Appena guarito, il signor Saverio Dorini portò al parroco un acconto
della somma necessaria pei lavori del campanile, vi aggiunse un'offerta
per i poveri, e s'intrattenne lungamente di soggetti religiosi,
mostrando tutto lo zelo d'un neofita.
— Bravo, bravo, figliuolo, — diceva don Prospero. — Mi avete dato una
delle maggiori consolazioni della mia vita.... Ma intendiamoci, veh....
Voi dovete mantenere il vostro impegno circa alla farmacia.... Non più
sotterfugi, non più falsificazioni.... Prodotti genuini, e nient'altro.
— Si figuri, don Prospero.... E poi non verrò da lei ogni mese?.... Non
le racconterò tutto.... in confessione?
— Anche fuori di confessione.... quando volete.... nel mio orto, a tu
per tu, con un buon bicchiere di vino davanti.
— No, no, son temi delicati.... E mi raccomando, per carità.... Di
quello che ha saputo....
— Mi meraviglio! — interruppe don Prospero, scandalizzato del dubbio
ingiurioso.
Pei primi tempi le cose andarono a gonfie vele, e il farmacista
ebbe persino l'eroismo di distruggere con le sue mani alcuni vecchi
medicinali adulterati per non cedere alla tentazione di rimetterli in
vendita.
— È proprio un sant'uomo, — pensò don Prospero il giorno in cui
ricevette questa confidenza sbalorditiva.
Era anche l'opinione delle donnicciuole del paese, le quali, quando
videro _il Mago_ accompagnarsi a loro per andare a piedi, secondo il
voto ch'egli aveva fatto, in pellegrinaggio alla Madonna di Monte
Balestro, ruppero in esclamazioni ammirative e vollero una per una
baciargli il lembo del vestito.
Naturalmente, fra gli _spiriti forti,_ vi furono scrollatine di spalle
e allusioni sarcastiche. E ch'erano ostentazioni bell'e buone, e che i
farmacisti devono attendere al loro mestiere e non fare i collitorti,
e che certo il signor Saverio aveva dei gran peccati sull'anima se
provava il bisogno di bazzicare tanto in chiesa.
E c'erano gl'indiscreti che tastavano il parroco. — Ah, don Prospero,
chi sa che orrori avrà sentito da quel signor Saverio! Se potesse
parlare!
— Zitti là, scomunicati! Quel Saverio è un sant'uomo.
Don Prospero diceva così, forse convinto, forse no.
E presto il _sant'uomo_ cominciò a dargli non poche tribolazioni.
Veniva al confessionale, s'accusava di parziali ricadute negli antichi
errori. Rispettava i medicamenti solidi; gli accadeva talvolta, per
distrazione, di _allungare_ i liquidi.
— In nome di Dio benedetto! — esclamava il sacerdote. — Non torniamo da
capo.
— Che vuole? Con tutte quelle bottiglie, quelle etichette, quei tappi
che mi son rimasti in magazzino, con quel pozzo eccellente che ho sotto
le mani, è uno scongiuro....
— E voi distruggete le vostre bottiglie, le vostre etichette, i vostri
tappi.... Avete pur fatto qualcosa di simile in passato.
— Delle scatole di pillole, delle cartoline di polveri son presto
distrutte.... Ma quella roba voluminosa....
— Vendetela quella roba.... o regalatela.
— Oh sì.... Sarebbe il modo di svegliare i sospetti.
— Chiudete il pozzo allora.
— E per gli usi domestici?
— C'è tanta acqua in paese.
— No, don Prospero, le giuro che d'ora in poi starò in guardia.
M'imponga che penitenza crede, ma mi assolva per oggi.... Vedrà, vedrà.
Don Prospero si lasciava commovere, imponeva la penitenza e rimandava
assolto il peccatore.
Una volta però egli fu irremovibile. _Il Mago_ aveva avuto l'impudenza
di proporgli una specie di compromesso. Avrebbe limitate le sue
manipolazioni a certe acque, astenendosi scrupolosamente dal toccar le
altre.... quelle di San Pellegrino, per esempio.
L'onesto sacerdote scattò. — Ma questo è un ricatto. E avete il
coraggio di tenermi un discorso di questa specie, in confessione?
Profanatore! Via, via subito.
E poichè il signor Saverio s'indugiava, biascicava delle scuse, don
Prospero lo piantò in asso.
La lezione servì, e successe un periodo nel quale il nostro farmacista
non sgarrò d'un punto.
— Nessuna miscela, nessuna sofisticazione? — chiedeva il parroco.
— Nessuna.
— Proprio?
— Che il Signore mi punisca qui all'istante se dico una bugia.
— Bravo, amico mio. Perseverate.
Ma una mattina, dopo che nella settimana c'erano stati due funerali in
paese, Dorini si presentò turbatissimo al suo confessore. — Caro don
Prospero, io ho una gran paura che volendo far il bene noi facciamo il
male.
— Cosa c'è? Che fisime son queste? Spiegatevi.
— Ha visto di quei poveri Giorgetti e Silanda?
— Son morti, pur troppo.... Me ne dispiace perch'erano due buoni
diavoli, due padri di famiglia.... Meno male che avevano qualche po'
di terra e i figliuoli non restan nella miseria.... Insomma, _pulvis
sumus_.
— Ebbene, avevano l'identica malattia e son stati curati con
gl'identici rimedi, arsenico e noce vomica, che quattr'anni fa si
son somministrati al gastaldo del conte Ferro e a Gigi Bonai, il
maniscalco, i quali son guariti tutti e due e adesso stanno meglio di
noi.
— Oh bella, si sa, con la stessa malattia, con la stessa cura chi
guarisce e chi no.
— Sissignore; però, quattr'anni fa, quei veleni, perchè sono veleni,
uscivano in ben altra forma dalla mia farmacia. Un bambino avrebbe
potuto prenderne qualunque dose senz'accorgersene. Ora sono genuini, e
ammazzano.
— Ammazzano, ammazzano? I medici sapranno il loro mestiere.
— Sarà: per me son convinto che s'io non cambiavo sistema quei due
disgraziati campavano.
— Che vorreste concludere?
— Niente. Lei fa il suo dovere a ordinarmi quello che mi ordina, io
faccio il mio a ubbidirle. Ma roviniamo il paese. Anche iersera, in
farmacia, il segretario Geronimi e il dottor Cianchi dicevano che la
salute pubblica è peggiorata, che i forestieri cominciano ad essere in
sospetto e che da due autunni si notano delle diserzioni.