuose. Talvolta si soffermava come

spossata e i suoi occhi, che scintillavano d'un fuoco strano,

selvaggio, si portavano su Abd-el-Kerim, il quale trasaliva come gli

penetrassero in fondo all'anima.

La lotta contro la supposta ape durò per un buon quarto d'ora animata

dall'incessante suono del cembalo, poi l'_almea_ s'arrestò angosciata

e smarrita, gettando un grido acuto di dolore. L'ape apparentemente le

era penetrata fra le vesti e le faceva sentire l'acuto suo

pungiglione.

Essa cercò di liberarsene, poi con movenze agili, vertiginose si mise

a rigirare su sè stessa, abbandonandosi spossata fra le braccia dello

schiavo.

Gli astanti scoppiarono in un grande applauso.

--Ira di Dio! esclamò il greco, battendo fortemente il pugno sul

tavolo. Non ho mai visto una donna simile! È superba come un urì!

Abd-el-Kerim rialzò il capo, le sue mani si raggrinzarono rigando

colle unghie la pelle dell'_angareb_ e lanciò una torva occhiata sul

greco.

--Lui! mormorò.

L'_almea_ si era avvicinata a loro tendendo le mani. Abd-el-Kerim

trasse una manata di piastre e gliele porse. Il sorriso che ne ebbe lo

sconvolse.

Notis li guardò entrambi con sorpresa e sentì una ondata di sangue

montargli alla testa nel sorprendere lo sguardo che si scambiarono e

al sospetto che gli balenò in mente.

--Come ti chiami bell'_almea_? chiese egli sardonicamente.

--Fathma, rispose con nobile alterigia, la danzatrice.

--Tu sei bella! esclamò Oòseir, alzandosi. Tanto bella che io voglio

posare le mie labbra sulle tue.

L'_almea_ si trasse indietro. I suoi occhi s'infiammarono per l'ira e

lo sdegno.

--Non toccarmi, diss'ella con tono di minaccia. Vi sono pugnali capaci

di forare il petto anche a un _basci-bozuk_.

Volse bruscamente le spalle ed uscì dal caffè seguita dallo schiavo.

Oòseir fe' atto di slanciarsi dietro a lei, ma due mani di ferro lo

curvarono sull'_angareb_.

--Non muoverti, gli disse Abd-el-Kerim gravemente.

--Che ti salta in capo? chiese il _basci-bozuk_ irritato.

--Non muoverti, ti ripeto.

--È forse la tua amante?

Il greco si levò coi capelli irti, guardando fissamente l'arabo.

--Tua amante! esclamò con voce strozzata. Ed Elenka? E mia sorella?

--Non aver paura, Notis, disse Abd-el-Kerim, pacatamente. È la prima

volta che io vedo quella donna e sono incapace di tradire la mia

fidanzata.

--Posso crederti?

--Lo devi credere.

--E allora, che importa a te se io voglio baciarla? chiese Oòseir.

L'arabo si tacque, non sapendo certamente che cosa rispondere.

--Hai forse paura che quell'_almea_ mi pugnali.

--Ne sarebbe capace, disse un sennarese, che fumava lì vicino.

--La conosci tu? chiese Notis, con vivacità. Dove abita?

--Non so chi sia. È giunta a Machmudiech due giorni fa e si è subito

fatta temere. Un barcaiuolo che voleva abbracciarla fu da essa

pugnalato e precipitato nel Bahr-el-Abiad.

--È una jena quest'_almea_?

--Forse peggio, rispose il sennarese.

--E dove credi che sia andata ora? domandò Oòseir.

--Ho veduto di fuori il suo cammello. Deve essere partita in direzione

di Hossanieh, giacchè parlava di volersi recare al campo egiziano.

Abd-el-Kerim che aveva prestato molta attenzione a quelle risposte, si

levò in piedi come spinto da una molla.

--È notte diss'egli, con voce leggermente alterata.

--E che importa! esclamò Oòseir.

--Abbiamo da percorrere molta via prima di giungere a Hossanieh.

--Non avete dei _mahari_?

--I _mahari_ non impediscono alle fiere di uscire dai loro covi.

Andiamo, Notis, andiamo.

--Hai ragione, Abd-el-Kerim, rispose il greco alzandosi.

Gettarono una manata di _parà_ al _wadgi_, cinsero le scimitarre che

avevano deposte in un angolo e strinsero la mano al _basci-bozuk_.

--Addio, Oòseir, disse l'arabo.

--Buona fortuna, amici miei, rispose il _basci-bozuk_. Che Allàh e il

Profeta tengano lontani i leoni e le iene.

Arabo e greco salutarono gli astanti e uscirono dal caffè.

CAPITOLO II.--L'almea.

