Reati d’ogni specie denunziati 1316 3984
Contro il buon costume 10,48 40,54
Omicidi 3,02 28,35
Lesioni violente 101,61 511,30
Reati contro proprietà 352,97 498,25
Milano supera tutto il mezzogiorno nel numero delle nascite
illegittime (10,2 per 100 nascite); ma si sa che questo è l’indice
meno significante della moralità pubblica; tanto che Torino, la quale
nell’insieme sta innanzi a Milano per la istruzione e pei reati, la
supera nelle quote degli illegittimi, con 14,1. Milano anche in uno
degli elementi più dolorosi, si rivela a livello delle regioni più
colte di Europa: nel 1895 ebbe 90 suicidi; non furono che 53 a Napoli,
con circa 90 mila abitanti in più.
Se dal lato negativo della statistica morale si passa a quello
positivo, in qualche modo rappresentato dalla beneficenza e dalla
previdenza, riscontriamo dati che armonizzano coi precedenti e
li spiegano. A Napoli si spendono L. 118,72 per 100 abitanti per
beneficenza pubblica ed a Milano 185,15. Ma queste cifre non danno che
una pallidissima idea dello spirito filantropico di Milano, in tutte le
sue classi sociali. Chi volesse rendersene conto, legga in _Appendice_
ciò che brevemente ci scrisse persona che conosce la _capitale morale_
e non potrà fare a meno di sentire per essa una viva ammirazione.
Accanto alla beneficenza sta la previdenza. Oltre il Monte di Pietà
e la Cassa di Risparmio, a Milano vivono o meglio vivevano, prima che
la raffica reazionaria le devastasse, oltre 160 associazioni di mutuo
soccorso tra professionisti ed operai di ogni specie. Si può assicurare
che i più umili mestieri e i più vari hanno la loro associazione di
mutuo soccorso; prima fra tutte l’_Associazione generale_, che ha un
capitale di oltre 600,000 lire e che per potenza economica e numero di
soci gareggia con quella di Torino; entrambi sono tra le pochissime in
Italia che reggono al paragone delle inglesi. Milano, colle sue diverse
opere di beneficenza e di previdenza, spende la bella somma di circa
otto milioni e duecento mila lire all’anno.
Floridissima e bene organizzata era la Camera del Lavoro, cui il
municipio aveva accordato un sussidio annuo di L. 10,000 e la sede
gratuita in via Crocefisso ed a cui facevano capo circa 120 sodalizi
che rappresentavano tutto il lavoro manuale e parte di quello
intellettuale — associazioni tra insegnanti, ecc. — Serviva come
intermediaria tra capitale e lavoro, tra l’offerta e la domanda di
lavoro e patrocinava gli interessi dei lavoratori.
L’opera sua fu sempre efficacissima e spesso compose degli scioperi o
li evitò; lo stesso Municipio in qualche occasione si rivolse ad essa.
L’ultima sua buona opera compiuta fu nello sciopero dei tramvieri,
che durò un sol giorno e terminò colla vittoria dei lavoratori contro
il Municipio e contro la società Edison. L’ira della reazione non la
risparmiò, non ostante che non avesse carattere politico.
E colla Camera del Lavoro possiamo passare alle associazioni
schiettamente politiche. Quelle di mutuo soccorso hanno ciascuna
una prevalente tendenza politica; l’_Associazione generale_, ad
esempio, è nelle mani dei monarchici moderati che se ne avvalgono ed
acquistano una influenza superiore alla loro forza reale. La norma
delle associazioni monarchiche è la _Costituzionale_ presieduta dal
nobile G. Visconti Venosta e dove si raccolgono i reazionari più
feroci, reclutati nell’aristocrazia e nella grassa borghesia: le sue
idee vengono rappresentate nella stampa della _Perseveranza_. Sono
monarchiche varie società fra militari ed alcuni circoli elettorali —
tra i quali un Comitato elettorale permanente nel terzo collegio, che
tra i principali capi di accusa contro i suoi avversari enumera quello
di essere appartenenti alla massoneria. Merita menzione speciale il
_Circolo popolare_, che vorrebbe un partito conservatore moderno ben
distinto dal reazionario, a cui appartengono Prinetti e Ambrosoli,
tra gli altri deputati; ma che sinora non è riuscito ad avere molta
fortuna; non ne ha avuto una maggiore l’_Associazione monarchica fra
gli studenti milanesi_.
