L'immagine di Natalìa si associava nell'animo di Lidia ai primi ricordi
della sua giovinezza, quand'ella veniva a Venezia con la famiglia
nella stagione dei bagni, e sulla terrazza del Lido, insieme alla
madre, che pareva una sorella più matura, vedeva ogni giorno questa
ragazza bruna, alta, snella, dagli occhi e dalle ciglia nerissime,
dalla voce musicale e sonora, dal riso argentino, dal vestito elegante
e chiassoso, cinta sempre da uno sciame d'adoratori. La vedeva sulla
terrazza, e sulla spiaggia, e nell'acqua, nuotatrice intrepida,
offrente al bacio dell'onda il turgido petto di cui la maglia attillata
disegnava i contorni, gareggiante di velocità e di resistenza coi più
provetti, così da sembrare talvolta, tanto si spingeva lontano, un
punto perduto nello spazio. Indi la madre, inquieta, affacciandosi
alla ringhiera agitava le braccia e gridava: Natalìa! Natalìa! _Natalìa
Maggianico,_ quest'era il nome che i conoscenti di Lidia pronunciavano
innanzi a lei con qualche reticenza, con qualche tentennatina di
capo, facendo intendere, con la debita discrezione, che non erano,
nè lei nè la madre, signore della buona società. Anzi i puritani
aggiungevano che ormai al Lido si trovava _di tutto_. Ah, più tardi,
fatta esperta della vita e vedendo in che cosa consisteva la _buona
società,_ e che angioli di purezza e di virtù fossero gli uomini e
le donne che vi appartenevano, com'ell'aveva riso di questa frase
stupida e pretenziosa! Allora però n'era rimasta colpita, e deplorava
sinceramente che non si potesse andare al Lido senza incontrarvi le
due Maggianico. Nè al Lido soltanto, da per tutto le incontrava; per la
strada, in gondola, sui vaporetti, la domenica in chiesa San Marco, la
sera in Piazza al Florian. La madre declinava, più rapidamente forse
che non comportasse l'età, ma Natalìa era ogni anno più bella, simile
a una pianta che ogni anno estende i suoi rami e si carica di nuovi
fiori. E sempre, sempre c'era una corona di giovani intorno a lei;
e ovunque ella movesse il piede o sostasse c'era qualcheduno che si
voltava per guardarla, qualcheduno che la segnava a dito, accompagnando
il gesto con un'esclamazione ammirativa. Intorno alla Lidia non veniva
nessuno; nessuno si fermava sul suo passaggio; nessuno chiedeva al
vicino: — Chi è?
È vero ch'ella sentiva ripeter sovente: — A quella Maggianico tutti
fanno la corte, ma nessuno la sposa.
Magra consolazione! A lei nessuno faceva la corte, e nessuno la
sposava.... Così nel suo animo, pur buono e gentile, covava un sordo
rancore contro la bellezza sfacciata di Natalìa e contro il mondo
vigliacco che le si prostrava ai piedi. E, nondimeno, il suo fascino
Natalìa l'esercitava anche su lei, su lei non conosciuta e non curata,
ed ella ci pensava involontariamente, e involontariamente la cercava
in mezzo alla folla e tendeva l'orecchio se altri la nominava. A poco
a poco, mettendo insieme varie frasi côlte qua e là, ell'aveva saputo
che, per ora, la ragazza non era che una civetta; le colpe grosse
erano della madre, la quale aveva fatto una vitaccia da maritata e
da vedova, e continuava a portare in trionfo la sua relazione con
Ernesto Landi.... Di questo signor Landi s'era parlato spesso davanti
a Lidia deplorando che un uomo così piacente d'aspetto, così garbato
di modi, un uomo che avrebbe potuto aspirare a qualsiasi partito, si
fosse lasciato succhiare il sangue e smunger la borsa da un vampiro
come la Clara Maggianico. A tale proposito però c'era stato un giorno
un signore, lugubre come il vecchio Silva, il quale aveva soggiunto:
— Meno male che ne avrà per poco.... La Clara Maggianico è spedita
dai medici. — E il signore, uno di quelli che s'ingrassano a raccontar
disgrazie, s'era diffuso a descriver tre o quattro malattie incurabili
da cui la povera donna era affetta e che le avrebbero concesso al più
