_Mio caro_,
Mentre voi mi dimenticate a Narbona, abbandonandovi alle voluttà
della Corte ed al piacere di far opposizione al cardinale
Richelieu, io, seguendo il desiderio che mi dimostraste, fo gli
onori di Parigi al vostro lord inglese, il marchese di Worcester,
e lo conduco, o per dir meglio, mi fo condurre di curiosità in
curiosità, scegliendo sempre le più triste e le più serie,
parlando poco, ascoltando con estrema attenzione, e ficcando
addosso a coloro che interroga due occhioni azzurri, che pare
vogliano penetrare nel fondo del pensiero. Del resto, egli non
s'accontenta mai delle spiegazioni che gli vengono fatte, e non
prende mai le cose dal lato da cui gli vengono mostrate. Lo prova
la visita che andammo a fare insieme a Bicêtre (l'ospedale de'
pazzi) dove pretende d'avere scoperto in un pazzo un uomo di
genio. Se il pazzo non fosse stato furioso, credo in verità che
il vostro marchese n'avrebbe implorata la liberazione per
condurselo a Londra, ed ascoltare le sue pazzie dall'alba al
tramonto. Quando attraversammo il cortile dei pazzi, e più morta
che viva dalla paura, io mi stringeva al mio compagno, un brutto
ceffo si mostra dietro una grossa inferriata, gridando con voce
soffocata:
— Io non sono un pazzo, io: ho fatto una scoperta che deve
arricchire il paese che vorrà porla in pratica.
— Cos'è questa scoperta?» diss'io fissando colui che ci mostrava
la casa.
— Ah! egli rispose alzando le spalle: una cosa affatto semplice;
e che voi non indovinereste mai: l'uso del vapore dell'acqua
bollente.»
Mi posi a ridere.
— Quest'uomo (ripigliò il custode) chiamasi Salomone di Caus.
Venne di Normandia or fa quattro anni per presentare al re una
memoria intorno ai meravigliosi effetti che si potrebbero trarre
dalla sua invenzione. A sentirlo col vapore si farebbero girar
macchine, camminar vetture, che so io? Il cardinale cacciò questo
pazzo senza ascoltarlo. Salomone di Caus, invece di scoraggiarsi,
si pose a seguitar dappertutto il cardinale, che, stanco di
trovarselo sempre fra i piedi, ordinò di chiuderlo a Bicêtre,
dove si trova da tre anni e mezzo, e dove, come avete potuto udir
da voi stessa, grida ad ogni forestiere, che non è pazzo, e che
ha fatto una scoperta meravigliosa. Compose perfino un libro
intorno a ciò, e lo tengo qui.»
Milord Worcester, tutto pensoso, chiese il libro, e lette alcune
pagine, disse: — Costui non è un pazzo, no; e nella mia patria
sarebbe stato colmato di ricchezze; conducetemi a lui voglio
interrogarlo.»
Fu condotto, e ritornò tristo e meditabondo.
— Ora (disse) egli è pazzo; la sventura e la prigionia gli hanno
fatto smarrir la ragione per sempre, ma siete voi altri che
l'avete reso pazzo; e quando l'avete gettato in questa prigione,
gettaste qui il più gran talento della nostra età.»
Quindi ce ne partimmo, e d'allora in poi egli non parla che di
Salomone di Caus. Addio, mio caro e fido Enrico; ritornate al più
presto; e non siate tanto felice, che non vi resti un po' d'amore
per me.
Il libro rimesso dal custode al marchese di Worcester era certamente
quello, che l'infelice Salomone di Caus aveva pubblicato nel 1613 col
titolo: _Le ragioni delle forze motrici con diverse macchine tanto utili
quanto dilettevoli._ Il pensiero di alzar l'acqua per mezzo della forza
elastica del vapore appartiene dunque a lui. Quarantott'anni dopo, il
marchese di Worcester credette poterselo appropriare, senza timore di
udirsene tolta la gloria. Gli Inglesi, sommi applicatori d'idee nuove,
mostrano spesso una ciarlataneria senza pari. L'amor nazionale non
richiede che si facciano prede nel dominio intellettuale dei vicini, nè
che il frutto della rapina e dell'audacia venga qualificato come prima
proprietà.
