Homo homini lupus.
Mi levai sul primo fiorire del giorno.
La sera innanzi Omero mi aveva lasciato; ero solo e possedevo ancora
dieciotto lire. Uscii per le vie cantando.
Qualcuno si rivolse a guardarmi, incuriosito dal mio abbigliamento che
non avevo potuto rinnovare stante la discreta povertà di cui godevo.
Portavo il berretto conico di feltro nero che usano a Comacchio, un
abito rattoppato con panno di varii colori e un fazzoletto rosso al
collo; un abbigliamento piuttosto strano. Le guardie mi fissavano con
poco benigna curiosità; comunque fosse poco mi importava di tutto. Il
giorno sereno mi era nel core a simiglianza di una canzone festosa e
accendeva la mia speranza.
Quella giornata d’inverno così bella, come solo ne gode Roma, faceva
allegra tutta la gente. Dai visetti rossi dei bimbi ai gravi volti
degli operai era una gamma di espressioni le quali dal più al meno
riflettevano la luminosità di tutto quel sole. Gli occhi eran lucenti
e da tutti i volti era bandito il fosco pallore sì frequente fra gli
uomini delle città.
Mi diressi verso i quartieri del Macao camminando a buon passo.
L’essere ignoto e solo nella grande città popolosa; il pensare che su
tutti quei volti, indifferenti per me, non avrei potuto riscontrare
un sorriso amico, non mi preoccupava affatto; mi sentivo cittadino del
mondo come i fratelli miei che andavano sotto gli astri e pensavo che,
a dispetto dell’umana pietà, tutti indistintamente giungiamo soli alle
soglie della morte. Tanto valeva, allora! Poi non ho compreso mai la
bestemmia contro il destino. È un’azione sciocca quanto quella, famosa
fra i pescatori nostri, del vecchio Rièl che prendeva le stelle con
le nasse o di quel _fiocinino_ di Comacchio che s’era fitto in capo di
catturare la luna allorchè galleggiava in mezzo alle sterminate lagune.
Camminando cominciai a pensare a quale partito attenermi per provvedere
alla mia vita avvenire. Potevo presentarmi a qualche fabbrica o a
qualche ufficio? Cercare un’occupazione provvisoria come operaio o
come scrivano? Era presto detto; ma chi avrebbe voluto saperne di me?
Da quale parte giungevo? Chi ero? Che avevo fatto fino a quel giorno?
Noi latini amiamo la gente catalogata la quale risponde al suo numero
di matricola. Io ero un disperso. Tutta la mia volontà, tutta la mia
energia e il poco ingegno di cui natura mi aveva fornito non sarebbero
valsi a pormi un grado più innanzi nella considerazione degli uomini.
Avrei odiato raccomandarmi; offrivo il mio lavoro, la mia forza e non
chiedevo l’elemosina. L’umiliazione è patrimonio dei vigliacchi. Con
tali qualità poco si ottiene; lo seppi poi per mia dura esperienza.
Nella maggior parte dei casi chi non possiede non è uomo per chi
possiede: è una cosa; chi non possiede non può tutelare con fermezza la
propria dignità a costo di vedersi abbandonato da tutti. L’orgoglio è
permesso a chi ha una base monetaria. E gli umili si piegano ancora a
codesta schiavitù!
Ordinariamente se non desti pietà o se non hai arti istrioniche ti
lascieranno morir di fame per dire, all’indomani della tua morte, che
eri un vagabondo pericoloso, ammonito varie volte dalla questura.
E allora non pensavo a ribellioni, allora avevo unicamente in capo
l’idea del lavoro.
Traversai Piazza dei Cinquecento sì grande e scomposta come l’incerto
palpito del nuovo cuore di Roma; fui all’Esedra che si apre come un
calice a sommo di via Nazionale e inizia il coro delle fontane in cui
l’Urbe canta il suo eterno rifiorire dal ceppo ferrigno; scesi per la
grande via luminosa che il barocchismo moderno non ha saputo rendere
troppo brutta.
Dunque che avrei potuto fare mai, io che odiavo la pietà e non ero
abbastanza umile per calpestare il mio orgoglio di fronte a coloro
che erano usi a considerare un povero qualcosa di più di un cane e
qualcosa meno di un uomo? Avrei tentato; e se fosse stato inutile ogni
tentativo?
