Se noi fossimo, come taluni affettano di credere, partigiani irosi e
guidati esclusivamente dal desiderio di vincer comunque, avremmo
salutato il linguaggio della stampa monarchica intorno ai fatti di
Francia come potente indizio di fiacchezza sentita nella parte avversa.
Da quel linguaggio, come dalla proposta di leggi eccezionali per la
pubblica sicurezza--come dagli annunzî esagerati di nuove mene
repubblicane perchè qualche ufficiale legge la ROMA DEL POPOLO--come
dalle spese di guerra, profuse non pel di fuori da dove nessuno
minaccia, ma per antivigenze interne--trapela il terrore dell'avvenire,
la coscienza dell'impossibilità di riconquistare il terreno perduto.
Servi di Francia e presti a trascinar la Nazione in una rovinosa
immorale alleanza quando speravano nelle vittorie del Bonaparte, ligi
alla Prussia poi che videro disfatto l'Impero e s'illudevano a credere
che l'armi di re Guglielmo avrebbero rifatto in Francia una monarchia,
gli uomini avversi al principio che sosteniamo s'irritano oggi sino al
furore contro gl'insorti a pro del Comune parigino: chiamano _orda,
bordaglia pazza di furore e di lucro_ duecentomila elettori che votano
placidamente la scelta de' membri del municipio: _inorridiscono_, essi
che tacquero e tacciono sulle proscrizioni del Due dicembre, sulle
fucilazioni messicane, sopra ogni sangue versato da mano regia, alle
uccisioni--son due e conseguenza d'eccitamento parziale riprovato da
quei che reggono--commesse in Parigi; e diresti tornati i giorni
terribili del 1793. Come i tori, i gazzettieri della monarchia
insaniscono all'apparire di un cencio rosso.
Ma il rimproverare, tra due espressioni di orrore pel sangue di due
individui, l'Assemblea di Versailles d'esitazione codarda perchè non
s'affretta ad affogare a Parigi nella guerra civile--il far arme d'un
conflitto suscitato da cagioni speciali in un luogo e d'alcuni fatti
isolati per eccitare a reazione di spavento quei che governano
altrove--il desumere, dalla parte qualunque che una Associazione può
avere in quel conflitto e in quei fatti, argomento a levare un
grido di crociata contro tutta una classe straniera in Italia a
quell'Associazione--il segnare una linea ostile di separazione tra le
aspirazioni degli _operaî_ e i diritti degli _agiati_[160]--è tal cosa
che dovrebbe rattristare profondamente tutte le anime oneste e vogliose
del bene in Italia. Che! Sono i protettori dell'_ordine_ giunti a tale,
da sostenerlo calunniando deliberatamente tutta una classe di cittadini
e seminando i germi d'una guerra civile? E che sarebbe, se noi fossimo
capaci di raccogliere il guanto?