Un tempo era potentissimo il Consolato Operaio schiettamente
democratico e che fu lo strumento della vittoria clamorosa della
lista democratica e repubblicana alla prima elezione generale a
suffragio allargato nel 1882. Fu battuto in breccia dai socialisti,
che gradatamente gli sottrassero molti importanti sodalizi e gli era
stato sostituito il _Tribunato dei lavoratori_, ch’era schiettamente
repubblicano[103]; e repubblicani erano molti circoli elettorali ed
altre società — compresa una d’irredenti ed altre fra gli studenti
raccolti nel _Fascio Carlo Cattaneo_. Repubblicani e democratici
potevano contare su di alcune società di mutuo soccorso, sulla _Società
democratica tra i Reduci dalle Patrie battaglie_ e sulle _Società
Reduci volontari garibaldini_.
Erano oltre venticinque le società e trenta gli oratorii cattolici,
nei quali stava la forza disciplinata del partito clericale. Alcune
organizzazioni avevano scopo esclusivamente elettorale e riuscirono
utilissime ai moderati nelle elezioni amministrative.
I sodalizi socialisti sembravano scarsi di numero; ma erano
mirabilmente organizzati e di una sorprendente attività. Alla
_Federazione socialista_, all’_Associazione elettorale socialista_,
al _Circolo di studi sociali_ facevano capo molti circoli — alcuni
prevalentemente elettorali — ed altre utili istituzioni, come il
Ristorante cooperativo di Ponte Seveso che riusciva efficacissimo per
la propaganda. L’organizzazione socialista era la più disciplinata e la
più forte: la sola che poteva competere col partito clericale. Nè la
disciplina veniva rotta dalle diversità della corrente che cominciava
a designarsi tra i moderati guidati da Turati e dalla Koulischoff, che
volevano accordi coi partiti affini, e gli intransigenti che di accordi
non volevano sapere in alcun modo. Gli uni e gli altri — moderati
e intransigenti — erano decisamente avversi a qualunque tentativo
rivoluzionario, almeno tra gli elementi direttivi e tra gli oratori
delle frequenti e frequentate conferenze.
Con un cenno alla _Massoneria_ — scissa durante il governo Crispi,
perchè a lui si riteneva troppo ligio il Gran Maestro del tempo — alla
_Società internazionale per la pace_, dove trovano posto uomini di
tutti i colori — dal conservatore Albasini-Scrosati ai repubblicani
Maffi e Premoli — e al _Circolo per la solidarietà internazionale_,
ch’è una emanazione della precedente, con intendimenti più larghi e più
pratici, pongo termine alla rapidissima rassegna delle associazioni
di Milano, che possono già dare un adeguato concetto della sua
vivace attività politica, che meglio risalterebbe dalla storia dei
suoi singoli collegi fatta al lume dei risultati elettorali. Le
ultime elezioni, ad esempio, insegnano che nel solo VI collegio, tra
socialisti e repubblicani, gli antidinastici sono oltre 3000.
Questi dati politici e intellettuali vengono completati dalle seguenti
notizie sulla stampa. Milano ha i giornali più diffusi in Italia, se
non i meglio compilati.
Comincio dall’_Italia del Popolo_ che non risorgerà più nella _capitale
morale_ e che rivivrà a Roma sotto il semplice titolo: _Italia_.
Benchè intransigentemente repubblicana — talvolta bigotta — e non ben
fatta dal lato tecnico e deficientissima pel servizio telegrafico, era
riuscita ad avere quattromila abbonati. Era grande il valore morale dei
suoi collaboratori — oggi quasi tutti in carcere — ma era maggiore la
diffusione delle idee repubblicane; tale da consentirle una tiratura
di oltre 15 mila copie, quale non l’ebbero mai _L’Unità Italiana, Il
Dovere, La Lega della democrazia_, non ostante la direzione di uomini
che si chiamavano Maurizio Quadrio, F. Campanella, Alberto Mario. E
l’_Italia del Popolo_, per le deficienze indicate, non oltrepassava i
confini dell’Emilia.
