X.

Solitudini amare.

Sedevano a poppa, ai piedi del timoniere, gli uomini dell’equipaggio

del _San Giorgio_. Io m’ero accosciato vicino all’albero di artimone,

sotto la gran vela. Omero era disceso nella stiva con Rùstigh,

il capitano della piccola nave. La spiaggia di Magnavacca andava

lontanando nel mattino lucente; ora si scopriva tutta: dalle lande

di Marcabò, dalle solitarie bocche del Po di Primaro fino agli esili

filari di betulle del Po di Volano e alla selva di Mesola, sperduta

nelle azzurrità mattinali. E come la linea di demarcazione fra la

spiaggia ed il mare diminuiva con l’accrescersi della lontananza,

apparivano, simili a nubi salienti dall’altro mare, le estreme montagne

d’Appennino. Si disperdevano verso nord su la gran pianura padana e

verso levante scendevano su l’Adriatico fino al promontorio di Ancona

che i vecchi navigatori delle nostre spiagge chiamano ancora l’Alpe del

sole.

Gli uomini dell’equipaggio sedevano tranquilli: non si poteva andare

a miglior vento. Vicino alla sua barra il timoniere fumava in pace. In

disparte, sopra un mucchio di cordami, era uno sconosciuto che di tanto

in tanto levava gli occhi a guardarmi e riabbassava poi il capo fra le

palme.

Qualcuno fra i navigatori intonò una canzone a cui gli altri fecer coro

ma sommessamente per non rompere la dolcezza del gran silenzio. La nave

aveva un movimento placido; qualche fremito, qualche scricchiolio delle

vecchie assi si univa a volte alla canzone dei marinai; null’altro.

Mi ero disteso supino: vedevo sopra me le grandi ali che ci portavano

a volo verso l’alto mare; poi il cielo, pallido nel suo sereno quasi

iemale. Il tepore era dolce, blandiva lasciando la mente in un torpido

vaneggiamento. A poco a poco la gran pace serena fu ne’ miei sensi e mi

addormentai.

Eravamo molto lontani quando riapersi gli occhi. Il sole si spegneva

nei cieli estremi e la costa era scomparsa dall’orizzonte.

Volsi gli occhi intorno a ricercare Omero. Lo vidi in disparte e non

lo disturbai; mi era unicamente necessaria la sua presenza. Non appena

la mente mia, riposata dal sonno, riprese le sue piene facoltà, il mio

dolore balzò dal silenzio con rinnovata lena.

Zalèbi era morto sotto alle finestre di Sita mentre le guardie si

lanciavano per imprigionarlo; Serenella, nell’ombra e nel lutto

della sua casa, risvegliandosi, mi avrebbe cercato con occhi grandi e

smarriti, per rinnovarmi la disperata preghiera. L’uno aveva raggiunto

il suo sogno; l’altra per il suo sogno piangeva.

La tristezza lacerante delle cose perdute mi opprimeva; per la seconda

volta la morte ed il dolore mi avevano lanciato alla ventura verso un

avvenire che mi appariva deserto e dolente. Ma non languivo. L’asprezza

del dolore rinvigoriva a quando a quando il mio assiduo desiderio

di lotta. A quando a quando perchè la tristezza, la figlia della

pensosità, questa maga dal pallido volto affilato in cui gli occhi sono

come un abisso, si era insinuata in me perdutamente.

Tu vai fra tanti, vai solo fra mille, fra diecimila; hai perduto

molto, hai perduto un cuore, una dolcezza, la maggiore fra tutte:

tua madre; e vai e nel cammino ti accompagna il pensiero di lei

sempre, perchè tu solo, tu solo puoi portare con te qualcosa di

quella creatura benedetta, qualcosa ch’ella ti ha dato nel suo amore,

nello spasimo santo della sua doglia. Cammini. Iddio, l’Infinito, il

Mistero, qualcosa di imponderabile se l’è ripresa. Chi sa? in qualche

angolo della terra ci sarà un’ombra anche per te. La terra è grande e

la fortuna è cieca. Passano mesi, la tua giovinezza riprende il suo

cantico perchè tua madre vuole così, avrebbe voluto così tua madre

che ti segue, che è in te, in tutto ciò che di più gaio dall’anima tua

fiorisca; riprendi il tuo cantico perchè la vita è bella e si può e si

deve amare. Un giorno, ecco, un bel giorno ti accorgi che c’è qualche

novità: ti batte il sangue ai polsi, tutta la tua vita è più alerte,

tante idee nuove, come stormi di allodole, passano per la tua mente. È

una dolcissima primavera che ti invita a sostare; e sosti.