Quantunque l’avvenire mi apparisse oscuro, continuai tranquillo la mia
strada.
Giunto a Piazza Venezia seguii Via del Corso, poi per Piazza Colonna e
Piazza Montecitorio entrai in quel dedalo di viuzze che si distendono
intorno al Pantheon e lo circuiscono come in una inestricabile rete.
Fu in una di queste vie che mi avvenne di imbattermi in una tipografia.
La porta della grande camera nella quale stavano gli operai era aperta
per lasciar entrare la luce. In una vetrina infitta nel muro vicino
alla porta erano esposte pubblicazioni di vario genere: mi fermai ad
osservarle. Un signore era ritto su la soglia della tipografia e di
tanto in tanto mi sbirciava.
Forse lo stupiva la mia lunga sosta innanzi a quei libri, o pensava
ch’io, facendo lo gnorri, mi preparassi a giuocare qualche brutto tiro.
Un uomo vestito male è sempre sospetto.
Comunque fosse, la mia insistenza lo mise evidentemente di malumore.
Entrò, compì un giro nella stanzaccia umida, riuscì, si dette a
camminare in lungo e in largo guardandomi, finchè si soffermò e mi
chiese:
— V’interessa tanto la copertina di quei libri?
— Moltissimo.
— Ma.... sapete leggere?
— So leggere.
— Allora compiterete perchè è da mezz’ora che siete lì.
— Guardo gli operai al lavoro.
Mi volse le spalle e riprese la breve passeggiata dall’interno della
camera alla porta.
In una sosta mi avvicinai e gli chiesi con troppo ingenua semplicità:
— Potrebbe accettarmi quale operaio apprendista?
Il proto che passava allora con un fascio di prove di stampa, udita la
domanda si soffermò a guardarmi: stette un attimo così come a misurare
il peso del nuovo venuto poi se ne andò sorridendo. Molti operai, ritti
innanzi alla loro _cassetta_, volsero il capo. In tutti quegli occhi
vidi chiaramente lo scherno.
Il principale non accennava a rispondermi, pareva non avesse inteso;
con le mani annodate dietro alle reni, sotto il pastrano, si dondolava
lentamente guardando per la via.
— Lavorerei di lena — ripresi avvicinandomi.
— Ma che vuoi? — gridò d’improvviso la brutta bestia.
— Lavorare!
— E credi ch’io abbia tempo da perdere con te?
— Mi pareva che le tue occupazioni del momento non fossero tanto gravi
da farti geloso del tuo tempo — gli risposi impallidendo — E non ti ho
chiesto danaro perchè tu mi risponda da villano!
Mi lanciò un’occhiata minacciosa ma non replicò. Quando ripresi il
cammino, il mal frenato riso degli operai si espanse in un’omerica
risata che mi fu peggiore di un colpo di staffile attraverso la faccia.
E, un tempo, avevo sentito favoleggiare di solidarietà umana!
Fra poveri ci si dilania, questo so per esperienza mia.
Quel primo rifiuto non fu sì amaro da lasciarmi un abbattimento
profondo; scrollai le spalle, tanto mi aspettavo un’accoglienza
simile; ma non volevo che il rimorso del non aver tentato mi turbasse.
Proseguii fino a sera.
Come ogni altro tentativo s’ebbe l’identico risultato ripresi la via
per ritornare alla lurida tana nella quale mi era sì penoso dormire.
Mi trovai in Piazza di Spagna. Giù per via Condotti, per via del
Babbuino le grandi vetrine degli innumerevoli negozi mettevano ogni
tanto nell’aria, leggermente brumosa, larghi sprazzi di luce, veri
torrenti d’oro nei quali le donne si soffermavano volontieri perchè
si sapevano più belle in quell’aureola calda. Più su, contro il cielo
ch’era rosso all’estremo occaso e veniva digradando fino ad assumere un
incerto tono di opale là dove la notte avanzava le sue mani stellari,
più su, le lampade elettriche spandevano il loro chiarore cinereo. La
lieve bruma si accoglieva intorno ad esse formando un alone digradante
nelle più diafane luci d’argento. Da lontano parevano piccoli astri,
gemme lucenti contro il languido smorire del vespero.