Franklin, Parmentier, Montgolfier, Jaquard, Riquet, trovano naturalmente
posto fra gli artigiani anteriori al 1789, quando l'elevazione dal terzo
stato e il furore rivoluzionario e gli artefizj de' diplomatici e il
fanatismo erudito e i tanti malanni furono guidati dalla Provvidenza ad
effettuare la rigenerazione della povera plebe.
Or chi volesse intendere la vita dell'artigiano di Parigi, dico
dell'artigiano galantuomo, eccone uno schizzo:
«L'operajo è senza forse una delle fisonomie più caratteristiche del
nostro mondo sociale: occupa un luogo distinto, e per necessità del suo
lavoro trovandosi spesso in contatto con tutte le classi della società,
non ritrae nulla della fisionomia d'alcuna di esse. Prima di tutto, egli
è _lui_. Di natura libero, tiene molto di quel lasciar correre, che non
trovasi che nelle nature vergini, e non l'udreste mai proferir cattive
parole e stizzose. Quando motteggia, il suo pensiero è fecondo di
arguzie, di rado v'entra il sarcasmo: quando è in collera; il suo petto
si dilata, i suoi occhi mandano lampi, la sua voce è tonante, e la
parola divien secca e fiera; ma, siccome dopo la procella vien sereno,
così la collera sua nasconde un cuore pieno di perdono.
«Lavorare, poi lavorare, sempre lavorare; ecco il compendio della vita
dell'operajo. S'alza dalle cinque alle sei per recarsi al telonio;
notate per parentesi che egli abita d'ordinario all'estremità della
città e la sua officina è all'estremità opposta; e al suono della
campana entra nel lavorerio, e vestitosi, si pone all'opera. Il vestito
di lavoro consiste nel levarsi la sopraveste, rimboccar le maniche della
camicia, affibbiar un grembiule al corpo con una coreggia di cuojo.
Dalle sette alle nove i martelli e gli strumenti lavorano a forza di
braccia; alle nove la campana dà il segno della colazione. Allora le
trattorie vicine, da due a tre soldi il piatto, aprono la loro
affumicata caverna ai molti abituati; l'operajo può mangiare a suo
bell'agio, ha tutto il tempo d'essere gastronomo, avendo per sè un'ora
onde assaporare e digerire: alle dieci la campana rintocca, e l'operajo
s'affretta al suo posto, e fin alle due lavora, raddoppiando d'ardore e
d'attività: e il lavoro gli par più leggero e agevole. Alle due, ecco di
nuovo la campana pel pranzo, che tosto incomincia. La trattoria è
puntuale; e non finirono ancora di scoccar le due all'orologio bisunto
che orna la sala dell'ostessa, che i piatti sono a loro luogo sulla
tavola, impregnando l'aria del loro equivoco profumo. — A tavola! a
tavola! Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e
l'operajo slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta
nulla. Egli ha la sua politica particolare, e fa ogni giorno de' bei
sogni, e sù questi bei sogni si fabbrica un avvenire di gloria e di
prosperità, finchè, un soffio di vento non venga a rovesciare il
castello di carta ch'egli con tanta cura e compiacenza s'era edificato.
La campana manda ancora il suo avviso, e al nome del lavoro le chimere
sono sparite. L'operajo ripiglia la fatica, ma lo strumento non è più
maneggiato così destramente come prima; lavora però con coraggio, e il
direttore non ha nulla a ridire. Fra qualche ora il giorno sarà finito,
e gli lascerà un momento d'intera libertà, e allora potrà ronzare giù
giù per le vie della città a lento passo. Questo pensiero gli fa
dimenticare per un momento che lo strumento gli sta ozioso nelle mani,
ed allora incominciano fra i vicini mille ciarle a bassa voce, che si
perdono in un mormorio confuso. L'uno narra una piacevole avventura di
cui fu testimonio il mattino venendo all'officina; l'altro fa a modo suo
l'analisi del nuovo melodramma; questi, padre di famiglia, parla del
bimbo che ha a balia; quegli deplora lo scarso salario... Ma zitto! La
fedele campana alza la voce: l'ora beata dell'uscire è scoccata, e
questa volta la campana risonò più chiara e viva, quasi avesse serbato
per quest'ora il tintinno più lieto. Allora colle braccia fra le
braccia, colla fisonomia aperta, il portamento leggero, i figliuoli
dell'officina se ne vanno, ricambiandosi ad alta voce quelle grosse
facezie, così spiritose ed ingenue.