cinque o sei mesi di vita. Dopo questa rivelazione il malanimo di Lidia
verso la Maggianico fu temperato da un senso di pietà dolorosa. Era
sul finire della stagione; tra una settimana Lidia avrebbe lasciato
Venezia per non tornarvi che nell'estate ventura; e nell'estate
ventura ella non avrebbe più rivisto quella madre e quella figliuola
ch'erano certo leggere e corrotte, ma che andavano sempre insieme e
senza dubbio si volevano bene; avrebbe rivisto forse la sola Natalìa,
vestita di nero, ella che amava i colori sfoggiati, dimessa e contrita,
ella nelle cui pupille sfavillava la gioia, sulle cui labbra fioriva
il sorriso.... Ma prevedeva ella il lutto imminente? Conosceva la
madre il proprio destino? In Piazza, gli occhi di Lidia si fissarono
quella sera, non ostili ma tristi, sulle due donne; e le parve di
scorgere un'ombra sul volto bellissimo di Natalìa, una trepida ansietà
che si rivelava in certe contrazioni dei muscoli, in certi sguardi
furtivi;.... ma sul volto della madre ella lesse la morte.... Era così
smunta quella faccia, era così livida nella bianca luce delle lampade
ad arco voltaico; era diffusa una tale stanchezza invincibile su tutta
la persona!... La signora Clara si sforzava di parlare e di ridere,
specialmente nei momenti in cui ella sorprendeva gli occhi di Natalìa
fissi nei suoi, ma di tanto in tanto la testa le si piegava sul petto,
come se il sonno fosse per coglierla....
Anche il giorno appresso Lidia vide le Maggianico. Le incontrò in
Merceria dell'Orologio, la signora Clara trascinantesi a stento
appoggiata al braccio di Natalìa. Fu l'ultima volta. Ella partì di
lì a poco per la sua Verona, e non seppe nulla delle due donne fino
all'inverno successivo, quando una mattina, nello sfogliar la _Gazzetta
di Venezia_ a cui suo padre era abbonato, vi lesse queste righe:
“_Cronaca rosa_. Il nostro amico, dottor Vittorio Morini, aggiunto
giudiziario, si è promesso sposo a una delle più belle e più eleganti
signorine della nostra città, molto ammirata dai frequentatori del
nostro Lido, la signorina Natalìa Maggianico. Congratulazioni ed
auguri.„ Era una notizia ben diversa da quella che Lidia s'aspettava
di trovare nella rubrica dello stato civile. Ahi, l'altro annunzio,
l'annunzio funebre non si fece attendere un pezzo, e due settimane
dopo, aprendo lo stesso giornale, le caddero sott'occhio, nella lista
dei morti, queste parole asciutte asciutte: “Clara Maggianico, d'anni
49, vedova, civile.„ Funerali e nozze! Anche nella sua sventura era
una privilegiata della fortuna la Natalìa Maggianico, se, proprio
nell'ore in cui la sua famiglia si sfasciava, una nuova famiglia le
apriva le braccia, se il lutto della figliuola era temperato dalle
gioie della fidanzata!... Indi Lidia sentiva raccendersi nell'animo
l'avversione contro la splendida ragazza; e tanto più s'inaspriva
verso di lei quanto più era disposta all'indulgenza verso la signora
Clara che aveva ormai espiati i suoi falli, che forse s'era purificata
nell'amor materno, che certo durante gli strazi degli ultimi mesi
non aveva pensato ad altro che ad assicurar l'avvenire di Natalìa,
che aveva certo lei stessa, al suo letto di morte, combinato il
matrimonio. Ma la felicità di Natalìa irritava Lidia, la offendeva
come un'ingiustizia, come una smentita a quella legge dei meriti e dei
compensi che suo padre, essenzialmente ottimista, aveva l'abitudine di
predicarle, condensando le sue teorie in pochi aforismi: — _Semina il
bene e raccoglierai il bene._ — _Via recta, via certa._ — _Chi fa il
proprio dovere non ha mai a pentirsene._ — Massime sacrosante.... Ciò
nondimeno, ella che, a quanto assicuravano, possedeva tutte le virtù
teologali, rischiava di marcire in casa, mentre quella fraschetta della
Maggianico aveva già trovato il suo bravo marito.
