SIGNORE,

Io vi sapeva, da lungo, tenero della monarchia piemontese, più assai che

della Patria comune; adoratore materialista del _fatto_, più assai che

d'ogni santo eterno principio; uomo d'ingegno astuto più che potente,

fautore di partiti obliqui, e avverso, per indole di patriziato e

tendenze ingenite, alla libertà; non vi credeva calunniatore. Or voi vi

siete chiarito tale. Avete, nel vostro discorso del 16 aprile,

calunniato deliberatamente e per tristo fine, un intero Partito, devoto,

per confessione vostra, all'indipendenza e all'unità nazionale. A questo

partito, che conta fra' suoi da Jacopo Ruffini a Carlo Pisacane,

centinaja di martiri, davanti alla memoria dei quali voi dovreste

prostrarvi:--a questo Partito che salvò, senza un solo atto

d'oppressione o terrore, l'onore d'Italia in Roma e Venezia, quando la

vostra monarchia sotterrava nel fango in Novara la bandiera tradita poco

prima a Milano; a questo Partito--alla cui _straordinaria vitalità_,

confessata oggi da voi in onta ai vostri che lo dichiarano ad ogni ora

morto e sepolto, il Piemonte deve le libertà di che gode, e voi dovete

le occasioni di farvi patrocinatore ozioso, ingannevole d'Italia nelle

conferenze governative--voi avete avventato, in occasione solenne, e da

luogo ove ogni sillaba di ministro rivendica pubblicità europea, una di

quelle accuse che la credulità umana raccoglie e magnifica, ad argomento

di sospetto perenne e di persecuzione. Avete, su gente contro la quale

vi fanno potente prigioni, proscrizioni, birri, e soldati, e alla quale

i sequestri dei vostri agenti rapiscono ogni libertà di difesa, cercato

di stampare un marchio d'infamia. Avete, da osceni libelli di poliziotti

stranieri, dissotterrata a nostro danno l'accusa della _teoria_ del

pugnale, ignota all'Italia. Avete, sapendo che la menzogna poteva

fruttarvi un aumento di voti, dichiarato alla Camera che la legge

liberticida proposta aveva per intento di proteggere i giorni di

Vittorio Emanuele, minacciati da noi. E questa accusa voi, due volte

mentendo, l'avete gittata contro noi per mero artificio politico, ad

allontanare possibilmente da voi la taccia di sommesso conceditore

all'impero di Francia. Perciò, s'io prima non vi amava, ora vi sprezzo.

Eravate fin ora solamente nemico: or siete bassamente, indecorosamente

nemico.

Non per voi dunque, che accusate per tattica, ma pei molti creduli che

raccolgono senza esame le accuse, io mi giovo del vostro nome per

indirizzare ed altri, e sarà l'ultima volta, una franca dichiarazione

che ponga fine fra gli onesti--i tristi che vi fanno coda calunnieranno

per sempre--ai sospetti oltraggiosi e agli stolti terrori. Se a voi,

nemico accusatore, fosse sembrato, come a me sembra, obbligo elementare

di moralità e parte d'avversario generoso appurare, attraverso i miei

scritti e le azioni mie, la mia fede l'avreste prima d'ora raccolta

dalla mia condotta in Roma e dalle lettere ch'io indirizzai due anni

addietro a Manin[138]. Ma quanti serbano, avversi o no, desiderio o

pudore d'imparzialità a mio riguardo, devono, non foss'altro, essersi a

quest'ora avveduti che nè la natura, nè la fede, nè l'alterezza

dell'animo mi consentono di mascherar le opinioni. Ho taciuto talora:

non mai mentito: perchè mentirei e per chi? Per quel tanto di vita

_individuale_ che m'avanza dalle sciagure e dagli anni, non temo nè

spero, se non da chi mi ama. E il trionfo della bandiera che io seguo

m'appare, in un tempo incerto, non lungo, infallibile; nè sento quindi

la tentazione d'agevolarlo coll'arti gesuitiche della menzogna.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 113 / 227 题