UNA FIGLIA DI GALILEO GALILEI

Se vi è titolo a scusare i romanzi storici, gli è l'introdursi che fanno

nella vita privata, vorremmo dire nel cuore di coloro, di cui la storia

non ci mostra che il braccio o la testa. Ma se la storia cesserà di

essere un mostro convenzionale, se si convincerà che, di tutte le arti

belle, ma di essa principalmente, la materia vera è l'uomo; l'uomo coi

sentimenti, coi pensieri, colle speranze sue proprie; essa potrà

raggiungere appieno l'intento suo d'essere l'immagine della vita, e non

farà più bisogno di ricorrere a quelle ibridi composizioni, dove si è

incerti anche del poco vero che serve d'intelajatura al molto finto.

E che la storia possa riccamente soddisfare a questo bisogno, lo

mostrarono que' pochi che seppero, ai dì nostri, farla discendere

dall'epico suo sussiego, perchè versasse nella vita; scapitando forse in

dignità di procedimento, ma guadagnando in verità. E noi oggi vogliamo

sfogliare alcune di queste pagine prosastiche della vita d'un

grand'uomo. Non sono i contrasti che fan il bello (dico il bello

formale) de' quadri? Non è per questo che si accostano sempre Marte e

Venere, Otello e Desdémona, satiri e ninfe, santi e demonj; e in un'arte

più plateale quegli spazzacamini, quei servitori mori, quelle scimmie?

Or noi, a canto all'austera figura di Galileo Galilei, che rammenta

tanto senno, tanta perseveranza, tante contrarietà, ne abbiamo

riscontrata un'altra, pura, ingenua, religiosa, che protegge quasi di

candido velo gli occhi sfolgoranti che scopersero macchie nel sole, e

circondano di carezze la risoluta volontà che, a fronte dei sofisti

potenti, esclamava, _Eppur si muove_.

È noto che Galileo ebbe la disgrazia d'aver più d'una creatura fuor di

matrimonio, e il conforto di poter confessarle. Due figliuole si resero

monache in San Matteo d'Arcetri col nome di suor Arcangela e suor Maria

Celeste. Di quest'ultima, a lui prediletta, rimangono da 120 lettere

nella biblioteca Palatina di Firenze, donde alcune furono messe

nell'edizione delle opere di quel grande, che, a cura di Eugenio Alberi

e a spese del granduca, fu fatta in Firenze.

Abbiamo creduto non dovesse che piacere il trovarne qui alcune, di cui

la religiosa mestizia e la candida affezione speriamo toccheran il cuore

ai lettori come toccarono il nostro: vedendo questa pia soccorrere a

tutti i dolori del padre con quei conforti, con quell'affetto, con

quella dirittura di sentire, che la solitudine claustrale è così atta a

ispirare in coloro che non vi si struggono di tristi repetìi, o di

sollecitudini mondane.

Dal convento di San Matteo in Arcetri,

10 maggio, 1623; a Bellosguardo.

Sentiamo grandissimo disgusto per la morte della sua amatissima

sorella e nostra cara zia (_Virginia Landucci_). Ne abbiamo dico,

grave dolore per la perdita di essa, e ancora sapendo quanto

travaglio ne avrà avuto V. S., non avendo lei, si può dir, altri

in questo mondo, nè potendo quasi perder ogni cosa più cara, sì

che possiamo pensar quanto gli sia stata grave questa percossa

tanto inaspettata. E come gli dico partecipiamo ancor noi buona

parte del suo dolore, sebbene dovrebbe esser bastato a farci

pigliar conforto la considerazione delle miserie umane, e che

tutti siamo qua come forestieri e viandanti, che presto siamo per

andare alla nostra vera patria nel cielo, dove è perfetta

felicità, e dove sperar dobbiamo che sia andata quell'anima

benedetta. Sicchè, per l'amor di Dio preghiamo V. S. a

consolarsi, e rimettersi nella volontà del Signore, al quale sa

benissimo che dispiacerebbe facendo altrimenti, e anco farebbe

danno a sè e a noi, perchè non possiamo non dolerci infinitamente

quando sentiamo che è travagliata e indisposta, non avendo noi

altro bene in questo mondo che lei. Non gli dirò altro se non che

di tutto cuore preghiamo il Signore che la consoli e sia sempre

seco.