Senonchè, quell'anno stesso, in primavera, la Lidia fu fidanzata
con l'avvocato Carlo Fìdoli di Venezia; ch'era venuto alle Assise
veronesi, quale difensore in un processo lungo e clamoroso, e aveva
una lettera d'introduzione per la famiglia Polidossi. S'invaghì egli
realmente della ragazza, o pensò soltanto a conchiudere un buon affare?
Fatto si è ch'egli chiese la mano di Lidia e che la sua offerta fu
gradita. Aveva trentacinqu'anni, e godeva già la riputazione d'uno
fra i migliori avvocati del foro veneto, specie nelle cause penali;
buon parlatore, d'aspetto simpatico, non sprovvisto di mezzi di
fortuna, poteva aspirare benissimo alle centocinquantamila lire
che la Polidossi portava a titolo di dote. Lidia gli si affezionò
sinceramente, profondamente, come ogni giovine casalinga, non avvezza
alle galanterie, s'affeziona al primo uomo che dica d'amarla; e quando
ella tornò nell'estate a Venezia, oltre che pei bagni, per visitare
i parenti del futuro marito e veder la casa che doveva esser la sua,
il nuovo sentimento l'aveva trasfigurata. — Non par più quella la
Lidia Polidossi, — ella sentiva susurrare intorno a sè. — Quest'anno
è proprio carina. — Fu allora ch'ella conobbe Ernesto Landi, lo
zio materno di Carlo, un bell'uomo tra i quaranta e i cinquanta,
accurato nel vestire, disinvolto nei modi, superficiale di cultura e
d'ingegno, ma di conversazione piacevole, come di chi ha visto cose
e persone diverse e dai facili successi del mondo acquistò una tal
quale sicurezza di sè. Egli entrò subito nelle buone grazie della
nuova nipote, fors'anco per quella curiosità mista di simpatia che
i libertini non affatto volgari destano alle donne di più illibati
costumi. Nè la relazione con la Clara Maggianico, relazione che solo
la morte aveva troncata, gli nuoceva ormai agli occhi di Lidia. Le
pareva cavalleresca quella fedeltà serbata all'amante, trovava bella
e generosa la condotta di lui verso Natalìa, della quale Ernesto Landi
rendeva possibile il matrimonio con un dono di trentamila lire ch'egli
si obbligava di farle il giorno delle nozze. In casa Fìdoli questa
liberalità era approvata a bocca stretta, ma Landi era, in complesso,
ben voluto da tutti, e la madre di Carlo aveva per lui la tenerezza
piena d'indulgenza delle sorelle maggiori verso i fratelli scapestrati.
— Sicuro, Ernesto ha le sue debolezze, — ella diceva tentennando la
testa, — ma è sempre stato un gran mago. — Il marito le faceva eco. —
Un gran mago. — Il più riservato ne' suoi giudizi era Carlo; forse i
due uomini avevano indole troppo diversa per andar d'accordo.
In quell'estate Lidia ebbe rare occasioni d'imbattersi nella Natalìa
Maggianico, ch'era in lutto e non andava la sera al Caffè, e non andava
di giorno al Lido nelle ore del maggior concorso. La incontrò qualche
volta per la strada, con una signora attempata, una zia, e con un
giovine di mezzana statura, dai baffetti castani, che le dissero essere
il fidanzato. Il vestito nero la dimagrava; dava maggior risalto ai
suoi occhi bruni, alla sua carnagione bianca, mostrava sotto un nuovo
aspetto la sua bellezza superba. Ma Lidia Polidossi era felice; nel suo
animo gentile non c'era più posto nè per l'invidia, nè pel livore, ed
ella manifestò ripetutamente al suo fidanzato la sua ammirazione per
le doti fisiche di Natalìa. Egli sorrideva: — È tal quale sua madre
quand'era giovine.... Se sarà tal quale anche pel resto, il povero
Morini dovrà recitare il _confiteor_.
— O perchè non potrebb'essere una buona moglie?
Carlo Fìdoli si stringeva nelle spalle. — Tutto può essere a questo
mondo.