Tra i quotidiani, il primo posto per la diffusione lo tiene a Milano
e in tutta Italia _Il Secolo_, la cui tiratura oscilla attorno alle
100 mila copie e che esercita una grande e benefica influenza in senso
democratico in tutto il regno. E per questa sua azione venne soppresso
dal generale Bava Beccaris. Viene dopo _Il Corriere della sera_,
che col volteggiare accorto del Torelli-Viollier, che sapeva a tempo
debito secondare l’opinione pubblica e colla grande cura posta nella
compilazione, aveva ottenuto una considerevole diffusione. Coll’uscita
dell’antico direttore, cui parvero enormi i fasti reazionari dello
stato di assedio, si è avvicinato politicamente alla _Perseveranza_
— l’organo più sfacciato della reazione, ma che per fortuna esercita
scarsissima influenza, per la sua scarsa diffusione. Non arrivò
a guadagnare neppure durante lo stato di assedio, quando ridusse
democraticamente il prezzo di vendita da 10 a 5 centesimi.
La _Lombardia_ era un giornale alquanto democratico, non bene
definito, ma che per le sue imparzialità godeva di molte simpatie
tra la borghesia che non vuole arrivare al _Secolo_, ma che non può
acconciarsi agli organi della reazione; ora ha mutato indirizzo, come è
pure mutato tutto il personale di redazione, volontariamente dimessosi
per atto di solidarietà con il suo direttore, non avendo voluto il
direttore Gianderini acconciarsi a fare un giornale reazionario.
Invece è discretamente diffusa _La Sera_, sempre — almeno sinora —
ministeriale, per l’ora tarda in cui si pubblica e che la fa ricercare
per le notizie ultime. L’_Osservatore Cattolico_ di Don Albertario e la
_Lega Lombarda_ sono i due quotidiani cattolici: la seconda fornica coi
moderati e qualche volta assume intonazione conciliazionista.
_La Lotta di Classe_ — risorta sotto il titolo di: _Lotta_ con un
valoroso direttore — Claudio Treves — _Il Socialista, L’elettore
cattolico milanese, il Popolo cattolico, Il lavoratore italiano_,
clericale, e _L’Idea liberale_ sono settimanali: sarebbe fortuna per
tutti se le idee temperate dell’ultima prevalessero tra i monarchici
milanesi.
Milano ha inoltre: 23 pubblicazioni commerciali e industriali — tra
i quali _Il Sole_ e il _Commercio_ quotidiano; 22 di medicina; 5
giornali giuridici — _I Tribunali_ divennero quotidiani durante i
processi politici ultimi; 16 agricole; 22 di moda; 14 strettamente
religiose; 29 letterarie, educative, scolastiche, ecc.; 13 per le
famiglie ed umoristiche — argutissimo _Il Guerrino Meschino_ e assai
popolare _L’Uomo di Pietra_; 13 teatrali; 3 di viaggi; 5 di pubblicità;
9 di sport, caccia e scherma; 15 di genere diverso; 12 scientifiche —
tra le quali _Il Pensiero italiano_ di Pirro Aporti. E chiudo questa
eloquentissima enumerazione con un cenno speciale alla soppressa
_Critica Sociale_, che mercè l’opera assidua, intelligente ed amorevole
di Filippo Turati aveva acquistato fama grande e meritata in Italia e
fuori e che tutti si augurano di vedere risorgere presto e rigogliosa e
battagliera, non appena il suo valoroso direttore avrà riacquistata la
libertà.
Da tutto ciò si può già concludere che Milano è città essenzialmente
politica e intellettuale; e chi conosce la vivacità delle discussioni
nei caffè, nei ritrovi familiari, nelle piazze; la frequenza e varietà
delle conferenze pubbliche — molte delle quali, naturalmente con
diversità d’intenti, organizzate dal florido _Circolo Filologico_
e dalla _Società internazionale per la pace_ — tutte affollate e
parecchie tenute nella stessa ora, potrà ancora più agevolmente
ricostruire mentalmente l’ambiente psichico di Milano.
Questo ambiente, è naturale, non si formò in un giorno, nè in un anno.