Sosti; chi può andar sempre se non il sole? L’amore è giunto e ben

rimanga nel suo regno cortese. _Ella_ è inanzi al tuo core, si è

fermata vicino a te; il destino l’ha condotta su la tua via come dal

primo giorno della vita. Sorga pure dallo squallore, dalla miseria,

nulla può recarle offesa.

È tal cosa la giovinezza, che l’arte umana non può superarla. Non

hai osservato mai come una bella figlia abbia in sè, per ignota virtù

trionfale, quasi una lucentezza solare per cui nessuna cosa al mondo

può avvilirla? Ella è ricca e il suo misero giaciglio è pari a coltri

di damasco e d’oro; la virtù di lei si comunica alle cose che le stanno

intorno; dove ella vive la primavera non finisce mai.

Ecco, solitario viandante, il sogno degli innamorati che, nella tua

vita, vorresti eterno come l’illusione, ti ha raggiunto: godilo per

il poco che puoi. Ogni giorno ha il suo tramonto e ogni stagione ha

i suoi giorni: non uno è uguale all’altro. Domani forse ti troverai

per altre vie. Ciò che oggi risplende alto nel tuo cielo, avrà domani

un’apparenza crepuscolare.

Vedere e svedere; creder d’essere giunti e trovarsi lontani le mille

miglia; è la vicenda eterna e in ciò è il germe della eterna tristezza.

Io soffrivo nel mio silenzio e m’era dolce la vicinanza di Omero. Delle

cose perdute vedevo in lui come una continuazione. A volte lo cercavo

con gli occhi; ma l’amico buono non mi rivolgeva parola chè intendeva

la mia sofferenza nè voleva turbarmi.

Il mare onduleggiava ingemmandosi e le terre erano tramontate sotto

alle nebbie dileguando quasi che il vento le avesse soffiate nella

concavità dei cieli là dove il sole si moriva; e laggiù si levava sul

mare un diadema sanguigno che accendeva le acque di tremule lingue di

fuoco.

Gli occhi miei non abbandonarono un attimo l’estremo baglior moribondo.

In quella latitudine sorgeva la città rossigna, la solitaria corolla

delle lagune. Ne vedevo le torri, nere, immobili verso l’abisso, simili

a l’umana volontà che scruta; ne vedevo tutto il profilo sorgere su

dall’ombra, e stagliarsi graniticamente su l’ondeggiante varietà del

crepuscolo. Stava a simiglianza di uno spettro su l’immensità marina.

Il mio cuore ne tremò, sì chiara fu la visione in quell’attimo. Taceva

nel suo lutto, la città dell’amore, simile ad un’oscura prigione chiusa

per l’eterno su la fredda superbia di Sita. Tutto si era ammutolito in

una gelida crudezza; ogni casa era deserta, ogni canale, ogni ponte;

non una voce umana si legava, non un grido. Su le vie fatte oscure

dalla luce di un eterno crepuscolo, cinta dalla sua veste vermiglia,

gli occhi larghi e pieni di terrore, la bocca contratta in un lamento

di assidua chiamata errava un’ombra, sola, che si soffermava ad

origliare a tutte le porte; sola nella città deserta, nel silenzio del

mondo. Ella non udiva che il busso degli zoccoli suoi da ponte a ponte;

non udiva che il suo respiro roco e la sua voce che le faceva paura.

Aveva paura della vita sua, in quel luogo sacro al regno della morte,

Sita, la maledetta!

Ella aveva riso profanando l’amore e l’amore se ne vendicava così.

Il Cantico · 第 16 / 42 题