DICHIARAZIONE

Quando, consumato l'atto antinazionale, che ha nome di _Pace di

Villafranca_, il Popolo d'Italia sottentrò--colle manifestazioni, colle

assemblee, coi plebisciti--iniziatore della Rivoluzione Nazionale, e

diede opera a fondare la Patria, sentimmo, noi repubblicani, l'obbligo

assoluto di contribuirvi con tutte le forze dell'animo e dell'azione. E

poi che la maggioranza del Popolo d'Italia, obbedendo alle circostanze e

al bisogno che tutti gli elementi si unissero al grande intento,

dichiarò che la via più facile a raggiungerlo era l'unificazione

monarchica, noi piegammo, dubbiosi dell'esito ma riverenti, la testa

alla volontà del Paese, e dicemmo: _tenteremo lealmente per la seconda

volta l'esperimento_. Colla mano sul core noi possiamo affermare che

attenemmo la nostra promessa.

L'attenemmo, fra le amarezze d'una guerra continua di diffidenze, di

sospetti sleali, di basse e ingrate calunnie, respinti da ogni

consiglio, posposti agli uomini di parte retrograda, condannati come

nemici, all'isolamento nello Stato; guardati come strumenti da

utilizzarsi per vincere, da rompersi poi. L'attenemmo di fronte a gravi

colpe; di fronte a una politica pertinacemente servile allo straniero,

di fronte al turpe mercato della Savoja e di Nizza. L'attenemmo,

spronando al voto unificatore le popolazioni del Centro, preparando e

rendendo necessaria l'emancipazione delle Provincie romane, iniziando

l'insurrezione della Sicilia, sommovendo le terre meridionali, e

ajutando efficacemente il trionfo del plebiscito, che aggiunse dieci

milioni d'uomini alla monarchia.

Era il Dovere Nazionale; e a questo, a questo solo, sacrificammo ogni

cosa: aspirazioni, ideale, tradizioni del nostro passato, concetti ben

altrimenti vasti e gloriosi che non quei della monarchia reggitrice.

_Fare l'Italia_; a questo avremmo sacrificato la fama e l'onore.

Amavamo, amiamo la Patria, la Patria Una, fino al suicidio. Gli uomini

che avevano per trent'anni lavorato in nome di una bandiera repubblicana

diedero lietamente all'Europa, in nome d'Italia, lo spettacolo, nuovo

nella storia delle parti politiche, d'uomini che combattono a pro di una

bandiera avversa ad essi e persecutrice.

Per quella via seminata di dolori e di sacrifici, non ci serbammo che un

solo diritto: combattere: agire a danno dell'invasore straniero: agire

senza interruzione, perchè l'Unità Nazionale si compia; perchè la

Patria, costituita e forte, esca rapidamente dai pericoli di una

condizione provvisoria e mal secura, che minaccia le conquiste operate;

perchè si cancelli dalla fronte di ventidue milioni di Italiani la

vergogna della servitù di Venezia e di Roma, la vergogna di essere forti

e non attentarsi di rivendicarle.

Era un solo diritto, ma su quello posava il patto.

Per quello noi riducemmo fin d'allora tutto il nostro pensiero alla

breve formula: fare l'Italia Una _con la_ monarchia, _senza_ la

monarchia, _contro_ la monarchia, se essa si ribellasse a quel fine.

Per quello, io, presago nell'animo, dichiarai che, mentre il Governo non

avrebbe, operando a quel fine, cosa alcuna da temere da parte nostra,

noi ci terremmo liberi, ove esso lo abbandonasse, di seguire le

inspirazioni, quali si fossero, della coscienza, avvertendone prima

lealmente il Governo stesso.

E sciolgo oggi, per ciò che riguarda individualmente me, la promessa.

Quel diritto ci è tolto. Il Governo non opera a emancipare le terre

schiave e compire l'Unità Nazionale: vieta a noi, con energia di nemico,

il tentarlo. Ogni ragione del patto cessa dunque d'esistere. E credo

debito mio dichiararlo.

Io mi sento, da oggi in poi, libero da ogni vincolo, fuorchè da quelli

che m'imporranno l'utile del Paese e la mia coscienza.

