10 dicembre 1633, a Siena.

Appunto quando mi comparve la nuova della spedizione di V. S.,

avevo preso in mano la penna per scrivere alla signora

ambasciatrice per raccomandarle questo negozio, il quale vedendo

io andare in lungo, temeva che non fosse spedito anco quest'anno,

sì che l'allegrezza è stata tanto maggiore quanto più

inaspettata; nè siamo soli a rallegrarci, ma tutte queste

monache, per loro grazia, danno segni di vera allegrezza siccome

molto hanno compatito ai miei travagli. La stia aspettando con

grande desiderio, e ci rallegriamo di vedere il tempo tanto

tranquillo. Il signor Gerri partiva stamane con la Corte per

Pisa, ed io a buon'ora l'ho fatto avvisare del quando V. S. torna

qua; che quanto alla spedizione, egli la sapeva e me n'aveva dato

parte jersera. Gli ho anco detto la causa per la quale V. S. non

gli ha scritto, e sonomi lamentata perchè egli non potrà

ritrovarsi qua all'arrivo di V. S. per compimento delle nostre

allegrezze, essendo veramente persona molto compita e di garbo.

Altro non posso dire per carestia di tempo, se non che a lei ci

raccomandiamo affettuosamente.

In fatto Galileo fu presto restituito alla patria e alla sua cara villa

d'Arcetri. Oltre la consolazione di trovarsi libero di sè e fra' suoi

cari amici e discepoli, avrà goduto di poter conversare frequente colla

figlia, nel vicino convento. Ma nell'aprile seguente l'angelica creatura

tornava al cielo. Così Dio dispose. Ostinandoci a cercare l'uomo di casa

sotto lo scienziato, non sappiamo tenerci dal riferire due suoi

biglietti casalinghi. Da Arcetri, il 16 agosto 1636 scriveva al ben noto

frà Fulgenzio Micanzio:

Ho ricevuto una lettera da Monaco da Alberto Cesare mio nipote,

la quale mi ha fatto lacrimare nel leggere il caso memorabile

successogli nel fuoco di quella città; mentre, oltre al perder la

madre con tre sorelle fanciulle, e un fratello, il poco che

avevano andò tutto in fiamme e fuoco; ond'egli con un suo minor

fratello restarono ignudi... È mirabile nel suono del liuto.

Venendo lo tratterrò più che potrò appresso di me, sperando che

debba essermi di sollevamento alla malinconia che, da alcuni

giorni in qua, più del solito mi aggrava in questa mia

solitudine, dove le sole lettere della S. V. R. mi sono di

notabile refrigerio; come anco altre che da remote regioni mi

pervengono in testimonio della mia in quelle bande conosciuta

innocenza, e del manifesto torto che mi vien fatto.

In altra lettera allo stesso, 12 novembre 1636:

Quando succeda di riscuotere il semestre della mia magra pensione

in Brescia, mi sarebbe caro che il denaro fosse investito là in

tanto refe da cucire, dove lo fanno candidissimo e bello al

possibile, e lo desiderei di diverse grossezze; e con esso mi

sarebbe caro che fossero mescolate alcune cordelline e

cordoncini, che alcune monache li intrecciano e annodano in

alcune figure di gigli e altre bizzarrie bellissime, che poi qua

per me saranno regali graziosi per presentare a mie parenti

monache e fanciulle secolari.

Noi fummo sempre fedeli a quelle che Carlyle intitola _The

hero-worship_, il culto de' grand'uomini: e piuttosto che il

divertimento de' piccoli di rovistare le debolezze di questi, ci parve

che l'umanità guadagni ogni qualvolta una grande si mostra meritevole

della stima, disputatagli da falsi testimonj.

Come ci piacque, tra la magnifica fierezza di Roma imperiale, cercar la

solitudine della Tebaide, e là requiara l'animo _facendo la carità_

insieme coi pii e forti romiti: come dalle fragorose grandigie di Luigi

XIV ci riposarono i dotti e fermi solitarj di Porto Reale, così dal

turgido stile, e dalla pomposa vanità del Seicento ci consolò il candido

scrivere di questa fanciulla, pari alla quale non so se saprebbe idearne

una il genio fecondo del miglior romanziere. Ed è pura storia.

1856.

Racconti storici e morali · 第 39 / 94 题