VI.

Ricapitolando il già detto:

La Rivoluzione Italiana non è compita: la monarchia l'ha fermata a

mezzo!

Bisogna compirla o perire: perire di lenta morte nella rovina economica,

o di violenta nell'anarchia: sperare che si stabiliscano, prima d'averla

compita, condizioni di normale securità pel Paese, è follìa e i sintomi

_crescenti_ ogni giorno provano nella _realtà_ ciò che la logica insegna

al _pensiero_.

Roma; frontiere naturali; Patto Nazionale dettato da un'Assemblea

Costituente: sono le prime condizioni del compimento:

Per uscire dall'inerzia e avviarsi al _fine_, è necessaria una

_iniziativa_.

L'_iniziativa_ non può escire dalla monarchia: non può escire dal

Parlamento monarchico: non può dunque escir che dal _popolo_.

Il Paese è maturo per accogliere e secondare il sorgere di questa

_iniziativa_ popolare: il desiderio di un mutamento è universalmente

diffuso in esso.

I due soli ostacoli che s'attraversino a quel desiderio,

sono--incertezza diffidente sull'avvenire, alimentata da una stampa

calunniatrice--mancanza di coscienza della propria forza.

Bisogna vincere il primo ostacolo coll'apostolato, dichiarando

ripetutamente ciò che la Repubblica è e ciò ch'essa non è: separandosi

lealmente e coraggiosamente dagli amici che traviano, e respingendo gli

stolti concetti che sostituirebbero una tirannide all'altra.

Il secondo ostacolo non può superarsi che coll'argomento col quale il

vecchio filosofo provava allo scettico l'esistenza del moto,

coll'azione; bisogna che una città provi, sorgendo e vincendo, al Paese

che _volendo si può_.

L'_iniziativa_ Italiana diventerebbe rapidamente, se diretta da uomini

che sapessero e osassero, iniziativa Europea.

E scrivendo questa linea m'è impossibile non aggiungerne alcune di

sorpresa e lamento.

L'orgoglio, quando si sperde intorno a misere ambizioncelle dell'_io_ e

s'affatica a crear superiorità artificiali di ricchezza, di potenza o di

quella fama d'un giorno che Dante paragonava a un _color d'erba_ che _va

e viene_, è colpa e meschina. Ma l'orgoglio raccolto intorno all'anima

dal ricordo dell'ultima parola dei martiri per una _idea_, dalla voce

profetica di tutta una tradizione religiosamente interrogata, da una

riverenza che adora ogni indizio di disegno provvidenziale, da un

immenso amore per la terra che vi fu culla, e ha le tombe dei vostri più

cari, da un senso di vita collettiva che abbraccia quanti vi furono,

sono e saranno più strettamente fratelli, dalla tacita eloquenza d'una

natura che si stende, privilegiata oltre ogni altra, intorno a noi quasi

mormorandoci: _siate grandi quant'io son bella_,--e versato sulla

Patria, sulla Nazione nascente, sulla Bandiera, alla quale il mondo

guarda per vedere s'è bandiera di Popolo annunziatore o di gente

inutile, senza nome e senza missione--è cosa santa e pegno di grandezza

futura al Paese nel quale si mantiene perenne, coscienza e fiamma alla

vita. Sentono quest'orgoglio i nostri giovani, o l'hanno sommerso nel

disprezzo dell'_ideale_, al quale oggi li alletta un materialismo che fu

sempre conseguenza o preludio di servitù? A me quest'orgoglio del nome

italiano insuperbì nell'anima fin da quando, nel silenzio comune e fra

le mura d'una prigione, mi prostrai davanti al pensiero d'una Italia

repubblicana iniziatrice in Europa e giurai fede alla sua bandiera. Come

i figli della Polonia portavano con sè nella proscrizione, quasi

reliquia, una zolla della loro terra, portammo, io e i miei amici, quel

sacro pensiero con noi nell'esilio e lo serbammo incontaminato per voi,

o giovani, sperando che lo raccogliereste in tempi migliori, quando vi

sarebbe dato di tradurlo in fatto. E oggi vi è dato. Oggi l'Europa è in

tali condizioni, che a voi basta il sorgere a compire, in nome d'un

_principio_ e affratellandovi arditamente coi Popoli che v'aspettano, la

vostra Rivoluzione Nazionale, perchè la vostra Patria diventi

iniziatrice d'un'Epoca e guidatrice delle Nazioni sulla via del

Progresso. Una dichiarazione di Principî, dettata da Roma libera ai

Popoli e appoggiata da due o tre atti ai quali più volte accennai,

darebbe all'Italia un Primato morale, che da oltre a mezzo secolo è

vacante in Europa.

