Dissi che l'iniziativa del moto, dal quale deve compiersi la Rivoluzione
Nazionale, spetta al Paese.
E il Paese è maturo per essa.
Il Paese è universalmente malcontento: lo è nella gioventù educata,
nelle classi operaje delle città, nella popolazione agricola, nella
parte migliore della magistratura, nei piccoli proprietarî, negli uomini
di commercio, nel popolo dell'esercito, nel clero cattolico. I giovani,
da pochi infuori indifferenti per abitudini indegnamente dissipate, o
guasti da non so quale pedantesco dottrinarismo di seconda mano, sentono
nell'anima un alito dell'orgoglio italiano e intendono che la loro
patria non sorge come dovrebbe. Gli operaî delle città--due o tre
eccettuate, nelle quali l'arti governative e gli ajuti d'alcuni ricchi
hanno sviato per poco le associazioni dal segno--amano il Paese
d'affetto tanto puro e devoto, da confortare di speranza l'anima più
solcata di delusioni e dolori che sia. Il macinato ha suscitato il
malcontento degli agricoltori; le tasse, gravissime, crescenti,
molteplici e un pessimo irritante metodo di percezione, lo alimentano
nei piccoli proprietarî. La democrazia dell'esercito, lasciando anche da
banda il pessimo trattamento e i soprusi dei capi, sente profonda--ed è
sua lode--la vergogna che da Novara a Villafranca, da Villafranca a
Custoza pesa sulla bandiera. Gli onesti fra i magistrati si ribellano
agli arbitrî governativi e alla corruzione sfrontatamente invaditrice
dell'alta sfera. Gli uomini di commercio aborrono dall'incertezza del dì
dopo, che falsa i loro calcoli e inceppa le loro operazioni: essi
intendono che, fino al giorno in cui il _fine_ nazionale raggiunto darà
sicurezza di condizioni normali, la crisi sarà perenne. E il clero, in
parte retrogrado, è a ogni modo, nei migliori, avverso a un sistema
rappresentato da una gente che non ha religione e l'affetta. Un senso
crescente di sfiducia serpeggia tra gli impiegati e spira visibile nei
consigli di chi regge. Il tentativo di un'ora in Piacenza ha suscitato a
misure rivelatrici di profonda paura il Governo e a moti imprudenti,
isolati, non preparati--getti vulcanici che indicano la condizione
latente del terreno--cinque o sei località dello Stato. Non v'è uomo in
Italia che, temendo o invocando, non presenta vicino, inevitabile, un
mutamento di cose. E l'indifferenza stessa, colpa apparente nei
cittadini, all'esercizio dei loro diritti e alle frequenti violazioni di
quel tanto di libertà che le leggi concedono, accenna al muto
convincimento che ben altro si appresta.
Son questi i sintomi che in ogni paese nel quale ebbe luogo una grande
rivoluzione, la prenunziarono.
Perchè nondimeno il Paese dura inerte e incapace tuttora d'_iniziativa_?
Il Paese non ha coscienza delle proprie forze.
Il Paese vorrebbe cancellato il presente, ma sospetta, per preconcetti
errori, dell'avvenire.
Quest'ultimo ostacolo esige un'opera di apostolato: il primo non si
vince che coll'azione.