Piazza di Spagna era corsa da un fiotto di gente che si incrociava
disperdendosi in tutti i lati. Le vetture trascorrevano fra grida
e imprecazioni. Presi a salire lentamente la grande scalinata della
Trinità dei Monti. Ero stanco e l’attimo era sì dolce! Dai giardini che
accompagnano lateralmente l’ascendere della magnifica scala giungevano
voci e risa di creature in festa; si intravvedevano, tra il fogliame,
piccole stanze vive di luce e di colore, arredate come altari tanti
erano i fiori che le animavano. Mi soffermai appoggiandomi alla
balaustrata per riposarmi nella gioia altrui. Senza invidia, l’anima
mia si dimenticava nell’intima dolcezza di quelle visioni vicine e pur
tanto remote per me che non sarebbe bastato il mare a significarne la
lontananza.
Fra un gruppo di mirti e di palme si apriva una porta a vetri la quale
dava luce ad un salottino arredato in rosso cupo: in fondo, vicino al
pianoforte, era un gruppo di persone; su la porta, tre giovinette e un
vecchio signore conversavano.
Oltre via Condotti, sul termine di via della Fontanella presso
il Tevere, s’intravvedeva un lembo di cielo fatto ancor più vivo
dall’ultimo sole; per la scalinata scendevano o salivano rare persone
a quando a quando. Ebbi l’illusione di trovarmi su qualche ponte
solitario di Comacchio ad attendere l’amica mia che soleva giungere
dal lavoro e stringersi a me in quell’ora ch’è sì triste, e raccontarmi
sorridendo come non avesse pensato mai che l’amore fosse tanto grande.
Ma fu per un niente; il suono del pianoforte si tacque e udii il
cinguettare delle tre signorine. Una fra esse aveva una voce sonora la
quale ricordava, nel riso, una fuga di chiare note squillanti.
Quanto m’era stato grave quel giorno! Sentivo che mi era dolce riposare
così, innanzi a quella visione soavissima perchè non sempre ci si può
difendere dalla triste malia della solitudine.
Prima che il sonno ti colga, nell’ora della stanchezza, trascorse
l’attimo in cui la tua energia morale si assopisce, ti lascia indifeso,
e allora un’interna violenza distruggitrice si scatena, una violenza
beffarda della quale sei l’impossente zimbello. Tutto ti appare cupo;
ti senti mille volte più lontano dalla vita e dagli uomini; il male
che ti ha colpito si raddoppia agli occhi tuoi e così le tue sofferenze
morali; ti senti incapace di ricominciare; la via aspra e infinita ti
spaventa e non hai fiducia nelle tue forze e ridi delle tue speranze
o ne piangi o ti levi bestemmiando. Coloro che hanno cominciato dal
niente ben sanno che cosa siano certe ore di stanchezza. Esse conducono
molte volte al bivio terribile innanzi al quale si sosta con occhi di
follia. Due sono le strade: il suicidio o la prigione.
Non ricordo quanto tempo rimanessi assorto nella contemplazione che
mi riempiva l’anima di soavità. Gli occhi miei entravano furtivamente
nell’intimità della dolce casa ed il mio spirito con loro. A volte un
nulla basta al tuo amore.
Ad un tratto mi avvidi che una fra le tre giovinette mi aveva notato e
diceva alle altre, indicandomi:
— Guardate che brutto tipo!
— Babbo — fece un’altra — mandalo via; è da mezz’ora che è fermo lì, a
guardare!
Come il vecchio signore si mosse, ripresi lentamente a salire verso la
Trinità dei Monti, alta su Roma, a simiglianza di un magnifico altare
sacro al sole occiduo. Ero un intruso e gli intrusi si scacciano, era
giusto; per questo non attesi male parole per riprendere la strada.
Però mi avvidi a tempo che la mia pena tendeva a cambiarsi in femmineo
intenerimento, che dall’anima fiacca tentava sbocciare tutta una
fioritura di mughetterie sentimentali, onde mi dissi:
— Ti imbecillisci, Duccio? — e scrollai le spalle chè la reazione fu
pronta.
— Animo, Duccio della Bella! La terra, arida oggi, avrà le sue messi
domani; animo, il nuovo sole avrà il suo nuovo stormo di allodole che
salirà cantando fin sopra alle nubi. La vita è bella e t’invita e ti
sfugge perchè ti ama!
