Solitudini amare.
Sedevano a poppa, ai piedi del timoniere, gli uomini dell’equipaggio
del _San Giorgio_. Io m’ero accosciato vicino all’albero di artimone,
sotto la gran vela. Omero era disceso nella stiva con Rùstigh,
il capitano della piccola nave. La spiaggia di Magnavacca andava
lontanando nel mattino lucente; ora si scopriva tutta: dalle lande
di Marcabò, dalle solitarie bocche del Po di Primaro fino agli esili
filari di betulle del Po di Volano e alla selva di Mesola, sperduta
nelle azzurrità mattinali. E come la linea di demarcazione fra la
spiaggia ed il mare diminuiva con l’accrescersi della lontananza,
apparivano, simili a nubi salienti dall’altro mare, le estreme montagne
d’Appennino. Si disperdevano verso nord su la gran pianura padana e
verso levante scendevano su l’Adriatico fino al promontorio di Ancona
che i vecchi navigatori delle nostre spiagge chiamano ancora l’Alpe del
sole.
Gli uomini dell’equipaggio sedevano tranquilli: non si poteva andare
a miglior vento. Vicino alla sua barra il timoniere fumava in pace. In
disparte, sopra un mucchio di cordami, era uno sconosciuto che di tanto
in tanto levava gli occhi a guardarmi e riabbassava poi il capo fra le
palme.
Qualcuno fra i navigatori intonò una canzone a cui gli altri fecer coro
ma sommessamente per non rompere la dolcezza del gran silenzio. La nave
aveva un movimento placido; qualche fremito, qualche scricchiolio delle
vecchie assi si univa a volte alla canzone dei marinai; null’altro.
Mi ero disteso supino: vedevo sopra me le grandi ali che ci portavano
a volo verso l’alto mare; poi il cielo, pallido nel suo sereno quasi
iemale. Il tepore era dolce, blandiva lasciando la mente in un torpido
vaneggiamento. A poco a poco la gran pace serena fu ne’ miei sensi e mi
addormentai.
Eravamo molto lontani quando riapersi gli occhi. Il sole si spegneva
nei cieli estremi e la costa era scomparsa dall’orizzonte.
Volsi gli occhi intorno a ricercare Omero. Lo vidi in disparte e non
lo disturbai; mi era unicamente necessaria la sua presenza. Non appena
la mente mia, riposata dal sonno, riprese le sue piene facoltà, il mio
dolore balzò dal silenzio con rinnovata lena.
Zalèbi era morto sotto alle finestre di Sita mentre le guardie si
lanciavano per imprigionarlo; Serenella, nell’ombra e nel lutto
della sua casa, risvegliandosi, mi avrebbe cercato con occhi grandi e
smarriti, per rinnovarmi la disperata preghiera. L’uno aveva raggiunto
il suo sogno; l’altra per il suo sogno piangeva.
La tristezza lacerante delle cose perdute mi opprimeva; per la seconda
volta la morte ed il dolore mi avevano lanciato alla ventura verso un
avvenire che mi appariva deserto e dolente. Ma non languivo. L’asprezza
del dolore rinvigoriva a quando a quando il mio assiduo desiderio
di lotta. A quando a quando perchè la tristezza, la figlia della
pensosità, questa maga dal pallido volto affilato in cui gli occhi sono
come un abisso, si era insinuata in me perdutamente.
Tu vai fra tanti, vai solo fra mille, fra diecimila; hai perduto
molto, hai perduto un cuore, una dolcezza, la maggiore fra tutte:
tua madre; e vai e nel cammino ti accompagna il pensiero di lei
sempre, perchè tu solo, tu solo puoi portare con te qualcosa di
quella creatura benedetta, qualcosa ch’ella ti ha dato nel suo amore,
nello spasimo santo della sua doglia. Cammini. Iddio, l’Infinito, il
Mistero, qualcosa di imponderabile se l’è ripresa. Chi sa? in qualche
angolo della terra ci sarà un’ombra anche per te. La terra è grande e
la fortuna è cieca. Passano mesi, la tua giovinezza riprende il suo
cantico perchè tua madre vuole così, avrebbe voluto così tua madre
che ti segue, che è in te, in tutto ciò che di più gaio dall’anima tua
fiorisca; riprendi il tuo cantico perchè la vita è bella e si può e si
deve amare. Un giorno, ecco, un bel giorno ti accorgi che c’è qualche
novità: ti batte il sangue ai polsi, tutta la tua vita è più alerte,
tante idee nuove, come stormi di allodole, passano per la tua mente. È
una dolcissima primavera che ti invita a sostare; e sosti.
