Ricapitolando il già detto:
La Rivoluzione Italiana non è compita: la monarchia l'ha fermata a
mezzo!
Bisogna compirla o perire: perire di lenta morte nella rovina economica,
o di violenta nell'anarchia: sperare che si stabiliscano, prima d'averla
compita, condizioni di normale securità pel Paese, è follìa e i sintomi
_crescenti_ ogni giorno provano nella _realtà_ ciò che la logica insegna
al _pensiero_.
Roma; frontiere naturali; Patto Nazionale dettato da un'Assemblea
Costituente: sono le prime condizioni del compimento:
Per uscire dall'inerzia e avviarsi al _fine_, è necessaria una
_iniziativa_.
L'_iniziativa_ non può escire dalla monarchia: non può escire dal
Parlamento monarchico: non può dunque escir che dal _popolo_.
Il Paese è maturo per accogliere e secondare il sorgere di questa
_iniziativa_ popolare: il desiderio di un mutamento è universalmente
diffuso in esso.
I due soli ostacoli che s'attraversino a quel desiderio,
sono--incertezza diffidente sull'avvenire, alimentata da una stampa
calunniatrice--mancanza di coscienza della propria forza.
Bisogna vincere il primo ostacolo coll'apostolato, dichiarando
ripetutamente ciò che la Repubblica è e ciò ch'essa non è: separandosi
lealmente e coraggiosamente dagli amici che traviano, e respingendo gli
stolti concetti che sostituirebbero una tirannide all'altra.
Il secondo ostacolo non può superarsi che coll'argomento col quale il
vecchio filosofo provava allo scettico l'esistenza del moto,
coll'azione; bisogna che una città provi, sorgendo e vincendo, al Paese
che _volendo si può_.
L'_iniziativa_ Italiana diventerebbe rapidamente, se diretta da uomini
che sapessero e osassero, iniziativa Europea.
E scrivendo questa linea m'è impossibile non aggiungerne alcune di
sorpresa e lamento.
L'orgoglio, quando si sperde intorno a misere ambizioncelle dell'_io_ e
s'affatica a crear superiorità artificiali di ricchezza, di potenza o di
quella fama d'un giorno che Dante paragonava a un _color d'erba_ che _va
e viene_, è colpa e meschina. Ma l'orgoglio raccolto intorno all'anima
dal ricordo dell'ultima parola dei martiri per una _idea_, dalla voce
profetica di tutta una tradizione religiosamente interrogata, da una
riverenza che adora ogni indizio di disegno provvidenziale, da un
immenso amore per la terra che vi fu culla, e ha le tombe dei vostri più
cari, da un senso di vita collettiva che abbraccia quanti vi furono,
sono e saranno più strettamente fratelli, dalla tacita eloquenza d'una
natura che si stende, privilegiata oltre ogni altra, intorno a noi quasi
mormorandoci: _siate grandi quant'io son bella_,--e versato sulla
Patria, sulla Nazione nascente, sulla Bandiera, alla quale il mondo
guarda per vedere s'è bandiera di Popolo annunziatore o di gente
inutile, senza nome e senza missione--è cosa santa e pegno di grandezza
futura al Paese nel quale si mantiene perenne, coscienza e fiamma alla
vita. Sentono quest'orgoglio i nostri giovani, o l'hanno sommerso nel
disprezzo dell'_ideale_, al quale oggi li alletta un materialismo che fu
sempre conseguenza o preludio di servitù? A me quest'orgoglio del nome
italiano insuperbì nell'anima fin da quando, nel silenzio comune e fra
le mura d'una prigione, mi prostrai davanti al pensiero d'una Italia
repubblicana iniziatrice in Europa e giurai fede alla sua bandiera. Come
i figli della Polonia portavano con sè nella proscrizione, quasi
reliquia, una zolla della loro terra, portammo, io e i miei amici, quel
sacro pensiero con noi nell'esilio e lo serbammo incontaminato per voi,
o giovani, sperando che lo raccogliereste in tempi migliori, quando vi
sarebbe dato di tradurlo in fatto. E oggi vi è dato. Oggi l'Europa è in
tali condizioni, che a voi basta il sorgere a compire, in nome d'un
_principio_ e affratellandovi arditamente coi Popoli che v'aspettano, la
vostra Rivoluzione Nazionale, perchè la vostra Patria diventi
iniziatrice d'un'Epoca e guidatrice delle Nazioni sulla via del
Progresso. Una dichiarazione di Principî, dettata da Roma libera ai
Popoli e appoggiata da due o tre atti ai quali più volte accennai,
darebbe all'Italia un Primato morale, che da oltre a mezzo secolo è
vacante in Europa.