Dimenticai; è la forza dei poveri dimenticare. Quando ciò non sia non
v’è saldezza giovanile che resista. Non molto tempo dopo ero nella
mia stamberga e mangiavo la parsimoniosa cena che il mio poco bene mi
permetteva.
Per molti altri giorni le cose non mutarono aspetto. Frattanto per la
consuetudine di vita comune avevo conosciuto le donne e gli uomini che
la sorte mi aveva dato a compagni in quella miseria.
Vicino a me, in una stanza che non vedeva luce se non dal corridoio,
per mezzo di un pertugio praticato nell’uscio, abitava una donna su la
cinquantina: la chiamavano Terè. Le sofferenze l’avean resa decrepita
anzitempo. Era alta, magra, ossuta; aveva pochi capelli grigi sparsi a
teghe o ritti in aggrovigliamenti sul cranio sudicio; aveva gli occhi,
quasi bianchi, affondati nelle orbite; il naso adunco; le mascelle
ampie e forti. Parlava a monosillabi. Non l’ho veduta sorridere una
volta.
Passava per il corridoio, seminuda, nell’orrore del suo disfacimento
che dava un brivido di ripugnanza. Le prime volte la credetti pazza
perchè mi guardò fissamente, senza batter ciglio e senza dir parola.
Era una bestia cieca; una lupa immonda che rispondeva unicamente alle
oscure voci dell’istinto.
Nel suo covacciolo teneva rinchiuse due creature che non erano figlie
di lei; le aveva raccolte chi sa dove e chi sa perchè. Una volta,
passando, le vidi ferme su l’uscio. Si tenevano per mano. Erano due
bimbe, una di otto e l’altra di quattro anni. La più grandicella (un
piccolo scheletro rivestito di cenci) aveva tutto il visetto coperto
come da una gromma ed era gialla e le labbra erano simili ad una livida
ferita su quel viso macilento. I capelli biondastri e abbondanti le
scendevano sul volto e l’oscuravano ancor più quel povero volto senza
guance, nel quale si disegnava sporgendo la chiostra dei denti. Come
mi fermai, non si mosse, aveva negli occhi una cupa espressione di
spavento. Disse raggricchiandosi:
— Non mi picchiare! — e mi guardò. Solo gli occhi grandi mettevano un
po’ di luce su quella faccia di spasimo.
La minorella era un niente: un mucchietto di ossa e di pelle che si
reggeva a pena.
Terè teneva racchiuse tutto il giorno nel sudicio antro le due bambine;
non le nutriva se non con un po’ di pane secco, qualche volta, e la
notte usciva con loro. Andava per le vie principali finchè le misere
creature non cadessero stremate dalla stanchezza che le uccideva.
Allora c’era sempre, fra gli uomini, chi gettava il soldo per togliersi
dalla mente quell’orrore. Ma fra i coinquilini di Terè, non uno poneva
attenzione alla cosa. Nella miseria non c’è pietà.
Sopra a me, di fianco, di sotto, fin nelle cantine, erano
ammucchiati uomini, donne e fanciulli promiscuamente. Molti si davano
all’accattonaggio; altri vivevano su la prostituzione delle loro donne;
altri del furto, della rapina, del delitto.
C’era un uomo che viveva solo. Lo chiamavano Tomà. Veniva a dormire
nell’andito su le pietre nude, quando era più freddo, chè alla buona
stagione preferiva le strade. Tutti i giorni prendeva un pane che una
signora gli faceva trovare sopra una finestra di via Palestro e gli
bastava quello. Passava la giornata accosciato vicino alla spalletta
del fiume nel Lungotevere Tordinona e sonnecchiava. Viveva così da
quando gli era morto un figlio, dieci anni prima.
Innanzi agli occhi miei, in quel tempo oscuro della vita mia, il
destino aveva posto questo terribile specchio ed io mi trovavo a
fianco di quegli sciagurati, ero in fondo, nella bolgia comune, con
loro, eppure non mi sentivo vinto. Anche quando tutte le vie parvero
precluse, anche quando mi colse la febbre della fame, non mi dissi
perduto; solo la morte poteva togliermi l’ultima speranza.
