AGLI OPERAI ITALIANI[165]

Molti fra voi m'amano e sanno ch'io v'amo. V'amo come s'ama una speranza

d'immortalità per la creatura più cara, perchè so che in voi, uomini del

Lavoro, vivono più che altrove i fati immortali d'Italia: v'amo perchè

le ingiuste privazioni sofferte da secoli non v'hanno insegnato a

odiare--perchè, soli forse in Europa, avete sentito che non s'hanno

diritti se non meritandoli, e vi siete raccolti intorno a una bandiera

che porta scritto DOVERE--perchè da quando una speranza di risurrezione

albeggiò per la patria vostra, voi compiste il dovere, combattendo,

patendo, morendo--perchè combattete, patite, morite ignoti, senza

orgoglio di fama tra i vivi, senza nome lasciato ai posteri, nel

silenzio e nella santità del martirio. E voi m'amate perchè sapete che

s'io non ho _potuto_ fare, ho _desiderato_ molto per voi, senza mire

individuali o sprone fuorchè quello del culto al Bene; perchè sapete che

s'io posso, come ogni uomo può, errare nell'intelletto, non posso, per

colpa di cuore o per amore di vittoria più rapida, tentar d'ingannarvi;

perchè sentite nell'anima ch'io amo oggi il vostro avvenire, svanita per

gli anni ogni speranza di salutarlo con voi, com'io l'amava quando,

fervido d'energia e di fiducia, io m'affacciava alla vita politica; e

l'amerò, morendo, com'oggi. Io da lungo non vi scrivo direttamente, ma

scrivendo intorno alle cose del paese, non ho mai taciuto dell'elemento

vostro, nè del mutamento delle vostre condizioni come di cosa

inseparabile da ogni possibile progresso Italiano. Di voi non temevo e

sapevo che, per apprestarvi a quel progresso, non avevate bisogno di

sprone. E s'oggi m'indirizzo a voi, lo fo per avvertirvi d'un pericolo

che vi minaccia e che sta in voi soli d'allontanare.

Di mezzo al moto normale degli uomini del Lavoro è sorta un'Associazione

che minaccia falsarlo nel _fine_, nei _mezzi_ e nello spirito al quale

v'inspiraste finora e dal quale soltanto otterrete vittoria.

Parlo dell'_Internazionale_.

Quest'Associazione, fondata anni addietro in Londra e alla quale io

ricusai fin da principio la mia cooperazione, è diretta da un Consiglio,

anima del quale è Carlo Marx, tedesco, uomo d'ingegno acuto; ma, come

quello di Proudhon, dissolvente: di tempra dominatrice, geloso

dell'altrui influenza, senza forti credenze filosofiche o religiose e,

temo, con più elemento d'ira, s'anche giusta, che non d'amore nel cuore.

Il Consiglio, composto d'uomini appartenenti a paesi diversi e nei quali

sono diverse le condizioni del popolo, non può avere unità di concetto

positivo sui mali esistenti e sui rimedî possibili, ma deve

inevitabilmente conchiudere più che ad altro a semplici negazioni.

L'unico modo ragionevole d'ordinamento per le classi artigiane d'Europa

è quello che, riconoscendo sacre le Nazionalità e lasciando alle diverse

Associazioni nazionali il maneggio delle cose proprie, formerebbe di

_delegati_ da esse muniti d'istruzioni un centro comune per ciò che può

mantenere fin dove giova l'armonia del moto verso il _fine_ generale. Un

nucleo d'individui che s'assuma di governare direttamente una vasta

moltitudine d'uomini diversi per patria, tendenze, condizioni politiche,

interessi economici e mezzi d'azione, finirà sempre per non operare o

dovrà operare tirannicamente. Per questo io mi ritrassi e si ritrasse

poco dopo la Sezione operaja italiana appartenente in Londra

all'Alleanza Repubblicana.