Le tenebre allora erano calate. Al nord, sulla cima delle creste del

monte Auli, appariva la luna la quale vedevasi spandere un incerto

chiarore al di sopra delle oscure boscaglie del Gemanje, e in cielo

salivano le stelle che riflettevansi vagamente sull'azzurra e placida

corrente del Bahr-el-Abiad. Alcuni Sennaresi ed alcuni Arabi

gironzavano ancora o sedevano in mezzo alle vie o a ridosso ai

muricciuoli delle capanne, fumando nel _scibouk_ o nei _narghilèh_.

I due ufficiali scesero verso la riva presso la quale galeggiava una

_dahabiad_ a sei remi montata da alcuni barcaiuoli. Vi entrarono e si

fecero traghettare alla sponda opposta, sbarcando ai piedi delle

foreste, i cui rami giganteschi e fronzuti si curvavano graziosamente

sulle acque.

--Dove sono i cammelli? chiese Notis.

--A cinquecento passi da qui, rispose Abd-el-Kerim, distrattamente.

--Hai preso con te il mio schiavo Takir?

--No, l'ho lasciato al campo onde preparasse la tua tenda.

--Allora chi li guarda? Se tu gli hai lasciati soli non so se li

troveremo ancora. Gli Arabi, amico mio, non sono fiori di

galantuomini.

--Non aver timori, Notis. Gli ho affidati ad un sudanese di mia

conoscenza.

S'arrampicarono sulla riva che veniva giù quasi a picco, tutta

cosparsa di canneti e di enormi radici che s'intrecciavano

confusamente le une colle altre e s'internarono sotto le oscure vôlte

della foresta. Notis prese un sentieruzzo appena appena visibile, ed

Abd-el-Kerim gli si mise dietro in silenzio e colla fronte aggrottata,

come se un grave pensiero lo tormentasse.

Quanto il greco procedeva con passo spedito, altrettanto l'arabo

camminava lento e come svogliato. Anzi quest'ultimo di tratto in

tratto si fermava, voltavasi indietro e mirava con occhio triste e

cupo le rive del fiume e i dintorni, tendendo attentamente l'orecchio.

Dopo una ventina di minuti, il greco scorse, semituffato fra le

piante, una _zeribak_, specie di recinto formato da pali nei quali si

radunano usualmente gli armenti per proteggerli contro gli assalti

delle bestie feroci. Egli si arrestò, armando per precauzione il suo

revolver.

--Olà, Abd-el-Kerim, dove siamo noi? chiese egli.

L'arabo che era lontano, non l'udì e per conseguenza non rispose.

Notis si volse indietro e lo vide fermo in mezzo al sentiero che

guardava fissamente le rive del Bahr-el-Abiad.

--Che può avere Abd-el-Kerim? mormorò egli. Poco fa, quando gli parlai

di mia sorella era diventato gaio e pareva felice. Come ora è

diventato triste? Si direbbe che ha lasciato qualche cosa a

Machmudiech... si direbbe che s'allontana a malincuore.

Egli tornò indietro in punta di piedi e osservò minutamente il

compagno. S'accorse che aveva gli occhi rivolti al villaggio e

precisamente verso il caffè. Fece un gesto di sorpresa e fors'anco

d'impazienza.

--Oh!... esclamò egli.

Uno strano lampo guizzò nei suoi neri occhi. Quasi nel medesimo

istante Abd el-Kerim si volse. La sua faccia si alterò, atteggiandosi

a meraviglia e a dispetto.

--Che vuoi, Notis? chiese egli colla maggior calma del mondo.

--Ho veduto una _zeribak_, rispose il greco con egual tranquillità.

--Non temere, che è quella del sudanese. Là vi sono i nostri _mahari_.

Notis non si mosse; aspettò che egli fosse vicino, poi gli chiese

bruscamente.

--Che hai Abd-el-Kerim?

L'arabo lo guardò come cercasse leggergli negli occhi lo scopo di

quella domanda.

--Tu guardavi fisso fisso Machmudiech, continuò Notis quasi

distrattamente. Perchè?

--Bah! per curiosità.

--Ti dispiacerebbe per caso allontanarti da quel villaggio?

--Perchè, e l'arabo lo guardò ancor più attentamente e con sospetto.

--Non so, mi pareva...

--Non ho alcuna cosa che m'interessi a Machmudiech. Tiriamo innanzi,

Notis, che è tardi. Dobbiamo fare più di 40 miglia per giungere a

Hossanieh.

Essi si rimisero in cammino e giunsero vicini alla _zeribak_, in mezzo

alla quale vedevansi sorgere due lunghe aste sostenenti uno stracciato

vessillo egiziano.

Al primo fischio che mandò Abd-el-Kerim, un sudanese uscì, abbigliato

con una semplice _farda_ bianca gettata graziosamente su di una spalla

e d'un _tarabisc_ rosso sul capo.

