LA CAPITALE MORALE

La ricerca sommaria sinora eseguita sarebbe bastevole per provare

che in Italia esistono tutte le condizioni politiche per rendere

intelligibile qualunque moto — anche improvviso, impulsivo e senza

scopo preciso — inteso a modificare uno stato di cose dichiarato

addirittura intollerabile dagli uomini eminenti che contribuirono a

crearlo. È chiaro, del pari, che se in Italia c’è una città o una

regione che per le condizioni politiche, morali, intellettuali ed

economiche si differenzia dal resto del regno — in questa città o in

questa regione più vivo e più intenso deve sentirsi il desiderio o

meglio il bisogno di un mutamento radicale. E deve sentirsi urgente

questo bisogno, se avvertite le disastrose condizioni delle altre

regioni, perchè deve sorgere spontaneo il timore che a lungo andare il

male comune intacchi anche le parti sane o meno ammalate. La differenza

constatata e la paura del male prossimo danno pure ragione di una

tendenza vaga ed indeterminata al separatismo o al rimpianto di una

riunione che si crede verificata a proprio danno.

Questa città, che riflette nelle linee generali le condizioni di tutta

la regione di cui geograficamente e storicamente è il centro, c’è:

Milano; Milano, da tempo chiamata la _capitale morale_ d’Italia, ora

con senso di ammirazione e d’invidia — ora con una ironia che nasconde

male la poca sincerità di chi la manifesta.

Ho avuto agio di deplorare che Milano soverchiamente si sia inorgoglita

della sua prosperità e che abbia misconosciuto quanto essa deve

alle altre regioni d’Italia, che apportano il loro contingente per

crearla[96]. Mentirei a me stesso se non riconoscessi che _Milano_

merita sul serio la fama buona di cui gode e il titolo di _capitale

morale_.

Le sue condizioni forse saranno inferiori a quelle di parecchie altre

grandi città del mondo civile; per lo insieme sono di gran lunga

superiori a quelle del resto d’Italia — non esclusa Torino che in

qualche cosa la supera.

Gli elementi giustificatori del buon nome di Milano sono numerosi;

ma prima di esporli sommariamente giova fermarsi sulla condizione

economica sua ed esaminare se cause d’indole strettamente economica,

quali furono quelle che determinarono i tumulti nel resto d’Italia,

potevano commuoverla.

La miseria generale ed intensa della penisola ha fatto comparire

maggiore la prosperità economica di Milano. Epperò di fronte agli

ultimi dolorosi avvenimenti parecchie cose sono da osservare:

1. Non è esatto che il benessere nella capitale lombarda sia così

grande e diffuso come si vuole far credere; la miseria vi è soltanto

minore, meno estesa che altrove. I salari degli operai della Ditta

Pirelli esposti dal cav. Calcagno innanzi al Tribunale militare

(udienza del 18 Giugno) provano che per la massa essi sono di gran

lunga inferiori a quelli delle grandi industrie europee, mentre gli

operai della Ditta Pirelli sono tra i meglio pagati d’Italia[97].

2. A Milano, per la minore miseria e per la fama di grassa e ricca

di cui gode e per le ristrettezze delle altre parti d’Italia, è

supponibile che in ogni tempo siano accorsi operai e spostati dalle

altre parti d’Italia a costituirvi l’armata di riserva degli affamati e

dei disoccupati. Non si dimentichi che la condizione dei contadini dei

dintorni è miserissima. Sicchè si deve prestar fede alla _Perseveranza_

(9 Maggio) quando dei tumultuanti scrive: «Le campagne dettero un

contingente di contadini laceri, scalzi, senza cappelli, dalle facce

stravolte...»

Che tra i tumultuanti il massimo contingente sia stato fornito da

elementi senza lavoro e residenza stabile, ce lo prova all’evidenza

una nota di cronaca del _Corriere della Sera_ che all’indomani della

breccia di Porta Monforte constatò che negli stabilimenti industriali

_quasi tutti_ gli operai il giorno 10 Maggio erano tornati al

lavoro[98]. Sarebbe stata impossibile questa generale ripresa del

lavoro cogli 80 morti, col migliaio di feriti e coi 2000 arresti

praticati, se ai morti, ai feriti e agli arrestati avessero dato

il loro contingente gli operai che stanno relativamente bene e che

lavorano regolarmente.

3. Infine si dimentica un canone di psicologia popolare, indiscutibile

oramai, ch’è questo: le influenze dei perturbamenti economici

regressivi si risentono più rapidamente e più intensamente dove

maggiore è il benessere; invece l’adattamento all’ambiente sociale

è tale tra i popoli caduti nell’abbiezione della miseria e della

ignoranza, ch’essi divengono insensibili a qualunque male nuovo e a

qualunque peggioramento di quelli esistenti. Inversamente cresce il

desiderio di benessere, di coltura e di libertà, in ragione diretta dei

miglioramenti conseguiti. L’osservazione è di Buckle e fu ripetuta da

Spencer e da Lombroso[99].