L'_Internazionale_ esercitò predominio sul secondo periodo segnatamente

del recente moto parigino. Di questo, del programma da esso adottato,

degli atti che deturparono quel periodo, ho parlato altrove. Il

programma trovò inerte la Francia: per la prima volta Parigi sorse e

cadde isolata. E quanto al fascino ch'esercita su molti la potenza della

quale fece prova in Parigi l'Associazione, non cercherò, come potrei, di

scemarlo esaminando le circostanze singolari tanto da non riprodursi

probabilmente più mai, che posero armi, uomini, mezzi e passioni di

popolo offeso in mano ai capi. Mi sentirei reo di pensare bassamente di

voi s'io, esortandovi a star discosti da quell'Associazione, vi parlassi

d'altro che del _fine_ a cui tende. Da quello soltanto, non dalla cifra

de' suoi affigliati, voi dovete giudicarla. Come me voi sapete che ogni

forza è incapace di durare se non s'appoggia sul Vero e sul Giusto.

L'_Internazionale_ è condannata a smembrarsi; e in Inghilterra, sede del

Centro, lo smembramento è già cominciato.

Accennando ai principî che dirigono l'Associazione non intendo di dire

che formino la fede di tutti i suoi membri. In un ordinamento come

quello che la costituisce non può esistere vera unità; e so di Sezioni

collocate in terre lontane dal Centro che ignorano completamente le sue

tendenze: sanno d'appartenere a un'Associazione europea che ha per

_fine_ l'emancipazione delle classi operaje e null'altro. Gli atti

_officiali_ del Centro furono sino ad oggi rari e mal noti. Ma quei

principî rivelati dapprima da oratori imprudenti nei Congressi

internazionali tenuti negli anni vicini a noi nella Svizzera e nel

Belgio, non furono smentiti dal Centro; ebbero di tempo in tempo

conferma da discorsi pubblici d'uomini del Consiglio in Londra e

l'ebbero più recentemente, dominando il Comune, in Parigi.

I principî promossi dai capi e dagli influenti dell'_Internazionale_

sono:

Negazione di Dio--cioè dell'unica, ferma, eterna, incrollabile base dei

doveri vostri e dei vostri diritti, dei doveri altrui verso la vostra

classe, della certezza che siete chiamati a vincere e che vincerete.

Cancellata l'esistenza d'una prima Causa intelligente, è cancellata

l'esistenza d'una Legge Morale suprema su _tutti_ gli uomini e

costituente per _tutti_ un _obbligo_; è cancellata la possibilità d'una

_legge_ di Progresso, d'un disegno _intelligente_ regolatore della vita

dell'Umanità: _progresso_ e _moralità_ non sono più che _fatti_

transitorî, senza sorgente fuorchè nelle tendenze; negli impulsi

dell'organismo di _ciascun_ uomo, senza sanzione fuorchè dall'arbitrio

di ognuno, da _interessi_ mutabili o dalla _forza_. Dio, il _caso_, la

_forza_, cieca, insuperabile, _delle cose_, sono infatti le sole tre

sorgenti imaginabili della Vita; ma, rinnegata la prima e accettata

l'una o l'altra delle ultime due, in nome di che v'assumerete il diritto

d'educazione? in nome di che condannerete l'uomo che s'allontana per

egoismo dalle vie del Bene? in nome di che protesterete contro i vostri

ingiusti padroni? in nome di che li combatterete? Da dove dedurrete

l'esistenza d'un _fine_ comune a _tutti_ che v'autorizzi a dir loro:

«siamo, _dobbiamo_ essere tutti fratelli e associati a raggiungerlo?»

Invocherete l'_interesse_ che vi sprona a conquistare? Ma con qual

diritto negherete agli altri l'_interesse_ che li sprona a _conservare_?

In virtù di quale _principio_, di quale _dovere_ chiamerete gli avversi,

i vostri, occorrendo, al Martirio? E perchè? I sacrificî, il martirio

non possono _creare immediato_ il mutamento di condizioni invocato. Voi

combattete e chiamate altri a combattere pei vostri figli, per quei che

verranno: or chi v'assicura, se il mondo è governato dal _caso_ o da

forze fisiche operanti senza scopo e d'incerta durata, che esciranno

dalle opere vostre e rimarranno stabilmente i frutti sperati?

