SIGNORE,

Ebbi l'onore di trasmettervi, nella nota del 16, alcuni dati

sull'accordo unanime che accompagnò l'instaurazione della nostra

repubblica. Oggi, è necessario parlarvi della questione attuale com'è

posta nel fatto, se non nel diritto, tra il governo francese e il

nostro. Vorrete, speriamo, concederci il franco discorso richiesto

egualmente dall'urgenza della situazione e dalle simpatie internazionali

che devono animare tutte le relazioni tra la Francia e l'Italia. Tutta

la nostra diplomazia sta nel vero; e nel carattere dato, o signore, alla

vostra missione abbiamo pegno che quanto diremo sarà interpretato nel

miglior modo possibile. Permettetemi di risalire per pochi istanti alla

sorgente della situazione attuale.

Dopo conferenze e accordi ch'ebbero luogo, senza che il governo della

repubblica romana fosse chiamato a prendervi parte, fu, qualche tempo

addietro, deciso dalle potenze cattoliche europee: 1.º Che una

modificazione politica era necessaria nel governo e nelle instituzioni

dello Stato romano; 2.º che questa modificazione avrebbe a base il

ritorno di Pio IX, non solo come papa--a questo non porremmo ostacolo

alcuno--ma come principe e sovrano temporale; 3.º che se per raggiungere

intento siffatto, un intervento concertato fosse giudicato

indispensabile, l'intervento avrebbe luogo.

Ci è caro ammettere che, mentre solo e unico fine d'alcuni tra i

contraenti era un sogno di ripristinamento generale, un ritorno assoluto

ai trattati del 1815, il governo francese non fosse trascinato a quei

patti se non in conseguenza d'informazioni erronee che gli dipingevano

lo Stato romano in preda all'anarchia e signoreggiato col terrore da una

minoranza audace.

Sappiamo inoltre che, nella modificazione proposta, il governo francese

intendeva farsi rappresentante di una più o meno liberale influenza

opposta al programma dispotico dell'Austria e di Napoli. Pur nondimeno,

sotto forma tirannica o costituzionale, senza o con pegni d'una libertà

qualunque alle popolazioni romane, il pensiero predominante su tutti i

negoziati ai quali alludiamo, fu sempre un ritorno verso il passato, una

transazione tra il popolo romano e Pio IX, considerato come sovrano

temporale. Sotto l'inspirazione di quel pensiero fu, sarebbe inutile

dissimularlo, ideata, eseguita l'invasione francese. Fu suo doppio

intento cacciare, da un lato, la spada della Francia sulla bilancia dei

negoziati che dovevano iniziarsi in Roma e assicurare, dall'altro, la

popolazione romana contro ogni eccesso retrogrado, ma ponendo pur sempre

a condizione fondamentale la ricostituzione d'una monarchia

costituzionale in favore del papa. Intento siffatto è provato per noi,

non solamente da ragguagli esatti che abbiamo sui negoziati anteriori,

ma dai bandi del generale Oudinot, dalle formali dichiarazioni d'inviati

che vennero l'un dopo l'altro al Triumvirato, dal silenzio ostinatamente

serbato quando tentammo più volte trattare la questione politica e

cercammo ottenere una dichiarazione formale del fatto accertato nella

nostra nota del 16, _che cioè le instituzioni colle quali oggi si regge

il popolo romano sono libera e spontanea espressione del voto

inviolabile delle popolazioni legalmente interrogate_. E il voto stesso

dell'Assemblea francese convalida implicitamente il fatto che noi

affermiamo. Di fronte a condizione siffatta, di fronte alla minaccia

d'una transazione inaccettabile e di negoziati che non hanno ragione

alcuna nello stato delle nostre popolazioni, la parte che ci spettava

non era dubbia. Resistere; era per noi un dovere verso il nostro paese,

verso la Francia, verso l'Europa.

Noi dovevamo, per adempiere a un mandato lealmente dato e lealmente

accettato, mantenere, per quanto era in noi, l'inviolabilità del nostro

paese, del suo territorio e delle sue instituzioni unanimemente

acclamate da tutti i poteri, da tutti gli elementi dello Stato.

Dovevamo conquistare il tempo necessario per richiamarci dalla Francia

ingannata alla Francia meglio informata, ed evitare alla repubblica

sorella il rimorso d'essersi fatta, cedendo senza esami a suggerimenti

stranieri, complice d'una violenza che non ha paragone se non nel primo

smembramento della Polonia.