Se agli uomini che, invecchiati anzi tempo, si chiamano _pratici_ perchè

hanno imparato a tacere, e _patrioti_ perchè agli inevitabili errori del

povero Lanza antepongono le colpe subdole di Rattazzi, la iniziativa

italiana in Europa sembri folle utopia, poco monta. Ma i giovani? I

giovani delle Università e della classe educata alle lettere e alle

arti? I giovani che hanno in custodia nell'esercito la bandiera della

Nazione, e sanno di potere con un _fatto_ collocarla all'antiguardo

d'Europa? I trentamila volontarî che dal Trentino all'estrema Sicilia

fecero battesimo del loro sangue all'Unità del Paese? I popolani che,

vergini d'anima e devoti per istinto non contaminato da calcoli

all'avvenire d'Italia, adorano la religione e la poesia dei grandi

ricordi? Son essi muti al pensiero della loro Patria fatta, da un atto

energico di volontà, prima tra le prime e centro di moto pel bene alle

Patrie sorelle? Sanno che dalla coscienza d'un alto _dovere_, d'una

solenne missione da compiersi move tutta una Educazione e che il

carattere d'una _iniziativa_ determina tutta una lunga vita di Popolo?

Rammentano che, soltanto per quella coscienza, la vita di Roma fu vita

del mondo e che ciascuna delle nostre città repubblicane scrisse, nel

medio evo, una pagina di gloria e d'incivilimento nella storia europea?

Sentono in core l'immensa potenza che dovrebbe emergere dalle cento

città d'Italia unite ad un _fine_, e che il sorgere della Nazione a

guisa d'ancella sommessa, timida, incerta, tanto che il mondo non si

avveda neppur di quel sorgere, è--per essa--scadere? Se gli Italiani

possono guardare alle condizioni nelle quali versa oggi l'Europa e non

vedervi i segni di un'Epoca, che aspetta e accoglierebbe con entusiasmo

l'_iniziatore_, sono ciechi. E se lo vedono, ma dicono a sè stessi:

_altri può esserlo, noi non possiamo_--sono imbelli e indegni davvero

del nome che portano.

No: gli Italiani non saranno nè ciechi nè imbelli. Ma ricordino che

dieci anni d'interruzione nel moto sono lungo periodo; che l'inerzia

genera l'inerzia; che la corruzione non combattuta ingigantisce

rapidamente e minaccia le sorgenti della vitalità; che le delusioni

durate per breve tempo irritano gli animi, durate a lungo li affogano

nell'immoralità dello scetticismo; che gli uomini, anche maledicendo,

s'avvezzano a tollerare; che il disonore prolungato è la morte delle

Nazioni; che le popolazioni ineducate son facili ad accusare dei loro

mali, non l'interruzione della Rivoluzione, ma la Rivoluzione stessa;

che il _federalismo_, muto dieci anni addietro, accenna oggi a rivivere;

che gli indugi non fruttano ormai se non alle fazioni retrograde; e

quanto più si prolunga la resistenza a una crisi inevitabile, tanto più

la crisi riesce violenta e pregna di quei mali, ai quali sul cominciare

di questo scritto accennai.

Comunque, quando l'_iniziativa_ popolare s'assumerà il compimento del

moto Nazionale Italiano, importerà che si raggiunga il _fine_ colla

maggiore rapidità e colla menoma violenza possibile. E le vie, se non

erro, son queste:

Unità di bandiera. Isolare la questione di Roma; prefiggersi a programma

una battaglia col Papa-re: ricominciare imprese, generose un tempo e

feconde, impossibili attualmente e che non toccano se non un termine del

problema, è oggimai colpa più che follìa. L'emancipazione di Roma--nè

avrei mai creduto di doverlo ripetere--si compie in Genova, Milano,

Bologna, Torino, Firenze, Palermo e Napoli, non altrove. L'Italia deve

esser base secura d'operazione all'impresa. Una frazione d'arditi non

riescirebbe che a chiamare, prima d'entrarvi, in Roma nuove forze

francesi. A un fatto compito dalla Nazione in armi, nessuno oserà mover

guerra.

Programma semplice, chiaro, puro da un lato di reticenze ed equivoci,

puro, dall'altro, d'ogni voce che accenni a sistemi non definiti e

molteplici, capaci quindi di false interpretazioni e di suscitare

calunnie e terrori. Le due parole aggiunte da molti in Francia alla

parola _repubblica_, inutili e senza valore pratico, hanno scisso il

campo e indugiato il lavoro d'emancipazione più ch'altri non pensa. Chi

mai può in oggi sognare d'una Repubblica fondata, come nell'antica

Venezia, sopra un patriziato che più non esiste? Chi può intendere

l'Instituzione repubblicana, se non come fatto anzi tutto sociale e

mezzo al rapido miglioramento delle misere condizioni economiche dei più

fra i produttori? Ma chi può, d'altra parte, esigere dichiarazioni

solenni di _socialismo_, prima d'aver detto a quale fra i tanti sistemi

cozzanti l'uno contro l'altro egli attribuisca quel nome? E a che

varrebbe l'accettazione di quella voce straniera, quando chi l'accetta

la intende probabilmente in modo diverso dal vostro? I soli pegni

efficaci dell'avvenire sociale invocato stanno nell'attiva predicazione

delle idee ragionevoli, desunte dal moto dell'Epoca e dai serî lavori di

quanti hanno cercato e cercano di definirlo: stanno nell'ordinarsi del

Popolo alla solenne espressione de' suoi più urgenti bisogni, nella

scelta accurata degli uomini chiamati a dirigere, nelle questioni

proposte dagli elettori ai membri dell'Assemblea, che dovrà dettare il

Patto della Nazione.

