II. Ben conoscere sè stessi, e non pretendere dal corpo e dallo spirito
più di quel che possono dare.
III. Disporre convenientemente la vita abituale. Il corpo, non men dello
spirito, obbedisce alla legge suprema dell'abitudine. Convien dunque
conservare le abitudini che si contrassero, per quanto il comporta la
natura. L'accordo delle buone abitudini fisiche forma la salute, come
forma la felicità l'accordo delle buone abitudini morali: e i vecchi,
che fanno tutti giorni la stessa cosa, colla stessa moderazione, collo
stesso gusto, vivono sempre.
IV. Evitare gli eccessi di qualunque sieno natura, chè ben riflette
Rivarol che, quando si è giovani, bastano tre giorni di riserbo per
riparare tre mesi di disordine; quando si è vecchi, a pena tre mesi di
astinenza rimediano a tre giorni di disordini.
V. Combatter le malattie all'origine: regola più importante ai vecchi,
perchè non abbiamo più quelle tali forze di riserva che accennammo.
VI. Convincersi che alcuni incomodi sono inseparabili dall'età, e che
bisogna pure che per qualche organo cominci a sfasciarsi la macchina;
tollerar dunque in vecchiaja alcuni mali, come se ne tollerarono altri
proprj della gioventù. Troppo noto è l'epitaffio di quel veneziano. —
Stavo bene, e per voler star meglio, sono qua:» e un medico, pochi anni
fa, illustre nel nostro paese, allorchè qualche persona attempata lo
consultava su alcun suo acciacco, le diceva: — Lo tenga molto dacconto:
procuri di conservarlo per molti anni ancora: e badi che, col voler
cacciare questo male, non se ne vada con esso qualche gran bene.»
VII. Mettersi in mente di viver tutta la vita, ma non di là della vita.
Cioè allontanare le cause di morte e di malattia, ma non pretender di
vincere la legge di natura: v'ha di molti che muojono della paura di
morire, mentre invece vuolsi prender la vecchiaja saviamente, ma con
ardire e serenità.
VIII. Schivare le gruccie, ma adoperare il bastone, cioè non ismettere
l'attività, Touqueville scriveva alla signora Schwetcine: — Lo sforzo
fuor di sè, e ancor più in sè, è necessario quanto più s'invecchia.
Paragono l'uomo a un viandante che cammina incessantemente verso un
paese sempre più freddo, sicchè deve muoversi di più quanto più avanza.
La gran malattia dell'anima è il freddo. E per combatterlo bisogna non
solo mantener vivo il movimento dello spirito col lavoro, ma anche il
contatto de' suoi simili e degli affari. In vecchiaja principalmente non
è più permesso viver solo di ciò che s'è acquistato, ma bisogna
sforzarsi di acquistar altro; e invece di riposarsi sopra le idee di cui
ci troveremmo ben tosto assopiti e sepolti, mettere sempre in contatto e
in lotta le idee che si addottano con quelle che suggerisce lo stato
della società e delle opinioni al tempo ove si arrivò.» Infatti l'uomo
non è soltanto corpo; ed oltre la natura fisica, vi ha quel non so che
d'indefinibile, che ci contenteremo di chiamare forza vitale. La
solitudine, l'isolamento sono funesti alla vecchiaja, che non può trarre
da sè medesima que' conforti dello spirito e del cuore che abbondano
alla gioventù; ha bisogno anzi d'occupazioni, d'affari, di consigli, per
mettere a profitto la propria esperienza, per dimenticare i disamorevoli
disinganni e le meste lezioni dell'età, e conservare i pensieri
benevoli. Qual lieto spettacolo non è trovare in un vecchio la
placidezza nell'azione; quell'impero sovra sè stesso che si assoda a
misura che si ottende la passione; quell'assiduità laboriosa nel culto
della dottrina; quell'indipendenza onorevole che vien limitata solo da
doveri volontarj; quella mansuetudine nell'austerità di non importuni
consigli; quell'affabilità che concilia la clientela dei giovani serj e
pensanti; quella facilità indulgente per gli errori altrui, quando se
n'ha men bisogno pei proprj: quella soddisfazione di dominare soltanto
coll'autorità d'una lunga esperienza, e di mettere a profitto altrui un
fondo inesausto di ricordi, di esperienza, di buoni consigli, di gravi e
sobrj insegnamenti!
Oh, in tal caso la vecchiaja reca più guadagno nel morale che perdita
nel fisico. Ma per conseguirla siffatta, non bastano le rughe e le
canizie, come all'autorità del magistrato non bastano la divisa e gli
uscieri, come alla nobiltà non bastano gli stemmi e genealogie. Bensì
vuolsi quella dignità, che deriva da una gioventù ben condotta, da
abitudini sane, da un tesoro di sensazioni e di pensieri accumulati in
gioventù da quel patrimonio di affetti, di cui lasceremo l'eredità: da
una dolcezza, che supplisce alla perdita degli altri vezzi del corpo e
della conversazione; da una tolleranza, che ricopre anzichè snudare i
difetti altrui, e vi trova una scusa quand'anche non possa darne una
ragione; che però se trasvola alle debolezze, mai non transige col vizio
e colla viltà.
Insomma se non vogliamo che la vecchiaja sia un peso facciamone una
dignità. A questo modo guarderemo serenamente il lento spegnersi della
vita, come il tramonto d'una giornata d'autunno, consumata a riporre il
ricolto; e nella fiducia che al suo termine ce ne sorriderà una che non
conosce nè vespro nè sera.
1856.