Invocherete la Forza, che senza santificazione d'un _fine_ prescritto è

_violenza_? Il numero che, se non è l'espressione, l'interprete d'una

Legge Morale, cede all'arbitrio d'un impulso, d'una seduzione, d'un

errore? Il senso d'un interesse _materiale_ ch'io ho veduto spingere il

popolo un giorno a fondare Repubblica, un altro a fondar l'Impero? E

badate: la questione ridotta nei termini della pura _forza_ pende

dubbiosa. I sostenitori dell'ordine attuale hanno ordinamento vecchio di

secoli, potente di disciplina e di mezzi che nessuna società

internazionale, combattuta d'ora in ora e costretta a operar nel

segreto, potrà raggiungere mai. Oggi, il vostro moto è santo perchè

s'appoggia appunto sulla Legge Morale negata, sulla progressione storica

rivelata dalla Tradizione dell'Umanità, sopra un concetto d'educazione,

d'associazione crescente, d'unità della famiglia umana, prefisso da Dio

alla Vita. Voi distaccate ogni giorno, in nome di quella legge, di quel

disegno divino, il cui compimento è quindi presto o tardi _inevitabile_,

uno o altro elemento dall'esercito dei _conservatori_, dai difensori del

vecchio mondo. La vostra è crociata. Convertitela in ribellione, in

minaccia d'_interessi_ contro _interessi_: voi non potrete più far

calcolo che su forze _vostre_. Siete certi che bastino? E ov'anche

bastassero, non contaminereste la vostra vittoria di lunghe, terribili

battaglie civili e di sangue fraterno?

Negazione della Patria, della Nazione--cioè del punto d'appoggio alla

leva colla quale potete operare a pro di voi medesimi e dell'Umanità; ed

è come se vi chiamassero al lavoro negandovi ogni divisione del lavoro

stesso o chiudendo davanti a voi le porte dell'opificio. La Patria vi fu

data da Dio, perchè in un gruppo di venticinque milioni di fratelli

affini più strettamente a voi per nome, lingua, fede, aspirazioni comuni

e lungo glorioso sviluppo di tradizioni e culto di sepolture di cari

spariti e ricordi solenni di martiri caduti per affermare la Nazione,

trovaste più facile e valido ajuto al compimento d'una missione, alla

parte di lavoro che la posizione geografica e le attitudini speciali

v'assegnano. Chi la sopprimesse, sopprimerebbe tutta quanta l'immensa

somma di forze creata dalla comunione dei mezzi e delle attività di quei

milioni e vi chiuderebbe ogni via all'incremento e al Progresso. Alla

Nazione l'_Internazionale_ sostituisce il Comune, il Comune

indipendente, chiamato a governare da sè. Voi esciste dal Comune,

dicono: in esso s'educò la vostra vita; ed è vero, ma retrocederete voi

alla vita dell'infanzia, darete ad essa prevalenza sulla vita virile,

perchè prima d'essere uomini foste fanciulli? La vita del Comune fu

storicamente preceduta da quella di famiglia: perchè non risalir fino a

quella? Non leggete appunto nella progressione ascendente seguìta

ovunque dalla famiglia al Comune, dal Comune alla Nazione, dalla Nazione

isolata al concetto della Federazione delle Nazioni, l'opera della Legge

che vi chiama a stringervi più sempre in più vasta e intima

Associazione? Se vi _sentite_, insistono, stretti a fratellanza di

Patria, anche col nostro ordinamento rimarrete tali. No; non rimarrete.

L'educazione morale eguale e le leggi uniformi son necessarie a

trasmettere di generazione in generazione quel sacro accresciuto

deposito di fratellanza in un _fine_ concordemente accettato: ed essi

lasciano l'educazione e le leggi all'arbitrio d'ogni Comune. Abbiate

educazione e leggi affidate in quasi novemila Comuni a influenze

predominanti per un tempo negli uni o negli altri d'uomini di progresso

o retrogradi, d'unitarî o federalisti, di credenti in Dio e nell'anima

immortale o di materialisti o di clericali cattolici; e avrete, dopo un

terzo di Secolo, rinati tutti i piccoli egoismi locali, financo il nome

di Patria svanito e risorte le risse civili del medio evo; e intanto,

angustia di mezzi per ogni dove, tronche le vie ai grandi sviluppi

politici, intellettuali, economici, ridotta la vita italiana a povera,

gretta esistenza vegetativa. Il concetto dell'_Internazionale_ guida

inevitabilmente all'anarchia e all'impotenza.

