V.

Dissi che l'iniziativa del moto, dal quale deve compiersi la Rivoluzione

Nazionale, spetta al Paese.

E il Paese è maturo per essa.

Il Paese è universalmente malcontento: lo è nella gioventù educata,

nelle classi operaje delle città, nella popolazione agricola, nella

parte migliore della magistratura, nei piccoli proprietarî, negli uomini

di commercio, nel popolo dell'esercito, nel clero cattolico. I giovani,

da pochi infuori indifferenti per abitudini indegnamente dissipate, o

guasti da non so quale pedantesco dottrinarismo di seconda mano, sentono

nell'anima un alito dell'orgoglio italiano e intendono che la loro

patria non sorge come dovrebbe. Gli operaî delle città--due o tre

eccettuate, nelle quali l'arti governative e gli ajuti d'alcuni ricchi

hanno sviato per poco le associazioni dal segno--amano il Paese

d'affetto tanto puro e devoto, da confortare di speranza l'anima più

solcata di delusioni e dolori che sia. Il macinato ha suscitato il

malcontento degli agricoltori; le tasse, gravissime, crescenti,

molteplici e un pessimo irritante metodo di percezione, lo alimentano

nei piccoli proprietarî. La democrazia dell'esercito, lasciando anche da

banda il pessimo trattamento e i soprusi dei capi, sente profonda--ed è

sua lode--la vergogna che da Novara a Villafranca, da Villafranca a

Custoza pesa sulla bandiera. Gli onesti fra i magistrati si ribellano

agli arbitrî governativi e alla corruzione sfrontatamente invaditrice

dell'alta sfera. Gli uomini di commercio aborrono dall'incertezza del dì

dopo, che falsa i loro calcoli e inceppa le loro operazioni: essi

intendono che, fino al giorno in cui il _fine_ nazionale raggiunto darà

sicurezza di condizioni normali, la crisi sarà perenne. E il clero, in

parte retrogrado, è a ogni modo, nei migliori, avverso a un sistema

rappresentato da una gente che non ha religione e l'affetta. Un senso

crescente di sfiducia serpeggia tra gli impiegati e spira visibile nei

consigli di chi regge. Il tentativo di un'ora in Piacenza ha suscitato a

misure rivelatrici di profonda paura il Governo e a moti imprudenti,

isolati, non preparati--getti vulcanici che indicano la condizione

latente del terreno--cinque o sei località dello Stato. Non v'è uomo in

Italia che, temendo o invocando, non presenta vicino, inevitabile, un

mutamento di cose. E l'indifferenza stessa, colpa apparente nei

cittadini, all'esercizio dei loro diritti e alle frequenti violazioni di

quel tanto di libertà che le leggi concedono, accenna al muto

convincimento che ben altro si appresta.

Son questi i sintomi che in ogni paese nel quale ebbe luogo una grande

rivoluzione, la prenunziarono.

Perchè nondimeno il Paese dura inerte e incapace tuttora d'_iniziativa_?

Il Paese non ha coscienza delle proprie forze.

Il Paese vorrebbe cancellato il presente, ma sospetta, per preconcetti

errori, dell'avvenire.

Quest'ultimo ostacolo esige un'opera di apostolato: il primo non si

vince che coll'azione.

Pesano tuttavia sull'anima del Paese i ricordi e le abitudini d'oltre a

tre secoli di servitù pazientemente durata. Splendidi lampi d'audacia e

d'onnipotenza popolare hanno negli ultimi venticinque anni solcato la

tenebra addensata da quella servitù su noi tutti: ma furono lampi, non

fiamma perenne di faro, che sia guida ai fati della Nazione. Suscitati

dal prestigio d'un capo militare che _comandi_ ad essi di vincere, i

nostri giovani compiono miracoli di valore e vincono: lasciati a sè

stessi, tentennano incerti e ridiventano timidi calcolatori d'ogni

ostacolo positivo o possibile: giganti d'azione _seguendo_, mancano

tuttavia dell'istinto che addita il _momento_ e del coraggio che

_inizia_. Capo ai Romani era Roma: Roma che _doveva_ essere capo del

mondo. I duci dell'armi si succedevano, apparivano e passavano, quasi

viventi non di vita propria, ma della vita di Roma: ignoti ai soldati, i

dittatori erano rappresentanza a tempo della _Città_ che aveva detto ad

essi: _guidate e vincete_; ma la loro potenza, la potenza invincibile

dei militi che li seguivano, derivava da una fede in una potenza

_collettiva_ superiore a essi tutti, ma della quale ognun d'essi si

sentiva parte. La magnifica parola religiosa dell'evangelista Giovanni:

