Una bimba in sui cinque anni, che trescava giuliva per casa, mi fece la
festa più ingenua, facilmente allettata da qualche zuccherino onde la
regalai. Ma come, avviandomi a veder la casa, passai nello stanzone
vicino, ecco la fanciulletta che era corsa a far parte del dono a suo
fratello, garzonetto su gli otto anni, il quale aveva interrotto lo
scrivere per dare ascolto alla sorella.
Visitammo un orto non così piccolo, che l'amico mio coltiva di propria
mano, e vi fa i suoi esperimenti prima di proporli ai contadini, a
ragione cautissimi in ciò che non hanno provato, e che riguarda la
propria sussistenza. Le camere erano da campagna, ma pulitamente
addobbate, le più con mobili vecchi, una o due con nuovi, che al loro
tempo cederanno il luogo ad altri più nuovi d'un'altra coppia di sposi.
Uno scaffale custodiva pochi libri, ch'esso mi mostrò con compiacenza,
dicendo, — Che tu non creda ch'io abbia fatto voto d'ignoranza.» Erano
pochi ma buoni, come si vorrebbero gli amici, ed oltre la Bibbia e
diversi di religione, vi notai le opere di Franklin, il Robinson, Paolo
e Virginia, i Promessi Sposi, qualche giornale di cognizioni utili,
alcune storie, alcune novelle, e qualche composizione d'amici suoi.
Mi portò quindi a salutare sua madre, vecchierella rubizza, sulla cui
fronte leggeasi la serenità di chi passò bene la gioventù. Colla
schietta cordialità che rimane soffocata fra le convenienze ed i garbi
cittadineschi, ella accolse il vecchio camerata del suo Baldassare, poi
cominciò le lodi di questo.... Ah! le lodi in bocca de' proprj genitori
vagliono ben più di qualunque incenso sappia tributare la vanità. Ma
poichè la modestia di lui l'interruppe, ella si volse ad encomiare la
nuora, così caritativa, così amorevole, così rispettosa, così casalinga,
che fa tutti contenti, perchè ella è contenta di sè stessa. Baldassare
se ne mostrava commosso, e le stringeva la mano colla schiettezza
d'affetto che traspira dagli atti, non suona nelle parole.
— Se io verrò da te (così egli), tu mi mostrerai libri, edizioni,
stampe, lavori tuoi: io, vuole ragione che ti mostri quelle che sono
faccende mie.»
E così mi trasse ai campi, dove, colla compiacenza d'un autore che
rilegge l'ultima sua composizione, mi designava qua prati ridotti, là
fossi cavati, più lungi migliaia di pioppi, d'altra parte gelsi, filari
di viti, novali. Indi, condottici là dove una brigata di contadini stava
mietendo sotto la sferza del sole, eppur cantando allegra, ci sedemmo al
rezzo, badando ai lavoratori, e rincorrendo i primi nostri anni, la
spensierata contentezza d'allora, i condiscepoli che poi la fortuna
balzò uno qua, uno là, chi al bene, chi al male; i maestri, gli studj. —
Or dimmi in tua fede (così esso), da quegli studj come fosti tu
avvantaggiato? Al pensar mio, al pensar d'un uomo che s'intende di grano
e di fieni, e non punto dei vostri Ciceroni, gli studj dovrebbero
versare su cose che importino poi nella vita, che formino il carattere.
Caspita! Sono gli anni più belli, è un campo allor allora dissodato; non
farei io stranezza col seminarvi soltanto erbe che poi deva sbarbare
quando ne vorrò frutti degni? Or che monta per la vita il vagliare e
rivagliare le regole da parlar bene come parlavasi duemila anni fa, da
gente che non c'è più? Ci abborravano poi la mente con tanti nomi di
paesi, di monti, di fiumi, con tanta geografia che in molti anni io non
ne ho mai compreso tanto, quanto un bel giorno che salii in cima di
quella montagna là, e stetti a vedervi il sole dal nascere al
tramontare. Veniva poi la storia a esporci quel che fece il tal re, poi
il tale imperatore e il tal capitano: le guerre, le paci, la politica,
come se noi fossimo stoffa da far ministri o sovrani o generali: erano
Pelopidi, Epaminonda, Timoleoni, che uccidono o cacciano i signori dalla
patria loro, quasi fossero esempi a poter imitare. Da quella storia poi,
da que' loro autori mi veniva una certa morale che non so come
accordarla col Vangelo e colla pratica società. Que' loro eroi famosi
per uccidere gente, non li chiameremmo noi a buona ragione assassini? Ed
ecco qua Spartani, per cui sono un obbrobrio le arti e l'industria; che
non hanno contanti; vanno a vedere le fanciulle a combattere ignude; si
ricambiano le mogli, e per divertimento od esercizio danno la caccia
