_L'AVVENIRE_ DI TORINO E _L'UNIVERSALE_ DELLA SPEZIA[167]
Voi m'avete scelto a vostro rappresentante nel futuro Congresso operajo.
Non potevate farmi più alto onore e vi serberò riconoscenza perenne; ma
non posso accettare e devo accennarvene le ragioni.
La prima è nelle mie condizioni fisiche. Infiacchito dagli anni e
malfermo nella salute, io mi sento oggimai assolutamente incapace di
lunghe discussioni pubbliche e non potrei compire debitamente la parte
che voi mi assegnate.
La mia presenza nuocerebbe probabilmente al _fine_ che vi proponete e
darebbe, nell'opinione di molti, al Congresso un carattere politico che
voi dovete e volete evitare. Voi non potete, operaî italiani, rinnegare,
come tentarono e tentano in altre terre, l'unità del problema umano e
separare dalla questione _nazionale_ e di progresso politico la
questione economica: siete uomini e cittadini come operaî e non può
compirsi progresso per voi se prima non si compie nell'elemento patrio
in cui foste posti a vivere. Ma l'intento principale del vostro
Congresso è oggi quello di _costituirvi_, di raccogliervi tutti quanti
siete, smembrati tuttora in nuclei locali, sotto il Patto di fratellanza
e la Direzione centrale che deve farvi capaci d'esprimere officialmente
ed efficacemente al paese i vostri bisogni, i mali che vi affliggono, i
rimedî che intravedete possibili. E per questo, voi non avete bisogno di
me. Importa anzi tutto che la vostra voce a le vostre deliberazioni
escano spontanee e libere, per tutti quei che guardano in voi, da ogni
sospetto d'influenza straniera al _fine_ che ora vi proponete. Quando
udrò determinato il tempo pel vostro convegno, io vi porgerò
pubblicamente quei pochi consigli che il mio cuore mi suggerisce
opportuni; ma il mio intervento personale darebbe pretesto agli avversi
a voi per accusarvi d'aver ceduto, in qualche vostra determinazione,
all'amore che, meritamente o immeritamente, avete per me e per
accusarmi, dacchè gli uomini di mala fede non credono mai alla sincerità
altrui, di tendere a mutare la vostra in una manifestazione
esclusivamente politica e favorevole alle credenze dell'anima mia. Parmi
debito d'evitarlo.
E finalmente--perchè tacerei con voi di ciò che forse non è che
debolezza mia individuale?--quando nel 1849, dopo la santa e gloriosa
difesa, Roma fu occupata dalle armi di Francia, corsi e ricorsi solo,
per una settimana ancora e pericolando, le vie della città misteriosa,
ch'io fin dai primi anni della mia gioventù adorai come cuore e centro
della Missione italiana e tempio d'una terza Epoca di vita della patria
nostra a pro dell'Europa e del mondo. E allora, tra i ricordi
dell'immenso passato e i presentimenti ostinati d'un immenso avvenire,
di fronte ai segni visibili d'un Papato che aveva spinto contro Roma i
soldati stranieri e d'una Monarchia che aveva contemplato immobile
l'agonia della Metropoli d'Italia, io giurai a me stesso che non avrei
più mai liberamente respirato quelle sacre auree se una bandiera
repubblicana non sventolasse dal Campidoglio e dal Vaticano o io non
potessi giovare a piantarvela. Lasciate che, in questo periodo di
giuramenti falsati per calcolo o leggierezza di scettici, io, credente
in Dio e nella coscienza immortale, serbi, canuto, il mio. Mi sentirò
più degno d'amarvi.