3 febbraio 1641.

_Mio caro_,

Mentre voi mi dimenticate a Narbona, abbandonandovi alle voluttà

della Corte ed al piacere di far opposizione al cardinale

Richelieu, io, seguendo il desiderio che mi dimostraste, fo gli

onori di Parigi al vostro lord inglese, il marchese di Worcester,

e lo conduco, o per dir meglio, mi fo condurre di curiosità in

curiosità, scegliendo sempre le più triste e le più serie,

parlando poco, ascoltando con estrema attenzione, e ficcando

addosso a coloro che interroga due occhioni azzurri, che pare

vogliano penetrare nel fondo del pensiero. Del resto, egli non

s'accontenta mai delle spiegazioni che gli vengono fatte, e non

prende mai le cose dal lato da cui gli vengono mostrate. Lo prova

la visita che andammo a fare insieme a Bicêtre (l'ospedale de'

pazzi) dove pretende d'avere scoperto in un pazzo un uomo di

genio. Se il pazzo non fosse stato furioso, credo in verità che

il vostro marchese n'avrebbe implorata la liberazione per

condurselo a Londra, ed ascoltare le sue pazzie dall'alba al

tramonto. Quando attraversammo il cortile dei pazzi, e più morta

che viva dalla paura, io mi stringeva al mio compagno, un brutto

ceffo si mostra dietro una grossa inferriata, gridando con voce

soffocata:

— Io non sono un pazzo, io: ho fatto una scoperta che deve

arricchire il paese che vorrà porla in pratica.

— Cos'è questa scoperta?» diss'io fissando colui che ci mostrava

la casa.

— Ah! egli rispose alzando le spalle: una cosa affatto semplice;

e che voi non indovinereste mai: l'uso del vapore dell'acqua

bollente.»

Mi posi a ridere.

— Quest'uomo (ripigliò il custode) chiamasi Salomone di Caus.

Venne di Normandia or fa quattro anni per presentare al re una

memoria intorno ai meravigliosi effetti che si potrebbero trarre

dalla sua invenzione. A sentirlo col vapore si farebbero girar

macchine, camminar vetture, che so io? Il cardinale cacciò questo

pazzo senza ascoltarlo. Salomone di Caus, invece di scoraggiarsi,

si pose a seguitar dappertutto il cardinale, che, stanco di

trovarselo sempre fra i piedi, ordinò di chiuderlo a Bicêtre,

dove si trova da tre anni e mezzo, e dove, come avete potuto udir

da voi stessa, grida ad ogni forestiere, che non è pazzo, e che

ha fatto una scoperta meravigliosa. Compose perfino un libro

intorno a ciò, e lo tengo qui.»

Milord Worcester, tutto pensoso, chiese il libro, e lette alcune

pagine, disse: — Costui non è un pazzo, no; e nella mia patria

sarebbe stato colmato di ricchezze; conducetemi a lui voglio

interrogarlo.»

Fu condotto, e ritornò tristo e meditabondo.

— Ora (disse) egli è pazzo; la sventura e la prigionia gli hanno

fatto smarrir la ragione per sempre, ma siete voi altri che

l'avete reso pazzo; e quando l'avete gettato in questa prigione,

gettaste qui il più gran talento della nostra età.»

Quindi ce ne partimmo, e d'allora in poi egli non parla che di

Salomone di Caus. Addio, mio caro e fido Enrico; ritornate al più

presto; e non siate tanto felice, che non vi resti un po' d'amore

per me.

Il libro rimesso dal custode al marchese di Worcester era certamente

quello, che l'infelice Salomone di Caus aveva pubblicato nel 1613 col

titolo: _Le ragioni delle forze motrici con diverse macchine tanto utili

quanto dilettevoli._ Il pensiero di alzar l'acqua per mezzo della forza

elastica del vapore appartiene dunque a lui. Quarantott'anni dopo, il

marchese di Worcester credette poterselo appropriare, senza timore di

udirsene tolta la gloria. Gli Inglesi, sommi applicatori d'idee nuove,

mostrano spesso una ciarlataneria senza pari. L'amor nazionale non

richiede che si facciano prede nel dominio intellettuale dei vicini, nè

che il frutto della rapina e dell'audacia venga qualificato come prima

proprietà.