I due matrimoni furono celebrati in fin d'autunno a brevissimo
intervallo l'uno dall'altro. Allorchè però, dopo il viaggio di
nozze, Lidia venne a stabilirsi a Venezia, i Morini non c'erano più.
L'aggiunto giudiziario era stato nominato Pretore in un piccolo
paesetto del Veneto. Natalìa faceva di tanto in tanto una corsa a
Venezia, e le sue conoscenti dicevano ch'ella metteva in moto cielo e
terra per ottenere un trasloco. Fosse merito suo, o fosse un fortunato
concorso di circostanze, certo si è che il trasloco venne accordato
di lì a non molto tempo, appunto a Venezia, e fu allora che Ernesto
Landi desiderò presentare la coppia Morini alla sorella, al cognato,
ai nipoti. Che motivo ci poteva essere di rifiutare? Nondimeno in
casa arricciarono il naso alla proposta, e Carlo parve più renitente
degli altri. — Che ghiribizzo è saltato allo zio Ernesto?... Que' suoi
protetti non avevano nessun bisogno di conoscerci e noi non avevamo
nessun bisogno di conoscer loro. — Fu proprio Lidia a dare il tracollo
alla bilancia. — E perchè vorresti risponder di no? La Clara Maggianico
è morta già da tre anni; Natalìa è sposata ad un galantuomo che ha una
posizione onorevole, e quando avranno detto di lei ch'è un po' civetta
avranno detto tutto.... C'è di peggio? — No, in coscienza, pel momento
non si poteva dire di più. — Ebbene, — ripigliò di trionfo la Lidia, —
se vogliamo aiutarla a restare una donna onesta, non principiamo noi a
metterla al bando!... Già non occorre mica far lega insieme.
Accolta in casa Fìdoli, Natalìa Morini aveva subito mostrato una
grandissima propensione per Lidia, le aveva ripetuto il gran bene che
lo zio diceva di lei, aveva voluto a ogni costo che si dessero del tu.
Ma il _tu_ non basta a creare l'intimità, e intimità schietta fra le
due donne non ce ne poteva essere e non ce ne fu, nemmeno nei primi
tempi quando sul conto di Natalìa si mormorava solo a bassa voce. —
Sei troppo bella, — diceva celiando la Lidia alla Morini se questa
le proponeva di prender palco insieme a teatro, o di andare insieme a
una festa, a una conferenza, a un concerto; — sei troppo bella, e mi
faresti far troppo cattiva figura. — In fondo non era che una scusa; il
vero si è ch'erano agli antipodi di gusti e d'idee; la Natalìa avida di
piaceri e di lusinghe, sempre abbigliata all'ultima moda, insofferente
della solitudine, arguta e vivace bensì, ma d'uno spirito alquanto
volgare che, per dar la propria misura, aveva bisogno dell'eccitamento
dei crocchi romorosi; la Lidia schiva d'ogni apparenza, semplice e
quasi dimessa nel vestito, facile a intimidirsi, ad ammutolirsi in
mezzo alla gente, amante della sua quiete, della sua casa, dei libri
pochi e buoni che le tenevano compagnia nel suo salottino. Intanto
era nata Valentina, ed ella era stata assorbita dalle cure dolci e
minuziose della maternità. Natalìa la tacciava di esagerazione. — Non
ti s'incontra più in nessun posto. Anch'io amerei i miei figliuoli,
se ne avessi, sfido io.... Ma non per questo farei divorzio da' miei
simili.
Un duplice e gravissimo lutto che colpì Lidia quando la bimba non
aveva che un anno, la morte dei suoceri a poche settimane d'intervallo,
contribuì a suggellar questo divorzio dal mondo che la Natalìa Morini
le rimproverava. Allora appunto Lidia insistette perchè lo zio Ernesto
venisse ad abitare con loro nella casa diventata ormai troppo grande
per una famiglia di tre sole persone, e Landi, impressionabile per
sua natura e turbatissimo dalla morte della sorella e del cognato,
accettò l'offerta come un avviamento a una vita più tranquilla, più
consentanea all'incalzar dell'età. In quell'occasione Lidia ebbe una
visita da Natalìa che le disse: — Anche a noi era parso che tuo zio
Ernesto non dovesse più viver solo e avevamo messo un paio di stanze a
sua disposizione; ma egli ha preferito venir da voi altri. Siete suoi
parenti prossimi, avete un appartamento migliore del nostro; non ci
rimane che chinar la testa.