Noi non possiamo essere sospetti di cieco favore pei fatti che vanno
svolgendosi fatalmente in Parigi. Non aspettiamo il pensiero iniziatore
della nuova Epoca dalla Francia: il materialismo, sceso come sempre
dalla sfera filosofica generalmente nelle anime, è--finchè
dura--ostacolo insuperabile a quel pensiero. Abbiamo giudicato con
dolore, ma severamente, le cagioni della guerra e dell'inferiorità
rivelata in essa dalla Francia. E l'idea che predomina sul moto attuale
è idea che, dove fosse universalmente accettata, condurrebbe rapidamente
a esagerazioni di spirito _federalista_ fatale ad ogni unità morale, a
ogni missione collettiva, a ogni cosa che fa grande e giovevole
all'Umanità una Nazione. Ma il linguaggio di quei gazzettieri sui fatti
dell'oggi è nondimeno mera calunnia. Quel moto non ha rivelato finora
programmi o intenzioni che provochino le parole avventate contr'esso:
non sorgeva se l'Assemblea non manifestava--e senza coraggio di tradurle
in fatti--tendenze positivamente monarchiche: cesserebbe anch'oggi se la
scelta d'altri uomini agli ufficî, una esplicita dichiarazione
repubblicana e pochi atti, che fossero pegno di sincerità nel volere e
d'energia nell'osare, accertassero gli insorti che la Repubblica non
sarà tradita nelle mani del monarca caduto o d'un nuovo. L'insurrezione
parigina è protesta repubblicana--ed è questo, benchè nol dicano, il
segreto dell'ire dei gazzettieri monarchici--contro le opere
d'un'Assemblea colpevole d'aver sancito col voto lo smembramento
territoriale della Francia, colpevole di tendere a rapirle l'unico
compenso possibile in tanta sciagura, un Governo di popolo che assicuri
almeno internamente la Libertà. Ponendo i fati di Francia nelle mani
d'un uomo che rappresenta per l'indole delle teorie le idee essenziali
del Bonapartismo o per vincoli individuali le pretese degli Orléans,
affidando gli avanzi dell'esercito alla condotta dei generali di Luigi
Napoleone, evitando studiosamente la parola _repubblica_ e ricusando di
raccogliersi in Parigi perchè città dichiaratamente repubblicana,
l'Assemblea decretò inevitabile la protesta. Forse, se invece di
pellegrinare in Francia e altrove o rimanere in un'Assemblea della quale
diffidano, gli uomini influenti per potenza d'intelletto e fede
repubblicana provata si fossero frammisti quasi inspiratori agli ignoti
del Comitato Centrale, quella protesta non si sviava e s'evitava la
guerra civile, triste sempre, tristissima di fronte all'invasore
straniero.
Questo per la Francia e per amor di giustizia. Ma per l'Italia? Per
l'Italia dove il moto ascendente della classe operaja si svolge
mirabilmente, inalterabilmente temperato e pacifico? Dove gli uomini del
Lavoro non hanno sparso altro sangue che il proprio a pro
dell'Indipendenza e della Unità della Patria? Dove i sistemi socialisti
settarî di Francia e d'altrove non hanno trovato seguaci visibili? Dove
l'Apostolato delle Associazioni move, in tutti i suoi atti, dalla santa
idea del Dovere e tace, forse soverchiamente, ma per amore all'Unità
incompiuta finora dell'Italia, del _diritto_ che sorge dal dovere
compiuto? Dove le agitazioni, se agitazioni furono tra gli operaî,
ebbero sempre a motore il senso dell'onore italiano violato, della
grandezza della Patria tradita, non mai il miglioramento delle loro
condizioni economiche? A che il grido selvaggio d'allarme? A che
l'insulto non provocato? A che l'annunzio d'un grave imminente pericolo
gettato fra le classi _agiate_ perch'esse s'ordinino a resistere e
prevenire?[161] È tristizia? È follia? o più verosimilmente calcolo
nefando d'uomini che, avversi tanto più ferocemente alla Repubblica
quanto più furono, pressochè tutti, repubblicani un tempo e li irrita il
rimorso d'aver ceduto a seduzioni volgari di potere o di lucro,
afferrano per combatterci e impaurire i creduli ogni arme sleale? Questa
nostra classe operaja delle città, che gli stranieri ammirano superiore,
se non per istruzione, per moralità di principî e sobrietà di condotta,
