L’inattesa.
Le avevo imposte le mani su le tempie e lentamente, sorridendo, le
ripiegavo il capo all’indietro sì che la bianca gola rimaneva tutta
scoperta e tremante nel palpito del riso. Veduto così di scorcio quel
visetto di bimba e di madonna acquistava una grazia tutta nuova. Le
lievi sinuosità della bocca dischiusa, il tremito delle piccole narici
rosee, la luminosità degli occhi leggermente arrovesciati, la bianca
purezza della fronte e l’ombra che il labbro inferiore poneva a sommo
del mento là dove è più dolce sostare nella carezza del bacio, me lo
rendevano sì nuovo e sì bello, ch’ebbi una improvvisa esclamazione
ammirativa.
— Ti piaccio? — chiese ella sorridendo nella gioia di sapersi tanto
amata.
— Più di tutto mi piaci! Io non so che farei per te, amore!
E come protendevo il capo a baciarla, ella si schermiva scherzando:
— No.... non ancora.... no!...
Eravamo in un giardino, a Ravenna, e mi pareva fosse tempo di
primavera. Serenella aveva una veste vermiglia; reggeva un ramo di
mirto e la chioma le ombrava le spalle. Il sole aveva superato a
pena le siepi dell’orto e si attardava fra le rame in fiore delle
alberelle. Udivamo un’allodola cantare in alto in alto, forse da un
cirro d’argento, da una ghirlandella d’argento nell’azzurrità e tutto,
in quel puro lacero di luce mattinale, in quel santo rinnovare della
primavera, era ineffabilmente soave. E ancora: Ravenna scompariva,
tramontava con tutte le sue torri nell’aurea nebbia del sole e il
piccolo orto era cinto di luce, era cinto di mare e seguiva la via
d’oro dell’oriente.
— Ora siam soli — diceva Serenella — ora sì!...
E mentre si abbandonava, reclinando su la mia spalla il bel viso
fiorito come una maraviglia alabastrina dalla veste vermiglia, udivo
sempre più forte, sempre più tenuto il canto dell’allodola mattulina;
non aveva più trilli, non aveva più gorgheggi nè soste, nè riprese, nè
salti, nè squilli; si faceva uniforme, cresceva d’intensità fondendosi
in un suono sonoro che parea scendesse da distanze incommensurate. E
mentre Serenella si stringeva contro al mio petto per richiamarmi a sè;
mentre negli occhi di lei vedevo il pensoso languore della tristezza,
non so per quale inesplicabile fascino, per quale misteriosa malìa
quel suono che giungeva dall’infinito, tenesse avvinta l’anima mia
ineluttabilmente. Ecco mi allontanavo. L’isola primaverile scompariva,
era dileguata come un bioccolo di nebbia sul mare e il suono era
vicino, continuo, sempre più forte.
Balzai sul giaciglio, stetti un attimo in ascolto per riprendere
coscienza e gettai le coltri da un lato. La sirena dello stabilimento
suonava la diana del lavoro, forse era tardi; le altre mattine ero già
in istrada a quell’ora. Il sonno mi aveva vinto.
— Se l’ho sognata — pensai — qualche notizia potrebbe essere vicina!
E mi compiacqui trarre dal sogno lieti presentimenti.
Ad un tratto qualcuno picchiò sommessamente all’uscio:
— Avanti! — gridai.
L’uscio si dischiuse e, nel vano, apparve Dora, la maggiore fra le due
bimbe che la mia vecchia vicina faceva lentamente morire.
Eravamo diventati buoni amici perchè ogni sera, di nascosto le portavo
un pane.
Sì come mi guardava silenziosamente, le chiesi:
— Che vuoi?
— Ieri sera una donna è venuta a cercarti — rispose.
— Una donna? E che voleva?
— Niente.
— Ha parlato con te?
— Sì.
— Che cosa ti ha detto?
— Ha chiesto se tu abitavi qui.
— E poi?
— E poi ha chiesto se stavi bene.
— Era giovane?
— Non lo so.
— Non l’hai guardata in faccia?
— No.
— E non ti ha detto chi fosse? Non sai il suo nome?
— No.
— Eri sola?
— C’era anche la mia sorella.
— E nel corridoio non c’era nessuno?
— Nessuno.
— È andata via subito?
— Sì. È venuta a guardare nella tua stanza poi è partita.
— Era aperta la porta della mia camera?
— Sì, non l’avevi chiusa, ma la guardavo io.
— E non sai dirmi neppure se era giovane?
— Era una donna — rispose Dora chinando gli occhi, evidentemente
umiliata dal non ritrovare una risposta che mi soddisfacesse. Le
accarezzai il povero visuccio sparuto ed ella, illuminandosi tutta di
un sorriso, mi alzò in volto gli occhi lucenti.
— Non sei inquieto con me?
— No; ma se ritorna, vieni a chiamarmi subito.
— E se non posso?
— Perchè non devi potere?
— Se la mamma mi chiude al buio?
— Allora non importa. Sta attenta però se qualcuno cerca di me.