Franklin, Parmentier, Montgolfier, Jaquard, Riquet, trovano naturalmente

posto fra gli artigiani anteriori al 1789, quando l'elevazione dal terzo

stato e il furore rivoluzionario e gli artefizj de' diplomatici e il

fanatismo erudito e i tanti malanni furono guidati dalla Provvidenza ad

effettuare la rigenerazione della povera plebe.

Or chi volesse intendere la vita dell'artigiano di Parigi, dico

dell'artigiano galantuomo, eccone uno schizzo:

«L'operajo è senza forse una delle fisonomie più caratteristiche del

nostro mondo sociale: occupa un luogo distinto, e per necessità del suo

lavoro trovandosi spesso in contatto con tutte le classi della società,

non ritrae nulla della fisionomia d'alcuna di esse. Prima di tutto, egli

è _lui_. Di natura libero, tiene molto di quel lasciar correre, che non

trovasi che nelle nature vergini, e non l'udreste mai proferir cattive

parole e stizzose. Quando motteggia, il suo pensiero è fecondo di

arguzie, di rado v'entra il sarcasmo: quando è in collera; il suo petto

si dilata, i suoi occhi mandano lampi, la sua voce è tonante, e la

parola divien secca e fiera; ma, siccome dopo la procella vien sereno,

così la collera sua nasconde un cuore pieno di perdono.

«Lavorare, poi lavorare, sempre lavorare; ecco il compendio della vita

dell'operajo. S'alza dalle cinque alle sei per recarsi al telonio;

notate per parentesi che egli abita d'ordinario all'estremità della

città e la sua officina è all'estremità opposta; e al suono della

campana entra nel lavorerio, e vestitosi, si pone all'opera. Il vestito

di lavoro consiste nel levarsi la sopraveste, rimboccar le maniche della

camicia, affibbiar un grembiule al corpo con una coreggia di cuojo.

Dalle sette alle nove i martelli e gli strumenti lavorano a forza di

braccia; alle nove la campana dà il segno della colazione. Allora le

trattorie vicine, da due a tre soldi il piatto, aprono la loro

affumicata caverna ai molti abituati; l'operajo può mangiare a suo

bell'agio, ha tutto il tempo d'essere gastronomo, avendo per sè un'ora

onde assaporare e digerire: alle dieci la campana rintocca, e l'operajo

s'affretta al suo posto, e fin alle due lavora, raddoppiando d'ardore e

d'attività: e il lavoro gli par più leggero e agevole. Alle due, ecco di

nuovo la campana pel pranzo, che tosto incomincia. La trattoria è

puntuale; e non finirono ancora di scoccar le due all'orologio bisunto

che orna la sala dell'ostessa, che i piatti sono a loro luogo sulla

tavola, impregnando l'aria del loro equivoco profumo. — A tavola! a

tavola! Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e

l'operajo slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta

nulla. Egli ha la sua politica particolare, e fa ogni giorno de' bei

sogni, e sù questi bei sogni si fabbrica un avvenire di gloria e di

prosperità, finchè, un soffio di vento non venga a rovesciare il

castello di carta ch'egli con tanta cura e compiacenza s'era edificato.

La campana manda ancora il suo avviso, e al nome del lavoro le chimere

sono sparite. L'operajo ripiglia la fatica, ma lo strumento non è più

maneggiato così destramente come prima; lavora però con coraggio, e il

direttore non ha nulla a ridire. Fra qualche ora il giorno sarà finito,

e gli lascerà un momento d'intera libertà, e allora potrà ronzare giù

giù per le vie della città a lento passo. Questo pensiero gli fa

dimenticare per un momento che lo strumento gli sta ozioso nelle mani,

ed allora incominciano fra i vicini mille ciarle a bassa voce, che si

perdono in un mormorio confuso. L'uno narra una piacevole avventura di

cui fu testimonio il mattino venendo all'officina; l'altro fa a modo suo

l'analisi del nuovo melodramma; questi, padre di famiglia, parla del

bimbo che ha a balia; quegli deplora lo scarso salario... Ma zitto! La

fedele campana alza la voce: l'ora beata dell'uscire è scoccata, e

questa volta la campana risonò più chiara e viva, quasi avesse serbato

per quest'ora il tintinno più lieto. Allora colle braccia fra le

braccia, colla fisonomia aperta, il portamento leggero, i figliuoli

dell'officina se ne vanno, ricambiandosi ad alta voce quelle grosse

facezie, così spiritose ed ingenue.