Azione rapida e aperta di quanti credono necessario il compimento

dell'impresa nazionale, di quanti s'avvedono che il moto è veramente di

popolo destinato a vincere. Le incertezze, il tentennare, il

fanciullesco amor proprio di quei che indugiano a dar l'opera loro

perchè jeri non credevano venuto il momento, non impediscono lo

svolgersi dei fati, ma prolungano la crisi, irritano gli animi di quei

che iniziano e cacciano il germe di categorie funeste in futuro. La

_legge dei sospetti_ in Francia ebbe origine dall'esistenza degli uomini

_del dì dopo_. Nei grandi rivolgimenti nazionali è concesso, se

conseguenza di convincimento, l'essere ostili, non l'esser tiepidi. Dove

si tratta di cose che involvono la salute del Paese, ogni uomo ha debito

di combattere per impedire, o di secondare; e quando un fatto appare

inevitabile, unica via perchè assuma condizioni normali e s'inanelli

alla vita del Paese, è quella d'accentrarvisi intorno e giovarne il

pronto sviluppo: gli uomini o le classi, che per mal fondati sospetti o

indegno egoismo si ritraggono e lasciano un solo elemento a compirlo,

preparano gravi mali al Paese e a sè stessi.

Scelta dei pochi--dacchè la Dittatura è, in una impresa di libertà,

illogica e pericolosa--chiamati a dirigere il moto fino al momento in

cui, raccolta la Costituente Nazionale, il Paese esca dalle condizioni

provvisorie e ripigli vita normale: da quella scelta e dai primi atti di

quel piccolo nucleo dipendono il carattere dell'_iniziativa_ e metà del

successo. Di fede provata, d'immacolata onestà, d'intelletto diritto e

logico, di tranquilla pertinace energia, incapaci d'odio e di spiriti di

vendetta, quelli uomini devono _conoscere_ le condizioni di Europa e

_sentire_ la forza ch'è nell'Italia: devono esser capaci di movere

arditamente al _fine_ senza guardare al di là del Paese; capaci

d'intendere che l'Europa governativa oserà s'essi titubano, rimarrà

inerte se si mostrano forti e decisi, capaci di sommovere i Popoli, se i

Governi s'atteggiassero a offesa o minaccia.

Riunione di Commissioni numerose nelle diverse zone d'Italia chiamate

dai Municipî, dai Consigli locali e dai Delegati dell'Autorità

governativa, a dirigere inchieste sulle condizioni morali, civili,

economiche delle loro zone e preparare materiali ai lavori della futura

Assemblea. Commissioni siffatte gioveranno a rassicurare gli animi

sospettosi, a determinare il _fine_ del moto Nazionale e a invigilare a

un tempo la condotta del Governo d'Insurrezione.

Ma, e anzitutto, coscienza, negli _iniziatori_, dell'altezza e della

santità dell'Impresa. L'Italia e l'Europa devono avvedersi dal loro

linguaggio e dai loro primi atti che, sacerdoti del Dovere Nazionale,

essi sono _migliori_ di quei ch'oggi lo violano o lo fraintendono: che

essi sono deliberati di vincere, ma non oltrepassando d'una linea la

condotta indispensabile alla vittoria: ch'essi combattono per l'onore

della Nazione e lo mantengono puro, incontaminato d'ogni macchia d'odio,

di vendetta, d'intolleranza: che vogliono fondare un Governo morale e

_sono_ morali: che intendono a conquistare libertà di coscienza, di

parola, d'associazione, non per sè, ma per tutti: che intendono a

rivendicare le frontiere d'Italia, ma senza usurpar sulle altrui: a

riconquistar colla forza Roma, negata dalla forza alla Patria, ma senza

persecuzioni alle altrui credenze e lasciandone la vita e la morte

all'apostolato pacifico del pensiero: che amano quanti nascono nella

loro zona e si prefiggono di migliorare le condizioni dei più, non di

peggiorare quelle dei pochi: che, come aborrono dal monopolio

privilegiato d'una classe sulle altre, aborrono dall'antagonismo tra

classe e classe: che la loro è bandiera d'associazione, non di risse

civili: che sorgono a compire una Rivoluzione Nazionale interrotta, non

a ricominciarla o perpetuarla.

A questi patti s'ha diritto di vincere: a questi patti si vince.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 187 / 227 题