Degli anni ce ne vollero perchè quello descritto da Parini si mutasse
radicalmente.
Non è qui il luogo per dimostrare quali fattori naturali e sociali
abbiano contribuito a preparare e maturare il mutamento facendone
un centro attivissimo di vita economica e intellettuale; certamente
l’Austria colla sua cura di forche, di piombo e di galera ne ricostituì
sano e vigoroso il carattere politico; ne formò la tradizione fiera,
indipendente, indomita.
In un solo anno — dall’agosto 1848 all’agosto 1849 — furono eseguite
non meno di novecento sessanta sentenze di morte sopra individui
accusati o semplicemente sospettati autori di reati politici, compresi
taluni pei quali non esisteva neppure il sospetto, ma che vennero
giustiziati sol perchè tratti accidentalmente in arresto. Alcune
esecuzioni acquistarono celebrità per alcuni episodi eccezionali.
È così che i milanesi vanno orgogliosi del: _Tiremm innanz!_ di Sciesa
(1850).
«Il trattamento dei bruti a cittadini che insultati risentono
l’insulto, dice il Senatore Piolti de’ Bianchi, segnò tra Milano e
l’Austria una macchia indelebile, una pagina d’odio, che nessuno mai
straccerà».
E quest’odio spiega come, perchè Milano _pacifica_ e umana fra le
città italiane, abbia manifestato un entusiasmo come per una vittoria
nazionale all’annunzio dell’assassinio del D.r Vandoni (1851) reo di
aver denunziato alla polizia il suo amico Dottor Ciceri[104].
Il moto del 6 Febbraio 1853 — nel quale ebbero parte Visconti Venosta
e Depretis — e tutte le successive cospirazioni e impiccagioni
consecutive, sino alla liberazione del 1859, non fecero che rinvigorire
e rendere adamantino questo carattere politico della Lombardia e della
sua capitale.
Una nuova vita avrebbe dovuto cominciare colla cacciata degli
Austriaci; e lombardi e milanesi vi credettero tanto a questa nuova
vita, che essi, nei primi anni della costituzione del regno, sembrarono
tra i più devoti alla dinastia sabauda; tanto devoti, che Enrico
Cernuschi, indignato, preferì alla cittadinanza italiana la francese.
— Le elezioni politiche erano l’indice migliore dei sentimenti della
massa che godeva del diritto di voto. C’erano già dei brontoloni,
disgustati che Vittorio Emmanuele non avesse mantenuto l’antico
impegno di convocare la Costituente; ma i più erano soddisfatti della
liberazione dal giogo austriaco e preoccupati e distolti da altre
aspirazioni, dal desiderio ardente di compiere l’unità e l’indipendenza
della nazione, sino a tanto che lo odiato e antico oppressore rimaneva
accampato nel Veneto. Qualche elezione — quelle di Giuseppe Ferrari, di
G. Mussi, e più tardi di Carlo Cattaneo — più che alla influenza della
corrente politica che rappresentavano gli eletti — era un omaggio alla
eminenza della persona o l’effetto di condizioni locali.
La reazione contro il sentimento monarchico-moderato andavasi maturando
man mano che i governanti discreditavansi per errori politici e per
immoralità delle quali non potevansi vittoriosamente difendere.
Era divenuta vigorosa all’epoca del _Gazzettino Rosa_ — che potè
fare di più per la demolizione delle istituzioni coi duelli de’
suoi redattori viventi _en bohemiens_, che non gli articoli logici e
serrati dell’_Unità Italiana_ — ed esplose colle infamie del processo
Lobbia[105].
Passò inosservata, o quasi, la cospirazione repubblicana del 1869
— per la quale venne arrestato sulla Piazza del Duomo il Dott.
Pantano, tradito da un ufficiale; ma suscitò maggiore interessamento
il tentativo insurrezionale della Caserma di Pavia colla conseguente
fucilazione di Barsanti.