Ciò poco monta all'Italia e al Governo. Gli anni, la salute malferma,

l'influenza degli ordinamenti, segreti un tempo, cessata naturalmente

per la semi-libertà del Paese, che può provvedere da sè ai proprî fati,

e altri uomini ben altramente potenti ch'io non sono, sorti nelle file

della Nazione, fanno di me un fiacco amico e un più fiacco nemico. La

mia dichiarazione non ha quindi altro fine che quello di soddisfare

all'anima mia. Sento il bisogno di portarla fino al sepolcro

incontaminata, e mi dorrebbe che altri potesse dirmi: _Vi credevamo

alleato, e nol siete_.

Di fronte a un dualismo così chiaramente definito dal Potere attuale,

tra il tentativo dei nostri a danno dell'Austria, e la violenta

repressione governativa--tra gli uomini coperti di cicatrici colte nelle

battaglie dell'Unità Nazionale e gli uomini che li consegnano ai birri e

li accusano d'alto tradimento per aver voluto combattere lo straniero e

liberare i loro fratelli--tra le aspirazioni della parte migliore del

Paese e le fucilate date per unica risposta in Brescia--tra il concetto

emancipatore di Garibaldi e il Governo che lo nega, e, non osando

imprigionare Garibaldi, lo oltraggia--corre debito, parmi, a ogni uomo

che ami l'Italia di scegliere, e pubblicamente.

Prego gli avversarî onesti di non fraintendermi. Non si tratta ora per

me di _repubblica_ o _monarchia_; si tratta d'azione o d'inerzia, di

Unità o smembramento, d'avere lo straniero in casa, o di averlo fuori.

Il nostro programma dell'oggi è tuttora quello del 1859. Si compendia in

due parole: _Venezia_ e _Roma_: il braccio d'Italia, il core d'Italia.

Soltanto, allora speravamo ottenerle alleate colla monarchia; oggi,

esaurita quella speranza, diciamo che cercheremo d'averle soli, por vie

nostre, malgrado il Governo, e disposti a combatterlo, ov'esso si ostini

in attraversarci la via.

Se gli uomini del Governo, non contenti dell'inadempimento del Dovere,

vorranno impedire a noi di compirlo, faremo di conquistare in ogni modo

la libertà: se violeranno il diritto delle Associazioni pubbliche a pro

di Roma e Venezia, torneremo a stringere le nostre fratellanze segrete;

cospireremo. Non rinnegammo il dovere Nazionale davanti all'Austria, non

lo rinnegheremo davanti a uomini che han nome Rattazzi, Minghetti o

Farini.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma sta il segreto della nostra

Unità, in Venezia il disfacimento dell'Impero d'Austria, e la nostra

alleanza colle Nazioni sorelle, che assicureranno colla loro esistenza

la nostra frontiera dell'Alpi.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma soltanto possiamo avere leggi

nuove che ci bisognano, e non un vecchio Statuto _Piemontese_, ma un

Patto Nazionale; perchè in Venezia soltanto può cominciare la missione

internazionale d'Italia.

Vogliamo _sollecitamente_ Roma e Venezia, perchè l'interrompimento del

nostro moto Nazionale e la condizione provvisoria nella quale versiamo,

minacciano la nostra Unità; perchè l'Austria nel Veneto è la congiura

perenne dei principi spodestati, la minaccia perenne di subita invasione

nel core delle nostre terre; perchè la Francia in Roma è la congiura

perenne dei satelliti del Papa e del Borbone di Napoli, la perpetuazione

del brigantaggio nelle terre Meridionali; perchè Luigi Napoleone,

avverso deliberatamente alla nostra Unità, cospira per trarre alimento

dai crescenti malcontenti locali al suo disegno federativo, e il tempo

gli giova; perchè ventidue milioni di uomini liberi non possono, senza

incancellabile disonore, tollerare ciò che susciterebbe a guerra

immediata ogni altra Nazione Europea, che lo straniero accampi

tranquillo sul suolo che è loro; perchè ogni uomo imprigionato nel

Veneto, ogni uomo scannato dai masnadieri Borbonici nel Napoletano, pesa

come un delitto, e dovrebbe pesare come un rimorso, sull'anima della

Nazione; perchè, se gli uomini del Governo sono incapaci di vergogna e

rimorso, noi non lo siamo.