C'era un fondo di acrimonia nelle parole di Natalìa, e infatti pei
Morini sarebbe stato un terno al lotto il poter alleggerirsi d'una
parte della pigione. Già da tempo si buccinava ch'essi spendessero
oltre ai loro mezzi e che Madama fosse indebitata con la sarta e con la
modista.
— Qualcheduno pagherà, — diceva la gente. I più benevoli affermavano
che di tratto in tratto lo sbilancio fosse colmato da Landi, in omaggio
alla memoria della signora Clara. Evidentemente Natalìa scemava in
riputazione ogni giorno, e il marito era un fenomeno di tolleranza
e di cecità. Non era nè uno sciocco nè un farabutto; era ipnotizzato
dalla moglie; credeva tutto quello ch'ella voleva fargli credere, e si
sarebbe gettato nel fuoco per compiacerla.
L'avvocato Fìdoli (adesso Lidia pensava che fosse stata una finzione)
aveva sempre ostentato di tener in poco conto la coppia Morini. — Lui,
come giudice, è passabile, ma fuori del suo tribunale è un cretino; lei
aspira a coglier gli allori materni. È meglio andar via via allentando
la relazione.
— Per quello che ci si vede ormai con Natalìa, — rispondeva Lidia.
E in vero si vedevano pochissimo, diradando, per mutuo e tacito
accordo, le loro visite, salutandosi fuggevolmente quando
s'incontravano per la strada. Però una mattina che Lidia era con la
figliuola, Natalìa la fermò per ammirare e baciare la bimba, invidiando
l'amica che possedeva un tesoro simile. E soggiunse: — Portamela,
portamela.... Fino alle due mi trovi sola.... Usciremo in quel mio
simulacro di giardino.... Sai, abbiamo un pezzetto di terra con
due alberi e pochi fiori.... Vieni, vieni.... Dio mio, come ti fai
preziosa!... Par che non ti degni, tu moglie d'un luminare del fòro, di
venire in casa d'un povero _travet_.
Lidia si consultò con Carlo che le disse: — Per una volta tanto, non
sarà una disgrazia.
Natalìa fu amabilissima e si conquistò subito il cuore di Valentina,
facendola correre pel piccolo giardino, mostrandole un nido di rondini,
regalandola di frutta e di dolci.
— Quando torneremo dalla bella signora? — chiedeva ogni momento
Valentina alla madre.
Ella trovò mille pretesti per non tornare; se ne sentivan dir tante
di quella Natalìa ch'era proprio meglio starne lontano. Lo stesso
zio Ernesto la difendeva debolmente: — Benedetta figliuola!... Ha
buonissime qualità, ma è troppo leggera.
Perciò Lidia fu alquanto maravigliata che, nell'inverno successivo,
Carlo volesse invitare i Morini a una serata musicale ch'egli dava in
onore di due suoi clienti francesi, di passaggio per Venezia.
— Noi non andiamo alle serate dei Morini, — osservò Lidia. — Perchè
devono venir essi alle nostre?
— Noi non andiamo da loro, ma essi c'invitano, — ribattè pronto
l'avvocato. — Dobbiamo invitarli anche noi.... Forse non verranno.
— Verranno, verranno.
— Poco male, tanto più ch'essi conoscono già i miei forestieri.... E
poi si tratta d'una cosa eccezionale. Noi non abbiamo l'abitudine di
ricever la sera.
Conformemente alle previsioni di Lidia, i Morini accettarono l'invito
e Natalìa fu la regina della festa. Bisognava vederli quegli uomini
come la divoravano con gli occhi, come pendevano dalle sue labbra! E i
vecchi non si sdilinquivano meno dei giovani. Perfino il Procuratore
Generale, un magistrato grave, solenne, con tanto di pancia, perfin
lui le faceva la ruota attorno e non badava nè alla padrona di casa,
nè all'altre signore, nè ai due o tre _virtuosi_ che si alternavano
al pianoforte. In quanto ai Parigini, essi non trovavano parole per
esprimere la loro ammirazione. Anche il francese scorretto della Morini
acquistava per essi un garbo speciale su quella bella bocca ridente.
