NÈ APOSTATI NÈ RIBELLI[144]

La diffidenza cieca, come la cieca fiducia, è morte alle grandi imprese.

I maneggiatori politici del moto Italiano peccano in oggi della prima, e

vi aggiungono l'ingratitudine; il Popolo d'Italia pecca della seconda.

Della necessità che il Popolo d'Italia non segua passivamente servile

l'inspirazione che scende dalle sfere governative, ma senta la vita

iniziatrice che ha in sè, e la svegli e provveda, più che non fa, con le

opere proprie alle proprie sorti, ho parlato sovente e riparlerò. Parlo

oggi per conto mio e de' miei amici repubblicani, della diffidenza

sistematica che perseguita di calunnie e di stolti sospetti essi e me.

Ne parlo, non perch'io creda debito nostro giustificarci o difenderci

con gli uomini che diffondono quelle calunnie o affettano di nudrire

quei sospetti: nei più tra essi calunnie e diffidenze non sono sincere,

ma solamente basso calcolo politico e codarda guerra d'uomini meschini

contro uomini che paventano, a torto, rivali possibili sul campo

dov'essi mietono; però non li stimo. Ne parlo pei molti che credono

senza appurare, o perdono così la speranza d'una concordia che

nell'intimo core desiderano; pei molti che, ineducati a scegliere tra le

cose messe loro innanzi, travedono pericoli ove non sono, e credono,

ingannati non colpevoli, salvare il Paese vigilando sospettosi su noi ed

allontanandoci da un campo che aprimmo noi primi in Italia. Davanti al

Popolo non v'è dignità offesa che comandi il silenzio. Giovammo--e

questo lo confessano gli stessi avversi--alla Causa del suo avvenire.

Vogliamo giovarle ancora, tentarlo almeno, e per questo bisogna

intenderci. Agli accusatori sistematici vorrei ricordare soltanto che le

ingiuste diffidenze generano ingiuste ire, traviano l'opinione Europea

su le cose nostre, scemano le forze della Nazione, e cacciano i germi di

quel sistema che contaminò, sessantasette anni addietro, la Rivoluzione

francese, e finì per affocarla nel sangue.

Da quali fatti movono i sospetti che oggi ancora si accumulano contro i

repubblicani? Per quanto io cerchi, non ne trovo uno solo che non sia

un'assurda calunnia smentita dieci volte da prove documentate.

Ebbe luogo, in un sol punto d'Italia, un solo tentativo di sommossa

repubblicana? Fu trovata, fu letta, negli ultimi due anni, una sola

linea scritta pubblicamente o privatamente, dagli uomini che più o meno

rappresentano il principio del Partito, che accenni a Repubblica? Fu mai

promossa da noi, dal primo svolgersi del moto d'Italia, la questione di

forma d'instituzioni politiche?

No: e mi smentisca co' fatti chi può. Prima della pace di Villafranca,

parecchî tra noi protestarono contro il commettersi de' nostri fati alle

armi straniere e ad armi dispotiche: sapevamo d'antico che nessuna Unità

Nazionale s'era fondata a quel modo, e la subita pace, e lo smembramento

di Nizza e Savoja vennero poi a giustificare l'antiveggenza. Dopo la

pace di Villafranca, appena l'emancipazione Italiana rimase opera di

menti e braccia Italiane, anche quei che non avevano fatto se non

astenersi, senza badare alla bandiera che padroneggiava il moto,

s'affrettarono a unirsi. Il programma _monarchico_ di Garibaldi fu il

loro. Le file di Garibaldi son piene di repubblicani. Essi pugnano,

vincono, muojono lietamente sotto di lui. Nè prima nè dopo l'infausta

pace escì dalle loro labbra altro grido che quello dell'Unità; di quella

Unità alla quale i loro tentativi, i loro scritti, le loro associazioni,

i loro martiri, avevano educato l'Italia. Ovunque fu pericolo onorato da

corrersi per promoverla, là furono. La sola sfera nella quale i loro

nomi non si trovano più che rari è quella degli impieghi lucrosi.