Trascorsero giorni oscuri. Il cielo si rannuvolò e piovve senza
tregua. Le vie di Roma erano tramutate in veri pantani. Faceva freddo
e avevo un bello stringermi intorno al collo la sciarpa di lana
(unico indumento invernale che mi avessi), non riuscivo a riscaldarmi
ugualmente. Del mio avere non mi rimanevano che due lire. Ero alle
soglie della fame.
Di ciò che poteva essermi gioia anche in quello stato miserando,
nulla si avverava. Avevo scritto più volte a Serenella senza ottenerne
risposta. Quale nuova sciagura le era toccata perchè dovesse starsi
tanto muta? S’ella conosceva la mia lotta miseranda e vedeva che non
la dimenticavo perchè non aveva per me una parola buona? Era in quei
giorni la faccia del mio destino, come un sole oscurato. Scendevo verso
i muti ipogei della vita.
L’ultima volta che rientrai in casa con l’ultimo pane, era notte. Mi
ero attardato per le vie perchè un uomo ricco, direttore di un grande
stabilimento industriale, avendo saputo ch’io era suo conterraneo mi
aveva detto:
— Chi sa? Ritornate. — E per non so quante volte, facendomi attendere
ore ed ore in anticamera, mi aveva fatto ritornare per dirmi poi:
— Mi dispiace molto; per ora proprio non è possibile; ma nell’avvenire
non mi dimenticherò di voi.
— Ciò che in termini espliciti voleva dire: Ho altro per il capo;
lasciatemi in pace. Gli avevo volto le spalle senza salutarlo e con gli
ultimi due soldi (perchè mai i re e gli imperatori serberanno il gusto
di farsi maledire in effige, sugli sporchi dischetti di metallo che
segnano il limite dell’estrema miseria?) avevo comprato un pane.
Quando giunsi nell’andito oscuro della mia abitazione, trovai, come
al solito, sdraiato vicino al muro, sui mattoni umidicci, Tomà. Non
dormiva, era adagiato sopra un fianco e teneva gli occhi aperti e
fissi in un punto che non distinguevo bene. Gli augurai la buona sera.
Rispose:
— Spingi in qua quella cicca.
— Dov’è?
— Vicino a’ tuoi piedi; non pestarla.
Quando l’ebbe a portata di mano, la raccolse senza muoversi,
l’inghiottì e chiuse gli occhi soddisfatto. Per quella notte poteva
dormire senza curarsi del freddo e dell’umidità.
Più innanzi, ai piedi delle scale, trovai un gruppo d’uomini. Parlavano
sottovoce. L’uno d’essi reggeva una lanterna onde potei distinguere i
componenti l’oscura accolta. Molti erano miei coinquilini. C’era Marco,
un giovinastro di venticinque anni conosciuto in tutta la contrada,
e dalla polizia, col nomignolo di Sciupô. Era una pallida faccia di
delinquente, dagli zigomi forti, dagli occhi leggermente obliqui in
cui folgoreggiava a volte una fredda crudeltà felina; viveva sul turpe
mercato di una sua povera donna che lo amava con la fedeltà di una
bestia. C’era Ghetano, il ciabattino che abitava nelle cantine alle
quali si scendeva dal cortile; un uomo dalla faccia fosca, irta di
peli. Doveva provvedere a sette piccoli figli ed alla moglie che era
epilettica. E vidi Righetto, l’accattone; Nino, il fratello di Cajèla e
Matteo Adeva. Quest’ultimo reggeva la lanterna e pareva presiedesse il
colloquio.
Quando passai tutti tacquero e si trassero in disparte. Udii la voce di
Matteo sussurrare:
— Io lo conosco; non può esser dei nostri.
— Perchè? — chiese qualcuno.
— È onesto — rispose Matteo Adeva. Si levò un riso beffardo, subito
spento. Quando fui a sommo delle scale la piccola luce della lanterna
era scomparsa.