Carlo Fìdoli era il più guardingo; nondimeno parve una volta alla
Lidia ch'egli e Natalìa si sorridessero furtivamente, ed ella n'ebbe
una stretta al cuore. Non poteva ella certo lottar contro Natalìa se a
colei veniva in mente di rubarle il marito. Ell'era una buona moglie,
una buona madre, una buona massaia; sapeva di non esser ripulsiva
d'aspetto, di non mancare d'ingegno e di cultura. Ma o che bastan forse
questi pregi a una donna? È vero, ell'aveva sempre creduto che Carlo
fosse così assorto nelle sue cause, ne' suoi processi penali da non
aver tempo da perdere in galanterie; ma se si fosse ingannata? Se fosse
stato anch'egli su per giù come gli altri?
Pur ella non osò discorrergli del delicato argomento nè quella sera, nè
poi. Lo sapeva poco tollerante delle osservazioni, temeva un rabbuffo,
temeva di far peggio. Ora, ora si pentiva di non aver parlato prima,
quando forse il male non era irreparabile.... E intanto ella pensava
con sgomento alla spiegazione che avrebbe avuto con Carlo al suo
ritorno da Roma, pensava alla lettera che avrebbe dovuto scrivergli
domani o dopo domani, non foss'altro che per dargli notizie di
Valentina. Ed egli pure le avrebbe scritto; le scriveva sempre quando
le sue assenze si protraevano qualche giorno, le scriveva nella sua
calligrafia nitida, uguale, da uomo d'affari che bada al positivo,
e anche di lontano s'occupa della casa, dei figliuoli, dello studio.
Aspettate con viva impazienza, quelle lettere lasciavano sempre delusa
la Lidia che avrebbe voluto trovarvi un po' più di calore, un po'
più d'entusiasmo.... Ah, il calore, l'entusiasmo, egli li avrebbe
messi nell'epistole che dirigeva a Natalìa!... E forse in questo
momento, fatto accorto del biglietto dimenticato, o dal treno, o
dal _restaurant_ di Bologna egli le mandava una riga in fretta per
comunicarle le sue inquietudini, per rinnovarle le sue proteste.
Di nuovo la Lidia cavò di tasca il foglio rivelatore, di nuovo lo
scorse con occhi molli di lacrime. _Passeremo ancora insieme molte di
quelle ore deliziose nel nostro nido.... Ti rammenti, amore?_ Queste
frasi la ferivano come stilettate. A lei Carlo diceva: — Ogni cosa,
ha la sua stagione.... L'amore è pei giovani.... è per le coppie
novelle. Due sposi come noi devono appagarsi di un'affezione calma,
tranquilla, non soggetta alle tempeste. — Ipocrita! Con Natalìa
egli s'era dimenticato di non esser più giovine. Con Natalìa egli le
cercava le tempeste. Ah, in verità, ora dipendeva da lei, da Lidia,
che fossero tempeste ond'egli avesse a ricordarsi per un bel pezzo....
Ma che ingiustizie!... Una donna fa sempre il suo dovere, tutto il
suo dovere: dà tutta sè stessa ad un uomo, non per un'ora, non per un
giorno ma per la vita intera; e quell'uomo la tradisce per una femmina
svergognata che non ha onore, che non ha pudore, che non ha nessuna
delle qualità continuamente magnificate dal mondo burlone, che mancherà
di fede all'amante di oggi come ha mancato di fede a quello di jeri,
come ha mancato di fede al marito.... E la gente che indovina o che sa
si contenta di ridere e non bolla col ferro rovente gl'iniqui! Ci son
dunque due morali a questo mondo? Una che s'insegna, l'altra che si
pratica?
Il pensiero di Lidia volò a Valentina, così candida, così ingenua, alla
piccola Valentina che sarebbe anch'ella travolta in questa gora di
menzogna e di fango.... Assalita da un desiderio veemente, imperioso
di rivederla, di averla accanto a sè in quegl'istanti angosciosi,
ella sonò per la cameriera. — Che nessuno vada oggi a prender la
Valentina.... Andrò io.