a quante altre popolazioni artigiane ha l'Europa, può sprezzare,
gazzettieri di parte monarchica, le vostre calunnie: i suoi titoli
stanno sui registri dei morti nelle patrie battaglie dalle Cinque
Giornate in poi: come i suoi padri che fecero grande l'Italia, essa è
repubblicana perchè tutti i forti nobili ricordi della sua terra le
parlano di repubblica e tutte le memorie di servitù, disonore e
persecuzione le parlano del reggimento che sottentrò; ma non perch'essa
veda nel mutamento esclusivamente un gradino al proprio miglioramento
materiale o perchè, ròsa da ingiuste e turpi passioni d'invidia o
vendetta, macchini guerra ad altre classi prima d'esse emancipate e pur
troppo sovente immemori del dovere e del _fine_ comune: non falsò il
problema che involve l'avvenire d'Italia: non traviò dietro a sistemi
che mirano a traslocare colla violenza il benessere da una ad un'altra
zona sociale: non sostituì gli appetiti materiali all'adorazione dello
spirito, dell'umana dignità e del progresso per tutti: non scisse, come
in altri paesi, il campo dei credenti nella nostra fede, separando la
vita economica dalla vita politica, dalle sante aspirazioni a una
missione nazionale da compiersi colle forze di tutti. E voi che avete
rinnegato quella missione pel fatto potente dell'oggi, sagrificando le
convinzioni dell'intelletto a un officio, a un titolo, a una pensione,
voi che nel poco contatto avuto per calcolo politico colle Associazioni
operaje tentaste di persuaderle in Torino, in Milano, in Napoli ad
abbandonare ogni pensiero, ogni dovere di cittadini per non occuparsi
che delle proprie condizioni materiali, spingendole così al vizio
ch'oggi atteggiandovi a puritani rimproverate, voi che, irritati dal
generoso rifiuto delle più tra le Associazioni, le denunziate all'Europa
come fomite di perdizione e chiamate gli _agiati_ a premunirsi contro il
pericolo, siete a un tempo calunniatori e--se noi fossimo capaci più
d'ira che di disprezzo--imprudenti.
Lasciamo i tristi gazzettieri all'oblìo. Ma tra gli uomini che
s'intitolano, non intendiamo il perchè, _moderati_, come se tra il bene
e il male del paese la parola _moderazione_ potesse aver senso, al di
sotto delle poche centinaja di faccendieri raggiratori che invadono le
altre sfere, sono migliaja d'Italiani che amano come noi la patria,
illusi di buona fede sulle vie che guidano al suo incremento e non
d'altro colpevoli che di lasciarsi ciecamente ingannare, tra per
soverchia arrendevolezza d'animo, tra per ignoranza di noi e delle
nostre idee, da quei pochi raggiratori. Molti fra i nostri confondono
queste due classi d'uomini e hanno torto. I primi illudono, e con essi
s'ha da fare assoluto divorzio: i secondi non sono che illusi, e ci
corre debito fraterno d'insistere a illuminarli e richiamarli al severo
esame dei fatti. E a questi diciamo:
Voi non avete in Italia minaccia di pericoli sociali, di guerre tra
classe e classe, di sconvolgimenti inspirati da ree passioni o da
cupidigie volgari. Gli artigiani delle nostre città, miseri e angustiati
come pur troppo sovente sono, non trascorrono a pensieri di violenza o
mutamenti ingiusti e arbitrarî per sottrarre la loro vecchiaja alle
crisi inevitabili d'una condizione che concede raramente la possibilità
di risparmî: costituiscono, per senno istintivo, pazienza e amore
intenso, disinteressato, di patria, una delle migliori speranze del
nostro avvenire; e spira in essi un alito di quella virtù cittadina che
animava le generazioni di popolani per le cui opere le antiche nostre
Repubbliche diedero spettacolo unico al mondo di prosperità e di
grandezza. Scendete tra essi: affratellatevi: interrogateli. Vissi, io
che scrivo, con essi, e li vidi--quando proscritto e dannato nel capo
dai governucci d'Italia, cercavo, volendo pure di tempo in tempo
rivedere la terra che mi diè vita, asilo nelle loro case--a piangere
sulle pagine di storia che registrano le nostre sciagure, a inorgoglirsi
d'orgoglio generoso su quelle che ricordano le nostre glorie passate.
