La diffidenza cieca, come la cieca fiducia, è morte alle grandi imprese.
I maneggiatori politici del moto Italiano peccano in oggi della prima, e
vi aggiungono l'ingratitudine; il Popolo d'Italia pecca della seconda.
Della necessità che il Popolo d'Italia non segua passivamente servile
l'inspirazione che scende dalle sfere governative, ma senta la vita
iniziatrice che ha in sè, e la svegli e provveda, più che non fa, con le
opere proprie alle proprie sorti, ho parlato sovente e riparlerò. Parlo
oggi per conto mio e de' miei amici repubblicani, della diffidenza
sistematica che perseguita di calunnie e di stolti sospetti essi e me.
Ne parlo, non perch'io creda debito nostro giustificarci o difenderci
con gli uomini che diffondono quelle calunnie o affettano di nudrire
quei sospetti: nei più tra essi calunnie e diffidenze non sono sincere,
ma solamente basso calcolo politico e codarda guerra d'uomini meschini
contro uomini che paventano, a torto, rivali possibili sul campo
dov'essi mietono; però non li stimo. Ne parlo pei molti che credono
senza appurare, o perdono così la speranza d'una concordia che
nell'intimo core desiderano; pei molti che, ineducati a scegliere tra le
cose messe loro innanzi, travedono pericoli ove non sono, e credono,
ingannati non colpevoli, salvare il Paese vigilando sospettosi su noi ed
allontanandoci da un campo che aprimmo noi primi in Italia. Davanti al
Popolo non v'è dignità offesa che comandi il silenzio. Giovammo--e
questo lo confessano gli stessi avversi--alla Causa del suo avvenire.
Vogliamo giovarle ancora, tentarlo almeno, e per questo bisogna
intenderci. Agli accusatori sistematici vorrei ricordare soltanto che le
ingiuste diffidenze generano ingiuste ire, traviano l'opinione Europea
su le cose nostre, scemano le forze della Nazione, e cacciano i germi di
quel sistema che contaminò, sessantasette anni addietro, la Rivoluzione
francese, e finì per affocarla nel sangue.
Da quali fatti movono i sospetti che oggi ancora si accumulano contro i
repubblicani? Per quanto io cerchi, non ne trovo uno solo che non sia
un'assurda calunnia smentita dieci volte da prove documentate.
Ebbe luogo, in un sol punto d'Italia, un solo tentativo di sommossa
repubblicana? Fu trovata, fu letta, negli ultimi due anni, una sola
linea scritta pubblicamente o privatamente, dagli uomini che più o meno
rappresentano il principio del Partito, che accenni a Repubblica? Fu mai
promossa da noi, dal primo svolgersi del moto d'Italia, la questione di
forma d'instituzioni politiche?
No: e mi smentisca co' fatti chi può. Prima della pace di Villafranca,
parecchî tra noi protestarono contro il commettersi de' nostri fati alle
armi straniere e ad armi dispotiche: sapevamo d'antico che nessuna Unità
Nazionale s'era fondata a quel modo, e la subita pace, e lo smembramento
di Nizza e Savoja vennero poi a giustificare l'antiveggenza. Dopo la
pace di Villafranca, appena l'emancipazione Italiana rimase opera di
menti e braccia Italiane, anche quei che non avevano fatto se non
astenersi, senza badare alla bandiera che padroneggiava il moto,
s'affrettarono a unirsi. Il programma _monarchico_ di Garibaldi fu il
loro. Le file di Garibaldi son piene di repubblicani. Essi pugnano,
vincono, muojono lietamente sotto di lui. Nè prima nè dopo l'infausta
pace escì dalle loro labbra altro grido che quello dell'Unità; di quella
Unità alla quale i loro tentativi, i loro scritti, le loro associazioni,
i loro martiri, avevano educato l'Italia. Ovunque fu pericolo onorato da
corrersi per promoverla, là furono. La sola sfera nella quale i loro
nomi non si trovano più che rari è quella degli impieghi lucrosi.
