CAPITOLO XI.

Secondo scontro e sue conseguenze.

Quel che più mi lusingava nella mia prima impresa militare era la

persuasione di non aver fatto versare una stilla di sangue. È ben vero

che non era mia colpa: ma il merito del generale, nelle grandi battaglie

come nelle più piccole scaramuccie, mi pare affatto dubbioso. Il più

spesso, particolari circostanze, la felice idea d'un caporale, l'arguzia

d'un tamburrino, l'accordo d'un reggimento, che altro so io, influiscono

più che il genio del comandante sull'esito d'una mischia. I reggimenti,

i battaglioni e le compagnie sul campo non sono più macchine affatto,

siccome si suol credere: e non so quanto pagherei a leggere le battaglie

di Maratona, di Farsaglia, di Marengo, di Jena descritte in modo

filosofico da un testimonio ben informato.

Non appena s'imporporò l'aurora, fummo all'ordine per la partenza:

faceva gran freddo, e il nostro generale pensava che avremmo una

giornata calda. I paesani narravano che il villaggio era circondato di

truppe nemiche, onde fu risolto nel consiglio di guerra di sfilare

traverso alla foresta.

Usciti dal villaggio, ecco venirci contro da tutte le parti Francesi,

sbucando fino dal bosco ove contavamo passare. Ma il tenente non si

sconcertò: con calma stoica dispose in battaglia l'esercito: l'ala

sinistra appoggiata ad un pantano, la dritta contro un noce antico. —

Camerati, oggi non v'esca di mente che siete Prussiani: bandiera non

abbiamo, ma tenete fisso lo sguardo al pennacchio bianco del mio

cappello, che sarà dovunque siavi gloria da acquistare.

Questo pensiero mi richiamò a mente Enrico IV, che, in un caso men

disastroso, pronunziò alcuna cosa di consimile.

— Se non possiamo vincere, possiamo almeno, da veri Prussiani, non esser

vinti, continuò esso. Il peggio che ci possa accadere gli è di dormire

sta sera con De Ziethen, Schwerin; Winterfeld e Federico il grande,

invece di dormire nelle nostre miserabili caserme.»

Certamente Leonida non parlò meglio alle Termopile, incoraggiando i suoi

a morire per la patria. L'amico mio Carlomagno faceva le più bizzarre

parodie del re spartano, e certo senza saperlo. Ma le nostre truppe

mostravano di preferir i cavoli e le rape al _duro prandio_ e _alla

terribil cena_ dei Campi Elisi. Quanto a me, un tozzo di pane di man di

Giulietta mi sarebbe somigliato mille volte più prezioso, che tutta

l'ambrosia in compagnia degli eroi dell'antichità.

Era un tristo spettacolo a vedere le colonne francesi avanzarsi a

rilento e il sentire tratto tratto lo squillo di loro trombe. Io stava

alla peggio sul mio cavallo, non lungi dal noce, all'ala destra, e

tremavo a verga a verga. Il buon Sparapane posto alla sinistra, ove le

sue cornette facevano un fracasso di casa del diavolo, non parea guari

più sicuro.

Per l'ultima volta, prima d'ingaggiar il sanguinoso combattimento,

Carlomagno mi s'accostò: — Signor ajutante generale, ecco il giorno di

spiegare il genio vostro. Ma in nome di Dio, vi prego, non abbandonatevi

all'impeto del vostro coraggio. Conservatevi calmo. S'io cado in

battaglia, assumete voi il comando. Il nemico è troppo forte: se siamo

battuti, ci ritireremo nel villaggio, e là morremo tutti fino ad uno nel

cimitero.»

Dopo questo breve discorso si ritrasse, lasciandomi al turbamento e alle

angoscie mie.

Fra ciò la regina Elisabetta aveva scelto per la sua vettura un posto

molto opportuno, donde agevolmente potea trovare via di scampo. Tale

posizione doveva impacciare i movimenti di Sparapane, giacchè esso la

respinse scortesemente, e costrinse la vivandiera piangente a volgersi

verso di me, passando innanzi alla fronte della linea.

Questo movimento accidentale decise la sorte della battaglia prima che

fosse cominciata.

Racconti storici e morali · 第 16 / 94 题