Sdegnati, calunniati, respinsero le calunnie senza una parola che

riconducesse l'antica questione sul campo. Perseguitati, oggi sorrisero,

e il dì dopo giovarono, come fu loro dato, alla causa della Patria e

dell'Unità. I più tra loro promossero, stimandola giovevole,

l'annessione combattuta delle provincie del Centro. Taluni si tennero,

in Toscana segnatamente, a contatto col Governo per rassicurarlo e

appoggiarne più validamente le mosse, quando tendessero all'Unità. Io

che scrivo dichiarai sull'onore e pubblicamente che se mai nuovi

smembramenti di terra Italiana, o il rifiuto deliberato dell'Unità da

parte dei reggitori ci riducesse, disperati da altre vie, alla nostra

vecchia bandiera, noi lo annunzieremmo anzi tratto con la stampa agli

avversi.

Può un Partito dar pegni più solenni di questi? Può spingersi più oltre,

per amore della concordia, l'abnegazione? Può la riverenza alla

sovranità dell'opinione Nazionale esigere altro da noi?

Il Popolo d'Italia, lasciato alle proprie aspirazioni, non traviato da

calunnie, risponderebbe: _non può_. I raggiratori che strisciano intorno

alla piramide del potere vorrebbero di più. Diseredati di fede e

veneratori materialisti dell'_opportunità_ e della forza, essi

vorrebbero rapirci la nostra. Non basta ad essi che da noi si chini

riverente il capo alla sovranità dell'opinione dei più; vorrebbero che,

dichiarando di avere errato nel passato, noi ci dicessimo credenti nella

fede monarchica. Vorrebbero che non fossimo _accettatori_, ma

_propugnatori_ della dottrina che in oggi domina. Non lo vogliamo, nè lo

possiamo. La nostra è fede; possiamo tacerla per un tempo, rinunziare ad

ogni tentativo d'attuarla; non rinnegarla e dirla falsa per l'avvenire.

Nè ribelli, nè apostati; in queste parole si compendia la nostra

condizione dell'oggi. Non possiamo andare d'una linea più in là. Essere

_cittadini_ non significa per noi cessare d'esser uomini.

Cittadini onesti e leali accettiamo, purchè guidi all'Unità della

Patria, la monarchia dal consenso dei più: non tentiamo di sostituire

alla sua bandiera la bandiera repubblicana. Che volete di più? Abolire

la coscienza? Siate allora inquisitori e tiranni: non vi fregiate del

santo nome di libertà.

La libertà esige la coscienza della libertà. Volete servi, non liberi

alleati all'impresa? Raccoglierete una menzogna di libertà e nuova

servitù poco dopo. Preferireste averci cortigiani, ipocriti e

gesuitanti, all'averci cooperatori leali e salvo il pudore dell'anima,

salva la dignità d'uomini in noi? Qual pegno avreste del nostro non

tradirvi domani?

Movendo all'emancipazione delle Marche e dell'Umbria--emancipazione che

voi dichiaravate inopportuna e pericolosa cinque giorni prima di

compierla colle armi vostre--noi inalzavano la bandiera dei tre colori

d'Italia, senza lo stemma Sabaudo. Con qual diritto avremmo noi, pochi

iniziatori e semplici cittadini, detto alle popolazioni alle quali

imprendevamo di portar libertà: _noi vi ajutiamo a patto di

padroneggiarvi_? Non dovevamo aspettare che la volontà dei nostri

fratelli, come altrove, si dichiarasse?

Non rimase la bandiera pura d'ogni stemma in Toscana, prima che il voto

popolare dell'annessione si rivelasse? Inalzarono altra bandiera che

l'Italiana gl'insorti della Sicilia, quando per sei settimane Rosalino

Pilo e i compagni di lui tennero vivo, aspettando Garibaldi, il

combattimento? Perchè voler noi, noi soli repubblicani, usurpatori della

Sovranità del Popolo? Non bastava a voi la promessa che il nostro grido

repubblicano avrebbe taciuto? che avremmo accettato il vostro vessillo

dal primo libero Municipio che l'avrebbe--e non v'era dubbio--inalzato?

Perchè pretendere che ci mostriamo in sembianza d'iniziatori monarchici?

Perchè l'Italia impari a rigenerarsi convincendosi che non v'è partito

entro i suoi confini capace di non vendere o calpestare la propria fede,

e nondimeno capace di sacrificarne la realizzazione immediata

all'opinione dei concittadini e all'Unità della Patria?