_perchè tutti siamo uno in noi, come tu, Padre, sei in me e io sono in

te_ s'era fatta _realtà_ nella Patria Romana. Ogni uomo credeva nei fati

di Roma: sentiva dentro sè una scintilla della grande anima di Roma;

Roma s'era incarnata in ciascuno dei suoi figli, e ciascuno si sentiva

forte della sua forza e mallevadore del suo avvenire. Per questo Roma

diede spettacolo unico ai secoli d'una città conquistatrice del mondo. E

questa fede, questa facoltà d'immedesimarsi nella Patria, come in un

pensiero vivente destinato a svolgersi nell'indefinito dei tempi, questa

potenza d'amore che abbracci in uno, passato, presente e futuro

d'Italia, questa coscienza d'esser ministri a una Tradizione di

grandezza iniziata da Dio e che _deve_, attraverso ogni ostacolo,

continuare nella vittoria--questa fede, un raggio della quale fu dato,

sullo spirare dell'ultimo secolo, alla Francia repubblicana e bastò a

farla più forte di tutta l'Europa congiurata a' suoi danni, manca

tuttavia agli Italiani. La coscienza della forza _collettiva_ ch'è in

essi e la fiducia ch'esercita sulle moltitudini una _idea_ grande e

vera, rappresentata in azione da un'ardita _iniziativa_--spente in

Italia, fin dal XVII secolo, dal materialismo che fa centro

dell'_io_--non sono finora rinate. Uomini che, guidati da un capo in cui

s'era incarnato un _momento_ di quella coscienza e di quella fiducia,

videro dissolversi, senza combattere, tutto un esercito davanti ad essi,

s'arretrano incerti, fra calcoli che dicono _pratici_, e nei quali non

entra il _pensiero_, davanti a poche centinaja di birri o a poche

migliaja di soldati, nell'anima dei quali freme appunto quel _pensiero_

ch'essi, perchè sfugge ai _sensi_, trascurano. Altri--arrossisco

_scrivendolo_--guardano anch'oggi, lieti d'una speranza che disonora,

alle agitazioni e all'iniziativa possibile della Francia come ad áncora

di salute. Guardava la Francia del 1792--quando, come voi, non aveva che

venticinque milioni di popolo ed era minacciata da nemici interni ed

esterni--all'Italia?

Non guardava; e fu grande e vinse per questo. Guardava in sè, nella

bandiera della Nazione; pensava al dovere di reggerla incontaminata e di

salvare, non foss'altro, l'onore. E il nostro onore, o Italiani, è

macchiato: macchiato di fresca macchia ad ogni ora. Finchè Roma è in

mano d'altrui, e soltanto perchè un imperatore straniero ha detto: _voi

non l'avrete_, ciascuno di noi dovrebbe non osare di guardare in volto

un cittadino di terra libera: quel cittadino non può stimarci. Se gli

uomini che hanno in Italia il _potere_ non hanno più anima per sentire

questa tristissima verità, e possono discuter tranquilli una economia

d'alcune migliaja di lire o la scelta d'un bibliotecario, tal sia di

loro; ma la sentano i giovani e conquistino, a purificarlo, quel

_potere_, che dovrebb'essere una santa missione, ed è oggi inutile

impotente menzogna.