Perciò si mossero la Sicilia nel 1893 e la Puglia nel 1898 e rimasero

tranquille la Calabria e la Sardegna. Qui la miseria dura ininterrotta

da anni ed anni e le popolazioni che le abitano si sono adattate ad un

regime inferiore. Il passaggio rapido da un relativo benessere ad un

certo grado di miseria spingea a ribellione le prime. Questi principî

di psicologia collettiva, che trovarono la loro applicazione ripetute

volte, poterono agire a Milano come in varie altre contrade[100].

Milano, che aveva tumultuato il 1 Aprile 1886 per il dazio sul pane e

per le angherie degli agenti daziari, non poteva rimanere insensibile

quando il prezzo del pane subì nel 1898 un aumento di quasi il

50%[101].

A Milano, inoltre, come si disse, dovettero intensamente agire altre

cause, perchè Milano è la _capitale morale_. Che lo sia lo dicono le

cifre, che bisogna lasciar parlare. Cominciamo da quelle relative alla

base biologica, che con qualche confronto con quelle della maggiore

città del mezzogiorno, Napoli, serviranno a fare apprezzare più al

giusto la costituzione bio-sociologica della metropoli del Nord e di

quella del Sud[102].

L’aumento della popolazione nella capitale della Lombardia, se

non è vertiginoso come quello di alcune grandi città dell’Europa

settentrionale o degli Stati Uniti, è assai considerevole. Contava

351,941 abitanti nel 1885 ed arrivò a 441 nel 1895. L’aumento fu più

rapido tra il 1881 e il 1891 — da 314 a 414 mila abitanti; mentre

Napoli nello stesso tempo da 493 salì a 527 mila. In media a Milano

l’aumento fu di circa 10,000 abitanti all’anno, mentre a Napoli non

arrivò a 3000.

Questa prima ed enorme differenza acquista un significato economico

sociale interessantissimo quando si saprà che la natalità di Milano nel

1895 era molto ai disotto di quella media del regno: rispettivamente di

28,21 e di 38,67 per mille abitanti.

Questa natalità arriva alla cifra dei popoli orientali meno avanzati

in civiltà in Napoli: nel 1891 di 41,4 nel quartiere S. Lorenzo, dove

nel 1881 mantenevasi a 49,8. Questi altri dati, oltre l’influenza

esercitata dalla diversità delle condizioni economiche degli abitanti

delle due città, danno ragione in parte della differente mortalità:

a Milano, per l’igiene, la pulizia e il rinnovamento edilizio, si

spendono Lire 1318,80 per 100 abitanti; a Napoli si arriva a poco più

della metà, a L. 693.85.

L’aumento della popolazione, dunque, a Milano, come nelle altre città

civili, non è determinato da forte natalità, ma dalla sua minore

mortalità ridotta a 24,52 nel 1895 colla media del regno di circa 26

e di Napoli, che mantenevasi a 30,6 nel 1893. L’aumento dovuto alla

minore mortalità viene accresciuto dalla immigrazione, che fu di

10,511 nel 1885 e discese a 9545 nel 1895; inversamente l’emigrazione

tra gli stessi anni salì da 2944 a 3194. Queste ultime cifre sono

interessantissime, perchè dimostrano: 1º la quantità considerevole di

persone nate fuori di Milano, che nella ricca città vanno a prendere

dimora; 2º che il movimento ascenzionale della prosperità, a giudicarne

dalla diminuita immigrazione e dall’aumentata emigrazione, aveva già

cominciato a subire un arresto nel 1895.

Occorrerebbe una speciale monografia per illustrare la vita economica

industriale di Milano, che non è uguagliata da quella di verun’altra

città italiana; vi sarà agio di accennarvi un poco più in là, e qui

basta ricordare che la _Cassa di Risparmio_ costituisce l’indice

migliore della ricchezza della Lombardia. Gli ottocento milioni

all’incirca di depositi e risparmi della Lombardia rappresentano oltre

due terzi del totale spettante alle provincie meridionali come si è

visto in uno dei capitoli precedenti.

La superiorità di Milano è indiscutibile e considerevole dal punto di

vista intellettuale e morale. Milano spende L. 655,20 per istruzione

e L. 1,23 per culto ogni 100 abitanti; Napoli invece presenta queste

cifre: L. 354 e L. 19,67. Alle due spese corrispondono rigorosamente

i dati dell’analfabetismo e quei della superstizione, dimostrabili

colla statistica per la prima parte e riconoscibili soltanto dalla

cronaca per la seconda. A Milano, infatti, su 100 sposi, un poco

più di 16 non sanno sottoscrivere; più di 50 a Napoli. Quasi tutti i

ragazzi che hanno l’obbligo della scuola — 96 su 100 — la frequentarono

in Lombardia negli anni 1894-95; arrivarono a 63 nella Campania.

Aggiungasi che mancarono qui tutte, o quasi, le scuole e le istituzioni

complementari, che rendono meno illusoria l’istruzione obbligatoria.

In perfetta armonia coi dati economici e morali sono quelli morali

come si può rilevare da questo specchietto che si riferisce al triennio

1893-95. Per 100,000 abitanti:

L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione) · 第 35 / 46 题