Se agli uomini che, invecchiati anzi tempo, si chiamano _pratici_ perchè
hanno imparato a tacere, e _patrioti_ perchè agli inevitabili errori del
povero Lanza antepongono le colpe subdole di Rattazzi, la iniziativa
italiana in Europa sembri folle utopia, poco monta. Ma i giovani? I
giovani delle Università e della classe educata alle lettere e alle
arti? I giovani che hanno in custodia nell'esercito la bandiera della
Nazione, e sanno di potere con un _fatto_ collocarla all'antiguardo
d'Europa? I trentamila volontarî che dal Trentino all'estrema Sicilia
fecero battesimo del loro sangue all'Unità del Paese? I popolani che,
vergini d'anima e devoti per istinto non contaminato da calcoli
all'avvenire d'Italia, adorano la religione e la poesia dei grandi
ricordi? Son essi muti al pensiero della loro Patria fatta, da un atto
energico di volontà, prima tra le prime e centro di moto pel bene alle
Patrie sorelle? Sanno che dalla coscienza d'un alto _dovere_, d'una
solenne missione da compiersi move tutta una Educazione e che il
carattere d'una _iniziativa_ determina tutta una lunga vita di Popolo?
Rammentano che, soltanto per quella coscienza, la vita di Roma fu vita
del mondo e che ciascuna delle nostre città repubblicane scrisse, nel
medio evo, una pagina di gloria e d'incivilimento nella storia europea?
Sentono in core l'immensa potenza che dovrebbe emergere dalle cento
città d'Italia unite ad un _fine_, e che il sorgere della Nazione a
guisa d'ancella sommessa, timida, incerta, tanto che il mondo non si
avveda neppur di quel sorgere, è--per essa--scadere? Se gli Italiani
possono guardare alle condizioni nelle quali versa oggi l'Europa e non
vedervi i segni di un'Epoca, che aspetta e accoglierebbe con entusiasmo
l'_iniziatore_, sono ciechi. E se lo vedono, ma dicono a sè stessi:
_altri può esserlo, noi non possiamo_--sono imbelli e indegni davvero
del nome che portano.
No: gli Italiani non saranno nè ciechi nè imbelli. Ma ricordino che
dieci anni d'interruzione nel moto sono lungo periodo; che l'inerzia
genera l'inerzia; che la corruzione non combattuta ingigantisce
rapidamente e minaccia le sorgenti della vitalità; che le delusioni
durate per breve tempo irritano gli animi, durate a lungo li affogano
nell'immoralità dello scetticismo; che gli uomini, anche maledicendo,
s'avvezzano a tollerare; che il disonore prolungato è la morte delle
Nazioni; che le popolazioni ineducate son facili ad accusare dei loro
mali, non l'interruzione della Rivoluzione, ma la Rivoluzione stessa;
che il _federalismo_, muto dieci anni addietro, accenna oggi a rivivere;
che gli indugi non fruttano ormai se non alle fazioni retrograde; e
quanto più si prolunga la resistenza a una crisi inevitabile, tanto più
la crisi riesce violenta e pregna di quei mali, ai quali sul cominciare
di questo scritto accennai.
Comunque, quando l'_iniziativa_ popolare s'assumerà il compimento del
moto Nazionale Italiano, importerà che si raggiunga il _fine_ colla
maggiore rapidità e colla menoma violenza possibile. E le vie, se non
erro, son queste:
Unità di bandiera. Isolare la questione di Roma; prefiggersi a programma
una battaglia col Papa-re: ricominciare imprese, generose un tempo e
feconde, impossibili attualmente e che non toccano se non un termine del
problema, è oggimai colpa più che follìa. L'emancipazione di Roma--nè
avrei mai creduto di doverlo ripetere--si compie in Genova, Milano,
Bologna, Torino, Firenze, Palermo e Napoli, non altrove. L'Italia deve
esser base secura d'operazione all'impresa. Una frazione d'arditi non
riescirebbe che a chiamare, prima d'entrarvi, in Roma nuove forze
francesi. A un fatto compito dalla Nazione in armi, nessuno oserà mover
guerra.
Programma semplice, chiaro, puro da un lato di reticenze ed equivoci,
puro, dall'altro, d'ogni voce che accenni a sistemi non definiti e
molteplici, capaci quindi di false interpretazioni e di suscitare
calunnie e terrori. Le due parole aggiunte da molti in Francia alla
parola _repubblica_, inutili e senza valore pratico, hanno scisso il
campo e indugiato il lavoro d'emancipazione più ch'altri non pensa. Chi
mai può in oggi sognare d'una Repubblica fondata, come nell'antica
Venezia, sopra un patriziato che più non esiste? Chi può intendere
l'Instituzione repubblicana, se non come fatto anzi tutto sociale e
mezzo al rapido miglioramento delle misere condizioni economiche dei più
fra i produttori? Ma chi può, d'altra parte, esigere dichiarazioni
solenni di _socialismo_, prima d'aver detto a quale fra i tanti sistemi
cozzanti l'uno contro l'altro egli attribuisca quel nome? E a che
varrebbe l'accettazione di quella voce straniera, quando chi l'accetta
la intende probabilmente in modo diverso dal vostro? I soli pegni
efficaci dell'avvenire sociale invocato stanno nell'attiva predicazione
delle idee ragionevoli, desunte dal moto dell'Epoca e dai serî lavori di
quanti hanno cercato e cercano di definirlo: stanno nell'ordinarsi del
Popolo alla solenne espressione de' suoi più urgenti bisogni, nella
scelta accurata degli uomini chiamati a dirigere, nelle questioni
proposte dagli elettori ai membri dell'Assemblea, che dovrà dettare il
Patto della Nazione.
