«... _e i tre pastori videro levarsi_
_San Giorgio con la sua spada lucente_....»
Allo smorire del cielo s’era diffuso il color delle viole.
«... _veniva dai paesi dell’oriente._
_Avea passato e le foreste e il mare_
_sul suo cavallo, senza mai sostare;_
_senza sostare, senza prender posa_
_fino alla triste terra paurosa_....»
C’era un più tenero sogno allo smorire dei cieli e l’anima mia se ne
addolciva.
«... _stava diritto ed alto su gli arcioni._
_E i tre pastori cadder ginocchioni,_
_cadder su le ginocchia ad implorare_
_colui che aveva oltrepassato il mare,_
_che veniva col sole da l’oriente_
_a difender la sua povera gente!_....»
Tutto era smorto col dileguar del sole; e l’aria e il mare e l’infinito.
Gli occhi miei non si erano distolti un attimo dal cielo. Le voci che
cantavano intorno pareva salissero dal niente, da un fiato di nebbie
disperdentisi. Le ultime viole impallidivano come occhi socchiusi dal
sonno. Oh l’immensa dolcezza! Sembrava il mare, in quell’ora, il campo
infinito del silenzio solcato da una sola nave che faceva vela per
l’ignoto.
Ma il mio pensiero era laggiù alla soglia della piccola casa dove
l’amica mia piangeva; era laggiù come un povero viatore che non può
farsi avvertire.
Io non sapevo di poterla rivedere l’amica mia: dove sarei andato? che
ne sarebbe stato di me?
Col capo appoggiato all’albero di artimone guardavo disperdersi le
ultime luci. Apparve la stella del pastore: la prima che annuncia il
grande stuolo, il gregge che vien dietro lei nella notte. Verso poppa
un vecchio preparava il mangiare, curvo su le bragi di un piccolo
fornello. Innanzi a lui un cane della Pomerania scodinzolava mugolando.
Lo sconosciuto andava e veniva da poppa a prua. Come l’aria s’era fatta
frigida aveva rialzato il bavero della giacchetta e si era ficcato fin
su le orecchie il berretto a visiera. Sentivo una ripugnanza assoluta
al conversare; avrei voluto esser solo e indisturbato; solo con la mia
tristezza.
Quante volte ricomincia la vita! Questa esistenza nostra che non si
svolge mai tutt’intera secondo un corso segnato; ma procede ad impeti
e si arresta e riprende fino alla sua consumazione! Per me si chiudeva
allora un’età; il tempo se la spingeva innanzi verso il suo nulla,
rapidissimamente. Ciò che era stato non sarebbe riapparso _mai più_.
Nelle pause del dolore, queste parole risuonano come il grido che si
allontana, come la voce che si perde nel vuoto; per un attimo tutto
l’essere ne sente la tristezza lacerante e dubitando si accascia; ma
poi la vita riprende i suoi diritti e ricomincia la trama paziente fra
i rovi finchè una nuova bufera non la disperda. È sempre così ma che
importa? Non chiedere la sua ragione al sereno; non chiedere all’amica
tua perchè ti voglia bene. La gioia è fatta di piccoli nulla e la
scienza accresce il dolore.
Ad un tratto si udì giungere per l’aria, e non so per quale fenomeno
strano perchè le terre erano lontanissime, un lento martellare di
campana ma affiochito, incerto, dolcissimo. C’erano già le stelle,
ricordo, e all’albero maestro e a prua lucevan le grandi lanterne
che segnavano il nostro volo sul mare. Vidi vicino a me Rùstigh,
il capitano. Si tolse il berretto e si fece il segno della croce.
I marinai si inginocchiarono in disparte. Quando il suono alitante
si disperse, simile al dileguare di un fumo argenteo nei mattini
invernali, udii Omero chiedere a Rùstigh:
— È l’_or di notte_ forse?
— No — rispose Rùstigh — è la campana di una città scomparsa sotto il
mare. Il Signore la maledisse e le acque la inghiottirono.
Un riso acuto ed aspro sorse dall’ombra. Lo sconosciuto si era
avvicinato a Rùstigh l’uomo semplice e rozzo. Disse:
— E voi credete ancora a queste cose?
— Sì, ci credo.
— La vostra fortuna è lontana, allora. Morrete schiavi di chi vi
comanda.
— Sul mare c’è un solo padrone — rispose Rùstigh.
— E chi è di grazia? — chiese ridendo lo sconosciuto. Dopo una breve
pausa una voce alta e solenne gridò da poppa:
— Iddio.
Lo sconosciuto infilò le mani nelle tasche della giacchetta e si
allontanò borbottando.
— Siete più ciechi dei bambini!
Non gli dettero ascolto; avevano ripreso il lento cantilenare:
«... _i tre pastori videro levarsi_
_San Giorgio con la sua spada lucente!_...»
La notte palpitava nell’infinito. Ah Serenella, non fu tanto ardore
nel cielo quanto dolore fu nell’anima mia per averti perduta! Una
disperazione tragica si chiuse nel mio cuore ed io l’ebbi sacra. Ebbi
sacro il martirio che provavo per te.
Un singulto mi scosse, poi un altro e un altro con crescente rapidità
come in un riso irrefrenabile che ti prende, ti deforma e ti angoscia.
Senza un grido, Serenella, per te tutta l’anima mia si prostrava
tremando.
Caddi prono su le assi del ponte e piansi, piansi a morirne.
Omero non disse parola; stava col capo reclino fra le palme dischiuse e
pareva dormisse.