L’OPERA DELLA REAZIONE

Qualunque sia stata l’importanza dei tumulti della primavera del 1898

e siano state anche semplicemente _sportive_ le barricate costruite

in Milano e tentate pure in Faenza, a nessuno verrà in mente di negare

al governo il diritto e il dovere di ristabilire l’ordine, che — bene

inteso — è condizione vera di progresso e di libertà ad un tempo.

S’intende perciò la repressione immediata, anche se riesca a ferire

interessi legittimi e sentimenti alti e rispettabili; ma se ne deve

discutere la misura. E nessuno dei pari vorrà negare la convenienza,

la necessità anzi, di questa discussione; poichè in politica l’assoluto

non esiste e la misura è tutto.

Se la repressione si arresta appena cessata la sua urgente indicazione,

quella troverà poche censure e solleverà poche e fiacche proteste.

Se la repressione continua quando è cessato il pericolo che la impose

allo Stato, in nome del preteso diritto di legittima difesa, diviene

reazione, che toglie a pretesto le sommosse e non si propone soltanto

il ristabilimento dell’ordine.

Ancora: Della misura, e perciò della legittimità della repressione, si

potrà opportunamente giudicare in seguito alla esatta valutazione dei

fatti che la determinarono e delle cause di ogni specie che suscitarono

i fatti stessi.

Questa conoscenza è indispensabile non solo per assegnare le rispettive

responsabilità, ma anche per giudicare e prevedere quale sarà la

efficacia dei provvedimenti presi — se riusciranno a mantenere

lungamente quell’ordine che sta, almeno in apparenza, in cima dei

pensieri dei governanti; e ad impedire, a più o meno lunga scadenza, la

ripresentazione dei tumulti.

La semplice cronaca ci ha fatto già conoscere quale sia stata la

loro entità; meglio e più completamente l’apprezzeremo al lume delle

risultanze dei processi. Le quali saranno tanto più significative

inquantochè i processi furono istruiti col minimo di regolarità

procedurale e di garanzia nella difesa dei presunti rei e col massimo

di severità nei giudici eccezionali, che conobbero e giudicarono dei

reati. Queste risultanze, quindi, potranno peccare per eccesso; ma non

si potrà sospettare che presentino attenuata la gravità dei fatti. Si

può presumere anche la esagerazione, perchè in questa sta il tentativo,

l’unica speranza di giustificazione della condotta del governo e

delle classi dirigenti che lo inspirarono e spronarono nell’azione

repressiva[12].

Senza anticipare le risultanze processuali e il giudizio che potrà

desumersi dalla conoscenza delle cause delle sommosse, per ora

continueremo la cronaca della repressione, mettendone in evidenza

alcuni dettagli che servono a gettare sprazzi di viva luce sull’indole

dell’azione del governo e delle classi dirigenti.

Nelle Puglie, dove i tumulti assunsero gravi proporzioni e furono

accompagnati da episodi selvaggi, come quelli di Minervino-Murge, la

repressione fu breve e non uscì dai limiti del dovere e del diritto

di ogni governo di garantire a tutti l’ordine. Fu in parte merito del

Generale Pelloux di non avere trasmodato; in gran parte si deve alla

mancanza di stimolo da parte delle classi dirigenti che non sentono

alcun pericolo politico e si accontentano dell’ordine materiale.

Mancavano le ragioni di provvedimenti che uscissero dall’ordinario

a Napoli e nella sua provincia; dove la repressione pronta ed

energica e non duratura al di là della durata degli insignificanti

tumulti sarebbe stata più che sufficiente. La proclamazione dello

stato d’assedio e la istituzione dei tribunali di guerra, quindi,

vennero giudicate intempestive, capricciose, suggerite da preconcetti

politici e da ricordi recenti — dal ricordo delle scene dolorose

dell’Agosto 1893. Il lusso di cannoni e di cavalleria nelle piazze e

nelle strade di Napoli, anche prima che venisse proclamato lo stato

d’assedio, venne interpretato come un espediente, pericoloso sempre,

per mascherare l’intrinseca e reale debolezza militare del governo. I

provvedimenti, infine, furono tanto sproporzionati al pericolo temuto,

che fu possibile sospettare che essi siano stati presi in odio ad una

persona e ad un giornale invisi all’onor. marchese Di Rudinì e che

non si potevano colpire sotto l’impero delle leggi ordinarie. Enunzio

l’ipotesi, perchè più volte e da più parti ripetuta, senza nascondere

che per quanto poca stima si abbia e per quanto poco stimabili

siano i governanti italiani, essa non sembra credibile. Comunque, mi

piace constatare che a Napoli, come nelle Puglie, mancò sul governo

la pressione delle classi dirigenti in favore di una repressione

trasmodante ed a suo onore ricordo, che il sindaco di Napoli, Marchese

di Campolattaro, insistette presso il Ministero affinchè lo stato

d’assedio, innocuo ed inavvertito per la cittadinanza, dannoso a

quanti vivono dei numerosi forestieri e pericoloso solo pei Tribunali

militari, venisse tolto al più presto possibile.