Sdegnati, calunniati, respinsero le calunnie senza una parola che
riconducesse l'antica questione sul campo. Perseguitati, oggi sorrisero,
e il dì dopo giovarono, come fu loro dato, alla causa della Patria e
dell'Unità. I più tra loro promossero, stimandola giovevole,
l'annessione combattuta delle provincie del Centro. Taluni si tennero,
in Toscana segnatamente, a contatto col Governo per rassicurarlo e
appoggiarne più validamente le mosse, quando tendessero all'Unità. Io
che scrivo dichiarai sull'onore e pubblicamente che se mai nuovi
smembramenti di terra Italiana, o il rifiuto deliberato dell'Unità da
parte dei reggitori ci riducesse, disperati da altre vie, alla nostra
vecchia bandiera, noi lo annunzieremmo anzi tratto con la stampa agli
avversi.
Può un Partito dar pegni più solenni di questi? Può spingersi più oltre,
per amore della concordia, l'abnegazione? Può la riverenza alla
sovranità dell'opinione Nazionale esigere altro da noi?
Il Popolo d'Italia, lasciato alle proprie aspirazioni, non traviato da
calunnie, risponderebbe: _non può_. I raggiratori che strisciano intorno
alla piramide del potere vorrebbero di più. Diseredati di fede e
veneratori materialisti dell'_opportunità_ e della forza, essi
vorrebbero rapirci la nostra. Non basta ad essi che da noi si chini
riverente il capo alla sovranità dell'opinione dei più; vorrebbero che,
dichiarando di avere errato nel passato, noi ci dicessimo credenti nella
fede monarchica. Vorrebbero che non fossimo _accettatori_, ma
_propugnatori_ della dottrina che in oggi domina. Non lo vogliamo, nè lo
possiamo. La nostra è fede; possiamo tacerla per un tempo, rinunziare ad
ogni tentativo d'attuarla; non rinnegarla e dirla falsa per l'avvenire.
Nè ribelli, nè apostati; in queste parole si compendia la nostra
condizione dell'oggi. Non possiamo andare d'una linea più in là. Essere
_cittadini_ non significa per noi cessare d'esser uomini.
Cittadini onesti e leali accettiamo, purchè guidi all'Unità della
Patria, la monarchia dal consenso dei più: non tentiamo di sostituire
alla sua bandiera la bandiera repubblicana. Che volete di più? Abolire
la coscienza? Siate allora inquisitori e tiranni: non vi fregiate del
santo nome di libertà.
La libertà esige la coscienza della libertà. Volete servi, non liberi
alleati all'impresa? Raccoglierete una menzogna di libertà e nuova
servitù poco dopo. Preferireste averci cortigiani, ipocriti e
gesuitanti, all'averci cooperatori leali e salvo il pudore dell'anima,
salva la dignità d'uomini in noi? Qual pegno avreste del nostro non
tradirvi domani?
Movendo all'emancipazione delle Marche e dell'Umbria--emancipazione che
voi dichiaravate inopportuna e pericolosa cinque giorni prima di
compierla colle armi vostre--noi inalzavano la bandiera dei tre colori
d'Italia, senza lo stemma Sabaudo. Con qual diritto avremmo noi, pochi
iniziatori e semplici cittadini, detto alle popolazioni alle quali
imprendevamo di portar libertà: _noi vi ajutiamo a patto di
padroneggiarvi_? Non dovevamo aspettare che la volontà dei nostri
fratelli, come altrove, si dichiarasse?
Non rimase la bandiera pura d'ogni stemma in Toscana, prima che il voto
popolare dell'annessione si rivelasse? Inalzarono altra bandiera che
l'Italiana gl'insorti della Sicilia, quando per sei settimane Rosalino
Pilo e i compagni di lui tennero vivo, aspettando Garibaldi, il
combattimento? Perchè voler noi, noi soli repubblicani, usurpatori della
Sovranità del Popolo? Non bastava a voi la promessa che il nostro grido
repubblicano avrebbe taciuto? che avremmo accettato il vostro vessillo
dal primo libero Municipio che l'avrebbe--e non v'era dubbio--inalzato?
Perchè pretendere che ci mostriamo in sembianza d'iniziatori monarchici?
Perchè l'Italia impari a rigenerarsi convincendosi che non v'è partito
entro i suoi confini capace di non vendere o calpestare la propria fede,
e nondimeno capace di sacrificarne la realizzazione immediata
all'opinione dei concittadini e all'Unità della Patria?