agli Iloti. Ecco un continuo declamare contro l'oro; i poeti venirci a
dire che bisogna buttarlo giù nel mare che fu sacrilegio l'inventare la
navigazione, che è un depravamento il volere che i ragazzi imparino l'un
via uno... Ma sono queste massime d'accordo collo stato della società
presente, cui base è la proprietà? e al levar delle tende, qual pro
faranno a chi ha da vivere nella società qual è adesso, che certo non è
peggiore di quel che fosse? Non dico altro dei precetti che ci davano
per fare i periodi o per legarli in bel discorso. Ed io non sono mai
stato sul loro calendario perchè scrivevo naturale e come mi veniva alla
penna. — Ma guardate zucca! mi dicevano. Cotesto non si direbbe nè più
nè manco parlando: è triviale: non v'è dignità.» Io per contentarli,
m'ingegnavo di far diverso, ma allora sbagliavo le concordanze,
storpiava il senso, azzoppavo il periodo, e tra quelle ambiziose vanità
dicevo più o meno di quello che avevo in cuore. Lascio a parte che i
soggetti di quegli esercizj erano ancora i soliti: guerre, aringhe di
persone le quali chi sa come la pensavano tutt'altro da noi? mentre a
noi toccava di lambiccare il cervello per indovinare come avrebbe
ragionato Veturia per dissuadere Coriolano dal devastare la patria, o
Annibale per esortare i suoi soldati a venire a depredar il paese delle
uve e degli aranci. Io, che di studj non mi son più impacciato,
qualunque volta ora m'occorre di parlare per interessi miei o del nostro
Comune, nel mio studio o nel convocato, credi mi manchino in bocca le
parole? o che commetta nello scrivere que' peccatacci da staffile? o che
il mio scrivere sappia di ribollito? Ma qui conosco la materia che ho
fra le mani; possiedo a fondo questi affari; mi formo in capo un'idea
chiara di quello che ho ad esporre. E però ti confesso ingenuamente e,
se non senza rossore, almeno senza rimorsi, che di quanto imparai con
tanta fatica in otto anni di scuola, se togli il leggere e lo scrivere,
mi son dimenticato di tutto, nè m'è fin qua accaduta occasione dove io
mi compiangessi d'avere disimparato. E tu, che n'hai tu ritratto?
[Illustrazione: .... ci sedemmo al rezzo, badando ai lavoratori, e
rincorrendo i primi nostri anni, la spensierata contentezza
d'allora.... (_Pag. 103_).]
— Io? (gli rispondeva): Oh quanto a me, la cosa andò d'altro passo; e
dopo esser rimasto una dozzina d'anni su per le scuole abballottando
quanto te, mi dovetti rifare da capo a studiarle, come non ne avessi mai
inteso parlare, affine di impancarmi a insegnarle, e potermene buscare
pane prima, e poi dispiaceri.»
E sospiravo. Egli, mi comprese, strinsemi la mano, s'attese un poco,
indi continuò: — Ma dimmi in verità: ti ricorda che mai si curassero
que' gran maestri nostri d'ispirare onoratezza, lealtà, quel franco
obbedire che non avvilisce, quella cortesia che non fiacca l'anima?[3]
di farci conoscere il mondo fra il quale dovevamo vivere un giorno?
d'insegnarmi quel che è l'uomo, donde viene, ove va? come è veramente
questo garbuglio della società? e che non si trova bene se non a far il
bene? Or senza di ciò, cos'è ella, se quando si passa alla educazione
sociale, devesi, per lo meno, disfare tutta quella ricevuta nelle
scuole? Ora qui nei campi, come vedi, spendo meglio il tempo e il
denaro. Pativo di salute, e adesso non so che sia male: dallo studiar me
stesso e quei pochi che mi son d'attorno, parmi ritrarre assai più che
dalla conoscenza degli eroi di Cornelio e di Plutarco. L'accordi?»
Di questo e d'altro discorrendo, ci eramo rivolti verso casa, dove
c'invitavano le squille del mezzogiorno, e mentre approvavo il suo dire
colle riserve che dee sempre fare chi vive di lettere, senza riserve
lodavo in cuor mio i genitori di esso, che non si fossero, come
tant'altri, ostinati a voler torcere a studj liberali chi era nato per
le arti d'industria. N'avrebbero avuto un tristo legulejo, o un
letterato dappoco, o un basso aspirante a impieghi affollati, quando
così ne trassero un vero ed assennato galantuomo.
Vedendo quel gioverreccio fanciulletto correrci festivo all'incontro, —
E questo fanciullo (gli chiesi), come l'educherai tu?»
— I suo primi anni (rispose) sono commessi a persona che non potrà se
non ispargervi semi eccellenti: sua madre. Oh, le ginocchia d'una madre!
avvi pedagogica finezza che agguagli gl'insegnamenti ottenute su quelle?