Sosti; chi può andar sempre se non il sole? L’amore è giunto e ben
rimanga nel suo regno cortese. _Ella_ è inanzi al tuo core, si è
fermata vicino a te; il destino l’ha condotta su la tua via come dal
primo giorno della vita. Sorga pure dallo squallore, dalla miseria,
nulla può recarle offesa.
È tal cosa la giovinezza, che l’arte umana non può superarla. Non
hai osservato mai come una bella figlia abbia in sè, per ignota virtù
trionfale, quasi una lucentezza solare per cui nessuna cosa al mondo
può avvilirla? Ella è ricca e il suo misero giaciglio è pari a coltri
di damasco e d’oro; la virtù di lei si comunica alle cose che le stanno
intorno; dove ella vive la primavera non finisce mai.
Ecco, solitario viandante, il sogno degli innamorati che, nella tua
vita, vorresti eterno come l’illusione, ti ha raggiunto: godilo per
il poco che puoi. Ogni giorno ha il suo tramonto e ogni stagione ha
i suoi giorni: non uno è uguale all’altro. Domani forse ti troverai
per altre vie. Ciò che oggi risplende alto nel tuo cielo, avrà domani
un’apparenza crepuscolare.
Vedere e svedere; creder d’essere giunti e trovarsi lontani le mille
miglia; è la vicenda eterna e in ciò è il germe della eterna tristezza.
Io soffrivo nel mio silenzio e m’era dolce la vicinanza di Omero. Delle
cose perdute vedevo in lui come una continuazione. A volte lo cercavo
con gli occhi; ma l’amico buono non mi rivolgeva parola chè intendeva
la mia sofferenza nè voleva turbarmi.
Il mare onduleggiava ingemmandosi e le terre erano tramontate sotto
alle nebbie dileguando quasi che il vento le avesse soffiate nella
concavità dei cieli là dove il sole si moriva; e laggiù si levava sul
mare un diadema sanguigno che accendeva le acque di tremule lingue di
fuoco.
Gli occhi miei non abbandonarono un attimo l’estremo baglior moribondo.
In quella latitudine sorgeva la città rossigna, la solitaria corolla
delle lagune. Ne vedevo le torri, nere, immobili verso l’abisso, simili
a l’umana volontà che scruta; ne vedevo tutto il profilo sorgere su
dall’ombra, e stagliarsi graniticamente su l’ondeggiante varietà del
crepuscolo. Stava a simiglianza di uno spettro su l’immensità marina.
Il mio cuore ne tremò, sì chiara fu la visione in quell’attimo. Taceva
nel suo lutto, la città dell’amore, simile ad un’oscura prigione chiusa
per l’eterno su la fredda superbia di Sita. Tutto si era ammutolito in
una gelida crudezza; ogni casa era deserta, ogni canale, ogni ponte;
non una voce umana si legava, non un grido. Su le vie fatte oscure
dalla luce di un eterno crepuscolo, cinta dalla sua veste vermiglia,
gli occhi larghi e pieni di terrore, la bocca contratta in un lamento
di assidua chiamata errava un’ombra, sola, che si soffermava ad
origliare a tutte le porte; sola nella città deserta, nel silenzio del
mondo. Ella non udiva che il busso degli zoccoli suoi da ponte a ponte;
non udiva che il suo respiro roco e la sua voce che le faceva paura.
Aveva paura della vita sua, in quel luogo sacro al regno della morte,
Sita, la maledetta!
Ella aveva riso profanando l’amore e l’amore se ne vendicava così.