Quando io scrissi a V. S. dandogli conto del male che era stato
in questi contorni, già era cessato quasi del tutto ogni
sospetto, essendo scorsi molti giorni, anzi settimane, senza
sentirvisi niente; e come allora gli aggiunsi, me ne dava intera
sicurtà il vedere che tutti questi gentiluomini se ne stavano qua
in villa, come seguitano ancora di starci tutti: e quel che è
più, nella medesima città di Firenze si sentiva che il male
andava tanto diminuendo, che si sperava che presto dovesse restar
libera del tutto; onde con questa sicurtà, mi mossi ad esortarla
e sollecitarla per il suo ritorno, sebbene nell'ultima che gli
scrissi, sentendo che le cose erano peggiorate, mutai linguaggio,
come si suol dire. Perchè sebbene è verissimo che desidero
grandemente di rivederla, desidero nondimeno molto più la sua
conservazione e salute; e riconosco per grazia speciale del
Signore Iddio l'occasione che V. S. ha avuta di trattenersi costà
più lungamente di quello che lei e noi avremmo voluto. Perchè,
sebbene credo che gli dia travaglio il trattenersi così
irresoluta, maggiore gliene darebbe forse il ritrovarsi in questi
pericoli, i quali tuttavia vanno continuando, e forse aumentando,
e ne fo conseguenza da una ordinazione venuta al nostro
monastero, come ad altri ancora, da parte dei Signori della
sanità, ed è che, per lo spazio di quaranta giorni, dobbiamo, due
monache per volta, star continuamente giorno e notte in orazione,
e pregare S. D. M. per la liberazione di questo flagello. Avemmo
dai suddetti Signori scudi 25 in elemosina; e oggi è il quarto
giorno che demmo principio.
Ora per darle avviso di tutte le cose di casa, mi farò dalla
colombaja, ove fino da quaresima cominciarono a covare i colombi,
ma il primo pajo che nacque fu mangiato una notte da qualche
animale, e il colombo che li covava fu trovato dalla Piera sopra
una trave, mezzo mangiato e cavatone tutte l'interiora, che per
questo si giudicò che fosse stato qualche uccello di rapina; gli
altri colombi spauriti non vi tornavano, ma seguitando la Piera a
dargli da mangiare si sono ravviati, e adesso ne covano due.
Gli aranci hanno avuto pochi fiori, i quali la Piera ha stillati,
e mi dice averne cavato una metadella di acqua. I capperi quando
sarà tempo si accomoderanno. La lattuga, che si seminò secondo
che V. S. aveva ordinato, non è mai nata e in quel luogo la Piera
vi ha messo dei fagiuoli, che dice essere assai belli, e
similmente dei ceci, dei quali la lepre ne vorrà la maggior
parte, avendo già cominciato a levarli via.
Delle fave ve ne sono da seccare, e i gambi si danno per
colazione alla muletta, la quale è diventata così altiera, che
non vuol portar nessuno, e alcune volte ha fatto fare dei salti
mortali al povero Geppo, ma con gentilezza, poichè non si è fatto
male. Ascanio fratello della cognata, la domandò una volta per
andar di fuora, ma dopo poco gli convenne tornarsi indietro, non
avendo mai avuto forza di scaponire l'ostinata mula acciò andasse
innanzi, la quale forse sdegna di essere cavalcata da altri
trovandosi senza il suo vero padrone.
Ma ritornando all'orto, gli dico che le viti mostrano assai bene,
non so poi se proseguiranno così mediante il torto che ricevono
di esser custodite dalle mani della Piera in cambio di quelle di
V. S. Dei carciofi non ve ne sono stati molti, con tutto ciò se
ne seccherà qualcuno.
In cantina le cose passano bene, andandosi il vino conservando
buono. In cucina non manco somministrare quel poco che fa bisogno
per la servitù, eccetto che nel tempo che ci viene il signor
Rondinelli, che allora ci vuol pensare lui; anzi che in questa
settimana volle che una mattina noi stessimo in parlatorio a
desinar da lui. Questi sono tutti gli avvisi che mi pare di
potergli dare...
Chi deriderà queste minuzie d'intimità, tal sia di lui; nol farà certo
l'uomo che conobbe mai la vita del cuore, ma solo chi ha testa ancor
meno che cuore dirà che queste frivolezze potessero combinarsi cogli
spasimi della prigionia e della tortura, a cui cianciano sottoposto il
Galilei. Però nel placido convento d'Arcetri dovette far gran colpo la
nuova sparsasi che il Galileo, quel sapiente insigne, quel vecchio
venerato, il padre di due consorelle era stato condannato, non già
d'eresia, ma per aver trasgredito il precetto datogli nel 1616 di non
trattare della mobilità della terra se non come ipotesi, nè appoggiarla
a testi sacri. E questa fu novella prova all'affetto di suor Maria
Celeste, che se ne traeva felicemente mediante l'irremovibile fidanza in
Dio.