Pesano tuttavia sull'anima del Paese i ricordi e le abitudini d'oltre a
tre secoli di servitù pazientemente durata. Splendidi lampi d'audacia e
d'onnipotenza popolare hanno negli ultimi venticinque anni solcato la
tenebra addensata da quella servitù su noi tutti: ma furono lampi, non
fiamma perenne di faro, che sia guida ai fati della Nazione. Suscitati
dal prestigio d'un capo militare che _comandi_ ad essi di vincere, i
nostri giovani compiono miracoli di valore e vincono: lasciati a sè
stessi, tentennano incerti e ridiventano timidi calcolatori d'ogni
ostacolo positivo o possibile: giganti d'azione _seguendo_, mancano
tuttavia dell'istinto che addita il _momento_ e del coraggio che
_inizia_. Capo ai Romani era Roma: Roma che _doveva_ essere capo del
mondo. I duci dell'armi si succedevano, apparivano e passavano, quasi
viventi non di vita propria, ma della vita di Roma: ignoti ai soldati, i
dittatori erano rappresentanza a tempo della _Città_ che aveva detto ad
essi: _guidate e vincete_; ma la loro potenza, la potenza invincibile
dei militi che li seguivano, derivava da una fede in una potenza
_collettiva_ superiore a essi tutti, ma della quale ognun d'essi si
sentiva parte. La magnifica parola religiosa dell'evangelista Giovanni:
_perchè tutti siamo uno in noi, come tu, Padre, sei in me e io sono in
te_ s'era fatta _realtà_ nella Patria Romana. Ogni uomo credeva nei fati
di Roma: sentiva dentro sè una scintilla della grande anima di Roma;
Roma s'era incarnata in ciascuno dei suoi figli, e ciascuno si sentiva
forte della sua forza e mallevadore del suo avvenire. Per questo Roma
diede spettacolo unico ai secoli d'una città conquistatrice del mondo. E
questa fede, questa facoltà d'immedesimarsi nella Patria, come in un
pensiero vivente destinato a svolgersi nell'indefinito dei tempi, questa
potenza d'amore che abbracci in uno, passato, presente e futuro
d'Italia, questa coscienza d'esser ministri a una Tradizione di
grandezza iniziata da Dio e che _deve_, attraverso ogni ostacolo,
continuare nella vittoria--questa fede, un raggio della quale fu dato,
sullo spirare dell'ultimo secolo, alla Francia repubblicana e bastò a
farla più forte di tutta l'Europa congiurata a' suoi danni, manca
tuttavia agli Italiani. La coscienza della forza _collettiva_ ch'è in
essi e la fiducia ch'esercita sulle moltitudini una _idea_ grande e
vera, rappresentata in azione da un'ardita _iniziativa_--spente in
Italia, fin dal XVII secolo, dal materialismo che fa centro
dell'_io_--non sono finora rinate. Uomini che, guidati da un capo in cui
s'era incarnato un _momento_ di quella coscienza e di quella fiducia,
videro dissolversi, senza combattere, tutto un esercito davanti ad essi,
s'arretrano incerti, fra calcoli che dicono _pratici_, e nei quali non
entra il _pensiero_, davanti a poche centinaja di birri o a poche
migliaja di soldati, nell'anima dei quali freme appunto quel _pensiero_
ch'essi, perchè sfugge ai _sensi_, trascurano. Altri--arrossisco
_scrivendolo_--guardano anch'oggi, lieti d'una speranza che disonora,
alle agitazioni e all'iniziativa possibile della Francia come ad áncora
di salute. Guardava la Francia del 1792--quando, come voi, non aveva che
venticinque milioni di popolo ed era minacciata da nemici interni ed
esterni--all'Italia?
Non guardava; e fu grande e vinse per questo. Guardava in sè, nella
bandiera della Nazione; pensava al dovere di reggerla incontaminata e di
salvare, non foss'altro, l'onore. E il nostro onore, o Italiani, è
macchiato: macchiato di fresca macchia ad ogni ora. Finchè Roma è in
mano d'altrui, e soltanto perchè un imperatore straniero ha detto: _voi
non l'avrete_, ciascuno di noi dovrebbe non osare di guardare in volto
un cittadino di terra libera: quel cittadino non può stimarci. Se gli
uomini che hanno in Italia il _potere_ non hanno più anima per sentire
questa tristissima verità, e possono discuter tranquilli una economia
d'alcune migliaja di lire o la scelta d'un bibliotecario, tal sia di
loro; ma la sentano i giovani e conquistino, a purificarlo, quel
_potere_, che dovrebb'essere una santa missione, ed è oggi inutile
impotente menzogna.