L'Italia è forte: essa può provvedere libera e secura alla propria vita

nazionale, senza calcolo d'interventi stranieri o di leghe monarchiche

avverse. Essa non dovrebbe, nel compimento del Dovere, arretrarsi

davanti ad alcuna minaccia: nessuno, a ogni modo, checchè essa muti ne'

suoi ordini interni, le farà guerra. L'Impero di Francia è condannato e

lo sa: gli è necessario concentrare le forze a prolungare di qualche

anno o di qualche mese una incerta combattuta esistenza: l'_iniziativa_

Italiana determinerebbe in Francia la crisi suprema. L'Impero d'Austria

si dibatte fra le esigenze minacciose delle diverse _nazionalità_ che lo

compongono, e alle quali le concessioni forzate all'Ungheria hanno dato,

aggiunta al diritto, opportunità. L'Italia, è d'uopo ripeterlo, ha due

onnipotenti elementi di forza in pugno che l'assicurano, non solamente

d'una assoluta indipendenza ne' suoi moti, ma del primato morale in

Europa: l'Alleanza Slava e la questione d'Oriente. Un Governo Nazionale

Italiano stringerebbe in un mese la prima, ajutando, attraverso

l'Adriatico, gli Slavi meridionali a costituirsi, liberi d'ogni giogo,

da Cattaro e Zara ad Agram: e susciterebbe la seconda, offrendosi amico,

purchè si unissero in un disegno di Confederazione, ai tre elementi,

Ellenico, Slavo, Romano, che dominano l'Impero Turco in Europa. Con armi

siffatte, l'Italia può, nei limiti del Diritto e del Giusto, osar ciò

che vuole.

E osare, in un paese dove le condizioni morali sono le accennate

poc'anzi, è virtù di supremo calcolo. Balilla, quando avventava il sasso

al soldato tedesco, Camillo Desmoulins, quando, in mezzo ad una

moltitudine inerme, gridava: _alla Bastiglia!_--i 250 insorti olandesi,

quando, muto, schiacciato il Paese, fuggiaschi essi medesimi e sbattuti

indietro dalla tempesta, s'impadronivano della piccola fortezza di

Brilla--erano, secondo ogni calcolo normale di guerra, stolti; e

nondimeno _iniziarono_ l'emancipazione delle loro terre. Il fanciullo

genovese, gli altri citati e quanti iniziatori di grandi vittorie potrei

citare, non avevano numerato le armi, studiato le posizioni, calcolato

le forze nemiche; avevano tastato inconscî il polso al Paese, avevano

sentito nell'anima giunto il momento, e osarono.

Oggi tra noi, popolo guasto pur troppo di materialismo, di scienza

machiavellica e di culto tributato alle apparenze della forza, è

necessario che il _fatto iniziatore_ sorga di mezzo alle moltitudini

d'una importante città, e suoni vittoria. Ma ho fermo nell'animo che

quando quel primo fatto avrà luogo, sarà segnale a un ridestarsi

italiano che pochi, amici o nemici, sospettano.

E a crear questo fatto basterebbe--anche di questo sono convinto--che

quanti si professano in una città seguaci della bandiera s'unissero

nella idea di crearlo; basterebbe che, deponendo ogni piccola gara, ogni

dissenso sul guidare o seguire, ogni cieca adorazione o diffidenza di

nomi, ogni pensiero di predicazione anticattolica, d'apostolato scritto,

fra classi che non possono leggere, di riforme sociali impossibili

coll'Instituzione che regge, d'ogni cosa che smembra le forze e svia gli

intelletti dall'unico segno, concentrassero per brevi giorni tutte le

potenze dell'anima intorno al disegno di riconquistar coll'Azione

_iniziativa_ all'Italia; non avessero innanzi agli occhî altra imagine

che quella della Patria giacente nel disonore; non sentissero che la

vergogna del mai profferito dal Brenno moderno; non avessero che un solo

concetto, la necessità dell'_osare_; non avessero che una parola sul

labbro: _A Roma per la via che sola vi mena_.

A combattere intanto le stolte diffidenze, nudrite tuttavia da molti

sull'avvenire, giovi una dichiarazione, nella quale io credo potermi,

senza presumere, fare interprete del Partito. La stampa repubblicana fu

finora troppo esclusivamente negativa, troppo paga a registrare le colpe

della Monarchia, troppo corriva ad accogliere come prova di forza e

d'estensione del Partito ogni manifestazione ch'abbia luogo in Francia,

in Ginevra o altrove, senza avvertire alle idee che vi si esprimono. E

quelle idee, profferite per avventatezza da uomini che non sanno e

credono audacia l'atteggiarsi a distruttori d'ogni cosa, e da gente

venduta celatamente ai Governi e addottrinata a spaventare con

esagerazioni la borghesia, sono con arte d'indegna calunnia raccolte e

additate ai poveri di spirito dalla stampa governativa come idee del

campo repubblicano e indizio dell'avvenire, se trionfasse.