Negazione d'ogni proprietà individuale--cioè d'ogni stimolo alla

produzione da quello della necessità di vivere in fuori. La proprietà,

quando è conseguenza del Lavoro, rappresenta l'attività del corpo,

dell'organismo, come il pensiero rappresenta quella dell'anima; è il

segno visibile della nostra parte nella trasformazione del mondo

materiale, come le nostre idee, i nostri diritti di libertà e

d'inviolabilità della coscienza sono il segno della nostra parte nella

trasformazione del mondo morale. Chi lavora e produce ha diritto sui

frutti del proprio lavoro; in questo risiede il diritto di proprietà. E

se la maggiore o minore attività nel lavoro è sorgente d'ineguaglianza,

quell'ineguaglianza materiale è pegno d'eguaglianza morale, conseguenza

del principio che ogni uomo deve essere retribuito a seconda dell'opera

sua: _avere quanto egli ha meritato_. Bisogna tendere all'impianto d'un

ordine di cose nel quale la proprietà non possa diventar monopolio e non

scenda in futuro se non dal lavoro, nel quale, quanto al presente, le

leggi tendano a scemare gradatamente il suo permanente concentramento in

poche mani e si giovino d'ogni giusto mezzo ad agevolarne la

trasmissione e il riparto. Ma l'abolizione della proprietà individuale e

la sostituzione della proprietà collettiva sopprimerebbero ogni sprone

al lavoro--sopprimerebbero ogni stimolo a dare, coi miglioramenti e col

pensiero dato ai prodotti futuri, il più alto valore possibile di

produzione alla proprietà--sopprimerebbero la libertà del lavoro negli

individui--e, attribuendo all'autorità di pochi rappresentanti lo Stato

o il Comune, accessibili all'egoismo, alla seduzione, a tendenze

arbitrarie, l'amministrazione d'ogni proprietà, ricondurrebbero

sott'altro nome tutti i cittadini al sistema del _salario_, al quale

vorremmo che a poco a poco sottentrasse l'_associazione_, e

riaprirebbero le vie a tutti quei mali ch'oggi provocano le vostre

lagnanze contro i pochi detentori di capitali. La proprietà collettiva

rappresentò il primo stadio della vita economica, quando l'umanità

nell'infanzia non era peranco escita dal sistema patriarcale delle

famiglie. Oggi non dura che nei Comuni di Russia, dove da alcuni anni i

lavoratori, emancipati dalla _servitù_, s'affrettano a procacciarsi

proprietà individuale.

Nè prolungherò questo ingrato esame. I pochi punti toccati devono,

parmi, bastarvi per giudicare se dall'_Internazionale_ possa o no

venirvi salute.

No; voi non lascerete, per proposte siffatte, la via calcata sinora, e

io potrò, sino all'ultimo giorno, movere su quella con voi. Se v'è città

fra le nostre nella quale l'_Internazionale_ abbia trovato aderenti, è

quella--non la nomino, ma v'è nota--dove l'elemento operajo e più muto,

più ritroso ad ogni vitalità di progresso.

Quando, riandando la Storia, trovate idee che, sorte col primo noto

periodo della vita dell'Umanità, hanno vissuto con essa d'Epoca in

Epoca, trasformandosi sempre, ma rimanendo sempre e per ogni dove, nella

loro essenza, inseparabili dalla società e più forti d'ogni rivolgimento

distruggitore d'altre idee appartenenti a un solo Popolo o a un'Epoca

sola--e se, interrogando nei migliori momenti d'affetto, di santo

dolore, di devozione al Bene, la vostra coscienza, sentito dentro un'eco

a quelle idee che i secoli vi trasmettono--quelle idee son vere e

ingenite nell'Umanità della quale devono seguire il progresso: voi

potete e dovete modificarle, purificarle, migliorarne lo svolgimento e

l'applicazione; non abolirle. Dio, l'Immortalità della Vita, la Patria,

il Dovere, la Legge Morale che sola è sovrana, la Famiglia, la

Proprietà, la Libertà, l'Associazione sono tra quelle.