--I _mahari_? chiese brevemente l'ufficiale.

--Sono pronti.

Entrarono nella _zeribak_, in mezzo alla quale stavano inginocchiati i

due animali. Questi _mahari_ o _hadjin_, meglio conosciuti per

dromedari, sono cammelli riservati per le corse, docili come cani, più

intelligenti dei cavalli, più sobri e più pazienti dei _djemel_ o

cammelli comuni, dal portamento nobile, altero, e che alla menoma

pressione della guida legata all'anello incastrato nelle nari, vanno

rapidi come il vento percorrendo persino settanta miglia al giorno.

S'accontentano di un nulla, d'un pezzo di pane, d'un pugno d'orzo o di

datteri o di un fastello d'erbe secche e spinose, e son felici quando

l'arabo lascia a loro aspirare il fumo del _scibouk_ prima che passi

dalla cannuccia e doppiamente felici d'una parola affettuosa, d'una

semplice carezza.

Il sudanese li aveva già insellati, accomodando sulla loro gobba una

sella di pelle di montone cava nel mezzo e fornita dinanzi e di dietro

di un pezzo di legno rotondo, posto orizzontalmente, che serve di

appoggio al cavaliere, e appendendo ai loro fianchi i fucili

remingtons, le borse di cuoio e le otri contenenti il cibo o l'acqua,

viveri indispensabili in Africa, dove le città sono rarissime e i

villaggi assai scarsi.

Nel mentre che il greco esaminava le cinghie della sua cavalcatura,

Abd-el-Kerim con un cenno impercettibile chiamava a sè il sudanese.

--Hai veduto passare alcuno? chiese rapidamente e sotto voce.

--Sì, disse il sudanese.

--Chi?

--Due persone su di un _mahari_ dal mantello fosco.

--Erano?...

--L'ignoro, ma una pareami una donna.

Abd-el-Kerim sussultò. La sua faccia, che poco prima era tetra,

s'illuminò di un raggio di gioia. Con un gesto congedò il sudanese.

--In sella Notis, diss'egli.

I due ufficiali fecero inginocchiare i _mahari_ emettendo un semplice

_khh! khh!_ sospirato e s'arrampicarono sulle gobbe sedendosi colle

gambe incrociate.

--Allàh vi guardi, disse il sudanese,

--_Ih! ih!_ gridò Notis.

I due _mahari_, obbedienti al segnale, uscirono dalla _zeribak_ e

partirono seguendo il sentiero che menava all'ovest, prendendo un

lungo trotto, alzando e abbassando bruscamente la testa e la coda,

andatura assai malagevole per chi non vi è abituato, il quale crede

sempre di perdere l'equilibrio e per le continue e violenti scosse

prova forti dolori al capo, dolori alle mani che si gonfiano e dolori

alle reni che si pestano e pare che si spezzino.

L'oscurità allora erasi fatta assai più fitta, specialmente sotto la

foresta, le cui grandi vôlte di verzura impedivano che trapelassero

quasi i raggi lunari. Appena appena scorgevansi i colossali tronchi di

tamarindi i cui rami flessibili sostenevano enormi quantità di frutta

sei volte più lunghe che larghe e ripiene di una polpa molle e acida;

le grandi camerope a ventaglio dal fusto cilindrico coperto di grosse

squame regolari e coronate alla sommità da un magnifico ciuffo di

trenta o quaranta foglie disposte a ventaglio; le acacie mimose alte

come un olmo, sui cui tronchi risaltavano le grossissime bolle della

preziosa gomma che trasuda; le palme _deleb_ coi fusti rigonfi nel

mezzo e tutti i centomila arrampicanti che s'attortigliavano come

serpi attorno ai tronchi degli alberi e che s'arrampicavano sui rami

formando spesso dei pergolati naturali veramente ammirabili.

I _mahari_ eccitati dalla correggia dei cavalieri, che serve nel

medesimo tempo di frusta, in meno di quindici minuti attraversarono la

foresta, la quale stendesi in lunghezza, sì a destra che a sinistra

del Bahr-el-Abiad, da Chartum fino ad Machadat Abu Zet, su due miglia

o poco più di larghezza. Sbucati nelle grandi e aride pianure di

Gemaije, animate solo da qualche gruppo di palme, da qualche acacia

tisica e da miserabili _tugul_ o capanne, allungarono il passo filando

come giganteschi e silenziosi fantasmi verso gli ondulati terreni del

sud, in direzione d'Hossanieh.

Notis che galoppava a pochi passi di distanza da Abd-el-Kerim,

s'avvide subito che questi dava segni strani d'inquietudine della

quale non sapeva ancora indovinare la cagione. Lo vedeva spesso

rizzarsi in sella come volesse abbracciare maggiore orizzonte,

spingere lo sguardo a destra, a manca e dinanzi, e talvolta fare un

gesto quasi di scoraggiamento e di stizza. Più volte lo vide portare

ambe le mani agli orecchi e piegarsi verso terra come uno che cerchi

raccogliere qualche lontano rumore.