Azione rapida e aperta di quanti credono necessario il compimento
dell'impresa nazionale, di quanti s'avvedono che il moto è veramente di
popolo destinato a vincere. Le incertezze, il tentennare, il
fanciullesco amor proprio di quei che indugiano a dar l'opera loro
perchè jeri non credevano venuto il momento, non impediscono lo
svolgersi dei fati, ma prolungano la crisi, irritano gli animi di quei
che iniziano e cacciano il germe di categorie funeste in futuro. La
_legge dei sospetti_ in Francia ebbe origine dall'esistenza degli uomini
_del dì dopo_. Nei grandi rivolgimenti nazionali è concesso, se
conseguenza di convincimento, l'essere ostili, non l'esser tiepidi. Dove
si tratta di cose che involvono la salute del Paese, ogni uomo ha debito
di combattere per impedire, o di secondare; e quando un fatto appare
inevitabile, unica via perchè assuma condizioni normali e s'inanelli
alla vita del Paese, è quella d'accentrarvisi intorno e giovarne il
pronto sviluppo: gli uomini o le classi, che per mal fondati sospetti o
indegno egoismo si ritraggono e lasciano un solo elemento a compirlo,
preparano gravi mali al Paese e a sè stessi.
Scelta dei pochi--dacchè la Dittatura è, in una impresa di libertà,
illogica e pericolosa--chiamati a dirigere il moto fino al momento in
cui, raccolta la Costituente Nazionale, il Paese esca dalle condizioni
provvisorie e ripigli vita normale: da quella scelta e dai primi atti di
quel piccolo nucleo dipendono il carattere dell'_iniziativa_ e metà del
successo. Di fede provata, d'immacolata onestà, d'intelletto diritto e
logico, di tranquilla pertinace energia, incapaci d'odio e di spiriti di
vendetta, quelli uomini devono _conoscere_ le condizioni di Europa e
_sentire_ la forza ch'è nell'Italia: devono esser capaci di movere
arditamente al _fine_ senza guardare al di là del Paese; capaci
d'intendere che l'Europa governativa oserà s'essi titubano, rimarrà
inerte se si mostrano forti e decisi, capaci di sommovere i Popoli, se i
Governi s'atteggiassero a offesa o minaccia.
Riunione di Commissioni numerose nelle diverse zone d'Italia chiamate
dai Municipî, dai Consigli locali e dai Delegati dell'Autorità
governativa, a dirigere inchieste sulle condizioni morali, civili,
economiche delle loro zone e preparare materiali ai lavori della futura
Assemblea. Commissioni siffatte gioveranno a rassicurare gli animi
sospettosi, a determinare il _fine_ del moto Nazionale e a invigilare a
un tempo la condotta del Governo d'Insurrezione.
Ma, e anzitutto, coscienza, negli _iniziatori_, dell'altezza e della
santità dell'Impresa. L'Italia e l'Europa devono avvedersi dal loro
linguaggio e dai loro primi atti che, sacerdoti del Dovere Nazionale,
essi sono _migliori_ di quei ch'oggi lo violano o lo fraintendono: che
essi sono deliberati di vincere, ma non oltrepassando d'una linea la
condotta indispensabile alla vittoria: ch'essi combattono per l'onore
della Nazione e lo mantengono puro, incontaminato d'ogni macchia d'odio,
di vendetta, d'intolleranza: che vogliono fondare un Governo morale e
_sono_ morali: che intendono a conquistare libertà di coscienza, di
parola, d'associazione, non per sè, ma per tutti: che intendono a
rivendicare le frontiere d'Italia, ma senza usurpar sulle altrui: a
riconquistar colla forza Roma, negata dalla forza alla Patria, ma senza
persecuzioni alle altrui credenze e lasciandone la vita e la morte
all'apostolato pacifico del pensiero: che amano quanti nascono nella
loro zona e si prefiggono di migliorare le condizioni dei più, non di
peggiorare quelle dei pochi: che, come aborrono dal monopolio
privilegiato d'una classe sulle altre, aborrono dall'antagonismo tra
classe e classe: che la loro è bandiera d'associazione, non di risse
civili: che sorgono a compire una Rivoluzione Nazionale interrotta, non
a ricominciarla o perpetuarla.
A questi patti s'ha diritto di vincere: a questi patti si vince.