Voi--perchè meritaste col sacrificio, perchè non cercaste di sostituire

alle altre la vostra classe, ma d'inalzarvi con tutti, perchè

invocate una diversa condizione economica, non per egoismo di

godimenti materiali, ma per potere migliorarvi moralmente e

intellettualmente--avete oggi diritto a una Patria di liberi e d'eguali

nella quale abbiate comune con tutti i vostri fratelli l'_educazione_,

comune il _voto_ per contribuire all'avviamento progressivo del paese,

comuni l'_armi_ per difenderne la grandezza e l'onore, esente da ogni

tributo diretto o indiretto il necessario alla vita, libertà di lavoro e

ajuti ove manchi a dove lo vietino gli anni o le malattie; poi favore e

agevolezza di _credito_ nei vostri tentativi per sostituire a poco a

poco al sistema attuale del _salario_ il sistema dell'_associazione_

volontaria fondata sull'unione del _lavoro_ e del _capitale_ nelle

stesse mani. Non vi sviate da quel programma: non v'allontanate da quei

tra i vostri fratelli che riconoscono questi vostri diritti e s'adoprano

a spianare le vie a instituzioni che possano riconoscerli e tutelarli.

Chi vi chiama ad altro non può giovarvi.

Educatevi, istruitevi come meglio potete: non dividete mai i vostri dai

fati della vostra Patria, ma affratellatevi con ogni impresa che miri a

farla libera e grande: moltiplicate le vostre _associazioni_ e

inanellate in esse, dovunque è possibile, l'operajo dell'_industria_ con

quello del _suolo_, città e contado: adopratevi a creare più frequenti

le società cooperative di _consumo_. E fidate nell'avvenire.

Ma unitevi compatti, serrati, ordinati a modo d'esercito. Oggi nol

siete. Le vostre società sono moralmente collegate dalle comuni

tendenze; ma nessuna ha mandato per parlare, se non nel proprio nome,

nessuna può far suonare davanti al paese la voce di tutta la Classe

artigiana a esprimerne bisogni e voti, nessuna può dire autorevolmente:

_questo vogliono, questo respingono gli operaî d'Italia_. Voi avete

unità di _fine_, non d'_azione_ e di _metodo_. Senza un Patto di

fratellanza, senza un Centro direttivo, voi non potete acquistare nè

infondere in altri coscienza della forza ch'è in voi: non potete

ordinare e pubblicare una statistica dei mali che affliggono la vostra

classe: non potete dar vigore d'uniformità o di periodicità

all'indicazione degli opportuni rimedî.

Queste cose io vi dissi pochi anni addietro; e voi le accoglieste

convinti. Un Patto fu steso e accettato dalla maggioranza delle società

in uno dei vostri Congressi. Ma per un errore commesso nella formazione

dell'Autorità direttiva, quel Patto rimase lettera morta, inutile,

dimenticato. Perchè non date opera a ravvivarlo, a ridare, con più saggi

provvedimenti, vigore a quel moto di concentramento oggi più che mai

urgente? E perchè volete, voi, elemento nuovo che sorge, nè può

arrestarsi senza retrocedere, far vostra la colpa frequente pur troppo

in Italia del _dire_ e _non fare_?

Roma, la Città madre, è oggi nostra; ma nostra a mezzo, nostra

materialmente soltanto; e incombe a noi tutti di versare in essa l'anima

della Patria e da essa ricevere la consecrazione alla via che dobbiamo

correre perchè si compiano i vostri fati e una manifestazione potente

della Vita Italiana faccia santa e feconda l'unione. Perchè non

v'affrettate a raccogliervi in Roma a Congresso e attingervi nuovo

battesimo alla vostra Fratellanza? Forse, oltre all'immenso vantaggio

per voi, ricordereste coll'esempio e quasi _iniziatori_ all'Italia che

da Roma deve escire un altro e più largo Patto, il PATTO NAZIONALE,

definizione della nostra vita avvenire, senza il quale Roma e l'Italia

son vuoti nomi.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 207 / 227 题