--Che mai può avere? andava chiedendosi il greco tormentando la

correggia del _mahari_ e figgendo sempre gli occhi addosso al

compagno. Si vede che ha qualcosa che lo preoccupa ma cerca di

nascondermelo. Quegli occhi fissi sul villaggio, anzi sul caffè,

proprio in quel medesimo luogo ove danzò.... Potrebbe essere vero?...

Un terribile sospetto balenò nella mente di lui, sospetto che gli fe'

gelare il sangue nelle vene e montare, nel medesimo tempo, una fiamma

in viso. Un truce e sinistro lampo animò i suoi occhi che s'accesero

come due carboni.

--Ah!... mormorò egli.

Trasse dalla sua borsa un pizzico di tabacco, lo arrotolò in un

fogliolino di carta, ne formò una sigaretta che accese, malgrado la

rapidità vertiginosa del _mahari_, mandò in aria tre o quattro boccate

di fumo, e volgendosi verso Abd-el-Kerim:

--A che pensi cognato mio? gli chiese, affettando la massima

noncuranza.

--A mille cose, rispose l'arabo.

--Tu pensi a mia sorella Elenka, Abd-el-Kerim, te lo dirò io.

L'arabo stette un momento muto, come non avesse capito.

--Non puoi ingannarti, rispose di poi. La fiamma che nasce nel cuore,

non si spegne neanche in sogno.

--Ed io sai a chi penso?

--Leggere il pensiero dell'uomo non è dato che ad Allah e al suo

profeta.

--Penso a quell'adorabile _almea_ che vidi danzare a Machmudiech.

Sulla bruna pelle dell'arabo passò un fremito.

--A Fathma, articolò sordamente egli.

--Sì, a Fathma. Come la trovasti tu?

--Mi pareva avere dinanzi...

Voleva aggiungere una _uri_ di Maometto, ma le parole gli morirono

sulle labbra.

--Una bella donna, vuoi dire.

--Presso a poco. E come mai tu pensi a lei?

--Perchè?... Credo di non dir troppo, se ti confesso che i suoi occhi

mi hanno affascinato e che la sua voce mi toccò il cuore.

Se fosse stato giorno Notis avrebbe potuto vedere le labbra dell'arabo

contrarsi e la sua faccia diventare cinerea.

--Ah!... si sforzò di dire Abd-el-Kerim.

«Quella creatura ti ha morso il cuore?

--Di' invece che vi ha gettato una scintilla dentro.

--E questa scintilla sarebbe?

--D'amore.

L'arabo diede un sì violento strappo alla correggia che il _mahari_ fu

forzato ad alzare la testa. Notis se ne accorse.

--Che diavolo hai Abd-el-Kerim?

--Nulla, ho sostenuto il cammello che stava per inciampare contro un

sasso.

--Uh! fe' il greco. Non so come un sasso possa trovarsi fra questi

terreni.

La conversazione finì li. I due _mahari_ che avevano per un istante

rallentata la corsa, la ripresero più velocemente salendo e

discendendo le colline cosparse d'erbe spinose chiamate dagli indigeni

_alfèh_, arse dai cocenti raggi del sole equatoriale.

La pianura, rotta qua e là da radi ed intristiti palmizi e da qualche

torrente pantanoso, andava allora allargandosi fiancheggiata all'est

dalle selve che seguono il Bahr-el-Abiad nel tortuoso suo corso e

all'ovest da piccole catene di montagne, dietro le quali

giganteggiavano i monti Arab, Mussa, Scemela e Mantara.

A mezza notte avevano già percorso più di mezza via, e stavano per

rallentare la corsa per dare un po' di riposo ai due animali, quando

in lontananza scoppiò improvvisamente una detonazione.

Abd-el-Kerim a quello scoppio sussultò.

--Hai udito, Notis? chiese egli, staccando dalla sella il remington.

--Distintamente, amico mio, rispose il greco senza scomporsi.

--Può essere qualcuno che corre un pericolo.

--E può essere stato anche un cacciatore.

--È impossibile.

--E perchè di grazia? M'hanno detto che in queste contrade amano

cacciare il leone e tu sai meglio di me che quest'animale non si

caccia che di notte.

--Tuttavia...

--Aggiungi che siamo in un paese sollevato a rivolta e che le spie dei

ribelli non di rado vengono a ronzare attorno agli accampamenti

egiziani. Lascia Abd-el-Kerim, che colui che tirò la moschettata si

appicchi.

