GLI ARTIGIANI

S'aggrappino a due mani al passato quei meschini, per cui la letteratura

è tuttavia nulla meglio che un nobile trastullo, l'occupazione degli

ozj, occupata ella stessa in nulla meglio che vanità e frivolezze. Chi

mira all'avvenire, volge al popolo la parola e il pensiero; e de'

bisogni suoi, delle credenze, delle idee sue s'informa.

Quanti libri non ha già prodotto l'età nostra in Francia, in

Inghilterra, in Germania per educazione, conforto, sollievo del

popolo!.... — L'Italia è ben lontana da tale fecondità; e pur troppo non

si conservò immune da quelle bevande arsenicali, che certi autori

satiriaci stillano con infame abilità per solleticare le passioni del

popolo, invelenirne i rancori, adularne i brutali istinti. Gli effetti

ne apparvero, e il più sciagurato di tutti, l'offrire, se non ragione,

almeno pretesto alle riazioni, il render sospetta la libertà, e

diminuirne il legittimo uso per tema degli scellerati abusi.

E ben è a deplorare che oggi si corra volentieri a que' sozzi beveraggi,

sgorganti dalle cloache parigine; e v'abbia editori e traduttori che li

rimpastino per uso nostrale. La pubblica morale dovrebbe indignarsene,

se ne' tempi di sovversione non fosse ancor più difficile conoscere il

proprio dovere che l'adempirlo. Noi intanto, desiderosi di star

piuttosto coi buoni e dir bene, accenneremo un libro, capitatoci appena

testè alle mani, quantunque stampato prima che il titolo potesse parere

d'occasione o di stimolo: _Gli artigiani illustri_[12]. Potrebbe

pedantescamente chiamarsi il _Plutarco degli artigiani_, e l'accompagna

quella nitidezza di stampa, quella vivacità di disegni che, se fu

adoperata a stampe deletriche, ben è che venga adattata anche alle

buone. Ma da noi... Via via; non istuzzichiamo un patriottismo così

meschino, che si offende della verità, e stiamo all'opera in discorso.

Poichè non ci furono conservati i nomi di coloro che inventarono e

migliorarono l'arte in quei secoli di tanta vita che l'ignoranza

trascura e il pregiudizio vilipende, vo' dire il medioevo, dovette

l'autore cominciar le sue storie del Rinascimento, e farne la prima

parte; l'altra va dalla rivoluzione in poi.

Vien egli narrando succinto e con calore la storia degl'inventori o

raffinatori di qualche arte; nel che, insieme col fabbro e col

carpentiere appajono anche insigni nomi di scienziati che a tal servizio

volsero l'ingegno, come Davy, Lavoisier, Réaumur, Papin, Franklin, anzi

fino dei re, come Luigi XVI, che per passatempo faceva serrature e

meridiane; Francesco I d'Austria che dipingeva stoviglie; Pietro il

Grande che adoprò di buona lena la pialla e la scure.

Basta un'occhiata a questo lavoro per accertare che anche la bottega ha

i suoi eroi: e noi, dalla bottega usciti, ci compiaciamo in quelli,

quanto la nobile gente nelle prepotenze degli avi. Seguiamo dunque la

storia di alcuno di questi, e prima discorriamo d'un'arte che, non è

guari, fu ridestata fra noi.

— Un bel mattino di maggio del 1539 gli abitanti di Saintes restarono

attoniti e indignati di vedere una nuova famiglia accasarsi fra loro; ma

al sentimento inospitale, provato alla vista degli stranieri, succedette

in breve l'ammirazione, udendo che Bernardo Palissy, capo della nuova

famiglia, era celebre dipintore su vetro. Da quel momento agli stranieri

vennero profuse cortesie ed atti di stima, e le mille piccole

soperchierie ond'erano stati bersaglio nei primi giorni, sparirono per

sempre.

Faceano circa due anni che Bernardo Palissy era stabilito a Saintes,

quando, veduta una coppa di terra tornita e smaltata di somma bellezza,

si accese d'ardentissimo desiderio di formar un vaso simile. Dominato da

tal pensiero, abbandona la condizione che assicurava il vitto suo e de'