Con l’alba del nuovo giorno, uscii; pioveva sempre. Era freddo e
grigio. Roma era tutta uguale come il cielo e le vie fangose. Cominciai
il mio andare pensando a qualche espediente per vivere. Mi accorsi di
avere esaurite tutte le mie risorse. La mente era ottusa nè sapeva
suggerirmi una via d’uscita. Avevo tentato tutti i mezzi di cui
disponevo. Che poteva rimanermi? Allora un’ansia insensata, una folle
febbre mi spinse per le vie più popolose: qualcosa forse mi sarebbe
capitato ch’io non pensavo, chi sa? Girai sotto alla pioggia guardando
tutto e tutti, in un’attesa febbrile. Il mio viso doveva esser troppo
pallido e stravolto e gli occhi miei troppo fissi se due guardie
si fermarono a guardarmi più volte e mi seguirono per buon tratto.
Mi lasciarono in pace; videro forse che la fame mi conduceva così
braccando follemente, in cerca del caso.
Non era smarrimento il mio, era febbre d’agire chè temevo essere vinto
dall’inerzia del costretto vagabondaggio.
A mezzogiorno avevo percorso venti volte Via Nazionale e Via del
Corso. La gente rincasava chè ognuno aveva il suo desco pronto. Entrai
in una chiesa e mi sedetti nell’angolo più oscuro. Non c’era anima
viva. Appoggiai la fronte su la spalliera dell’inginocchiatoio che mi
stava innanzi e stetti così non so quanto tempo. Udivo il monotono
pianto dell’acqua che sgrondava; udivo il crepitio di un tarlo nel
confessionale che mi stava a lato e null’altro: la grande chiesa
era muta e buia come il suo dio macchinoso. La fame non mi tormentò,
mi lasciò tranquillo per allora; ma non così la febbre che mi aveva
sospinto per le vie di Roma.
Perchè sostavo? Ogni minuto d’inerzia mi allontanava sempre più dalla
possibilità del lavoro; ma dove sarei andato a quell’ora? Dove avrei
bussato? A chi mi sarei rivolto? Bisognava attendere, non era possibile
che nessuno, proprio nessuno avesse voluto accogliermi; c’è sempre chi
sa leggere negli occhi di un uomo la sincerità.
E se anche per quel giorno?... Se tutto fosse stato inutile?
Ecco, io sentivo le mie vene battere rapidamente alle tempie e ai
polsi; sentivo salire il mio affanno, crescere, salire come in una
soffocazione; il respiro mi si faceva difficile, un tremito nervoso
mi scuoteva tutto, e il silenzio, l’oscurità della chiesa aumentavano
quel tormento. Ah! chi conosce che sia la febbre dell’attesa, quando la
disperazione è alle soglie dell’anima vostra; chi conosce che sia il
timoroso martirio di non riuscire anche nelle prove estreme, sa bene
ch’io racconto il vero. I più forti fra gli uomini sono passati per
l’atroce minuto del dubbio: v’è un attimo in cui il timore vi aggioga
e guai a chi non ha spalle salde per digiogarsi e sorgere vittorioso in
un grido.
Come mi riusciva intollerabile la sosta, mi levai. Uscii dalla chiesa
che pioveva a dirotto e ripresi il cammino. Passarono le due, le tre,
cominciava a scurire e la mia pena non aveva tregua; fui cacciato da
due magazzini nei quali entrai per offrirmi.
— Non c’è posto! — mi gridarono.
— Esci che ci bagni, con tutta quell’acqua che porti a spasso!
— Vattene!
E uscivo scacciato, come un cane randagio, come una cosa inutile, che
deve marcire in mezzo alla strada. Stretti i denti per l’ira repressa,
andavo oltre, sempre più oltre verso la notte. La fame cominciava a
mordermi. Debbo pur trovare — dicevo tra me: — tutta questa gente
nutre le bestie e non ha un pane da dare a un cristiano! — Di via
in via, dove c’era più luce, dove c’era più gente mi affrettavo col
capo proteso alla ricerca affannosa. La pioggia mi aveva immollato
in sì malo modo che, a quando a quando, improvvisi brividi di freddo
mi scuotevano dandomi la sensazione di dover cadere dallo sfinimento.
Tre volte mi appoggiai al muro e ristetti qualche attimo, in via della
Propaganda, dove giunsi quando già qualche negozio si chiudeva.
Non so come mi trovai su la soglia di un grande magazzino, ricordo che
un omaccione mi venne incontro e mi chiese con voce rude:
— Che cerchi?
