Può il Paese sperare _iniziativa_ dalla Monarchia?
A questione siffatta, la Monarchia stessa risponde. La sosta fatale
della quale ho parlato finora è opera sua: sua, coi fatti, la
dichiarazione che la Rivoluzione è compita e che non si tratta oggimai
se non di miglioramenti e riforme. La Monarchia si giovò d'un interesse
straniero, che le dava alleato un esercito, per tradurre in realtà
l'antico disegno d'aggregare al Piemonte la Lombardia e far del piccolo
regno un Regno del Nord; s'impossessò poi, sottraendolo alla
Rivoluzione, di quanto l'_iniziativa popolare_ conquistò o accennava a
conquistare nel Centro e nel Sud: si rifece immobile appena quella
_iniziativa_ cessò; e, giovatasi della funesta interruzione per
ordinarsi e afforzarsi, impedì colle bajonette ogni recente tentativo di
risuscitarla. E non poteva, in virtù della propria natura, fare
altrimenti.
Può la Monarchia, che _diede_ Nizza alla Francia imperiale, ritorgliela?
Può, dopo d'avere abbandonato il Trentino già invaso dalle sue truppe e
dai volontarî e segnata la pace che lo esclude dai termini dell'Italia,
assalir sola l'Austria e farne conquista? Può essa, isolandosi da tutte
le monarchie sorelle che additano trattati e comandano pace, rivendicar
coll'armi Trieste e l'Istria? Può sopratutto--dacchè non è da sperarsi
che il Papa rassegni volontario la potestà temporale--rovesciare il
Papato a dar Roma all'Italia? È tuttavia fra noi chi affermi cose
siffatte e presuma d'essere creduto sincero?
Può l'_iniziativa_, che deve compire il moto _nazionale d'Italia_,
escire dal Parlamento?
S'io non pensassi, scrivendo, che al Paese, non dovrei, credo, spender
parola a rispondere. Le liste dei votanti nelle elezioni, la suprema
indifferenza colla quale il Paese guarda ai procedimenti parlamentari,
la disubbidienza sistematica, dove riesce possibile, alle leggi sancite
da esso, attestata dalle cifre degli arretrati nel pagamento delle
tasse, rispondono abbastanza per me. Il Paese non aspetta salute dal
Parlamento, non ha riverenza per esso, non crede rappresentati in esso i
suoi voti, le sue speranze, l'avvenire della Nazione.
Ma sono nel Parlamento, e durano ostinati a rotolarvi il sasso di
Sisifo, uomini di mente e di cuore, che hanno giovato quand'erano
affratellati col popolo alla Patria, che potrebbero, riaffratellandosi
con esso, giovarle ancora e che, sotto il fascino di non so quale
illusione, consumano tempo, nome, influenza, potenza d'ingegno, capacità
di forti generosi propositi e, quel che è peggio, parte di quella virtù
morale, che scende da una pura diritta ardita coscienza, in una
inefficace e talora ridicola guerricciola di pigmei, seminata di
equivoci, di transazioni, simulazioni e dissimulazioni, indegne d'essi e
della Causa alla quale un tempo giurarono. E ad essi ricordo che i
Parlamenti furono, sono e saranno sempre impotenti a varcare spontanei
il cerchio di Popilio che l'Instituzione, in nome della quale esistono e
agiscono, descrive intorno ad essi--che se talvolta lo varcarono, non fu
mai per inspirazione propria, ma per opera d'insurrezioni consumate al
di fuori e alle quali obbedirono--che tanto può in essi l'influenza
della prima origine, da aver fatto sì che anche in quei pochi casi
guastassero, se non rinnovati, il concetto che accettavan dal popolo.
Il Parlamento d'Italia è Parlamento monarchico. I suoi membri giurano
alla monarchia e accettano lo Statuto, che falsa il carattere
_nazionale_ del moto italiano. Ove anche il giuramento non avesse--e men
dorrebbe--valore morale per essi, non possono dirlo, nè possono in
Parlamento operare a violarlo. Il Parlamento non può avere in sè potenza
maggiore d'_iniziativa_ che non ne ha la monarchia, dalla quale discende
e dipende. La monarchia non può compire la nostra Rivoluzione nazionale:
non lo può quindi, per conseguenza logica, il Parlamento.
E il Parlamento lo sa: però ne tace e vorrebbe che il Paese la credesse
compita.
Il Parlamento che siede, incurioso, svogliato o servile, in Firenze, non
è Parlamento nazionale; e lo diresti un'assemblea di provincia. La
NAZIONE gli è ignota: ignoto quanto tocca l'unità, l'indipendenza,
l'onore, l'avvenire, la politica _nazionale_. L'Italia può essere
condannata ad abdicare, nella sua vita internazionale, l'inspirazione
naturale che la sprona verso gli Slavi e verso l'Oriente, e trascinata
invece in alleanze col dispotismo che la decretano impotente e le
chiudono l'avvenire: il suo Governo può trascurare, come non fossero, le
sorgenti principali della vita _nazionale_ interna, ordinamento del
Paese a milizia, associazione operaja, incremento dell'agricoltura,
miglioramento delle condizioni produttive in Sardegna e in Sicilia; il
Parlamento è muto, senza pensiero che ad esso spetti occuparsi di cose
siffatte.