suoi, e logora tutto il suo tempo a rimpastar terra, e coprirla d'una

composizione diligentemente preparata. Pieno d'ansietà assiste alla

cottura de' suoi smalti: ma i primi tentativi riescono indarno, e la

miseria penetra nella sua casa. Non importa, egli combatte sempre; e

giunge a recar qualche miglioramento alle sue preparazioni... Oggi

soffre; la sua famiglia langue nell'inedia; domani la sua cassa non sarà

forse tant'ampia da contenere tutto l'oro che la sua scoperta deve

procurargli. Ma il domani giunge, e Bernardo Palissy non coglie alcun

frutto migliore. Ogni giorno la sua abitazione risonava dei lamenti

della sua donna, e spesso fino i suoi figliuoli s'univano alla madre per

pregarlo in lagrime e a mani giunte a ripigliar il primo mestiere di

pittore sul vetro, che gli porgerà il mezzo di viver tranquillo. Palissy

ai rimproveri della moglie, alle preghiere de' figliuoli opponeva una

volontà irremovibile e la coscienza dell'opera sua. Trascorrono

vent'anni in questa condizione dolorosa, e Palissy persevera nel suo

proposito. Beffatto, avuto per pazzo, sospetto di sortilegio e di falsa

moneta, il suo corraggio non vacilla. Finalmente con una nuova

combinazione crede esser riuscito, quando un vasajo ch'egli aveva preso

con sè, l'abbandona all'improvviso, chiedendo il suo salario. Palissy,

privo di credito, spogliato di tutto, è obbligato dargli in pagamento

parte del proprj abiti. Abbandonato a sè, si rivolge al suo forno, che

avea fabbricato nella cantina della casa ma ohimè! gli manca la legna.

Che farci?.... Eppure nella cottura di questo nuovo saggio riposa

l'ultima sua speranza. Corre dunque al giardino, strappa le pergole,

brucia i pali, e tosto il forno è acceso.

Ma la fiamma langue e minaccia spegnersi, ed il calor del forno non è

ancora intenso abbastanza. Allora Palissy, fuori di sè, vi butta dentro

i mobili le porte, le finestre, perfino l'assito della sua camera; le

lagrime, le suppliche della famiglia non possono arrestarlo; gli bisogna

legna per alimentare il forno, e tutto quel che dà calore è

irrevocabilmente sagrificato... Palissy è in ruina... Ma l'esito coronò

i suoi sforzi! Un alto grido di gioja fa rintronar le vôlte della

cantina, e rimbomba per tutta la casa; e quando la moglie di Palissy,

scossa dallo strano grido, scende, trova il marito in piedi collo

sguardo attonito fisso sopra un vaso di brillanti colori che tiene nelle

mani.

Il genio dell'invenzione, per lungo tempo sordo alle ricerche di

Palissy, aveva posto finalmente sul capo dell'artista la corona del

premio; egli aveva in sè quella santa credenza che non s'inganna mai.

La fama della scoperta di Palissy non tardò a diffondersi, e la fortuna

ritornò tra le sue pareti. Enrico III, lo chiamò a Parigi e gli diede

abitazione nelle Tuillerie ed il brevetto _d'inventore delle rustiche

figurine del re_.

Ma l'editto contro i Protestanti, pubblicato il 1559 da Enrico III, non

risparmiò Palissy, che professando la religione riformata, fu trascinato

alla Bastiglia, dove il 1589 terminò i suoi giorni. Enrico III andò a

visitarlo nel carcere, dolendosi d'esser costretto a lasciarlo in mano

a' suoi nemici.

— Voi mi diceste più volte, sire (rispose Palissy), di aver pietà di me.

Ma io ho pietà di voi, che pronunciaste queste parole _son costretto_.

Non è parlar da re. Io v'insegnerò il linguaggio di re. I carnefici,

tutto il vostro popolo, voi stesso non potreste costringer me ad un atto

di adorazione cui non credessi; nulla potreste sopra di me, giacchè io

so morire.»

Palissy ergevasi allora due metri più alto di Enrico III; l'artigiano

eclissava la maestà del re.

Non è un fatto nuovo, anzi ne ribocca la storia delle umane infelicità;

il vedere il giusto in prigione o il genio trattato da pazzo, perchè fa

torto alle sublimi mediocrità col volere aver ragione prima del tempo.

Ma giovi qui ripeterne un esempio. È noto già; ma son noti anche Leonida

e Regolo ed Epaminonda, che tutti i dì ci si ricantano all'orecchio.

Riferiamolo dunque:

— Regnante Luigi XIII, un uomo aveva concepito il disegno di adoperar il

vapore come forza attiva sopra scala molto estesa; ma quell'uomo, il cui

nome si conservò coi più celebrati nella storia delle arti e dei

mestieri, doveva incontrare la più malevola contraddizione. La

famigerata Marion Delorme scriveva a Cinq-Mars, famoso per la congiura

contro il ministro Richelieu, questa lettera di graziosa leggerezza, che

mostra in qual poco conto si tenessero nel bel mondo le cose serie, e

quanto valesse allora la politica della Francia. Quando bene questa

lettera non avesse contenuto che una semplice narrazione, la inurbana

gajezza con cui è dettata reca, nostro malgrado, un vivo stringimento di

cuore: poichè niun disgusto può compararsi a quello che fa nascere in

noi un annunzio di morte uscito da bocca sorridente.

Racconti storici e morali · 第 49 / 94 题