L'arabo non rispose, però eccitò il _mahari_ e si sollevò maggiormente

guardando innanzi a sè. Fu appunto elevandosi che scorse un'ombra

giallastra galoppare furiosamente per la pianura.

--Oh! oh! Sta in guardia, Notis, che abbiamo un leone vicino,

diss'egli.

--Quando è così, credo che faremo bene ad armare i remingtons. Spero

che il signore del deserto non ardirà d'assalirci. Eh!...

Una seconda detonazione risuonò in lontananza, poi una terza un

momento dopo.

--Ah! Notis, non è un cacciatore! esclamò Abd-el-Kerim. Te lo dico io.

--Hai delle idee strane, quest'oggi. Ti commuovi per due o tre

fucilate!

--Abbiamo dinanzi a noi un _mahari_, Notis.

--Ebbene, e che vuol dir questo?

--Non sai... lo monta una donna, un uri...

--Chi? Chi?...

--È Fathma!

--Il mio amore! Vola, Abd-el-Kerim! Accorriamo!

La faccia dell'arabo si sconvolse trucemente a quelle esclamazioni,

però non disse parola alcuna, Montò il remington e sferzò il cammello

curvandosi in sella.

I due _mahari_ partirono come il vento e salirono una collina che

impediva di scorgere la sottostante pianura. Un quarto colpo di fucile

ruppe il silenzio della notte e così vicino, da credere che colui che

l'aveva esploso fosse appena a un cinquecento metri dalle alture.

Quasi subito s'udì un terribile grido:

--Aiuto!... Aiuto!...

--Ah! qual voce! esclamò Abd-el-Kerim, Corri Notis, corri!

Giunsero sulla cima della collina, e di là videro rovesciati in mezzo

alla pianura un cammello e un uomo che si dibattevano disperatamente

fra le sabbie, e a pochi passi da loro una donna, la quale mirava un

gigantesco leone che volteggiavale vertiginosamente attorno con salti

mostruosi.

--Notis!... È Fathma! gridò Abd-el-Kerim.

Con un salto da tigre si precipitò di sella, s'inginocchiò e puntò il

remington. Il colpo partì. Il leone ferito alla testa fece un balzo di

quindici piedi, gettando uno spaventevole ruggito.

S'arrestò colla criniera irta che lo faceva parere due volte più

grosso. Sfuggì alle moschettate di Notis e di Fathma e s'avventò

contro l'arabo che aveva tratto l'_jatagan_.

L'urto fu terribile. Uomo e leone caddero al suolo, l'uno gettando

urla selvaggie e l'altro ruggendo orrendamente.

Notis volò coraggiosamente in aiuto di Abd-el-Kerim, ma prima che

potesse giungervi vicino, questi erasi già sollevato coll'_jatagan_

lordo di sangue fino all'impugnatura, calmo, sorridente, e con un

piede sul corpo del leone che era morto sul colpo.

--Sei ferito?... Tu mi fai paura!

--Non aver timore, Notis, disse Abd-el-Kerim. Il leone è morto senza

che abbia avuto il tempo di toccarmi le carni.

--Tu sei stato pazzo assaltarlo coll'_jatagan_.

--In questa notte e in questo posto avrei lottato con dieci leoni.

Afferrò il suo _mahari_ per la correggia e si diresse a rapidi passi

verso Fathma che si era inginocchiata accanto all'uomo. Notis lo

seguì.

--_Es-selàm-alekom_ (la salute sia con te) disse l'arabo all'_almea_.

Fathma alzò il capo, lo guardò per alcuni istanti con quei due occhi

che fiammeggiavano, si rizzò in piedi e tendendo la sua piccola mano

verso di lui.

--Sei un eroe! gli disse.

--Grazie, Fathma.

L'_almea_ gli si avvicinò ancor più.

--Ah! tu sei quello che vidi a Machmudiech.

--Non t'inganni. Ecco qui il mio compagno.

--Allàh vi compensi del bene che mi avete fatto. Senza di voi sarei a

quest'ora morta.

--E della tua morte non me ne sarei giammai consolato, adorabile

creatura, disse galantemente Notis.

L'_almea_ crollò il capo e un sorriso sfiorò le sue labbra, ma parve

un sorriso amaro, forzato e forse anche ironico.

--Dove ti rechi? le chiese l'arabo.

--Al campo d'Hossanieh.

--Come noi. Mi pare che il tuo _mahari_ e il tuo schiavo sieno morti,

--Il leone li ha uccisi.

--Vuoi salire sul mio _mahari_? È un animale forte e le mie braccia

sono capaci di sostenere il leggero tuo corpo. Vi starai come in un

_angareb_.

--E perchè no sul mio? domandò Notis.

--L'eroe è sempre più forte, disse l'_almea_.

Il greco aggrottò la fronte e strinse le pugna con dispetto.

--Ah! mormorò egli. Eroe!... Lo vedremo, Abd-el-Kerim!