Scorrete le file dell'esercito di Garibaldi. Là, tra quei forti che
numerano i giorni con le battaglie, voi trovate il repubblicano a fianco
dell'uomo della monarchia. Nessuno diffida del compagno, nessuno
sospetta ch'egli covi un pensiero d'insidia nell'anima. Perchè non è lo
stesso nei ranghi della vita civile? Perchè non potremo parlare di
Patria e Unità, senza che voi diciate: _intendono parlare di
Repubblica_?
Nè apostati, nè ribelli. Noi, serbando fede al nostro ideale, ci
serberemo il diritto di non apporre il nome nostro in calce d'inni
monarchici; di non dire oggi ai nostri concittadini: _vogliamo che siate
Regî e non altro_; di esprimere pacificamente, conquistata l'Unità della
Patria, davanti al Paese le nostre credenze; d'astenerci dagli ufficî
che altri si contenderanno; di ripigliare taluni fra noi la via
dell'esilio. Oggi chiediamo di essere ammessi, senza calunnie, senza
sospetti villani, senza interpretazioni maligne date ad ogni nostra
parola, senza testimonianze d'ingratitudine--che a noi, securi nella
coscienza, importano poco, ma che disonorano la Patria nostra--a
lavorare noi pure per l'Unità, a combattere qualunque straniero o
italiano la avversi, lasciando al Popolo ogni decisione sulla forma che
deve incarnarla.
Ma il diritto di lavorare per l'Unità importa diritto di consiglio; e di
questo intendiamo usare liberamente quant'altri, come uomini ai quali
l'Italia è patria, e che hanno operato costantemente a fondarla.
Non vi è tra noi contesa sul fine dell'oggi; accettiamo tutti il voto
della maggioranza; la contesa è sui mezzi di raggiungere sollecitamente
l'Unità che tutti vogliamo. Su quel terreno comincia il dissenso. Chi
pretende impedirci di esprimerlo è intollerante, esclusivo, settario:
continua, con nomi diversi, il sistema dei padroni che i nostri sforzi
hanno rovesciato.
Chiediamo libertà per dire, non che la Repubblica è il migliore de'
Governi, ma che noi, 25 milioni d'Italiani, dobbiamo essere in casa
nostra padroni; che possiamo esser tali se tutti lo vogliamo; che la
nostra libertà sta sulla punta delle nostre bajonette e nella ferma
determinazione delle anime nostre, non nei consigli o nei cenni di
Francia o delle Aule diplomatiche; che volerla far dipendere dal
beneplacito di Luigi Napoleone, o d'altri che sia, è un prostituirla, un
immiserirla anzi tratto, un metterci a rischio di perderla nuovamente,
dichiarandocene immeritevoli.
Chiediamo libertà per dire che, tra il programma di Cavour e quello di
Garibaldi, scegliamo il secondo: che senza Roma e Venezia non v'è
Italia; che, eccettuata la guerra del 1859, provocata dall'Austria e
sostenuta, a prezzo di Nizza e Savoja, dall'armi dell'Impero francese,
eccettuata l'invasione delle provincie Romane, provocata da noi, dalla
necessità che creammo noi, nessuna iniziativa d'emancipazione Italiana
appartiene al programma Cavour; che Roma e Venezia rimarranno schiave
dello straniero, se l'insurrezione e la guerra dei volontarî non le
conquistano a libertà.
Chiediamo libertà per dire che non si fonda la Patria libera ed una
annettendo una od altra provincia al Piemonte; ma confondendo Piemonte e
tutte provincie dell'Italia in Roma, che n'è core e centro; che
l'annessione immediata delle provincie conquistate a libera vita,
ponendole sotto il dominio del programma di Cavour e sottraendole a
quello di Garibaldi, arresta il moto, toglie le forze del Paese dalle
mani di chi vuole usarne, per darle a chi vuol condannarle all'inerzia,
e cancella per un tempo l'idea dominatrice.
Chiediamo questo e non altro. Confutateci, ma non calunniate. Non
ripetete sempre, stoltamente o di mala fede, che noi lavoriamo ora per
la Repubblica, quando taciamo di Repubblica da due anni. Non v'ostinate
a giudicarci senza leggerci. Non ripetete, servi ciechi di ogni gazzetta
ministeriale, affermazioni smentite cento volte dai fatti. Non aizzate
contro noi perfidamente con la menzogna le passioni di un Popolo che
deve a noi in gran parte quanto ei sente, quanto ha conquistato della
propria Unità. La menzogna è l'arte dei tristi codardi. La credulità
senza esame è abitudine d'idioti.