Altrettanto ingiustificato fu lo stato d’assedio in Firenze e in tutta

la Toscana; odioso perchè fatto nell’interesse di una classe, o meglio

di una ristretta casta.

Della assoluta mancanza di necessità dello stato dì assedio nella

Toscana si ha la prova nella narrazione e nei commenti ai fatti che

dette la _Nazione_, l’organo massimo dei conservatori toscani e che

combatteva il Ministero Di Rudinì, perchè fiacco verso i partiti

sovversivi; dei quali anzi lo diceva complice più o meno cosciente. La

prova irrefragabile sta poi in questo: l’autorità politica che doveva

giudicare sulla convenienza del provvedimento, il Prefetto di Firenze,

nulla ne seppe ed apprese il decreto che lo esautorava e gli sostituiva

un Regio Commissario straordinario, dal proclama che lesse uscendo da

Palazzo Riccardi. Ed il prefetto era un militare ed un accorto uomo

politico: il generale Sani. Questo episodio, che non ha precedenti,

viene completato dalla punizione inflitta al comm. Minervini, Prefetto

di Pisa, perchè si era rifiutato di sciogliere alcune società innocue

che mai erano uscite dall’orbita della legalità; scioglimento imposto

dal Generale Heusch in un momento di morboso furore reazionario.

A Firenze e in Toscana lo stato d’assedio e i conseguenti Tribunali

militari, non giudicati necessari dalle autorità politiche locali,

le sole competenti sulle misure opportune e sconsigliati dagli onor.

Nicolini e Brunicardi, vennero chiesti ed ottenuti, dalle consorterie

politiche locali, verso le quali il Ministero Di Rudinì, nella folle

preoccupazione di superare in energia Francesco Crispi, ebbe il torto

imperdonabile di mostrarsi condiscendente[13].

Lo stesso avvenne a Milano ed in Lombardia; dove almeno il Prefetto

ed il generale comandante la direzione chiesero il provvedimento

eccezionale, ma non fu concesso se non in seguito a telegramma del

sindaco della capitale morale ed alle pressioni esercitate sul governo

da una frazione del partito conservatore lombardo. I fatti di via Napo

Torriani del giorno sei, cagionati più che altro dalla imprudenza

e dalla cocciutaggine della questura, non avrebbero mai potuto

giustificare la proclamazione dello stato d’assedio in una città come

Milano; e l’insieme degli avvenimenti autorizza a sospettare poscia

che la continuazione dei tumulti, sino alla breccia tragicocomica

aperta nel convento dei Cappuccini, furono se non voluti e provocati,

come qualcuno si arrischia a dire, certo comodi e ben venuti per dare

parvenza di opportunità a misure eccessive e deplorevoli.

I mezzi adoperati dai conservatori toscani e da quelli Lombardi per

trascinare il governo, bendisposto a lasciarsi trascinare, furono

identici: la calunnia e l’esagerazione. Ma quest’ultima può trovare

scusa nella paura grande e nei minacciati interessi; non la prima. Nel

calunniare gli avversari e nell’esagerare i fatti, alcuni e qualche

giornale non conobbero limiti di decenza: si vide la _Perseveranza_

farsi la denunziatrice sfacciata dei giornali democratici,

fraintendendo, sino a disonorarlo, l’ufficio della stampa[14].

Per singolare coincidenza, in due scritti — l’uno pubblicato a Firenze

ed attribuito al Generale Sani o per lo meno da lui inspirato;

e l’altro a Ginevra da un profugo — dei gruppi, delle caste, se

non delle classi che spinsero maggiormente il governo italiano ad

oltrepassare la repressione per abbandonarsi nelle braccia di una

reazione rabbiosa, si danno note psicologiche caratteristiche, che

si rassomigliano meravigliosamente. Della consorteria di Firenze, che

invocò ed ottenne lo stato di assedio, si dice: che manca d’ideale, che

accetta la dinastia sabauda come accetterebbe qualunque altra; e che

nella monarchia vede un _mezzo_ per mantenere a se stessa il primato

in tutte le faccende pubbliche, a scopo di lucro più che altro[15].

Il profugo di Ginevra scrive che i conservatori lombardi, in fondo,

sono rimasti quello che erano gli aristocratici ai tempi di Parini

e che pochi — nella _Costituzionale_ di Milano non arrivarono che a

novanta in circostanze solenni — ma arditi, sotto la guida del Senatore

Negri, vollero non la repressione dei tumulti, ma la vera reazione per

mantenersi al potere. In Toscana, come in Lombardia, questi gruppi di

uomini, queste consorterie, agirono energicamente perchè si sentivano

vicini a perdere ogni influenza ed ogni supremazia: la democrazia

batteva alle porte e stava per entrare nelle loro cittadelle[16].