L'arabo salì sul _mahari_, allungò le braccia all'_almea_ e la trasse

in groppa, facendola sedere sulle proprie ginocchia e circondandola

delicatamente colle braccia. Notis da canto suo s'accomodò sulla sella

del suo animale.

--Va, mio nobile amico, disse Abd-el-Kerim, prendendo la correggia a

facendola fischiare nell'aria. Tu sei abbastanza forte per portarci

entrambi.

I _mahari_ ripigliarono la disordinata loro corsa in mezzo alla

pianura, divorando la via con crescente rapidità.

Fathma, abbandonata fra le braccia dell'arabo che talvolta se

l'accostava al petto in modo da sentire i battiti del suo picciol

cuore, non diceva parola. Solo di tratto in tratto girava la testa

verso colui che la reggeva, figgeva i suoi neri e grandi occhi sul di

lui volto, e le sue labbra coralline aprivansi a un sorriso

affascinante.

Abd-el-Kerim, nel sentirla appoggiata così mollemente sulle ginocchia,

nel sentire la lunga e nera capigliatura sferzargli il volto, e

talvolta circondare e arrestarsi intorno al suo collo, nel respirare

l'ardente alito di lei, nel guardarla, provava delle emozioni così

strane, così voluttuose, così dolci, che parevagli talvolta di

sognare. Il sangue gli montava alla testa e gli circolava più rapido

nelle vene, il cuore battevagli febbrilmente, i suoi occhi si

fissarono involontariamente su lei, e, per quanto facesse, non

riusciva a staccarneli.

In mezzo a quelle emozioni che a poco a poco facevansi più forti,

l'immagine abbagliante della fiera Elenka s'oscurava, sfumava,

scompariva. Persino l'immagine di Notis s'abbuiava e cancellavasi, e a

segno che l'arabo credevasi di essere solo con Fathma a percorrere la

pianura.

--Fathma, disse d'un tratto egli, con una voce nella quale suonava un

accento infinitamente accarezzevole.

L'_almea_, nell'udirsi chiamare, si scosse e volse il capo verso di

lui.

--Fathma, dove andrai quando saremo a Hossanieh?

--Perchè? chiese ella.

--Perchè?... Ma...

--Ti interesserebbe forse il saperlo?

L'arabo sussultò e ammutolì.

--Rimarrò in Hossanieh.

Abd-el-Kerim la trasse vivamente sul petto. Egli si chinò verso di

lei, come volesse dirle qualche cosa, ma non ne ebbe il tempo.

--Abd-el-Kerim! gridò Notis in quell'istante.

L'arabo tremò e si volse indietro come se una vipera l'avesse morso.

--Siamo in vista del campo!

Un profondo sospiro uscì dalle sue labbra.

CAPITOLO III.--I due rivali.

Il campo egiziano era piantato in una pianura aridissima, solcata però

qua e là da piccoli ruscelli e sparsa di antichi _bir_ o pozzi, a

pochi passi dalle ultime capanne o _tugul_ del villaggio d'Hossanieh.

Si componeva di un trecento tende, disposte su tre ordini, che si

piegavano cingendo la gran tenda del pascià sulla quale sventolava la

bandiera egiziana, e quelle inferiori ma non meno elevate, degli

ufficiali.

Ottocento uomini, la maggior parte dei quali nubiani e sennaresi, con

pochi pezzi d'artiglieria e una compagnia di basci-bozuk a cavallo,

erano tutti quelli che occupavano il campo, sotto il comando di Dhafar

pascia, uomo agguerrito ed intrepido che conosceva a menadito e

l'Hossanieh e il Sudan, e che si era proposto di raggiungere,

nonostante che il paese fosse battuto da numerose orde del Mahdi,

l'esercito di Hicks e di Aladin pascià che operava verso El-Obeid, la

capitale del Kordofan.

I due _mahari_, appena che ebbero fiutato la vicinanza

dell'accampamento, s'affrettarono ad allungare il passo, sicché pochi

minuti dopo arrivarono alle prime sentinelle, le quali conosciuto in

coloro che li montavano due ufficiali, li lasciarono passare senza

dare l'allerta né chiedere chi fossero.

Abd-el-Kerim s'arrestò dinanzi alle ultime capanne d'Hossanieh.

--Dove vai, Fathma? chiese egli all'_almea_.

--A quella casipola che vedi laggiù sull'orlo di quel campo di

_durah_, rispose Fathma con voce dolce. Non occorre che tu mi

accompagni, il leone che uccise il povero Daùd non mi minaccia più.

Notis era disceso da sella e si era avvicinato al _mahari_ dell'arabo.

Egli tese ambe le mani, sulle quali s'appoggiarono i piccoli piedi

dell'_almea_, tanto piccoli da muovere ad invidia quelli delle

chinesi, e la depose a terra.