Sperammo che il Governo avrebbe compito il debito suo e che noi avremmo

potuto seguirlo e ajutarlo.

E gli dicemmo:

Armate il Paese. Serbate com'è l'esercito a insegnamento, esempio e

nervo di guerra. Abolite, pel futuro, la coscrizione, e ordinate la

Nazione all'armi, giusta il metodo Svizzero. Avrete l'affetto del

Popolo, che non ama esser svelto, senza necessità, da' suoi, e avrete

presto, occorrendo, un milione di combattenti.

Affratellate al moto Nazionale il Popolo, allargando il suffragio,

facendolo partecipe dell'armi cittadine, dei diritti politici, della

vita d'Italia.

Dichiarate che in Roma i delegati di tutto il Paese saranno chiamati a

definire, con un Patto Nazionale, le nuove aspirazioni italiane. Fate

che l'agitazione per Roma assuma aspetto Europeo. Indirizzate ai Governi

e ai Popoli un Manifesto, che chieda loro d'adoperarsi perchè il

principio del non intervento sia, non menzogna, ma _realtà_. Chiedete a

Garibaldi di recarsi, con tutti i poteri necessarî, nel Mezzogiorno,

commettendogli di spegnervi il brigantaggio, e di risuscitare

l'entusiasmo popolare, rendendo alla frontiera del Mincio i sessanta

mila soldati ch'oggi proteggono quelle provincie.

Fondate concordia, non di _parole_, ma di _fatti_; giovandovi di quanti

uomini hanno patito e combattuto per l'Unità dell'Italia, incoraggiando

nelle Associazioni la pubblica normale espressione della volontà

popolare, chiamando voi stessi a battere più concitati il polso, il

core, ogni arteria della Nazione.

E allora, intimate guerra all'Austria sul Veneto. Là sta la salute

d'Italia, l'iniziativa d'Italia. Là sta la guerra--battesimo pel Paese e

per voi, che non combatteste fin ora, se non a fianco e sotto gli ordini

dello straniero.

Queste cose furono dette, ripetute pubblicamente, privatamente, a ogni

mutamento di Ministero, da Garibaldi, da me, da quanti amano di vero e

vivo amore l'Italia.

Minacciava una sola di quelle proposte la monarchia? Circondata

dall'entusiasmo e dalla fiducia del Popolo, padrona per iniziativa

propria del solo campo sul quale noi possiamo esser potenti, la

monarchia assicurava, accettandole, la propria vita per mezzo secolo.

Il Governo sprezzò i leali consigli. Mantenne il Popolo nella condizione

d'elemento sospetto, esiliandolo, dopo il plebiscito, dall'arena

politica: volle una Italia senza Patto Nazionale Italiano: mendicò per

Roma l'elemosina di concessioni, funeste e disonorevoli,

dall'occupatore, ed ebbe rifiuto: non osò levare una voce di generosa

protesta davanti all'Europa: negò Garibaldi alle unanimi domande del

Mezzogiorno: versò sino all'ultima stilla il calice delle amarezze sui

Volontarî e sugli Esuli di Venezia: avversò le manifestazioni popolari

per Roma: diede ostracismo nella pubblica vita a quanti non giurano

nell'inerzia e nell'alleanza imperiale: dichiarò non doversi avere Roma

senza il consenso di Luigi Napoleone: Venezia senza il permesso dei

Gabinetti d'Europa: negò Rivoluzione e Nazione; e--coll'esempio di

quattordici eserciti levati in un solo anno dalla Francia repubblicana,

coll'esempio dei 650 000 uomini levati in pochi mesi da venti milioni di

repubblicani d'America--non seppe in quasi tre anni raccogliere se non

250 000 soldati; ed oggi, audace soltanto contro i patrioti italiani,

aizza l'esercito contro il popolo, imprigiona gli uomini che liberarono

il Mezzogiorno, perchè tentano liberare le terre Venete; perseguita le

Associazioni, e ammaestra Garibaldi che suo posto è la solitudine di

Caprera.

