III.

Mezzo secolo era trascorso dal giorno memorabile del solenne rendimento

di grazie agli Dei, e l'Isola non pareva più quella. La città s'era

estesa lungo il lido e sul dorso della collina, altri villaggi s'erano

aggiunti agli antichi, e nelle valli appartate e sulle cime solitarie

giungeva il fremito della vita. Benchè non vi fosse ormai angolo di

terra, per quanto sterile e ingrata, che non sentisse l'aratro, e

i pescatori, sfidando il pericolo, solcassero una larga tratta di

mare, l'agricoltura e la pesca non erano più l'uniche fonti da cui la

popolazione traesse il sostentamento. La necessità aveva aguzzato gli

ingegni e fatto fiorire l'industrie e i commerci; la materia prima si

trasformava in cento opifici; da cento cantieri uscivano navi superbe

che alimentavan gli scambi; e, come se non bastasse il lavoro alla luce

del sole, uomini, donne, fanciulli, armati di picconi, scendevano nelle

misteriose profondità della terra per strapparne i tesori.

Pur l'Isola aveva perduto la sua poesia e la sua gentilezza; le native

virtù della popolazione erano scomparse con lo sparir della morte;

ogni vincolo era allentato; ogni affetto illanguidito; perfino l'amor

materno, libero dall'ansie che lo fanno trepidar sulle cune, era

diventato arido e freddo.

E leggi e costumi avevano subito un'alterazione profonda, poichè

l'accumularsi delle generazioni non permetteva di lasciar sussistere

gli antichi rapporti giuridici e modificava radicalmente tutti i

criteri morali.

Così, non venendo la morte a sciogliere la dipendenza dei figli dai

genitori, era, a una certa età, imposta l'abdicazione di questi in

favore di quelli; cedevano la potestà, cedevano gli averi, restavano,

ospiti tollerati, nella famiglia.

Pei matrimoni s'era ricorso a un altro espediente, e visto che la

prospettiva di stare insieme sino alla fine del mondo metteva una

grande inquietudine in corpo a mogli e a mariti, il patto nuziale aveva

assunto carattere temporaneo; le unioni si contraevano per un quarto di

secolo, salvo a rinnovarle di mutuo accordo, come le Società anonime.

Purtroppo nemmen ciò bastava ad appagare le impazienze penetrate nel

sangue, e là ove un giorno era sacro il rispetto del talamo succedevano

scandali a scandali. Anche la più bella coppia dell'Isola s'era divisa

dopo vent'anni; la splendida Risorta, nel pieno fulgore della sua

giovinezza, aveva abbandonato il declinante Poeta. Ed egli, ferito nel

suo amore, deluso ne' suoi ideali, viveva ormai solo e sdegnoso sulla

vetta erma d'un colle dicendo al cielo e al mare lontano i canti che

gli uomini non intendevano più.

Ma grave sopra ogni problema incombeva sull'Isola il problema

economico. Le ricchezze, frutto della raddoppiata attività, s'erano

concentrate in mano di pochi e non davano la felicità nemmeno a quei

pochi, travagliati perpetuamente dalla cura gelosa di conservarle

e dalla cupidigia febbrile di accrescerle: gli altri, pur faticando

l'intera giornata, campavano a stento. Indi furti, rapine e sommosse;

indi piene di gente rissosa le strade, piene di prigionieri le carceri.

E le angustie dell'oggi erano un nulla in paragone ai terrori del

domani. Quest'Isola, ove non moriva nessuno e ov'erano continue le

nascite, come sarebbe bastata a capire, a nutrire i suoi abitanti?