— Sì — rispose Dora.
— Addio.
— Addio.
Rinchiuse l’uscio e scomparve.
Poco appresso mi dirigevo verso via Flaminia, al magazzino.
Ciò che m’aveva detto Dora mi s’era fitto in mente come un quesito
difficile, alla soluzione del quale mi affaticavo invano, chè non mi
veniva fatto supporre quale donna mai avesse potuto cercare di me a
Roma, dove non conoscevo nessuno.
Già m’era rimasto inesplicabile il fatto dell’aver trovato io, alla
terza mattina del triste digiuno, un pane caldo ed una ciotola di
vino accanto al mio giaciglio. Per quanto avessi interrogato i vicini,
nessuno aveva saputo dirmi la benchè minima parola atta a mettermi su
le tracce dell’ignoto benefattore. Che pensarne adunque? Qualcuno aveva
dovuto introdursi nella camera approfittando del mio sonno, e siccome
il pane da me raccolto era caldo ancora, non doveva essere trascorso
lungo tempo dalla visita dell’ignoto, al mio risvegliarmi; possibile
che non uno fra i tanti inquilini di quella casa avesse potuto
vederlo s’egli evidentemente era entrato ed uscito a giorno pieno?
Il fantasticare m’era inutile sì che avevo messo il cuore in pace per
il momento, attendendo occasione più propizia; ma ora, a incuriosirmi
vieppiù, si aggiungeva la comparsa di una donna la quale aveva voluto
sapere e della mia vita e della mia salute.
Qualche giorno prima Matteo Adeva, incontrandomi in Piazza dei
Cinquecento, mi aveva salutato con una frase ambigua:
— Sta attento ragazzo chè qualcuno è su le tue peste!
Ora questi avvenimenti, ricollegati, si presentavano alla mente mia
cercando invano una soluzione.
Proseguivo per la viuzza chiusa da un lato da Villa Borghese e
dall’altro dalle antiche Mura.
Il sole, passando fra i pini e gli abeti della Villa, giungeva a
chiazze sui grandi bastioni del Sangallo traendone una vivacità di
colori roggi che armonizzava dolcemente col verde cupo delle vecchie
conifere solenni. Andavo a fretta col capo chino allorchè udii dietro
me una voce che gridava:
— Aspetta, non correre!
Mi volsi e vidi Matteo Adeva il quale mi faceva cenno perchè mi
fermassi.
Il nuovo incontro non mi piacque affatto tantochè dimostrai con troppa
evidenza il mio malumore se, quando mi fu vicino, Adeva soggiunse:
— Non fare lo sdegnoso, vecchio principe, chè debbo parlarti di cose
che ti interesseranno.
Mi si pose a lato e scendemmo insieme verso Porta del Popolo.
Come vidi che continuava a sbirciarmi senza far parola, chiesi in tono
irritato:
— Perchè mi guardi? È tutto questo che dovevi dirmi?
— Ti guardo perchè mi piace vedere come è fatto uno straccione onesto!
Sostò un attimo, poi riprese strizzando un occhio:
— Ma sei ben sicuro di essere stato sempre onesto?
— Che vuoi dire? — chiesi soffermandomi.
— E non t’offendere! Quando si portano queste tue scarpe affamate non
si ha il diritto di essere tanto orgogliosi! Del resto io sono qui per
renderti un servizio.
— Davvero? E che vantaggio puoi averne?
— Nessuno. Io sono un grande ammiratore dell’onestà e voglio esserti
utile, ecco tutto. Il direttore del mio Circo diceva sempre che non
si vive di solo pane e, per dimostrarcelo, ci faceva tirare innanzi a
forza di legnate. Anche le bestie avevano imparato la sua massima. Era
un uomo di cuore. Si chiamava Yames Matulka ed era nato un po’ in tutti
i paesi. Dunque, siccome io ti ammiro, voglio che tu mi sia grato.
— Vediamo — risposi.
Matteo Adeva si fermò e abbassando la voce mi chiese:
— Conosci Anna Dia?
— No.
— Anna Dia, come vedrai dal nome, è una donna ed ha la vista lunga.
— E poi?
— E poi Anna Dia ti conosce.
— È il vino bevuto iersera che ti fa parlar così? — chiesi facendo
l’atto di andarmene.
— Aspetta — riprese Adeva trattenendomi per un braccio — non t’ho
detto tutto! Sei un convulsionario. Calmati. Il mio discorso dovrebbe
interessarti.
— Non ho tempo da perdere. Spicciati.
— Il principale può attenderti. Domani molto probabilmente lo
pianterai. Dunque Anna Dia ha saputo che ti chiami Duccio della Bella
ed ha saputo che sei giunto a Roma con un compagno il quale si è
eclissato.
— Sa anche dove sia?
— Sì, ma ciò non ti riguarda.
Infilò le mani nelle tasche della sottoveste, poi mi chiese con aria
sorniona, chinando il capo:
— Di’ un po’, prima di venire a Roma dov’eri?
— Non lo sai?
— No.
— Ero a Milano.