L'Italia è forte: essa può provvedere libera e secura alla propria vita
nazionale, senza calcolo d'interventi stranieri o di leghe monarchiche
avverse. Essa non dovrebbe, nel compimento del Dovere, arretrarsi
davanti ad alcuna minaccia: nessuno, a ogni modo, checchè essa muti ne'
suoi ordini interni, le farà guerra. L'Impero di Francia è condannato e
lo sa: gli è necessario concentrare le forze a prolungare di qualche
anno o di qualche mese una incerta combattuta esistenza: l'_iniziativa_
Italiana determinerebbe in Francia la crisi suprema. L'Impero d'Austria
si dibatte fra le esigenze minacciose delle diverse _nazionalità_ che lo
compongono, e alle quali le concessioni forzate all'Ungheria hanno dato,
aggiunta al diritto, opportunità. L'Italia, è d'uopo ripeterlo, ha due
onnipotenti elementi di forza in pugno che l'assicurano, non solamente
d'una assoluta indipendenza ne' suoi moti, ma del primato morale in
Europa: l'Alleanza Slava e la questione d'Oriente. Un Governo Nazionale
Italiano stringerebbe in un mese la prima, ajutando, attraverso
l'Adriatico, gli Slavi meridionali a costituirsi, liberi d'ogni giogo,
da Cattaro e Zara ad Agram: e susciterebbe la seconda, offrendosi amico,
purchè si unissero in un disegno di Confederazione, ai tre elementi,
Ellenico, Slavo, Romano, che dominano l'Impero Turco in Europa. Con armi
siffatte, l'Italia può, nei limiti del Diritto e del Giusto, osar ciò
che vuole.
E osare, in un paese dove le condizioni morali sono le accennate
poc'anzi, è virtù di supremo calcolo. Balilla, quando avventava il sasso
al soldato tedesco, Camillo Desmoulins, quando, in mezzo ad una
moltitudine inerme, gridava: _alla Bastiglia!_--i 250 insorti olandesi,
quando, muto, schiacciato il Paese, fuggiaschi essi medesimi e sbattuti
indietro dalla tempesta, s'impadronivano della piccola fortezza di
Brilla--erano, secondo ogni calcolo normale di guerra, stolti; e
nondimeno _iniziarono_ l'emancipazione delle loro terre. Il fanciullo
genovese, gli altri citati e quanti iniziatori di grandi vittorie potrei
citare, non avevano numerato le armi, studiato le posizioni, calcolato
le forze nemiche; avevano tastato inconscî il polso al Paese, avevano
sentito nell'anima giunto il momento, e osarono.
Oggi tra noi, popolo guasto pur troppo di materialismo, di scienza
machiavellica e di culto tributato alle apparenze della forza, è
necessario che il _fatto iniziatore_ sorga di mezzo alle moltitudini
d'una importante città, e suoni vittoria. Ma ho fermo nell'animo che
quando quel primo fatto avrà luogo, sarà segnale a un ridestarsi
italiano che pochi, amici o nemici, sospettano.
E a crear questo fatto basterebbe--anche di questo sono convinto--che
quanti si professano in una città seguaci della bandiera s'unissero
nella idea di crearlo; basterebbe che, deponendo ogni piccola gara, ogni
dissenso sul guidare o seguire, ogni cieca adorazione o diffidenza di
nomi, ogni pensiero di predicazione anticattolica, d'apostolato scritto,
fra classi che non possono leggere, di riforme sociali impossibili
coll'Instituzione che regge, d'ogni cosa che smembra le forze e svia gli
intelletti dall'unico segno, concentrassero per brevi giorni tutte le
potenze dell'anima intorno al disegno di riconquistar coll'Azione
_iniziativa_ all'Italia; non avessero innanzi agli occhî altra imagine
che quella della Patria giacente nel disonore; non sentissero che la
vergogna del mai profferito dal Brenno moderno; non avessero che un solo
concetto, la necessità dell'_osare_; non avessero che una parola sul
labbro: _A Roma per la via che sola vi mena_.
A combattere intanto le stolte diffidenze, nudrite tuttavia da molti
sull'avvenire, giovi una dichiarazione, nella quale io credo potermi,
senza presumere, fare interprete del Partito. La stampa repubblicana fu
finora troppo esclusivamente negativa, troppo paga a registrare le colpe
della Monarchia, troppo corriva ad accogliere come prova di forza e
d'estensione del Partito ogni manifestazione ch'abbia luogo in Francia,
in Ginevra o altrove, senza avvertire alle idee che vi si esprimono. E
quelle idee, profferite per avventatezza da uomini che non sanno e
credono audacia l'atteggiarsi a distruttori d'ogni cosa, e da gente
venduta celatamente ai Governi e addottrinata a spaventare con
esagerazioni la borghesia, sono con arte d'indegna calunnia raccolte e
additate ai poveri di spirito dalla stampa governativa come idee del
campo repubblicano e indizio dell'avvenire, se trionfasse.