Ecco il pensiero che occupava assiduo le menti, ecco la domanda che

saliva senza tregua alle labbra. Nè il quesito era agitato con la

calma di chi considera in modo obbiettivo un avvenire che non lo

tocca; qui i casi dell'avvenire toccavano tutti; qui tutti dovevano

chiedere a sè medesimi ciò che, in un tempo non molto lontano, sarebbe

accaduto di loro. Nelle piazze, nei privati ritrovi, nei Consigli dei

governanti si discutevano strane, stupefacenti proposte. D'impedire

l'immigrazione non si parlava più; era cosa fatta. Il provvedimento

da cui gl'indigeni avevano rifuggito era stato preso dagli stessi

immigranti contro gl'immigranti nuovi; solo in via eccezionale ed

assoggettandosi a gravissimi balzelli era ormai permesso di fissar la

propria dimora nell'Isola; le invasioni si respingevano a mano armata

e si respingevano con fortuna; perchè fra le molte trasformazioni

dell'Isola era notevole questa: che vi si erano sviluppate le virtù

militari e un piccolo esercito custodiva la costa e un piccolo naviglio

vigilava gli approdi. Ma ben altro occorreva per arrestare l'addensarsi

minaccioso della popolazione. E chi invocava leggi che frenassero i

matrimoni, e chi pretendeva fissare il numero massimo dei figliuoli per

ogni famiglia; e chi suggeriva la soppressione dei bimbi illegittimi

gettandoli in mare là ove il mare veramente ingoiava la sua preda, e

chi voleva, pei delinquenti, sostituito l'esilio al carcere, e chi

l'esilio chiedeva per quanti o dall'età o dalle condizioni fisiche

fossero resi inetti al lavoro. Triste a dirsi, il feroce proposito

non era balenato prima alla mente di uomini sciolti da ogni legame

domestico; anzi i primi a manifestarlo, i più caldi a sostenerlo erano

quelli che, quand'esso fosse stato accolto, avrebbero visto disertata

la casa da congiunti un tempo carissimi. “Perchè,„ dicevano aspramente

costoro, “perchè devono i pochi faticar per i molti? Perchè il frutto

de' nostri sudori, già scarso a noi, alle mogli, alla prole, deve

andar diviso coi bisavoli e coi trisavoli?„ E le donne, pur sì pietose,

aizzavano i mariti, e i bimbi erano educati a guardar con occhio ostile

le lunghe, squallide schiere dei vecchi gialli, magri, stecchiti,

sfilanti silenziosamente per le vie, o immobili al sole, le mani scarne

intrecciate sul pomo dei nodosi bastoni, le pupille fisse nello spazio

in atto di muta interrogazione. Pareva dicessero: “Che giova vivere?„

Nondimeno, solo pochissimi osavan morire. Anticipando volontari

l'esilio che pendeva sul capo di tutti, quei pochissimi sparivano nella

notte, senza che neppur le famiglie si curassero di sapere ove erano

andati. Ma i più si ribellavano contro il destino che li minacciava.

Benchè la terra natale fosse loro divenuta nemica, si tenevano stretti

alla terra natale; benchè la vita fosse sì dura, s'aggrappavano

disperatamente alla vita.

E, appunto in quel cinquantesimo anno, quando l'Isola fortunata avrebbe

dovuto celebrare il suo giubileo; ed era invece maggiore la eccitazione

degli animi, maggiore il fermento contro i _parassiti,_ alcuni tra

gli anziani si volsero supplichevoli per aiuto al Poeta, come a colui

che forse poteva stornar la procella. “Non questo„, egli rispose

sconfidato. “Sono un superstite come voi, sopravvivo alla mia gloria,

sopravvivo al mio genio. Una cosa posso e devo: dividere la vostra

sorte„.

E seguì gli amici, ahi quanto diverso anch'egli da quello d'un

tempo! Egli s'avvicinava al novantesimo anno; era entrato nel grigio

crepuscolo che, ai limiti estremi di quella che noi chiamiamo

vecchiezza, avvolgeva nell'Isola uomini e donne. La bella, ampia

fronte, già eretta verso le stelle, si piegava oggi come sotto un peso

invisibile; nei lunghi capelli inanellati, nella lunga barba fluente

brillavano con nitore metallico numerosi fili d'argento, un'ombra di

malinconia appannava gli occhi sfavillanti e profondi, e in tutta la

persona era un'aria di stanchezza, un languore diffuso che contrastava

con l'antica baldanza.