--Ci rivedremo ancora, adorabile creatura? domandò il greco.

Un sorriso leggiadro sfiorò le labbra di Fathma.

--Se Allàh lo vorrà, rispose ella.

--Proverei gran dispiacere se tu avessi a scomparire per sempre.

--Ah!...

--Sei bella, Fathma.

--Non te lo domando.

--Sei più bella delle urì del paradiso. Ed io...

L'_almea_ gli lanciò un'occhiata fulminea e aggrottò la fronte.

--Notis, disse l'arabo gravemente.

Il greco, che stava allungando le braccia verso l'araba, si arrestò.

--_Allàh ybàrek fik_, (Iddio ti benedica) disse Fathma, alzando le

mani verso Abd-el-Kerim.

Si gettò la carabina ad armacollo, s'avvolse nel suo bianco _taub_ e

s'allontanò con passo rapido, con andatura fiera e maestosa facendo

tintinnare graziosamente le numerose anella che ornavano le sue

braccia.

--Per Allàh! esclamò Notis quasi con collera. Non ho mai trovato in

vita mia un'_almea_ simile. Da quando una donna che va a danzare pegli

accampamenti, torce il viso per una parola melata?

--Ti sorprende forse? chiese Abd-el-Kerim, con un tono di voce sotto

il quale sentivasi una leggiera vibrazione ironica.

--E sfido io!

--Fathma, non è un'_almea_ comune.

--E nondimeno s'abbandonò fra le tue braccia. Ah! Abd-el-Kerim tu sei

fortunato.

--Perchè?

--Avrei pagato mille piastre per sentirmela pur io adagiata sulle mie

ginocchia, colla sua testolina appoggiata sul mio petto.

--Sei pazzo, Notis. Saresti per caso innamorato morto di lei?

--Non ti pare che sia bella?

--Più bella di tutte le donne che vidi da venticinque anni a oggi.

--Anche più bella di mia sorella Elenka?...

L'arabo preso alla sprovveduta si turbò e non rispose.

--Ah! fe' il greco ironicamente. Elenka adunque la trovi inferiore a

quell'_almea_, tu, l'innamorato, il fidanzato di mia sorella.

--Tu discorri senza riflettere, disse Abd-el-Kerim, rimettendosi

prontamente, come vuoi che io, che adoro Elenka, trovi che un'altra

donna, che non mi interessa nè punto nè poco, la sorpassi in bellezza!

Hai torto di dubitare di me.

--Sono pazzo, amico mio, lo so, a dubitare di te. Orsù, riparliamo di

Fathma.

--Come vuoi Notis.

--Sai innanzi a tutto chi è e da dove venga?

--L'ignoro. So che chiamasi Fathma e nulla di più. E perchè queste

domande.

--Perchè sono innamorato cotto di quella bella danzatrice.

--Di già? Corri come un _mahari_ dei più rapidi, disse l'arabo

sforzandosi a far parer calma la sua voce che invece tremavagli.

--Sento qui, nel cuore, una fiamma che comincia ad ardere. È fiamma

d'amore, e temo che prenderà fra non molto proporzioni gigantesche.

L'arabo alzò Le spalle e cercò di sorridere, ma senza riuscirvi.

--Se non vi eri tu, ti giuro, Abd-el-Kerim, che avrei stampato sulle

sue piccole labbra un gran bacio. Ma la ritroverò e sola.

Una fiamma balenò negli occhi di Abd-el-Kerim, ma una fiamma d'ira e

di sdegno. La sua fronte s'increspò e le sue mani si posarono sui

calci del revolver.

--Sta in guardia, Notis! diss'egli con accento cupo.

--Credi che io abbia paura di una donna?

--Chi sa! Potrebbe darsi che su quella donna brillasse una scimitarra!

Il greco rimase di stucco, guardandolo cogli occhi stravolti. Mai

aveva udito parlare Abd-el-Kerim con quel tono cupo e minaccioso e in

quel modo. Credette di aver compreso male.

--Una scimitarra, hai tu detto? chiese egli.

--Sì, e la scimitarra di un uomo che ha il braccio di ferro.

--Avrei forse un rivale? Abd-el-Kerim, tu sai qualche cosa e cerchi

nascondermelo.

--Non so nulla.

--Tieni a mente che io amo di già Fathma come tu ami Elenka, e forse

io l'amo più ancora di te.

--Zitto, Notis, non parliamone più. È tardi, e io ho sonno.

--Eh! per Allàh! Vorrai bene dirmi qualche cosa prima.

--Non mi caverai una parola di bocca nemmeno colle tenaglie. Buona

notte, amico mio. Vado a dormire nella mia tenda e tu va nella tua che

trovasi a pochi passi da quella del pascià.