E dovevamo all'Europa una testimonianza, quale almeno poteva escire da

noi, a pro del principio fondamentale d'ogni vita internazionale,

l'indipendenza di ciascun popolo in ciò che riguarda la sua interna

amministrazione. Resistendo con entusiasmo ai tentativi della monarchia

napoletana e dell'eterna nostra nemica l'Austria, resistendo con

profondo dolore alle armi francesi, noi andiamo alteri di poter dire a

noi stessi che abbiamo benemeritato non solamente di voi, ma dei popoli

europei.

Voi sapete, signore, gli eventi che tennero dietro all'intervento

francese. Il nostro territorio fu invaso dalle truppe del re di Napoli;

e quattromila soldati spagnuoli salparono, probabilmente il 17, per

assalire le nostre coste. Gli Austriaci, superata la resistenza eroica

di Bologna, inoltrarono nella Romagna e minacciano Ancona. Noi abbiamo

respinto dal nostro territorio le forze del re di Napoli. Faremmo lo

stesso--è fede nostra--delle forze austriache, se il contegno delle

forze francesi non c'impedisse d'agire.

Noi parliamo dolenti. Ma è necessario che la Francia sappia finalmente

le vere conseguenze della spedizione di Civitavecchia, ideata, se stiamo

a ciò che s'afferma, a proteggerci.

Noi diciamo, signore, che fra tutti gli interventi promossi a danno

nostro, l'intervento francese è quello che ci riescì più fatale.

Possiamo batterci contro i soldati del re di Napoli e contro gli

Austriaci: vorremmo non batterci contro i Francesi. Noi siamo a riguardo

loro in condizioni non di _guerra_, ma di semplice _difesa_. Sarà tale

il nostro contegno ovunque ci troveremo innanzi la Francia. Ma quel

contegno, non giova dissimularlo, ha per noi tutti i danni d'una guerra

senza alcuno de' suoi vantaggi possibili.

La spedizione francese ha reso indispensabile per noi un concentramento

di forze che lasciò la nostra frontiera aperta all'invasione austriaca,

e disarmate Bologna e le città della Romagna. Gli Austriaci ne

profittarono. Dopo otto giorni di lotta sostenuta eroicamente dalla

popolazione, fu forza a Bologna di cedere.

Avevamo comprato in Francia armi per nostra difesa; queste armi, 10 000

fucili almeno, furono sequestrate fra Civitavecchia e Marsiglia: esse

sono in mano vostra. Togliendoci quell'armi, ci avete tolti 10 000

soldati, perchè ogni uomo armato sarebbe un soldato contro gli

Austriaci.

Le vostre forze stanno sotto le nostre mura, a un tiro di fucile,

disposte come per un assedio. Esse rimangono ostinate, minacciose a quel

modo, senza fine dichiarato, senza programma, costringendoci a mantenere

la città in uno stato di difesa che aggrava le nostre finanze, e

togliendo alle nostre truppe ogni possibilità di movere a salvare le

nostre terre dall'occupazione e dalla devastazione austriaca.

Circolazione, approvvigionamenti, corrieri, ogni cosa è inceppata. Gli

animi concitati potrebbero, se il nostro popolo fosse men buono e meno

devoto, trascendere ad atti funesti. Quell'attitudine dei vostri soldati

non genera anarchia o riazione, perchè nè l'una cosa nè l'altra è

possibile in Roma; ma produce irritazione contro la Francia; ed è grave

sciagura per noi che ponevamo finora amore e speranza in essa.

Noi siamo assediati, signore, assediati dalla Francia in nome d'una

missione di protezione, mentre, a distanza di poche leghe, il re di

Napoli trascina con sè i nostri ostaggi, mentre gli Austriaci scannano i

nostri fratelli.

Voi avete, signore, presentato proposte. Quelle proposte furono

dichiarate inaccettabili dall'Assemblea, e sarebbe inutile per noi il

discuterle. Voi ne aggiungete oggi una. La Francia, voi dite,

_proteggerà contro ogni invasione straniera tutte le parti del

territorio romano occupate dalle sue truppe_. Or quella quarta proposta

non muta menomamente le nostre condizioni. La parte di territorio

occupato da voi è già protetta, nel fatto, contro ogni altra invasione;

ma se guardiamo al presente, quella parte è di men che lieve importanza,

e se guardiamo al futuro, non abbiamo noi dunque modo di proteggere il

nostro suolo fuorchè abbandonandolo tutto a voi?