Quando il primo incerto e debole soffio di libertà corse le nostre
contrade ed essi se ne giovarono a raccogliersi in associazioni, la loro
vita collettiva non varcò mai, ordinati i modi d'ajuto reciproco, al di
là d'una giusta speranza di lento e pacifico progresso economico e d'un
vivissimo desiderio d'una educazione che li rendesse capaci di giovare
più efficacemente all'inalzarsi dell'edifizio italiano, all'onore, alla
potenza, alla legittima influenza della bandiera italiana nel mondo:
Nizza, Lissa, Custoza irritano le anime loro più assai che lo squilibrio
frequente fra i salarî e le necessità della vita per sè e le famiglie;
la servile politica seguìta dai nostri ministri e le transazioni col
Papa che profanano Roma suscitano più fremito in essi che non l'ingiusto
riparto dei frutti d'una produzione senza essi impossibile. E oggi,
quando il numero cresciuto e l'ordinamento diffuso potrebbero, colla
coscienza d'una forza importante, destarli a disegni più rapidi, a meno
tolleranti esigenze, io non odo, nel mio contatto con essi, una voce che
accenni ai concetti, cagione in altre terre di terrore alla classe
abbiente, ma soltanto voci d'affetto all'Italia, di dolore per quanto la
offende e profferte di sacrificî e d'opere attive a pro d'essa: fidano
pel resto nella Patria rinata e nei beneficî inseparabili della Libertà.
No: com'è vero che crediamo in Dio e nell'anima nostra immortale, voi
non dovete, lo ripetiamo, paventare per quanto concerne le eterne basi
dell'ordine sociale dalle classi artigiane d'Italia o da noi che da un
terzo di secolo combattiamo, a viso aperto e senza riguardo al possibile
allontanarsi da noi d'uomini traviati di parte nostra, le intemperanze e
gli errori dei sistemi _socialisti_, come a viso aperto e senza riguardo
allo stesso pericolo combattiamo il _materialismo_.
Rassicuratevi dunque; ma badate: le condizioni d'armonia, di concordia
civile, delle quali andiamo alteri e che darebbero al nostro risorgere
un carattere perduto in Francia e minacciato in Inghilterra, non
dureranno se non ad un patto: che siate antiveggenti, giusti, devoti al
progresso comune, come le classi operaje sono pazienti, tolleranti,
devote alla Patria più che ai loro vantaggi materiali. Ogni diffidenza
non meritata irrita chi ne è fatto segno: ogni accusa come quelle che,
vergognando per chi le scrisse, abbiamo citate, infonde inconscia una
amarezza nelle anime che può produrre gravi effetti più tardi: ogni
perenne oblìo dei _diritti_ creati da sacrificî compiti a una classe di
fratelli, può suscitare in essa il pensiero di conquistarli colla forza,
cieca sempre e travalicante oltre il segno. Pensateci. Al noncurante
egoismo degli _agiati_ di Francia, all'imprudenza d'un sistema col quale
i vincitori d'un giorno negarono al popolo che aveva combattuto per essi
il programma politico ed economico conquistato, è dovuta gran parte dei
traviamenti e delle esagerazioni che lamentate e lamentiamo con voi:
abbandonata e delusa, la classe artigiana seguì per diverse vie quanti
agitatori, repubblicani o dittatoriali, furono ad essa più larghi di
speranze e promesse. Gli operaî italiani hanno da ormai cinquant'anni
dato l'obolo e il sangue a quanti nobili tentativi vi guidarono al
possesso di quanti diritti di elettorato, di stampa d'ufficî or voi
possedete: non lo rammentano adesso perchè vedono tuttora mutilata
l'Unità della Patria e minacciata l'Indipendenza: ma lo rammenteranno il
giorno in cui l'una e l'altra saranno fatte secure; e il _come_, con
quale tendenze o fremere di passioni, dipenderà, ricordatevene, dalla