Quanto sarà da me, l'educherò alla vita, alla probità, all'amor de' suoi
simili. L'abitare in campagna mi agevola il modo di farlo trovare più
spesso con coloro ai quali potrà giovare, che non con quelli da cui egli
aspetti giovamento e puntelli: e di fare che nessun'altra ambizione in
lui si sviluppi, se non quella della bontà che fece nominare mio padre e
mio nonno. L'istruzione poi non gli costi una lacrima. Quando saprà
leggere, scrivere, far di conto, parlar la lingua della nostra nazione,
imparerà le altre che sempre giovano; imparerà le matematiche, la fisica
e quelle cognizioni che tornano utili in qualunque stato, finchè potrà
da se determinarsi ad una via, per la quale lo dirigerà un'educazione
speciale. Ma ti dico il cuore, non ho premura di metterlo sotto maestri,
perchè mi pare che i primi anni sono da abbandonare allo sviluppo del
corpo, senza la cui sanità, che può mai una mente colta? Imparerà poi,
non ne temo, imparerà di voglia in un anno quello che avrebbe appena in
tre imparato con noja. Intanto il tempo che egli passa fra noi non lo
credo perduto.»
E di questo m'ebbi a convincere per alcune sensate risposte che il
fanciulletto fece a domande, postegli da me innanzi come a caso.
Entrati nel salotto, noi discorrevamo ancora, quando fummo interrotti da
un canto semplice, affettuoso, di voci infantili. Erano i due
fanciulletti, che sopra un'aria popolare modulavano una canzonetta,
composta da una loro amica, e diceva così:
Da chi nacqui? e il nutrimento
Chi mi diede pargoletto?
Fu la mamma. Oh quanto affetto
Alla mamma porterò!
Chi mi fa carezze e baci?
Chi mi stringe sul suo cuore?
È la mamma. Oh quanto amore
Alla mamma sempre avrò!
Chi per me tanto s'affanna?
Chi per me veglia e lavora?
È la mamma. Quanto ognora
Grato, o mamma a te sarò!
Chi sospesa sta fra il sonno,
Ed accorre al pianto mio?
È la mamma. Oh un giorno anch'io
Il tuo pianto asciugherò!
Quand'io grande sarò fatto,
Tu dagli anni indebolita
Già sarai; ma a te la vita,
Cara mamma, io sosterrò.
Non fia mai che in abbandono
Io ti lasci e a te sia ingrato;
E così d'essere amato
Dal mio Dio meriterò.
Intenerito sin al fondo dell'anima, io baciai con immenso affetto quei
due bambini, invidiando i genitori, nel cui amore crescono alla
benevolenza fraterna.
In tale compagnia ben puoi credere che il minor piacere furono le
vivande, imbanditeci dalla buona nonna, la quale esultava nel ridirmi
come fossero frutti, questo della sua bassa corte, quello del suo orto,
ma il cui condimento più squisito erano gl'ingenui ragionamenti e gli
atti di schietta bontà.
Avevo, tra il desinare, osservato che il fanciullo riponeva una parte di
sua pietanza, senza che i genitori mostrassero farvi mente. Poi quando
si fu allo sparecchio, egli si levò; susurrò non sapevo che cosa
all'orecchio della madre; ond'ella — Se il signore lo permette, va
pure.» E come io glielo consentii, involse nel tovagliuolo quel che
aveva risparmiato del suo mangiare, e andossene saltellando.
— Ove va?» chiesi io alla madre. «Forse ai trastulli? ad una merendina
coi camerata?»
— Non già» mi rispos'ella. «Abbiamo qui d'accanto una povera vedova
inferma, per la quale esso avanza ogni dì alcuna cosa del suo piatto, e
ogni sabato il vino.»
Ed ecco fra poco egli ritornò tutto gajo, tutto vivace, come un angelo
che riporta al cielo l'anima, stata commessa alla sua tutela nel
pellegrinaggio della vita.
Io sentiva di diventar migliore fra tanta bontà abbracciai l'amico, e —
Te beato! ma lo meriti.»
Se quella fu una delle liete giornate, non me lo domandare. Ed ho voluto
serbarne memoria, e mandartela, perchè tu la riponga fra le altre che
conserviamo a vicenda delle semplici avventure, il cui ricordo ci
consoli in anni più tardi e forse più desolati. Al leggere questa, ti
correrà per avventura al labbro la domanda, se io trovai solamente dei
buoni? Oh se de' cattivi ho pur trovato! e tanti, e tali, che qualche
volta, nell'amarezza dell'anima mia, discredetti la bontà dell'uomo, e
correvo ad esclamare, — No! l'uomo è veramente la peggior fattura del
Creatore; superbo insieme e vigliacco, raggirato e fraudolento,
invidioso e calunniatore, razza d'odio, d'egoismo, di perfidia».
Se non che allora io mi richiamava a mente le tante anime benefiche,
amorevoli, sante, scontrate sul cammino di mia vita, e la bestemmia
convertivasi in inno al Creatore, di cui tutte le opere sono buone. Di
questo ben ti posso accertare, che i cattivi non gli ho trovati mai fra
coloro che stavano lungi dalle irrequiete ambizioni, dagli avidi
interessi, dalle arroganti vanità; mai fra i poveri, fra i laboriosi;
mai fra coloro che patiscono.
Dunque benedetto Iddio nella povertà, benedetto nella sventura!
Al soggetto della precedente novella si riferisce il seguente brano d'un
lungo lavoro sull'educazione.