Secondo scontro e sue conseguenze.
Quel che più mi lusingava nella mia prima impresa militare era la
persuasione di non aver fatto versare una stilla di sangue. È ben vero
che non era mia colpa: ma il merito del generale, nelle grandi battaglie
come nelle più piccole scaramuccie, mi pare affatto dubbioso. Il più
spesso, particolari circostanze, la felice idea d'un caporale, l'arguzia
d'un tamburrino, l'accordo d'un reggimento, che altro so io, influiscono
più che il genio del comandante sull'esito d'una mischia. I reggimenti,
i battaglioni e le compagnie sul campo non sono più macchine affatto,
siccome si suol credere: e non so quanto pagherei a leggere le battaglie
di Maratona, di Farsaglia, di Marengo, di Jena descritte in modo
filosofico da un testimonio ben informato.
Non appena s'imporporò l'aurora, fummo all'ordine per la partenza:
faceva gran freddo, e il nostro generale pensava che avremmo una
giornata calda. I paesani narravano che il villaggio era circondato di
truppe nemiche, onde fu risolto nel consiglio di guerra di sfilare
traverso alla foresta.
Usciti dal villaggio, ecco venirci contro da tutte le parti Francesi,
sbucando fino dal bosco ove contavamo passare. Ma il tenente non si
sconcertò: con calma stoica dispose in battaglia l'esercito: l'ala
sinistra appoggiata ad un pantano, la dritta contro un noce antico. —
Camerati, oggi non v'esca di mente che siete Prussiani: bandiera non
abbiamo, ma tenete fisso lo sguardo al pennacchio bianco del mio
cappello, che sarà dovunque siavi gloria da acquistare.
Questo pensiero mi richiamò a mente Enrico IV, che, in un caso men
disastroso, pronunziò alcuna cosa di consimile.
— Se non possiamo vincere, possiamo almeno, da veri Prussiani, non esser
vinti, continuò esso. Il peggio che ci possa accadere gli è di dormire
sta sera con De Ziethen, Schwerin; Winterfeld e Federico il grande,
invece di dormire nelle nostre miserabili caserme.»
Certamente Leonida non parlò meglio alle Termopile, incoraggiando i suoi
a morire per la patria. L'amico mio Carlomagno faceva le più bizzarre
parodie del re spartano, e certo senza saperlo. Ma le nostre truppe
mostravano di preferir i cavoli e le rape al _duro prandio_ e _alla
terribil cena_ dei Campi Elisi. Quanto a me, un tozzo di pane di man di
Giulietta mi sarebbe somigliato mille volte più prezioso, che tutta
l'ambrosia in compagnia degli eroi dell'antichità.
Era un tristo spettacolo a vedere le colonne francesi avanzarsi a
rilento e il sentire tratto tratto lo squillo di loro trombe. Io stava
alla peggio sul mio cavallo, non lungi dal noce, all'ala destra, e
tremavo a verga a verga. Il buon Sparapane posto alla sinistra, ove le
sue cornette facevano un fracasso di casa del diavolo, non parea guari
più sicuro.
Per l'ultima volta, prima d'ingaggiar il sanguinoso combattimento,
Carlomagno mi s'accostò: — Signor ajutante generale, ecco il giorno di
spiegare il genio vostro. Ma in nome di Dio, vi prego, non abbandonatevi
all'impeto del vostro coraggio. Conservatevi calmo. S'io cado in
battaglia, assumete voi il comando. Il nemico è troppo forte: se siamo
battuti, ci ritireremo nel villaggio, e là morremo tutti fino ad uno nel
cimitero.»
Dopo questo breve discorso si ritrasse, lasciandomi al turbamento e alle
angoscie mie.
Fra ciò la regina Elisabetta aveva scelto per la sua vettura un posto
molto opportuno, donde agevolmente potea trovare via di scampo. Tale
posizione doveva impacciare i movimenti di Sparapane, giacchè esso la
respinse scortesemente, e costrinse la vivandiera piangente a volgersi
verso di me, passando innanzi alla fronte della linea.
Questo movimento accidentale decise la sorte della battaglia prima che
fosse cominciata.