[Illustrazione: Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si

toccano, e l'operaio slancia la propria opinione con una sicurezza

che non rispetta nulla. (_Pag. 171_).]

«Nulla v'ha di sì grave come l'interno d'un'officina: tutti questi

uomini attenti al lavoro, ch'adoperano lo strumento con un ingegno così

preciso, che non s'interrompono mai senza un perchè, col corpo chino sul

banco, nudi le braccia e il petto, il volto pensieroso, la bocca

serrata, e continuano per ore intiere, quanto è ammirabile! Nell'operajo

l'emulazione opera per tutti i versi. Scegliete un terreno vergine,

seminatevi del buon grano, e vedrete tosto le spighe rigogliose

ondeggiar il capo dorato ai raggi del sole; ma se, invece del buon

grano, la vostra mano inesperta vi getta del loglio, anche la pianta

parassita s'alzerà vigorosa. L'operajo è terreno vergine, giacchè,

uscito dalla turba popolare, educato fra le privazioni e i travagli di

una vita, spesso afflitta dalla miseria, il suo cuore, non corrotto dai

diletti del lusso, si abbandona a tutte le impressioni, presta fede al

bene, e capisce a stento il male.

«S'ammoglia per tempo, poichè, abbandonato a sè, ha bisogno d'affetti

che addolciscano la vita; affetti, di cui solo la donna possiede il

secreto. Non conosce e non frequenta che la figliuola dell'operajo, ed i

suoi voti non vanno più in su. La figliuola dell'operajo è pudica, è

gentile, ama il lavoro, e vale insieme un patrimonio e una felicità. —

Che cosa dunque chieder di più? Le parla, e qualche mese dopo ottiene la

licenza di farsi fare l'abito nero di cerimonia, e d'ordinare il pranzo

da nozze.

«Dal giorno in cui l'operajo andò in abito nero a dire il _sì_, la sua

indole muta improvvisamente, e perde l'amabile spensieratezza; conserva

sempre la forma primitiva, ma con alquanto minor naturalezza e

bonarietà. Jeri non aveva da pensar che a sè; oggi ha eseguito l'atto

più grave di sua vita; atto che gl'impone quindi innanzi d'essere non

solo onesto, ma regolato ed assiduo lavoratore. Non più ore di riposo,

rubate talvolta al tempo del lavoro, e trascorse a fantasticare un

avvenire felice. Non più quelle belle e buone infingardaggini

soddisfatte, col capo al sole e la pippa in bocca. La giovane moglie

minaccia d'essere feconda, e i mesi di balia non son che di trenta

giorni, e non fanno credenza. Fa egli allora di molte sottrazioni al suo

preventivo, perchè, senza di ciò la masserizia soffrirebbe un vuoto ben

difficile a riempirsi da operaj che non hanno che una mercede fissa,

senza eventualità. Prima del matrimonio, l'operajo andava a teatro tutti

i lunedì: ora ragion vuole ch'egli goda questo spasso sol una volta il

mese. Gli abiti d'un giovane non devono più esser quelli d'un

ammogliato. Questi non è più padrone di sè, come l'altro, e dalla sua

condotta dipende il bene della moglie e de' figliuoli. Egli cura adunque

di porsi in istato di soddisfare alle spese imprevviste, che non sono

sempre le più lievi d'una casa.

«La domenica, riposo e festa. Sei giorni d'un lavoro faticoso sono un

nulla quando la domenica promette di far bello, e la paga del sabato è

abbastanza rotonda. Quel giorno l'operajo si alza più tardi, computa con

compiacenza i piaceri che la domenica promette; s'adorna degli abiti più

belli; e della più bella cera, vestito di panno, col cappello sulle

ventitrè, si rivolge verso le alture dei sobborghi: colla sua donna al

braccio, e con orgoglio seguìto da due o tre bimbi, che vanno dritto

dritto per la loro strada, senza mai guardarsi indietro.