[Illustrazione: Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si
toccano, e l'operaio slancia la propria opinione con una sicurezza
che non rispetta nulla. (_Pag. 171_).]
«Nulla v'ha di sì grave come l'interno d'un'officina: tutti questi
uomini attenti al lavoro, ch'adoperano lo strumento con un ingegno così
preciso, che non s'interrompono mai senza un perchè, col corpo chino sul
banco, nudi le braccia e il petto, il volto pensieroso, la bocca
serrata, e continuano per ore intiere, quanto è ammirabile! Nell'operajo
l'emulazione opera per tutti i versi. Scegliete un terreno vergine,
seminatevi del buon grano, e vedrete tosto le spighe rigogliose
ondeggiar il capo dorato ai raggi del sole; ma se, invece del buon
grano, la vostra mano inesperta vi getta del loglio, anche la pianta
parassita s'alzerà vigorosa. L'operajo è terreno vergine, giacchè,
uscito dalla turba popolare, educato fra le privazioni e i travagli di
una vita, spesso afflitta dalla miseria, il suo cuore, non corrotto dai
diletti del lusso, si abbandona a tutte le impressioni, presta fede al
bene, e capisce a stento il male.
«S'ammoglia per tempo, poichè, abbandonato a sè, ha bisogno d'affetti
che addolciscano la vita; affetti, di cui solo la donna possiede il
secreto. Non conosce e non frequenta che la figliuola dell'operajo, ed i
suoi voti non vanno più in su. La figliuola dell'operajo è pudica, è
gentile, ama il lavoro, e vale insieme un patrimonio e una felicità. —
Che cosa dunque chieder di più? Le parla, e qualche mese dopo ottiene la
licenza di farsi fare l'abito nero di cerimonia, e d'ordinare il pranzo
da nozze.
«Dal giorno in cui l'operajo andò in abito nero a dire il _sì_, la sua
indole muta improvvisamente, e perde l'amabile spensieratezza; conserva
sempre la forma primitiva, ma con alquanto minor naturalezza e
bonarietà. Jeri non aveva da pensar che a sè; oggi ha eseguito l'atto
più grave di sua vita; atto che gl'impone quindi innanzi d'essere non
solo onesto, ma regolato ed assiduo lavoratore. Non più ore di riposo,
rubate talvolta al tempo del lavoro, e trascorse a fantasticare un
avvenire felice. Non più quelle belle e buone infingardaggini
soddisfatte, col capo al sole e la pippa in bocca. La giovane moglie
minaccia d'essere feconda, e i mesi di balia non son che di trenta
giorni, e non fanno credenza. Fa egli allora di molte sottrazioni al suo
preventivo, perchè, senza di ciò la masserizia soffrirebbe un vuoto ben
difficile a riempirsi da operaj che non hanno che una mercede fissa,
senza eventualità. Prima del matrimonio, l'operajo andava a teatro tutti
i lunedì: ora ragion vuole ch'egli goda questo spasso sol una volta il
mese. Gli abiti d'un giovane non devono più esser quelli d'un
ammogliato. Questi non è più padrone di sè, come l'altro, e dalla sua
condotta dipende il bene della moglie e de' figliuoli. Egli cura adunque
di porsi in istato di soddisfare alle spese imprevviste, che non sono
sempre le più lievi d'una casa.
«La domenica, riposo e festa. Sei giorni d'un lavoro faticoso sono un
nulla quando la domenica promette di far bello, e la paga del sabato è
abbastanza rotonda. Quel giorno l'operajo si alza più tardi, computa con
compiacenza i piaceri che la domenica promette; s'adorna degli abiti più
belli; e della più bella cera, vestito di panno, col cappello sulle
ventitrè, si rivolge verso le alture dei sobborghi: colla sua donna al
braccio, e con orgoglio seguìto da due o tre bimbi, che vanno dritto
dritto per la loro strada, senza mai guardarsi indietro.