Spetta al Paese di compiere il Dovere Nazionale che il Governo diserta.

E gli uomini del Partito d'azione non falliranno di certo al debito

loro.

Voi avete, dicono, un Governo regolare; rispettatelo: non v'assumete un

diritto d'azione che impianterebbe un dualismo funesto.

Noi non abbiamo Governo _nostro_ in Roma e Venezia, ma oppressi e

stranieri oppressori. I nostri non scendevano l'Alpi per sommovere

Torino o Firenze: tentavano salirle per sommovere Trento e Venezia:

tendevano a continuare l'emancipazione della Nazione, a continuarla a

pro vostro: cercavano un'altra Marsala. Non impiantavano un dualismo:

movevano a distruggere quello che pur troppo esiste sulla terra

Italiana. Vittoriosi, essi v'avrebbero posto ai piedi il frutto della

vittoria: disfatti, voi li avreste sconfessati e perseguitati.

Che se il rispetto al Governo regolare inchiude per voi l'obbligo di

sacrificare il Dovere Nazionale agli errori o alle colpe di chi sta in

alto, l'obbligo di rinnegare la solidarietà italiana, perchè chi sta in

alto la nega e dimentica--l'obbligo di lasciare la libertà dei fratelli

all'iniziativa di chi dichiara colla parola e coi fatti non potersi fare

iniziatore--l'obbligo di troncare a mezzo la Rivoluzione unificatrice,

perchè chi sta in alto si sente fiacco o codardo; se l'esistenza fra voi

d'un Governo qualunque, buono o tristo, attivo o inerte, negazione o

affermazione del fine Nazionale, importa per gl'Italiani obbedienza

passiva--rifatevi Austriaci. L'Austriaco era anch'esso Governo: poteva

da un dì all'altro--e molti diplomatici stranieri tentavano

persuadervelo--mutare sistema. D'onde nasceva per gl'Italiani il

_diritto_ di ribellarsi? Dal Dovere Nazionale. Il Governo Austriaco,

come il Governo Borbonico in Napoli, lo negava. Il Paese sorgeva ad

affermarlo: il Governo Legale, in virtù di quella affermazione, era in

esso.

Il DOVERE NAZIONALE è superiore a ogni formula governativa; esso

costituisce la norma, sulla quale è giudicata la legalità o l'illegalità

dei Governi.

Una menzogna di Governo non è Governo. Governo è la Vita della Nazione,

interpretata, riassunta, diretta.

La vita della Nazione è l'Unità. Il Paese l'ha definita coi Plebisciti.

Esiste un solo uomo in Italia dal quale possa affermarsi che i paesi del

Centro e del Mezzogiorno s'aggiunsero al Piemonte per altro fine che

quello dell'Unità Nazionale?

Conquisti il Governo risolutamente quell'Unità; noi saremo con esso,

lasciando al tempo e all'apostolato pacifico, ch'è diritto nostro

inviolabile, la soluzione delle altre questioni. Qualunque volta il

Governo tradisca il _fine_ del Paese, il _Dovere_ della Nazione, rivive

in ogni uomo il debito di compirlo. E faremo per quanto è in noi di

compirlo. Lo compiremo con nostre forze o costringeremo il Governo a

compirlo.

È impossibile che la parte eletta del Paese, gli elementi nei quali più

freme lo spirito dell'azione, i giovani, gli studenti, i volontarî, i

figli del Popolo, si rassegnino lungamente a far del santo grido di Roma

e Venezia una meschina ironia, una parola di delusione mormorata

periodicamente su due sepolcri. È impossibile che i prodi di Magenta,

Solferino e Palestro, si rassegnino lungamente a far la parte di

protettori della frontiera per conto dell'Austria.

È impossibile che la Nazione si rassegni lungamente a un Governo i cui

atti pajono calcolati a creare--e lo scrivo con profondo

dolore--nell'Italia nascente tutti i mali che contaminano le monarchie

morenti; antagonismo tra i popolani e le classi medie: antagonismo tra

l'esercito e il Paese: antagonismo tra i governanti e il Popolo

governato.

_30 maggio 1862._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 158 / 227 题