I sotterfugi miserevoli di Lanza per negare la grazia del povero
caporale, chiesta in nome delle donne italiane da una Pallavicini, al
cui consorte grazia non era stata negata dall’Imperatore d’Austria,
produsse la più penosa impressione nella pubblica opinione. E la
Lombardia cominciò a divenire un semenzaio di deputati schiettamente
repubblicani — Sonzogno, Billia, Ghinosi, Mussi, Cavallotti — molti
dei quali forniti dal _Gazzettino Rosa_, divenuto popolare perchè
battagliero ed anticesareo. 1 fatti di Via Moscova — 23 Marzo 1879[106]
— e tanti altri fasti della polizia, che non lasciava passare occasione
per agire austriacamente, accelerarono l’evoluzione di Milano e della
Lombardia in senso democratico e repubblicano: evoluzione che trovava
il suo terreno ben preparato nella tradizione storica e nella influenza
che dovevano esercitare legittimamente, sopra tutti gli elementi
intellettuali e sani, un gigante come Carlo Cattaneo, uomini come
Giuseppe Ferrari e Gabriele Rosa; evoluzione che divenne ufficialmente
palese colle elezioni generali del 1882.
In tal modo si andò preparando in Milano e in Lombardia un ambiente non
solo repubblicano, ma schiettamente federalista, con questo in più: che
la tendenza federalista non era esclusiva dei repubblicani, ma invadeva
più o meno apertamente su tutti gli altri partiti e su tutte le classi
sociali, percorrendo una gamma al cui centro stava l’_Italia del
Popolo_ coll’indimenticabile Dario Papa, e, agli estremi, da un lato
Filippo Turati e dall’altro Giuseppe Colombo.
Date le condizioni tristi del resto d’Italia e data la coscienza
della superiorità economica, intellettuale e morale di Milano
e della Lombardia, coloro che si sapevano superiori e vedevansi
legalmente accoppati da una forte maggioranza avversa, non potevano
che riconfermarsi nel sentimento e nell’aspirazione federalista nella
quale vedevano una nuova liberazione dai _barbari_ del mezzogiorno.
Così formossi la leggenda dello _Stato di Milano_, in fondo della quale
c’era e c’è un assieme di verità, che non dovette rimanere del tutto
estranea negli ultimi moti di Maggio[107].
Milano e la Lombardia si credettero addirittura sottoposti ad un
dominio odioso sotto il secondo ministero Crispi: il quale ricambiava
i lombardi di cordialissima antipatia e designavali come _Galli
cisalpini_. Antipatia scambievole, sottolineata dai solenni fischi di
Milano al Presidente del Consiglio, tanto più significante in quanto
che la rottura colla Francia accentuata da Crispi, più che alle altre,
economicamente, riusciva profittevole alle industrie lombarde.
Lo spirito lombardo, in ultimo, parve impersonato in Cavallotti che
alla sua tenace e meravigliosa opposizione dette il profumo che veniva
dalla _questione morale_; sicchè le manifestazioni violente di Milano e
di Pavia dopo Abba Carima e la successiva caduta di Crispi parvero una
vittoria, una rivincita del bardo glorioso della democrazia e dei suoi
rappresentati.
Questo l’ambiente politico-morale di Milano; che a buon diritto può
essere chiamata la _capitale morale_ d’Italia per lo insieme armonico
delle sue condizioni. Torino che l’uguaglia, le sta dappresso o
la supera nella vita economica, nell’alfabetismo e nella minore
delinquenza, non ha la vivacità e l’energia politica di Milano. E
si spiega la calma di Torino durante gli ultimi moti non solo col
desiderio di non nuocere al successo della sua Esposizione e colla
forte organizzazione del suo socialismo intransigente, ma anche col
suo temperamento e colla influenza della tradizione dinastica ancora
tanto viva su di un Edmondo De Amicis che manifesta un sacro orrore
per l’idea repubblicana innanzi al Tribunale militare, che doveva
condannare a dodici anni di reclusione il suo amico e compagno di fede
Filippo Turati!
L’ambiente politico-morale di Milano, sovraccitato già in modo
straordinario dalla morte e dai funerali di Cavallotti e dalla rassegna
delle forze repubblicane e socialiste fatte nella commemorazione
solenne del cinquantesimo anniversario delle Cinque Giornate — era tale
che sarebbe stato miracolo se i moti per la fame del resto d’Italia
non vi avessero ottenuto una forte ripercussione. Sarebbe bastato
il contagio psichico, tanto più facile dove il terreno è adatto, a
determinarla[108]; l’uccisione di Mussi doveva renderla inevitabile.