Collo straniero in casa, colla sfida, la più insolente ch'io mi sappia
dal _guai ai vinti_ di Brenno in poi, cacciata due volte da due ministri
di Francia a chi dichiarava pochi anni addietro Roma capitale d'Italia,
il Parlamento, che si dice italiano, tace sistematicamente di Roma: non
uno dei suoi membri s'attenta di proferire quel sacro nome: non
uno fra quei che avventurarono la vita al grido di _Roma o
Morte_ osa--tanto è il senso d'abdicazione che spira in quell'aula data
all'equivoco--gettarlo, sanguinoso rimprovero, in viso agli uomini del
Governo e dir loro: _Se voi potete o volete vivere disonorati, noi non
possiamo nè vogliamo; e dacchè in questo recinto non può trovarsi vie di
salute, scendiamo a cercarla nel popolo_.
Le Assemblee--bisogna ripeterlo, non all'armento che vota a seconda del
cenno governativo, ma ai pochi uomini ai quali io miro--operano a
desumere e applicare conseguenze del principio in virtù del quale
esistono, ma nè un passo più oltre, nè mai possono fondare, per virtù
propria, un principio nuovo. Dove, creata già la _Nazione_ e secura
l'Indipendenza, non si tratti se non d'un semplice sviluppo di libertà
conquistata, e di _riforme_ amministrative o economiche, le Assemblee
esistenti in nome di quella libertà giovano, e possono, come in
Inghilterra, compire lentamente una importante missione. Ma dove, come
tra noi, si tratti di costituir la Nazione e--dacchè il _principio_
esistente non esce dalla tradizione del Paese, è diseredato
d'_iniziativa_ e non porge via per raggiungere il _fine_--di proclamarne
un altro, le Assemblee raccolte in nome del primo e condannato, non
giovano. Unica Assemblea che valga è quella del popolo in armi.
Nessuno di noi s'arroga diritto d'imporre ad altrui la propria opinione;
ma ciascuno ha diritto di chiedere agli uomini che pretendono
rappresentare il Paese e possono giovargli o nuocergli a seconda delle
opere loro: _che cosa volete_? Il _fine_ dichiarato additerà il
_metodo_, norma del giudizio da pronunziarsi sugli uomini. Senza
dichiarazione siffatta, amici e nemici errano nel bujo e combattono
senza conoscersi. L'anarchia morale, foriera dell'altra, invade il
Paese.
Credete l'Instituzione attuale capace, non dirò ora di dare libertà
vera, indipendenza dall'estero, educazione ed esempio di moralità,
prosperità e grandezza al Paese, ma di compiere senza lungo indugio la
Rivoluzione Nazionale, di darci Roma, il Trentino, Trieste, e un Patto
ch'esca dal voto e dalle aspirazioni di tutto il popolo?
Se potete, colla mano sul core, affermare che lo credete, rimanete ove
siete, ma agite, conquistate, trascinate, guidate: incarnate in voi il
pensiero del Paese e decretate a un tempo la mossa dell'esercito, la
chiamata dei volontarî e la convocazione d'una Assemblea Costituente in
Roma. O diteci almeno _quando_ lo farete. Il paese non può, per quanta
fiducia voi meritiate, commettere le sue sorti all'eloquenza indefinita
del vostro silenzio: il Paese non può accettare il pericolo di perire
nel disonore, nella corruzione, nella rovina economica, perchè voi
possiate incidere una inscrizione splendida d'Unità meditata e di Patto
postumo sulla sua tomba.
Ma se non credete l'Instituzione capace di tanto, allora, al nome di
Dio, ponete giù la medaglia e la profanazione dell'anima: lasciate quei
banchi contaminati d'equivoci e d'ipocrisia, e scendete a rinverginarvi
nel popolo, dicendogli: _là non si compiono i tuoi fati: là Nazione vive
in te, che aneli al Vero e hai potenza: levati e capi e soldati, siam
tuoi_. Distruggerete una illusione, che la vostra presenza in quell'aula
alimenta tuttavia in alcuni, e uno scetticismo sugli uomini, che cresce
fatale nei più.
Darete al Paese un insegnamento morale, da voi finora a torto
dimenticato. Educherete i giovani, col senso dell'umana dignità, al
culto della coscienza; e sottraendovi alla parte di minatori segreti per
quella, più degna di voi, di leali guerrieri all'aperto, contribuirete a
liberare l'Italia dal pericolo d'un gesuitismo politico che, cospirando
in Francia col grido di _viva il re_ alla caduta della monarchia, sommò
a tornare in nulla due Rivoluzioni e agevolare la via al secondo Impero.