Si comprende perciò che questi interessati promotori della repressione

energica al di là delle esigenze di una savia politica, abbiamo visto

con favore i tumulti ed abbiano inventato essi stessi il _complotto_,

di cui si dirà in appresso. Per loro, come ingenuamente confessò un

giornale di Genova, la reazione non era temuta, ma _sospirata_[17].

Non spenderò parole per stigmatizzare gl’intenti e i mezzi adoperati

da queste consorterie per conseguirli e i pericoli che creano pei

popoli e pei governi; meglio delle parole servirà la esposizione dei

fatti. La loro opera, sommariamente, la farò giudicare da Carlo Luigi

Farini, che scrivendo delle _sette_ dei suoi tempi — specialmente

delle reazionarie — parve anticipare la fotografia e il giudizio sulle

contemporanee. «I governi che istituiscono _sette_ governative o ne

accettano gli aiuti, scrisse il celebre moderato romagnolo, vengono a

termine di quegli individui, i quali essendo istitutori o direttori

delle _sette_ di opposizione, invece di guidarle ne sono guidati, e

costretti ad operare, buono o mal grado a posta di quelle. Nessuna

idea è più autopetica all’idea di governo, quanto l’idea di _sette_.

Governare vale ed importa moderare l’umana associazione a vantaggio

dei più, secondo gli eterni principii della giustizia e della ragione:

far _setta_ vale ed importa imporre ai più le opinioni, le volontà,

le passioni dei meno, cioè sragionare, scapestrare sovente, sgovernare

sempre; le _sette_ governative hanno poi questo peggiore sconcio, che

trascinando il governo ad operare ingiustizia, attentano al principio

morale dell’autorità, e la rendono così esosa, che gli uomini non la

considerano altrimenti come una necessaria tutrice e moderatrice,

ma come una nemica da invigilare con istudio e guerreggiare con

perseveranza»[18].

È logico e naturale che dove più intensa fu l’opera delle _sette_ per

trascinare il governo alla reazione, ivi più clamorose siano state

le manifestazioni e gli atti di grazia perchè scongiurati i pretesi

pericoli corsi dalla patria e dalla civiltà — cioè dai loro interessi.

A Milano, perciò, non appena cessato il primo periodo della reazione

— quello della repressione sanguinosa — si assiste ad un nauseante

scambio di ringraziamenti e di congratulazioni che ricorda lo

spettacolo vergognoso dei tempi peggiori del servilismo e della

tirannide. La deputazione provinciale, il consiglio comunale di Milano,

alcune associazioni politiche mandarono al generale Bava Beccaris

indirizzi traboccanti di riconoscenza, nei quali l’esagerazione e la

menzogna colle forme di rettorica sbilenca arrivano alle lodi smaccate

per la _energia_, per la _intelligenza, per gli elevati intendimenti

civili e patriottici_ spiegati nel salvare Milano dal _saccheggio_ e

dall’_anarchia_, e nel conservare all’Italia le _gloriose istituzioni

vigenti_[19].

Della sincerità e del valore delle manifestazioni di una parte delle

classi dirigenti lombarde molti dubitano ricordando che rettoricume

analogo venne adoperato sotto l’Austria e in favore dei generali che

salvarono le istituzioni di allora contro coloro che, complessivamente,

sono i governanti di oggi. La storia somministra parecchi esempi

degradanti di questo invertimento di parti e di questi trapassi

repentini dalla condanna all’apoteosi, e viceversa. Checchè ne sia

della sincerità della riconoscenza manifestata è, però, assai probabile

che un militare, ignorante le vicende della storia, l’abbia accettata

come oro di coppella e si sia lasciato suggestionare sino a dirigere

all’esercito quest’ordine del giorno, che costitusce l’esaltamento più

caloroso dell’opera propria:

«_Ufficiali, sott’ufficiali e soldati, funzionari ed agenti di

Pubblica Sicurezza_.

«In questi tristissimi giorni, non badando nè a fatiche nè a

disagi, voi avete reso un grande servizio al Re, alla Patria, alla

Civiltà.

«Per opera vostra la pace è restituita a questa grande Metropoli,

la quale 50 anni or sono, per virtù, per valore e per concordia di

tutti i suoi cittadini, seppe risorgere a libera vita.

«I malvagi di ogni partito, concordi nel folle intento di

sovvertire le Istituzioni e disfare l’Italia, l’avrebbero

ripiombata in una servitù peggiore della prima.

«Voi l’avete impedito: nel nome del Re e della Patria vi ringrazio.

«Milano, 11 Maggio 1898.

«_Il regio Commissario Straordinario_

L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione) · 第 21 / 46 题