Scorrete le file dell'esercito di Garibaldi. Là, tra quei forti che

numerano i giorni con le battaglie, voi trovate il repubblicano a fianco

dell'uomo della monarchia. Nessuno diffida del compagno, nessuno

sospetta ch'egli covi un pensiero d'insidia nell'anima. Perchè non è lo

stesso nei ranghi della vita civile? Perchè non potremo parlare di

Patria e Unità, senza che voi diciate: _intendono parlare di

Repubblica_?

Nè apostati, nè ribelli. Noi, serbando fede al nostro ideale, ci

serberemo il diritto di non apporre il nome nostro in calce d'inni

monarchici; di non dire oggi ai nostri concittadini: _vogliamo che siate

Regî e non altro_; di esprimere pacificamente, conquistata l'Unità della

Patria, davanti al Paese le nostre credenze; d'astenerci dagli ufficî

che altri si contenderanno; di ripigliare taluni fra noi la via

dell'esilio. Oggi chiediamo di essere ammessi, senza calunnie, senza

sospetti villani, senza interpretazioni maligne date ad ogni nostra

parola, senza testimonianze d'ingratitudine--che a noi, securi nella

coscienza, importano poco, ma che disonorano la Patria nostra--a

lavorare noi pure per l'Unità, a combattere qualunque straniero o

italiano la avversi, lasciando al Popolo ogni decisione sulla forma che

deve incarnarla.

Ma il diritto di lavorare per l'Unità importa diritto di consiglio; e di

questo intendiamo usare liberamente quant'altri, come uomini ai quali

l'Italia è patria, e che hanno operato costantemente a fondarla.

Non vi è tra noi contesa sul fine dell'oggi; accettiamo tutti il voto

della maggioranza; la contesa è sui mezzi di raggiungere sollecitamente

l'Unità che tutti vogliamo. Su quel terreno comincia il dissenso. Chi

pretende impedirci di esprimerlo è intollerante, esclusivo, settario:

continua, con nomi diversi, il sistema dei padroni che i nostri sforzi

hanno rovesciato.

Chiediamo libertà per dire, non che la Repubblica è il migliore de'

Governi, ma che noi, 25 milioni d'Italiani, dobbiamo essere in casa

nostra padroni; che possiamo esser tali se tutti lo vogliamo; che la

nostra libertà sta sulla punta delle nostre bajonette e nella ferma

determinazione delle anime nostre, non nei consigli o nei cenni di

Francia o delle Aule diplomatiche; che volerla far dipendere dal

beneplacito di Luigi Napoleone, o d'altri che sia, è un prostituirla, un

immiserirla anzi tratto, un metterci a rischio di perderla nuovamente,

dichiarandocene immeritevoli.

Chiediamo libertà per dire che, tra il programma di Cavour e quello di

Garibaldi, scegliamo il secondo: che senza Roma e Venezia non v'è

Italia; che, eccettuata la guerra del 1859, provocata dall'Austria e

sostenuta, a prezzo di Nizza e Savoja, dall'armi dell'Impero francese,

eccettuata l'invasione delle provincie Romane, provocata da noi, dalla

necessità che creammo noi, nessuna iniziativa d'emancipazione Italiana

appartiene al programma Cavour; che Roma e Venezia rimarranno schiave

dello straniero, se l'insurrezione e la guerra dei volontarî non le

conquistano a libertà.

Chiediamo libertà per dire che non si fonda la Patria libera ed una

annettendo una od altra provincia al Piemonte; ma confondendo Piemonte e

tutte provincie dell'Italia in Roma, che n'è core e centro; che

l'annessione immediata delle provincie conquistate a libera vita,

ponendole sotto il dominio del programma di Cavour e sottraendole a

quello di Garibaldi, arresta il moto, toglie le forze del Paese dalle

mani di chi vuole usarne, per darle a chi vuol condannarle all'inerzia,

e cancella per un tempo l'idea dominatrice.

Chiediamo questo e non altro. Confutateci, ma non calunniate. Non

ripetete sempre, stoltamente o di mala fede, che noi lavoriamo ora per

la Repubblica, quando taciamo di Repubblica da due anni. Non v'ostinate

a giudicarci senza leggerci. Non ripetete, servi ciechi di ogni gazzetta

ministeriale, affermazioni smentite cento volte dai fatti. Non aizzate

contro noi perfidamente con la menzogna le passioni di un Popolo che

deve a noi in gran parte quanto ei sente, quanto ha conquistato della

propria Unità. La menzogna è l'arte dei tristi codardi. La credulità

senza esame è abitudine d'idioti.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 157 / 227 题