Non è quello il nodo della questione: la questione sta tutta

nell'occupazione di Roma. Ed è condizione da voi posta a capo di tutte

le vostre proposte.

Or noi abbiamo l'onore di dirvi, signore, che quella condizione è

impossibile: il popolo non vi consentirebbe giammai. Se l'occupazione di

Roma non ha per fine che di proteggerla, il popolo vi si mostrerà

riconoscente, ma vi dirà che, capace di proteggere Roma con forze

proprie, si terrebbe disonorato davanti a voi se dichiarasse sè stesso

impotente e indispensabile alla difesa l'ajuto d'alcuni reggimenti

francesi. Se l'occupazione di Roma ha invece, Dio nol voglia, un

pensiero politico, il popolo che ha liberamente scelto le proprie

instituzioni, non può rassegnarsi a subirla. Roma è la sua capitale, il

suo Palladio, la sua città sacra. Esso intende che, oltre il principio

violato e l'onore tradito, ogni occupazione trascinerebbe una guerra

civile. E ogni insistenza gli aumenta i sospetti e l'antiveggenza,

ammesse una volta che fossero le truppe straniere, di mutamenti

inevitabili funesti alla sua libertà, negli uomini e nelle instituzioni.

Il popolo ha innanzi l'esempio di Civitavecchia; e sa che di mezzo alle

bajonette straniere, l'indipendenza dell'Assemblea e del governo non

sarebbe più che una vana parola.

Su quel punto, signore, credetelo a noi, la sua volontà è irrevocabile.

Non soggiacerà se non dopo aver seminato de' suoi cadaveri le barricate.

Vogliono, possono i soldati di Francia trucidare un popolo di fratelli

che affermano voler proteggere, perch'esso rifiuta di cedere all'armi

loro la sua capitale?

La Francia non ha, negli Stati romani, che tre parti da scegliere:

Dichiararsi per noi, contro noi o neutrale.

Dichiararsi per noi significa riconoscere formalmente la nostra

repubblica e combattere a fianco nostro, colle nostre truppe, gli

Austriaci.

Dichiararsi contro noi, cioè schiacciare senza cagione la libertà, la

vita nazionale d'un popolo d'amici e combattere a fianco degli

Austriaci.

La Francia non _può_ far questo. Essa non _vuole_ avventurarsi a una

guerra europea per difenderci come alleata. Rimanga dunque neutrale

nella lotta che noi sosterremo. Noi avevamo, poco tempo addietro, ben

altre speranze; oggi non le domandiamo che questo.

L'occupazione di Civitavecchia è fatto compiuto; sia. La Francia crede

che, nella condizione di cose presenti, non le conviene di tenersi

lontana dal campo della battaglia, e pensa che, vincitori o vinti, noi

possiamo aver bisogno della sua protezione o della sua azione

moderatrice. Noi nol crediamo, ma non intendiamo di ribellarci per

questo contr'essa. Serbi dunque Civitavecchia. Estenda, se il numero

delle sue truppe lo esiga, i proprî accantonamenti ai luoghi salubri che

stanno sul raggio da Civitavecchia a Viterbo. E aspetti immobile l'esito

finale della nostra guerra. Noi offriremo ad essa tutte le agevolezze

possibili, tutte testimonianze di leale amicizia. I suoi ufficiali

entreranno in Roma visitatori; i suoi soldati avranno, occorrendo, ajuto

e conforti da noi, ma sia la sua neutralità sincera e senza mistero;

dichiarata in termini espliciti. Lasci a noi libertà di giovarci senza

tema di tutte quante le nostre forze. Ci renda l'armi da noi comprate.

Non chiuda co' suoi legni i nostri porti agli uomini che dall'altre

parti d'Italia volessero accorrere a dividere i nostri pericoli.

S'allontani anzi tutto dalle nostre mura. Cessi anche l'apparenza

d'ostilità fra due popoli chiamati, noi non possiamo dubitarne, negli

anni avvenire a congiungersi in una stessa fede internazionale come sono

oggi congiunti nell'adozione d'una stessa forma governativa.

Accettate, signore, ecc.

_25 maggio 1849._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 51 / 227 题