Salì in quel tempo al trono papale Urbano VIII, ch'era grand'estimatore

e amico di Galileo; sicchè questi ne esultò, e mandò a leggere a sua

figlia le lettere che, in diversi tempi, n'avea ricevute. Suor Maria

Celeste gli rispose a' 10 agosto 1623:

Il contento che mi ha apportato il regalo delle lettere che m'a

mandate V. S., scrittegli da quell'illustrissimo cardinale, oggi

Sommo Pontefice, è stato inesplicabile, conoscendo benissimo in

quelle qual siasi l'affezione che le porta, e quanta stima faccia

della sua virtù. Le ho lette e rilette con gusto particolare, e

gliele rimando come m'impone, non l'avendo mostrate ad altri che

a suor Arcangela (_la sorella_), la quale insieme meco ha sentito

estrema allegrezza nel vedere quanto lei sia favorita da persona

tale. Piaccia al Signore di concederle tanta sanità quanta gli è

di bisogno per adempire il suo desiderio di visitare Sua Santità,

acciocche maggiormente possa V. S. esser favorita da quella; e

anco vedendo nelle sue lettere quante promesse gli faccia,

possiamo sperare che facilmente avrebbe qualche ajuto per nostro

fratello. Intanto noi non mancheremo di pregar il Signore, dal

quale ogni grazia deriva, che gli dia d'ottener quanto desidera,

purchè sia per il meglio.

Mi vo immaginando che V. S. in questa occasione avrà scritto a

Sua Santità una bellissima lettera per rallegrarsi con essa della

dignità ottenuta; e perchè sono un poco curiosa, avrei caro se

gli piacesse di farmene vedere la copia. La ringrazio

infinitamente di queste che ha mandate e ancora dei poponi, a noi

gratissimi. Le ho scritto con molta fretta, imperò la prego a

scusarmi se ho scritto sì male. La saluto di cuore insieme con le

altre solite.

Pare che Galileo le facesse alcun rimprovero di quest'ultima parte della

lettera; ond'essa gli replicava a' 13 agosto 1623, sempre a

Bellosguardo.

La sua amorevolissima lettera è stata cagione che io a pieno ho

conosciuto la mia poca accortezza, stimando io che così subito

dovesse V. S. scrivere a una tal persona, o per dir meglio al più

sublime signore di tutto il mondo. Ringraziola adunque

dell'avvertimento, e mi rendo certa che (mediante l'affezione che

mi porta) compatirà alla mia grandissima ignoranza, ed a tanti

altri difetti che in me si ritrovano. Così mi foss'egli concesso

il poter di tutti esser da lei ripresa ed avvertita, come lo

desidero, che io avrei così qualche poco di sapere, e qualche

virtù che non ho; ma poichè, mediante la sua continua

indisposizione, ci è vietato di poterla qualche volta rivedere, è

necessario che pazientemente ci rimettiamo nella volontà di Dio,

la quale permette ogni cosa pel nostro bene. Io metto da parte e

serbo tutte le lettere, che giornalmente mi scrive V. S.; e

quando non mi ritrovo occupata, con mio grandissimo gusto le

rileggo più volte, sì che lascio pensare a lei se amo volontieri

leggere quelle che gli sono scritte da persone tanto affettuose

ed a lei affezionate. Per non la infastidire di troppo farò fine,

salutandola affettuosamente insieme con suor Arcangela e l'altre

di camera.

Quanto affetto, e quanta venerazione per l'illustre genitore! Sette

giorni dopo, le giunge nuova ch'e' si trovi indisposto, ond'essa gli

scrive:

Stamattina ho inteso dal nostro fattore che V. S. si ritrova a

Firenze indisposta, e perchè mi par cosa fuora del suo ordinario

il partirsi di casa sua (_a Bellosguardo_) quando è travagliata

dalle sue doglie, sto con timore e mi vo immaginando che abbia

più male del solito. Pertanto la prego a dar ragguaglio al latore

acciocchè, se fosse manco di quello che temiamo, possiamo quietar

l'animo. Ed in vero ch'io non m'avveggo mai d'esser monaca se non

quando sento che V. S. è ammalata, poichè allora vorrei poterla

venire a visitare e governare con tutta quella diligenza, che mi

fosse possibile. Orsù, ringraziato sia il Signore Iddio di ogni

cosa, poichè senza il suo volere non si volta una foglia. Io

penso che in ogni modo non gli manchi niente, pur veda se in

qualche cosa ha bisogno di noi, e ce l'avvisi, che non mancheremo

di servirla al meglio che possiamo; intanto seguiteremo, conforme

al nostro solito a pregare Nostro Signore per la sua desiderata

sanità, e anco che conceda la sua santa grazia.

Or viene la volta di confidare al padre i proprj malucci e invocarne

l'assistenza; pur mandandogli nuove cortesie di regalucci, e quella

cortesia che agli scrittori è giocondissima, il parlargli de' suoi

libri.

Racconti storici e morali · 第 26 / 94 题