Tuttavia, per combattere l'ultima lotta, egli trovò ancora una

volta gli accenti che scuotono e trascinano con una forza che nessun

ragionamento non ha. A che ripetere le sue parole? Divise dal suono,

dal gesto, dal ritmo, sarebbero come fiori avvizziti, pallida immagine

di ciò che furono. I coetanei bevevano avidamente l'ineffabile armonia

che li richiamava agli anni felici; i giovani, invano riluttanti,

subivano il fascino d'un'arte primitiva ed ingenua. Molte ciglia che

ignoravan le lacrime s'inumidirono, molti cuori induriti furono vinti

da un impeto di tenerezza, e nella universale commozione la legge,

ormai pronta, che decretava gli esigli fu lacerata.

Ma il Poeta sentiva che il suo trionfo era effimero. Gli risonavano

nell'orecchio due frasi mormorate dietro di lui nella folla, senza

passione, senz'astio, con una tristezza pacata che ne raddoppiava il

significato: “Ciò che non si è fatto oggi dovrà farsi domani„. “Costui

parla come _quando sì moriva_„.

Meditando le gravi parole, egli ritornava al suo eremo. “Rimani con

noi„, gli avevan detto gli amici. Egli non aveva voluto. Non solo

desiderava evitare ogni possibile incontro con la sua bella infedele;

ma troppo gli stringeva il cuore il mutato aspetto della città ch'egli

ricordava tranquilla e gioconda in riva al suo mare, impregnata

di fragranze e circonfusa di luce. Ora le case, non bastevoli alla

popolazione sempre crescente, salivano ad altezze vertiginose; il

fumo delle officine velava i raggi del sole e l'azzurro del cielo;

le strade immerse nell'ombra erano intronate dal frastuono dei carri,

dallo scalpitìo delle bestie, dalle grida irose degli uomini; scomparsi

i giardini che un tempo cingevano le abitazioni private; scomparsi i

viali, i boschetti già brulicanti d'una folla gaia e felice; appena qua

e là un esile arbusto protendeva i rami stecchiti dal muro di qualche

buio cortile, in atto di naufrago che implori disperatamente soccorso.

All'aperto, all'aperto! Sulla cima aerea ove ancora battagliavano

liberi i venti, e lo sguardo spaziava nell'orizzonte, e gli uccelli,

improvvidi del domani e paghi di lor vita breve, passavano a stormi

cantando.

Il Poeta era già fuori dell'abitato quando una donna velata gli sbarrò

il cammino.

— O mio Poeta, — ella esclamò, sollevando il velo, — mi riconosci?

Egli fece un passo indietro. — Risorta!

— Sì, sono Risorta, la tua Risorta. Ero laggiù tra quelli che ti

ascoltavano estatici, volevo uscir dalla folla, gettarmi a' tuoi piedi,

e non n'ebbi il coraggio.... Troppo t'offesi.... Potrai tu perdonarmi?

A un gesto affermativo di lui ella gli cinse il collo con le candide

braccia, e gli sussurrò piano e soave:

— Ti amo ancora; vuoi riavermi a compagna?

Egli si svincolò dolcemente; avvolse d'uno sguardo pieno d'indulgenza e

di tenerezza la donna non più giovine ma sempre bellissima, le sorprese

negli occhi la fiamma divoratrice della voluttà, e rispose: — Non oggi,

più tardi.

Risorta chinò il capo sospirando. — Ah, tu non mi ami.

Il Poeta posò sulla spalla di lei la mano diafana e bianca, e, con

quella sua voce che scolpiva il pensiero, rispose: — Tutte le cose che

amai nella mia giovinezza, io le amo, o Risorta; le amo d'un amore più

alto, più raffinato, più puro....

— Anche la donna?

— Anche la donna.

— Anche quella che fu la tua sposa?

— Anche lei.

— E in tal caso, perchè non mi vuoi?

— Non oggi, — egli ripetè. — Più tardi.

— Quando?

— Non so.... Forse tra poco.

Egli riprese il suo cammino, ella non osò trattenerlo.

Natalìa ed altri racconti · 第 57 / 70 题