«Le passeggiate della domenica o del lunedì non impediscono all'onesto
artigiano di pensare al suo avvenire ed a quello della famigliuola. Ogni
mese va a deporre religiosamente alla Cassa di Risparmio la modica
somma, che potè economizzare sul salario del lavoro, o limitando i suoi
piaceri, o riducendo i bisogni alla stretta necessità. Fra quindici anni
comincerà a raccogliere i frutti della sua buona condotta; mariterà
decentemente le sue figliuole con una piccola dote; allogherà forse i
suoi figliuoli, dei quali avrà fatto dei buoni operaj come lui; e quando
le forze verranno a mancargli cogli anni, avendo avuto il senno di
riporsi un tozzo pel tempo delle infermità, avrà il conforto di vedersi
allo schermo della necessità, e di finir i suoi giorni onorati sotto al
modesto suo tetto, invece d'esser costretto a bussare alla porta d'un
ospizio, e chiedervi per Dio un asilo alla sua debole decrepitezza.»
_Così sia_, vorremmo dire: ma invece dobbiam dire, _Così fosse!_ Un
tempo fu di moda ritrar la vita sotto colori ridenti; l'idillio è
vecchio quanto la società. Poi venne il momento che si adulava _al
popolo_ cioè _al vulgo_, perchè si aspettava che diventasse re: e nulla
è più triviale che questo blandire ai futuri regnanti. Pur beato se con
ciò s'intendeva offrir un modello di quel che dovrebbe essere, e di
eccitarlo ad essere. Supponiamo quest'intenzione al nostro autore; ma la
statistica, coi numeri inesorabili, già allora rivelava un aspetto ben
differente. Bulwer, che pur dipinse la Francia con colori rosati, trova
fra gli operaj di Parigi ubbriaconi i cappellaj, i pittori e arti
analoghe, soprattutto i conciatori e gli operaj di porto; viziosi e
malviventi i sartori; i filatori di cotone tanto miserabili, da esser
fino incapaci di vizj; gli ebanisti, pazzi pel bere, ma tranquilli;
gl'imbianchini beoni e infingardi, gli scarpellini beoni e sventati. A
Lione, la gran città manifatturiera, 100,000 che lavorano alle sete sono
all'infimo dell'istruzione, della pulitezza, della moralità, e si
abbandonano per nulla a quel furore, con cui si rivela il mal contento
degli esseri degradati. Carlo Dupin valuta che venti milioni di Francesi
non prendono mai cibo animale, ma solo patate e grano turco; sette
milioni e mezzo mangiano poco o nulla di pane; ma orzo, riso, polenta
gialla, castagne, legumi, patate in acqua, e niun altro combustibile che
stoppie e scopa. Lorain, nel _Prospetto dell'istruzione primaria in
Francia_, asserisce esservi cantoni di quindici o venti Comuni, dove non
si rinverrebbe una scuola; e fin nel dipartimento di Senna e Loira v'è
un Comune dove il notajo conduce sempre seco i testimonj, perchè non
troverebbe chi sapesse firmare; e in molti Comuni del dipartimento di
Lot e Garonna e dell'Orne interi consigli municipali sono di inalfabeti.
In ricambio (lo sappiamo) v'è la sapienza universale dei Parigini, e i
tesori profusi nella Biblioteca, nell'Istituto, nelle altre fondazioni,
destinate a concentrare anche l'istruzione, mentre l'importanza
consisterebbe nel diffonderla. Ma il dio della Francia è la gloria; e
questi fatti possono chiarire sì le subitanee rivoluzioni, sì il valor
vero del suffragio universale.
Fortunatamente il nostro tema non ci conduce a snudare quella corruzione
e quelle miserie, ad esagerare le quali si affinò l'ingegno di
declamatori, che poi non avevano nè un suggerimento per alleviarle, nè
un conforto per lenirle. Basta l'aver accennato questo tema a una
democrazia non cianciera, non irritante, non rivoluzionaria: che
confessa la schiavitù agli arbitrj non esser più avvilente della
schiavitù all'ignoranza; che sa il miglior modo d'innalzare il popolo
essere l'educarlo, e indurgli l'abitudine di una regolare applicazione e
del contare sopra sè stesso fin dall'infanzia per combattere le
difficoltà della vita; che infine non si propone di impedir le lagrime,
inevitabile eredità originale; sibbene di farle meno acerbe, di non
lasciar che tolgano il coraggio di convertirle in miglioramento od in
espiazione.
1851.