L'arabo non aggiunse una sillaba di più e lasciò lì Notis,

dileguandosi fra le tenebre col suo _mahari_.

--Un rivale! esclamò il greco con mal repressa ira. E chi potrebbe mai

essere?

Rimase un istante lì, pensieroso, cupo, tormentando l'impugnatura

della scimitarra, poi si cacciò in mezzo alle tende e ai fasci dei

moschetti, traendosi dietro il suo animale. Dopo dieci minuti

s'arrestava dinanzi alla sua tenda, sulla cui entrata russava un

nubiano colossale del più bel nero.

Lo svegliò, gli affidò il _mahari_ e si gettò sulla coperta, dopo aver

acceso un sigaretto. Il suo pensiero volò subito dietro all'_almea_.

--Ho un bel dire che quell'adorabile creatura diverrà mia, mormorò

egli, ma ho certi timori dei quali, mi pare che io dovrei tener conto.

Non so, ma Abd-el-Kerim mi ha parlato in una certa maniera, con un

tono così grave, così strano che mi dà da pensare seriamente. Se non

fossi sicuro che egli ama alla pazzia Elenka, quasi, quasi, direi che

egli parlava con rabbia, che parlava come fosse mio rivale.

«Come mai egli mi ha parlato di una scimitarra che brilla su Fathma?

Ciò vuol dire che vi è qualcuno che veglia sull'_almea_, è chiaro,

chiarissimo. E chi potrebbe mai essere quest'uomo? Che abbia egli

spifferato questa minaccia per indurmi a starmene lontano da quella

donna?

«Se è vero questo, hai sbagliato Abd-el-Kerim. Gli occhi di Fathma si

sono impressi nel mio cuore in modo tale, che nessun altro amore

sarebbe capace di velarli. Vi è una fiamma che arde nel mio petto,

fiamma appena accesa e che è di già immane!...

Egli si levò a sedere e guardò attorno. Gli parve vedere ovunque degli

occhi fiammeggianti che lo fissassero: gli occhi dell'_almea_. Scattò

in piedi come spinto da una molla, staccando la sua carabina.

--Egli mi ha parlato di un rivale, diss'egli con ira. Andrò ad

assicurarmene e guai a lui, se lo trovo ronzare nei dintorni della

casupola!...

Saltò via il nubiano che era tornato ad addormentarsi, e uscì con

passo silenzioso. Si guardò attorno sospettosamente, ma non vide che i

soldati di guardia che vigilavano accanto ai fuochi. Tese gli orecchi,

ma non udì che il fragoroso russar dei negri che dormivano sotto le

tende e il sibilo del vento che agitava gli stendardi infioccati.

--Tutti dormono, mormorò egli. A noi due, o mio incognito rivale!

Attraversò il campo e s'arrestò alle prime capanne di Hossanieh. Si

gettò a terra per non esser visto da alcuno, e si mise a strisciare

lentamente, senza fare più rumore di un serpente, tenendosi nascosto

dietro le macchie di mimose. Ben presto si trovò nei pressi della

casupola di Fathma, un'abitazione col tetto di paglia e le pareti di

legno fiancheggiata da una _rekùba_, sorta di tettoia sostenuta da

pali, sotto la quale si riposano ordinariamente i cammelli ed i

viaggiatori.

Si alzò e guardò attentamente dinanzi, di dietro, a dritta e a manca,

ma non vide anima viva ronzare all'intorno. Alzò gli occhi verso le

finestre, ma le vide oscure e socchiuse. Respirò.

--Che mi abbia ingannato? E con quale scopo? mormorò.

Fece il giro della casupola per due o tre volte, e stava per

allontanarsi, quando vide un'ombra che moveva verso quella volta.

Impallidì e afferrò rapidamente la carabina.

--Il rivale! esclamò egli con voce sorda.

Esitò, poi si cacciò sotto la _rekùba_ e guadagnò, senz'essere stato

scoperto, una macchia di leguminose arborescenti nascondendovisi nel

mezzo.

--Chi sei? chi sei tu, che vieni a disputarmela? si chiese egli.

L'individuo che veniva innanzi in punta di piedi, e spesso girava la

testa attorno come un uomo che teme di essere scoperto, era alto dal

portamento svelto, vestito da ufficiale, ma con una bianca farda

avvolta attorno il petto. Una carabina pendevagli da una spalla e

portava in una mano un oggetto allungato, che Notis non giunse bene a

distinguere.

Egli si fermò dinanzi la _rekùba_ e stette lì immobile, guardando le

finestre della casupola, poi girò e rigirò parecchie volte attorno,

tornò a fermarsi, prese l'oggetto allungato che era una _rabâda_,

sorta di chitarra e trasse alcuni suoni melanconici, flessibili.

La favorita del Mahdi · 第 1 / 29 段