L’imprudenza — altri forse dirà il calcolo, se la reazione era
realmente _sospirata_ — delle autorità politiche e militari dovevano
necessariamente riuscire agli episodi sanguinosi di Maggio 1898. Nei
quali, per quante ricerche abbia fatte, non sono riuscito a convincermi
che vi abbia avuto parte principale la teppa, come da qualcuno, che
ha voluto erroneamente scagionare Milano dei tumulti avvenuti, è stato
asserito[109].
La manifestazione primitiva del 6 Maggio fu essenzialmente politica
e tali rimasero le successive. Così doveva essere. Se le condizioni
d’Italia sono tali che a giudizio di Saracco destano il _disgusto del
presente regime_ — e testè gli fecero dire che per salvare l’Italia
si dovrebbe _ricondurre il senso chiaro, esatto della moralità nella
coscienza pubblica, in basso e in alto_[110] — non era evidente, non
era logico, che questo disgusto prorompesse in pubbliche manifestazioni
nella _capitale morale,_ dove identiche esplosioni, per cause minori,
c’erano state altre volte? Se questa volta si arriva alle barricate,
che nessuno, però, difende, la colpa è tutta delle autorità politiche e
militari, che agirono in guisa da far sospettare che abbiano voluto le
barricate per arrivare alla reazione.
Per parte mia non esito ad aggiungere che se le barricate rimasero
indifese, se i moti non furono più gravi ciò si deve al fatto che
mancò assolutamente ogni preparazione ed ogni direzione e sopratutto
al dissidio tra i socialisti e una borghesia colta e repubblicana,
che ha un obbiettivo determinato, ma che ebbe tagliati i garretti
dal socialismo, che le sottrasse le masse. In queste poi poterono
più la tradizione, il temperamento, che non poteva essere modificato
in pochi anni, anzichè la propaganda sinceramente e costantemente
antirivoluzionaria dei socialisti; ed esplosero[111].
La protesta di Milano fu essenzialmente politica e morale; ma credo
di avere dimostrato ad esuberanza che non ebbe il menomo carattere di
un vero tentativo insurrezionale. Se a Milano, come alcuni, a torto,
pretendono, mancò l’influenza economica nella determinazione della
protesta, ciò tornerebbe sempre a suo grandissimo onore. I socialisti
non deridono a sangue ogni giorno la quistione sociale perchè alcuni
socialisti la riducono a semplice _quistione di stomaco?_ Ebbene, diano
tutta la loro ammirazione a Milano che si leva in nome delle più sante
ed alte idealità!
In quanto alle sozze calunnie di chi disse i moti di Milano e del resto
d’Italia voluti e preparati dai socialisti e repubblicani agli _ordini
ed agli stipendi_ del Papa e della Francia, esse non meritano che il
più profondo disprezzo[112].
Quattro mesi di reazione non poterono modificare l’ambiente politico e
morale di Milano.
La _capitale morale_ rimane uno scandalo per alcune parti d’Italia ed
un pericolo — se non si vorrà trarre ammaestramento dagli avvenimenti
— per le istituzioni; si capisce perciò che ci sia qualche nuovo
Barbarossa, come venne chiamato chi ebbe la triste ventura di spegnere
Cavallotti, che la vorrebbe annientata; si capisce ancora che ci sia
chi vorrebbe metterla sotto la _tutela affettuosa_ dell’Italia.
Oh! il momento per togliere di mezzo questa minaccia permanente alla
tranquillità dello Stato, di porre sotto tutela.... la _capitale
morale_ è veramente opportuno! Quando all’estero, per nostra
incancellabile vergogna, si discute sulla convenienza di porre l’Italia
sotto la tutela dell’Europa perchè non sa guarirsi dalla miseria e
dall’analfabetismo, che generarono il pericolo anarchico[113], è giusto
che ci sia all’interno chi voglia spento il focolaio di benessere, di
sana energia, di vera civiltà che risiede in Milano!
Se i nuovi Barbarossa esprimessero il sentimento della maggioranza
degli italiani sarebbe segno che l’Italia non potrebbe tollerare che
una sua grande città venisse chiamata la _capitale morale_....