Per questo, e anzitutto per amore del Vero, è debito d'allontanare ogni
pericolo d'inconsulta imitazione fra noi; è tempo che la stampa
repubblicana assuma, più che oggi non ha, carattere severità, di
sacerdozio morale; è tempo ch'essa abbia, non solamente il coraggio
d'affrontare le ire e le persecuzioni monarchiche, ma quello assai più
difficile d'affrontare gli sdegni dei traviati fra i nostri, e la temuta
taccia di moderata dagli avventati che odiano e non sanno amare.
Guerra al capitale, abolizione della proprietà, ostilità alla borghesia,
violazione d'obblighi assunti anteriormente dalla Nazione, crociata
contro i preti cattolici, terrore e vendetta, son grida insane,
immorali, di pochi selvaggi della politica, aborrite da quanti
repubblicani hanno senno e core: nessuno ha mai osato, nè oserà mai
tentare di tradurle in fatti; e chi lo tentasse, troverebbe in noi
nemici più acerrimi che non nei monarchici.
I repubblicani sanno che il capitale rappresenta frutti accumulati di
lavoro; che la proprietà è il segno della missione trasformatrice data
all'uomo nel mondo materiale; che la borghesia scende dagli artigiani
dei nostri comuni repubblicani, emancipò l'Italia dai signori feudali e
arricchì il Paese e sè col lavoro; che, o non esiste Nazione, o le
generazioni sono solidali per gli obblighi legalmente assunti sotto un
diverso governo; che la coscienza è inviolabile e le credenze religiose,
se false o consunte, non possono combattersi se non con tollerante e
pacifico apostolato; che _terrorismo_, persecuzione e vendetta sono armi
di codardi o colpevoli, fatali a chi le adopra e da lasciarsi ai governi
fondati sull'arbitrio e sull'ingiustizia e cadenti.
Il concetto della Repubblica tende a combattere, a scemare
progressivamente i _privilegi_ politici o civili dati a una classe, il
_monopolio_, l'immobilizzazione dei capitali, il _concentramento_
soverchio della proprietà, l'ingiusto e fatale alla produzione
accumularsi di tasse sulle classi date all'industria, l'_immoralità_ di
speculazione, piaga crescente e alimentata da una trista, corrotta
politica governativa, l'_egoismo_ inevitabile d'una legislazione
affidata alla nascita o al censo e sottratta all'intervento delle classi
che ad essa soggiacciono:--tende a far sì che le classi s'affratellino
in eguaglianza di doveri e diritti, di protezione, di progresso,
d'insegnamento:--che, per mezzo dell'_Associazione_ e d'ajuti dati dalle
instituzioni, i capitali, che fanno possibile il lavoro, si trovino
nelle mani di chi deve compirlo:--che il lavoro generi la Proprietà e la
diffonda quindi al maggior numero possibile di cittadini:--che
_l'economia e l'aumento della produzione_ presiedano d'ora in poi al
maneggio delle Finanze:--tende a sopprimere _l'immobilità_ in ogni
Potere, a distribuire gli uffici a seconda della capacità e della virtù,
a dare coll'elezione coscienza a ogni cittadino della missione ch'egli è
chiamato a compire sulla terra ov'è nato, a far mallevadori tutti delle
opere loro, a conquistare--coll'onestà delle convenzioni sulle terre,
coll'interesse creato ai coltivatori nel suolo che fecondano, colla
moderazione delle tasse, con un sistema d'esazione sottratto agli
arbitrî, coll'educazione data a tutte le classi, colla moralità
dell'amministrazione, col compimento della Rivoluzione Nazionale--quel
senso di securità pubblica, senza il quale ogni progresso è inceppato o
precario.
Prima dell'azione o pendente l'azione, per un anno o per una settimana,
come i fati vorranno, urge che questo, ch'io rapidamente accenno, sia
soggetto d'ogni giorno alla nostra Stampa. I calunniatori devono pagarsi
da noi col disprezzo. Ma il popolo, al quale molti ricordi della
Repubblica francese suonano terrore e violenza, ha diritto a sapere da
noi quali intenzioni ci guidino, e bisogna insistervi.