vostra condotta dell'oggi. È il manifesto decadimento di tutte le
instituzioni esistenti; il difetto di virtù _iniziatrice_ in tutti i
Governi; l'incapacità loro di andare oltre una stolta, infeconda
dottrina di _resistenza_; il dualismo esistente più o meno per ogni dove
tra _governanti_ e _governati_; l'assenza di ogni credenza, d'ogni patto
comune, norma agli atti della vita internazionale; le aspirazioni, i
tumulti frequenti in ogni angolo dell'Europa; il sorgere di popoli a
formare Nazioni nuove e il lento progressivo smembrarsi di vecchî Stati;
le guerre, le insurrezioni, le paci brevi ed incerte; il bene e il male
che si svolgono alterni davanti a noi: tutto v'avverte che il problema è
generalmente, non di lente e graduali _riforme_, ma di Rivoluzione
fondamentale; che, come andiamo e andremo ripetendo ogni giorno,
un'epoca di civiltà sta morendo, una nuova deve ordinarsi sul suo
sepolcro. Pretender di chiudere il varco all'Avvenire è follìa: follìa
il non curarlo e nascondere, come lo struzzo, il capo dentro la sabbia
per non vedere il nemico che si avvicina. Tutti i problemi secondarî
della vita stanno racchiusi in quell'Avvenire e ne dipendono. E quasi
tutte le convulsioni d'anarchia, di risse civili, di rovina economica,
che afflissero negli ultimi cento anni i popoli d'Europa, derivarono, a
chi ben guarda, dalla improvvida noncuranza, dalla resistenza tentata,
dalla ostinazione delle classi già fornite d'educazione intellettuale e
ricchezza a non voler assumersi l'_iniziativa_ degli inevitabili
mutamenti e averla invece lasciata ai casi fortuiti o agli istinti,
buoni quasi sempre, ma facili a traviarsi, delle moltitudini.
E uno dei principali caratteri di quest'Epoca nuova che albeggia, di
questo moto europeo, è visibilmente la tendenza all'_associazione_,
all'associazione proposta al libero assenso dell'_individuo_, siccome
_fine_ d'ogni suo sforzo e missione della sua vita; e il principale
nuovo elemento, chiamato a tradurre in atto la nuova tendenza, è
l'elemento delle Classi operaje. Ogni epoca reca infatti con sè
una definizione della Vita; ed è in oggi la definizione, che
sostituisce la legge del PROGRESSO a quella della _caduta_ e
dell'_espiazione_:--un'idea del _fine_ da cercarsi, ed è l'idea
dell'Associazione che sottentra all'attività _individuale_:--un nuovo
elemento, stromento aggiunto, per raggiungerlo, agli altri; ed è, al di
fuori dei popoli già costituiti, l'elemento slavo; in seno a ogni
popolo, l'elemento operajo.
Il moto ascendente delle classi artigiane nelle città ha data oggimai da
un secolo; lento ma tenace nel suo progresso e procedente di decennio in
decennio colla legge del moto accelerato, e crescente negli ultimi
vent'anni, visibilmente per tutti, in intensità ed estensione e
acquistando via via ordinamento, potenza reale e coscienza d'essa.
Traviato sovente altrove e guasto, in parte mercè l'altrui resistenza,
da germi d'anarchia, è in Italia moto maestoso di fiume che aumenta la
propria piena senza minacciar di sommergere le terre attraverso le quali
scorre fecondatore. E dovrebbe far balzare l'anima di gioja a quanti
Italiani sanno amare e vedono, nell'inalzarsi di tutti gli elementi che
la compongono, l'inalzamento della Nazione e un pegno della futura
Unità. Non siamo noi, tutti quanti nascemmo e nasciamo su questa diletta
terra Italiana, fratelli e stretti ad un patto e necessarî tutti al
compimento dei fati della Nazione? Non è l'Unità _morale_ onnipotente
mallevadrice dell'Unità _materiale_? E può l'unità morale fondarsi e
viver perenne sopra basi che non siano d'eguaglianza e d'associazione?