— Bravo, eri a Comacchio. E... non ti ricordi la ragione per la quale
sei fuggito?
— Se tu sei informato tanto bene, puoi parlar chiaro perchè la mia
coscienza è tranquilla.
— Anna Dia — riprese Matteo — è una povera vecchia che ha bisogno de’
suoi avventori. Ella mi manda da te per dirti che vuol fare un patto.
— E quale?
— Ascolta con calma e non interrompermi.
Riprendemmo il cammino soffermandoci a quando a quando.
— Tu sei un giovane di intelligenza più di tutti noi. Tu conosci
le lettere; so anche questo. Ora una mercanzia par tua può essere
utilissima, anzi in questo momento è indispensabile. Ascolta: servizio
per servizio. La questura è su le tue tracce; ti si incolpa di aver
partecipato a un assassinio....
— Io?... — gridai scattando.
— Calmati, che c’è mai di male? — riprese Matteo col suo cinismo che mi
agghiacciava. — Capirai, in certi momenti bisogna agire e si può passar
la misura. Nel tuo caso poi, se tu non eri più pronto, ci rimettevi
la pelle. Aspetta... lasciami finire... non sarà così, va bene; ma la
giustizia è persuasa di ciò che ti ho detto e tu potresti parlare sette
anni senza farle pensare il contrario. Dunque sei ricercato; potrebbe
darsi che questa sera stessa ti conducessero a _Domo Petri_ e allora
addio Duccio della Bella! La tua sorte è segnata. Non ti rimane che una
via d’uscita: ascoltare ciò che vorrà dirti Anna Dia.
— Ma chi è questa donna?
— Può tutto! Ti basti sapere questo. Ha molte amicizie in alto, dove è
il deposito delle manette. Ella conosce la tua vita e può far di te ciò
che vuole.
— Ma che può fare, in nome di Dio! — gridai rivoltato da tutto quel
luridume. — Diglielo dunque a questa tua vecchia spia, dille che mi
denunzi! Io non temo nè lei, nè la legge. Ed ora lasciami in pace.
— Non fare il cocciuto. Questa notte, alle dieci, ti aspetto al Vicolo
della Reginella. Mi vedrai fermo innanzi ad una porta. Bada che, se
rifiuti, ti perderai per sempre!
Ripresi il cammino senza rivolgermi, quasi a corsa, in preda ad un
turbamento che mi avvelenava la dolcezza del giorno sereno.
L’anima bieca aveva insinuato in me il martirio del dubbio. Sapevo
ormai quale povera cosa fosse per gli uomini un disperso par mio e
sapevo che la verità non mi sarebbe valsa a nulla contro la società
coalizzata la quale mi avrebbe giudicato con tutte le prevenzioni
che sono un suo sacro patrimonio di difesa contro i reietti. La mia
innocenza ed il mio sdegno sarebbero stati contro di me per aggravarmi
la pena.
Le nostre tracce non erano affatto cancellate se Matteo Adeva conosceva
il mio passato. Ciò ch’egli aveva detto poteva avverarsi.
Quando giunsi al grande magazzino di ferramenta in cui, per bontà
dell’ignoto signore al quale avevo tentato portar le valige alla
stazione, ero entrato in qualità di commesso, i compagni mi dissero che
il direttore mi attendeva al suo banco. Andai che l’emozione mi teneva
alla gola; possibile ch’io dovessi ricominciare la terribile strada
percorsa?
Giunsi alla scrivania su la quale stava reclina la testa calva del
nostro signor capo e attesi alquanti minuti senza che la burocratica
solennità degnasse fare attenzione alla mia presenza; levò poi
lentamente gli occhi e mi chiese:
— Che volete?
— Mi hanno detto ch’ella desiderava parlarmi.
— Come vi chiamate?
— Duccio della Bella.
— Ah Duccio della Bella!.... — Si passò una mano sul cranio calvo quasi
a ridestarvi l’incerta memoria e riprese — Già, voi siete Duccio della
Bella.... il signor Della Bella.... ho cattive nuove sul vostro conto!
— Da qual parte?
— Da un mio informatore privato.
— Non potranno essere che calunnie!
— Non vi ho chiamato per ascoltare le vostre difese; d’altra parte
non vi ho accusato ancora. Volevo dirvi solo di stare in guardia chè,
se tali informazioni si ripetessero, sarei costretto prendere seri
provvedimenti.
Riabbassò la grossa testa su le sudicie carte e riprese il lavoro.
— Posso andarmene? — chiesi dopo aver atteso qualche tempo.
— Andate — grugnì la testa calva.
Mi sentii un poco più tranquillo chè la tempesta pronosticata non mi
aveva travolto. Fu alla sera, nel silenzio della mia stamberga, che
l’ansia dell’ignoto mi riprese più che mai tormentosa.
Quando ebbi accesa la candela mi venne fatto vedere sul muro, sopra
al mio giaciglio, come un seguito di parole tracciate con incerta
scrittura.
Mi appressai e la frase che lessi mi fece dare un improvviso balzo al
cuore. Diceva:
_Serenella è qui._