Per questo, e anzitutto per amore del Vero, è debito d'allontanare ogni

pericolo d'inconsulta imitazione fra noi; è tempo che la stampa

repubblicana assuma, più che oggi non ha, carattere severità, di

sacerdozio morale; è tempo ch'essa abbia, non solamente il coraggio

d'affrontare le ire e le persecuzioni monarchiche, ma quello assai più

difficile d'affrontare gli sdegni dei traviati fra i nostri, e la temuta

taccia di moderata dagli avventati che odiano e non sanno amare.

Guerra al capitale, abolizione della proprietà, ostilità alla borghesia,

violazione d'obblighi assunti anteriormente dalla Nazione, crociata

contro i preti cattolici, terrore e vendetta, son grida insane,

immorali, di pochi selvaggi della politica, aborrite da quanti

repubblicani hanno senno e core: nessuno ha mai osato, nè oserà mai

tentare di tradurle in fatti; e chi lo tentasse, troverebbe in noi

nemici più acerrimi che non nei monarchici.

I repubblicani sanno che il capitale rappresenta frutti accumulati di

lavoro; che la proprietà è il segno della missione trasformatrice data

all'uomo nel mondo materiale; che la borghesia scende dagli artigiani

dei nostri comuni repubblicani, emancipò l'Italia dai signori feudali e

arricchì il Paese e sè col lavoro; che, o non esiste Nazione, o le

generazioni sono solidali per gli obblighi legalmente assunti sotto un

diverso governo; che la coscienza è inviolabile e le credenze religiose,

se false o consunte, non possono combattersi se non con tollerante e

pacifico apostolato; che _terrorismo_, persecuzione e vendetta sono armi

di codardi o colpevoli, fatali a chi le adopra e da lasciarsi ai governi

fondati sull'arbitrio e sull'ingiustizia e cadenti.

Il concetto della Repubblica tende a combattere, a scemare

progressivamente i _privilegi_ politici o civili dati a una classe, il

_monopolio_, l'immobilizzazione dei capitali, il _concentramento_

soverchio della proprietà, l'ingiusto e fatale alla produzione

accumularsi di tasse sulle classi date all'industria, l'_immoralità_ di

speculazione, piaga crescente e alimentata da una trista, corrotta

politica governativa, l'_egoismo_ inevitabile d'una legislazione

affidata alla nascita o al censo e sottratta all'intervento delle classi

che ad essa soggiacciono:--tende a far sì che le classi s'affratellino

in eguaglianza di doveri e diritti, di protezione, di progresso,

d'insegnamento:--che, per mezzo dell'_Associazione_ e d'ajuti dati dalle

instituzioni, i capitali, che fanno possibile il lavoro, si trovino

nelle mani di chi deve compirlo:--che il lavoro generi la Proprietà e la

diffonda quindi al maggior numero possibile di cittadini:--che

_l'economia e l'aumento della produzione_ presiedano d'ora in poi al

maneggio delle Finanze:--tende a sopprimere _l'immobilità_ in ogni

Potere, a distribuire gli uffici a seconda della capacità e della virtù,

a dare coll'elezione coscienza a ogni cittadino della missione ch'egli è

chiamato a compire sulla terra ov'è nato, a far mallevadori tutti delle

opere loro, a conquistare--coll'onestà delle convenzioni sulle terre,

coll'interesse creato ai coltivatori nel suolo che fecondano, colla

moderazione delle tasse, con un sistema d'esazione sottratto agli

arbitrî, coll'educazione data a tutte le classi, colla moralità

dell'amministrazione, col compimento della Rivoluzione Nazionale--quel

senso di securità pubblica, senza il quale ogni progresso è inceppato o

precario.

Prima dell'azione o pendente l'azione, per un anno o per una settimana,

come i fati vorranno, urge che questo, ch'io rapidamente accenno, sia

soggetto d'ogni giorno alla nostra Stampa. I calunniatori devono pagarsi

da noi col disprezzo. Ma il popolo, al quale molti ricordi della

Repubblica francese suonano terrore e violenza, ha diritto a sapere da

noi quali intenzioni ci guidino, e bisogna insistervi.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 186 / 227 题