«Le passeggiate della domenica o del lunedì non impediscono all'onesto

artigiano di pensare al suo avvenire ed a quello della famigliuola. Ogni

mese va a deporre religiosamente alla Cassa di Risparmio la modica

somma, che potè economizzare sul salario del lavoro, o limitando i suoi

piaceri, o riducendo i bisogni alla stretta necessità. Fra quindici anni

comincerà a raccogliere i frutti della sua buona condotta; mariterà

decentemente le sue figliuole con una piccola dote; allogherà forse i

suoi figliuoli, dei quali avrà fatto dei buoni operaj come lui; e quando

le forze verranno a mancargli cogli anni, avendo avuto il senno di

riporsi un tozzo pel tempo delle infermità, avrà il conforto di vedersi

allo schermo della necessità, e di finir i suoi giorni onorati sotto al

modesto suo tetto, invece d'esser costretto a bussare alla porta d'un

ospizio, e chiedervi per Dio un asilo alla sua debole decrepitezza.»

_Così sia_, vorremmo dire: ma invece dobbiam dire, _Così fosse!_ Un

tempo fu di moda ritrar la vita sotto colori ridenti; l'idillio è

vecchio quanto la società. Poi venne il momento che si adulava _al

popolo_ cioè _al vulgo_, perchè si aspettava che diventasse re: e nulla

è più triviale che questo blandire ai futuri regnanti. Pur beato se con

ciò s'intendeva offrir un modello di quel che dovrebbe essere, e di

eccitarlo ad essere. Supponiamo quest'intenzione al nostro autore; ma la

statistica, coi numeri inesorabili, già allora rivelava un aspetto ben

differente. Bulwer, che pur dipinse la Francia con colori rosati, trova

fra gli operaj di Parigi ubbriaconi i cappellaj, i pittori e arti

analoghe, soprattutto i conciatori e gli operaj di porto; viziosi e

malviventi i sartori; i filatori di cotone tanto miserabili, da esser

fino incapaci di vizj; gli ebanisti, pazzi pel bere, ma tranquilli;

gl'imbianchini beoni e infingardi, gli scarpellini beoni e sventati. A

Lione, la gran città manifatturiera, 100,000 che lavorano alle sete sono

all'infimo dell'istruzione, della pulitezza, della moralità, e si

abbandonano per nulla a quel furore, con cui si rivela il mal contento

degli esseri degradati. Carlo Dupin valuta che venti milioni di Francesi

non prendono mai cibo animale, ma solo patate e grano turco; sette

milioni e mezzo mangiano poco o nulla di pane; ma orzo, riso, polenta

gialla, castagne, legumi, patate in acqua, e niun altro combustibile che

stoppie e scopa. Lorain, nel _Prospetto dell'istruzione primaria in

Francia_, asserisce esservi cantoni di quindici o venti Comuni, dove non

si rinverrebbe una scuola; e fin nel dipartimento di Senna e Loira v'è

un Comune dove il notajo conduce sempre seco i testimonj, perchè non

troverebbe chi sapesse firmare; e in molti Comuni del dipartimento di

Lot e Garonna e dell'Orne interi consigli municipali sono di inalfabeti.

In ricambio (lo sappiamo) v'è la sapienza universale dei Parigini, e i

tesori profusi nella Biblioteca, nell'Istituto, nelle altre fondazioni,

destinate a concentrare anche l'istruzione, mentre l'importanza

consisterebbe nel diffonderla. Ma il dio della Francia è la gloria; e

questi fatti possono chiarire sì le subitanee rivoluzioni, sì il valor

vero del suffragio universale.

Fortunatamente il nostro tema non ci conduce a snudare quella corruzione

e quelle miserie, ad esagerare le quali si affinò l'ingegno di

declamatori, che poi non avevano nè un suggerimento per alleviarle, nè

un conforto per lenirle. Basta l'aver accennato questo tema a una

democrazia non cianciera, non irritante, non rivoluzionaria: che

confessa la schiavitù agli arbitrj non esser più avvilente della

schiavitù all'ignoranza; che sa il miglior modo d'innalzare il popolo

essere l'educarlo, e indurgli l'abitudine di una regolare applicazione e

del contare sopra sè stesso fin dall'infanzia per combattere le

difficoltà della vita; che infine non si propone di impedir le lagrime,

inevitabile eredità originale; sibbene di farle meno acerbe, di non

lasciar che tolgano il coraggio di convertirle in miglioramento od in

espiazione.

1851.

Racconti storici e morali · 第 50 / 94 题