Don Prospero rimase con questa spina nel cuore. Gli pareva assurdo,
gli pareva immorale il pensare che la maggior lealtà d'un farmacista
dovesse aver per effetto un peggioramento nella salute pubblica;
tuttavia, se in qualche punto Dorini avesse ragione, se l'abuso dei
rimedi fosse fatale e se il render innocui questi rimedi fosse un
correttivo della mala tendenza dei medici a esagerare nelle ricette?
Un gran problema. A ogni modo, poteva egli permettere, tollerare le
frodi? Al penitente che si accusava d'ingannare la propria clientela
poteva egli dire — Continuate? — Poteva cader nell'agguato che forse
Dorini gli tendeva, e, con le sue compiacenze, legittimar dei guadagni
illeciti?
E il guaio si era che quel furbo del _Mago_ non si lasciava sfuggir una
sillaba sull'argomento fuori di confessione, e imponeva quindi a don
Prospero il più scrupoloso segreto, sotto pena di sacrilegio.
Si tirava avanti così. Con l'usata regolarità Saverio Dorini veniva
a fare il suo atto di contrizione ed era rimandato ora assolto ora
no, perchè se il farmacista aveva abbandonato le falsificazioni su
larga scala, ricascava ogni tanto nelle piccole. Comunque sia, egli
accettava con mansuetudine le penitenze che gli erano inflitte, ma
di tratto in tratto tornava volentieri sulla sua teoria di medicinali
_semplificati,_ e citava casi, anche recenti, di malati gravi ch'eran
guariti prendendo poco più che dell'acqua fresca o della farina
schietta mentre credevano di prendere o l'antipirina, o il calomelano,
o l'aconito, o qualche pasticcio simile.
Un giorno don Prospero commise un'insigne debolezza.
— Sentite un po', caro Saverio. Con quelle che chiamate semplificazioni
voi otterrete una gran riduzione sul costo....
— Oh Dio, non dico di no.
— E vendete ai prezzi degli altri?
— È necessario, per non rovinare il mestiere.
— Ecco, se tutto quello che risparmiate, fino all'ultimo soldo, lo
deste ai poveri, chi sa ch'io non fossi più corrivo?
Ma Dorini protestò. Del danaro in carità ne spendeva già molto; non
poteva esporsi al rischio di passare per dissipatore e di perdere il
credito di cui ogni industriale ha bisogno.
Il rifiuto del farmacista fu una fortuna per don Prospero che s'era
accorto immediatamente di aver messo il piede in fallo e sarebbe stato
in un bell'impiccio se _il Mago_ avesse accondisceso a stringere il
contratto. Anzi, riflettendoci, egli temette d'esser caduto in peccato
mortale pel solo fatto della proposta.
E a pranzo non toccò quasi cibo, tanto aveva la coscienza angustiata.
La serva Cesira, che da un pezzo lo vedeva così diverso da quello d'un
tempo, uscì allora in queste gravi parole:
— Lo so io che cosa c'è di guasto in paese.
— Eh? — fece il parroco.
— C'è il diavolo, — affermò la donna con serietà imperturbabile.
Don Prospero trasalì. Era figlio di contadini, e nonostante il suo
naturale buon senso non era mai riuscito a liberarsi interamente dai
pregiudizi ereditari.
Pur volle fare il disinvolto. — Sciocchezze!
— C'è il diavolo, — ripetè la serva. — E son parecchi anni che c'è.
— Finiamola! — disse don Prospero nella vaga apprensione di sentir
accusar il suo penitente Dorini. E soggiunse ironico: — Son parecchi
anni che c'è, e aspettate adesso ad avvisarmene?
Con l'ostinazione delle sue pari, la femmina riprese: — Finchè _il
Mago_ se lo teneva con sè la notte, fin che lavoravano insieme, non
dava disturbo a nessuno, e forse la farmacia andava meglio. Ora _il
Mago_ è rientrato in grazia di Dio e quello si sbizzarrisce a spese dei
cristiani.
Il parroco era in preda a un indistinto malessere. _Quello?_ chi era
_quello?_ Chi era il misterioso collaboratore di Dorini?
— Alle corte, spiegatevi. Chi è questo signor diavolo?
— Come non se lo immagina? È il gatto Masaniello che anche questa notte
è venuto nel nostro orto a rubare una gallina.
Don Prospero avrebbe voluto ridere, ma non poteva. Senza dubbio
erano minchionerie; nondimeno egli si ricordava di certe storie udite
nell'infanzia, secondo le quali il demonio non isdegnava di vestir la
forma di qualche animale domestico per sorprendere la buona fede delle
famiglie.
— Provi a esorcizzarlo, — suggerì la Cesira.
— Un gatto?
La serva si meravigliò dell'obbiezione. Nel suo villaggio, da bimba,
ell'aveva visto esorcizzare una capra.
— Basta, — disse don Prospero, alzandosi in piedi. — Tronchiamo questo
discorso. — La Cesira uscì proferendo minaccie incomprensibili.
Dopo una notte insonne, don Prospero prese una risoluzione energica
e partì all'alba pel capoluogo ove chiese ed ottenne un'udienza dal
vescovo della diocesi. Allorchè, ventiquattr'ore più tardi, egli
rientrava in canonica meditando su gli aurei consigli del venerabile
prelato, gli si affacciò sulla soglia la Cesira, nell'atteggiamento
di Giuditta reduce dal campo nemico. Anch'ella aveva ucciso il suo
Oloferne, e ne teneva la spoglia esanime, sospesa.... per la coda.
— Masaniello! — esclamò il parroco.
— Gli ho teso un laccio e l'ho strozzato, — disse la donna con
magniloquente brevità.
Indi, gettando la fredda salma lungi da sè, fornì ulteriori
schiarimenti. — Voleva mordermi, ma io con un segno di croce e una
tiratina di spago l'ho ridotto all'impotenza.... E son più convinta che
mai ch'era il diavolo.... Vedrà, vedrà se adesso tutto quanto non si
rimette a posto.
La Cesira era così sfolgorante d'orgoglio per l'azione eroica compiuta
(aveva strozzato il diavolo, nientemeno!), si mostrava così sicura
dei risultati finali della sua magnanima impresa che don Prospero
rimase senza parola. Non osò nè lodarla nè rimproverarla; le invidiò
la sua fede; si sforzò di credere che l'eccidio del gatto Masaniello,
bestia scontrosa e antipatica, potesse, secondo la frase della serva,
rimetter _tutto quanto a posto_. Monsignor vescovo, forbito oratore,
gli aveva ben detto, pur dianzi, che le vie della Provvidenza sono
imperscrutabili.
Ma la Cesira, che non comprendeva il riserbo del suo padrone,
raccolse da terra la sua vittima e si ritirò sdegnosamente in cucina,
borbottando: — Oh, gli uomini!