Appunto quando mi comparve la nuova della spedizione di V. S.,
avevo preso in mano la penna per scrivere alla signora
ambasciatrice per raccomandarle questo negozio, il quale vedendo
io andare in lungo, temeva che non fosse spedito anco quest'anno,
sì che l'allegrezza è stata tanto maggiore quanto più
inaspettata; nè siamo soli a rallegrarci, ma tutte queste
monache, per loro grazia, danno segni di vera allegrezza siccome
molto hanno compatito ai miei travagli. La stia aspettando con
grande desiderio, e ci rallegriamo di vedere il tempo tanto
tranquillo. Il signor Gerri partiva stamane con la Corte per
Pisa, ed io a buon'ora l'ho fatto avvisare del quando V. S. torna
qua; che quanto alla spedizione, egli la sapeva e me n'aveva dato
parte jersera. Gli ho anco detto la causa per la quale V. S. non
gli ha scritto, e sonomi lamentata perchè egli non potrà
ritrovarsi qua all'arrivo di V. S. per compimento delle nostre
allegrezze, essendo veramente persona molto compita e di garbo.
Altro non posso dire per carestia di tempo, se non che a lei ci
raccomandiamo affettuosamente.
In fatto Galileo fu presto restituito alla patria e alla sua cara villa
d'Arcetri. Oltre la consolazione di trovarsi libero di sè e fra' suoi
cari amici e discepoli, avrà goduto di poter conversare frequente colla
figlia, nel vicino convento. Ma nell'aprile seguente l'angelica creatura
tornava al cielo. Così Dio dispose. Ostinandoci a cercare l'uomo di casa
sotto lo scienziato, non sappiamo tenerci dal riferire due suoi
biglietti casalinghi. Da Arcetri, il 16 agosto 1636 scriveva al ben noto
frà Fulgenzio Micanzio:
Ho ricevuto una lettera da Monaco da Alberto Cesare mio nipote,
la quale mi ha fatto lacrimare nel leggere il caso memorabile
successogli nel fuoco di quella città; mentre, oltre al perder la
madre con tre sorelle fanciulle, e un fratello, il poco che
avevano andò tutto in fiamme e fuoco; ond'egli con un suo minor
fratello restarono ignudi... È mirabile nel suono del liuto.
Venendo lo tratterrò più che potrò appresso di me, sperando che
debba essermi di sollevamento alla malinconia che, da alcuni
giorni in qua, più del solito mi aggrava in questa mia
solitudine, dove le sole lettere della S. V. R. mi sono di
notabile refrigerio; come anco altre che da remote regioni mi
pervengono in testimonio della mia in quelle bande conosciuta
innocenza, e del manifesto torto che mi vien fatto.
In altra lettera allo stesso, 12 novembre 1636:
Quando succeda di riscuotere il semestre della mia magra pensione
in Brescia, mi sarebbe caro che il denaro fosse investito là in
tanto refe da cucire, dove lo fanno candidissimo e bello al
possibile, e lo desiderei di diverse grossezze; e con esso mi
sarebbe caro che fossero mescolate alcune cordelline e
cordoncini, che alcune monache li intrecciano e annodano in
alcune figure di gigli e altre bizzarrie bellissime, che poi qua
per me saranno regali graziosi per presentare a mie parenti
monache e fanciulle secolari.
Noi fummo sempre fedeli a quelle che Carlyle intitola _The
hero-worship_, il culto de' grand'uomini: e piuttosto che il
divertimento de' piccoli di rovistare le debolezze di questi, ci parve
che l'umanità guadagni ogni qualvolta una grande si mostra meritevole
della stima, disputatagli da falsi testimonj.
Come ci piacque, tra la magnifica fierezza di Roma imperiale, cercar la
solitudine della Tebaide, e là requiara l'animo _facendo la carità_
insieme coi pii e forti romiti: come dalle fragorose grandigie di Luigi
XIV ci riposarono i dotti e fermi solitarj di Porto Reale, così dal
turgido stile, e dalla pomposa vanità del Seicento ci consolò il candido
scrivere di questa fanciulla, pari alla quale non so se saprebbe idearne
una il genio fecondo del miglior romanziere. Ed è pura storia.
1856.