— Cerco lavoro — risposi. — Farò ciò che volete, anche il facchino.
— A quest’ora vieni, vagabondo?
— Non mi mandate via — ripresi, e gli avrei dato metà del mio sangue
per una parola buona — mi accontento di poco.... qualche lira... tanto
che mi basti per vivere!
— Ma da dove vieni? — chiese l’enorme microcefalo dagli occhi suini —
da dove vieni che sei così molle?
— Vengo dalla strada dove mi hanno ricacciato tutti. Non mi mandate
via, farò ciò che vorrete!
La gran bestia che d’umano aveva solo la stupida crudeltà, mi guardò
dall’alto al basso come a misurarmi, sorrise scrollando il capo e
disse:
— Vattene, vattene; non saprei che farmene di te.
La rivolta repressa si appalesò nel mio sguardo minaccioso. L’omaccione
si oscurò subito in viso e gridò:
— Ehi! Ti ho detto di andartene, non intendi?
— Ma debbo dunque morire di fame? — gridai a mia volta — Vuoi ch’io
adoperi il coltello per non morire?
Fui respinto nella strada dove caddi fra il fango. Mi rialzai folle
d’ira e feci per lanciarmi, ma quattro braccia forti mi trattennero,
mi strapparono via, mi spinsero innanzi a punzoni nei lombi sì da farmi
perdere il respiro. Era la società che interveniva. Udii i fischi e le
risa di coloro che avevano assistito alla scena.
Qualche ora dopo mi rannicchiavo tutto nel mio misero giaciglio di
cenci e battevo i denti per la febbre.
E il secondo giorno trascorse come il primo, fu terribile e muto,
m’arse nel sangue come un consumamento. Non parlai una volta. La fame
stringeva gli aspri suoi nodi, allungava le adunche mani a lacerare
le viscere insaziate; mi seguiva per instillarmi nel cervello i suoi
foschi suggerimenti: — C’è chi ha troppo... Togli! Togli! Togli! —
Mi sorpresi due volte con le mani tremanti dinanzi alla mostra di un
fornaio e per due volte inghiottii la saliva amara e continuai la mia
strada.
Quando annottò mi trovai alla stazione centrale. Il cielo s’era fatto
sereno e l’aria più mite. Attesi perchè molti altri attendevano; stetti
in disparte. Giunse un treno; una fiumana di gente si riversò sul
piazzale della stazione.
Vidi un signore venire verso me recando due valige; mi avvicinai come
facevano gli altri; chiesi:
— Vuole gliele porti?
— Non occorre — rispose.
Lo seguii per qualche passo ancora:
— Mi darà due soldi — ripresi e mi tolsi il berretto.
Il signore si soffermò a guardarmi.
— Prendi — mormorò porgendomi una valigia. Poi:
— Hai fame? — soggiunse.
— Ho fame.
— Quanti anni hai?
— Venticinque.
— E perchè non lavori?
— Signore, è più di un mese che cerco e tutti mi scacciano.
— Domani alle due, vieni in via della Mercede, numero venti.
— Grazie, signore, verrò.
Non avevo fatto cinque passi che udii una rapida corsa e alcune voci
che gridavano:
— Ladro, ci ruba il mestiere! Ladro, ci ruba il mestiere!
Fui preso in mezzo da molti forsennati che mi strapparono la valigia,
mi malmenarono, mi gettarono a terra e per la seconda volta, a tutta
difesa, fui condotto in questura.
Quando caddi, stremato di forze ormai, sul mio giaciglio, mi dissi:
— Duccio, è venuta l’ora; preparati nel nome di tua madre chè domani
avrai le quattro assi benedette e ti porteranno via!...
Poi mi strinsi la gola con la coltre perchè non volevo piangere, non
volevo aver paura; mi raccolsi in un muto addio al sole, alla vita,
agli uomini che amavo; in un muto addio all’amica lontana che non avrei
riveduto mai più! E strinsi gli occhi, strinsi le labbra perchè non
volevo piangere finchè mi potessi. Ad un tratto mi sentii venir meno ed
ogni pensiero illanguidendo svanì. Era il sonno dello sfinimento.
All’indomani, quando riapersi gli occhi, vicino al mio giaciglio trovai
un pane caldo e una ciotola di vino.