I fisiologi moderni insegnano che la riproduzione vuol essere
considerata come una maniera di nutrizione, una nutrizione in eccesso
per la quale la porzione eccedente si costituisce in un nuovo
individuo. Dante aveva già chiarissimo nella sua mente questo concetto.
Una parte del sangue, la parte più pura, che non viene assorbita, e che
risulta evidentemente da un eccesso di nutrizione,
Quasi alimento che di mensa leve,
è quella che è destinata a trasformarsi nel nuovo individuo. Ma la
virtù attiva per cui s'ingenera il nuovo individuo è appena quale è
quella di una pianta. Con questa differenza capitale tuttavia che la
pianta è destinata a non andar più oltre, è arrivata alla sua meta,
mentre l'animale è appena in strada.
Anima fatta la virtute attiva,
Qual d'una pianta, in tanto differente,
Che questa è in via e quella è già a riva.
Nei primordii del suo sviluppo, quell'essere che è destinato a
diventare un uomo, ha una sensitività e un movimento quali spettano
agli animali inferiori, alle spugne del mare, che Dante considerava
come i più semplici fra tutti gli animali.
Tanto erra poi, che già si muove e sente,
Come fango marino, ed ivi imprende
Ad organar la possa ond'è semente.
L'embriologia ha dimostrato ai giorni nostri, come il feto umano compia
i suoi passaggi per gli stadi inferiori.
* * * * *
L'uomo si vergogna oggi di discendere dagli animali, si ribella al
concetto di una tale provenienza, come prima si ribellò al concetto del
movimento della terra e del suo roteare intorno al sole e del suo far
parte, e piccola parte, di un sistema di corpi celesti, vergognandosi
di non essere nel centro dell'universo, e di non poter considerare
come fatti per lui il sole, la luna, i pianeti, tutti gli astri del
firmamento.
Sentite il Kleinenberg:
«I principii meccanici spiegarono i movimenti terrestri e celesti,
e più, indicarono l'origine e il destino finale dei mondi che
nell'infinito etere circolano, ma non ci fecero intelligibile
l'esistenza della più piccola mosca. L'organico era la soglia che
il pensiero meccanico non varcava. Eravamo più in casa nostra tra i
pianeti che non tra gli esseri viventi, i continui compagni della
nostra vita. È vero che l'anatomia e la fisiologia avevano raccolto
grande quantità di preziosissimi dati e soltanto guidati da tali fatti
era possibile toccare i sommi problemi; tuttavia il contenuto veramente
scientifico era oltremodo scarso, e se i problemi erano proposti
mancavano le soluzioni. Ci voleva un nuovo organo; ora l'abbiamo;
è la teoria di Darwin. E in questo senso l'opera dell'inglese è
contemperata a quella dell'italiano (Galileo). Il mondo organico
diventa intelligibile, i fenomeni vitali assumono il carattere della
necessità, non solo il come, ma il perchè dell'organizzazione diventa
il fine della ricerca. Ogni forma organica ha la sua causa efficente
determinabile; ogni funzione è un adattamento all'ambiente acquistato
nella lotta per l'esistenza; ogni organo è la realizzazione morfologica
d'una funzione. La vita, unica nella sua origine, si manifesta in mille
e mille forme, ma tutte queste forme riunisce un principio generale.
Dall'inferiore e semplice nasce il superiore e complicato. Senza
l'amiba non sarebbe l'uomo, data l'amiba e l'ambiente era inevitabile
necessità nascesse l'uomo. Non l'essere, il divenire è il principio del
mondo.
«A noi zoologi rincresce quasi essere la teoria darwiniana diventata
una quistione personale dell'uomo. Si starebbe tanto meglio, il lavoro
manterrebbe molto più facilmente la sua equanimità scientifica se
non venissero le passioni, l'odio e la provocazione a disturbarci. E
poi, l'applicazione della teoria della discendenza alla morfologia
dell'uomo non ha proprio un'importanza particolare. L'origine dell'uomo
è in questo senso un problema speciale, limitato, come lo è l'origine
di qualsiasi altra specie, neppure tra i più interessanti. Imperocchè
la struttura del corpo umano è conforme a quella di certi mammiferi
superiori sino a tal segno che alcuni vecchi anatomici osarono le loro
preparazioni dei muscoli, nervi, vasi, ecc. delle scimmie rappresentare
come quelli dell'uomo, e ciò certamente con grave offesa della buona
fede, ma senza notevoli inconvenienti per l'uso pratico nella medicina.
La fabbrica del corpo umano e le sue funzioni inferiori non offrono
alcun problema che non si ripetesse in altri organismi, e spesso più
evidente e puro.
«Ma la scienza ha ancora un altro lato che è altrettanto grande: non
solo il mondo esterno, non solo le condizioni che determinano la
sua esistenza materiale sono i fenomeni che l'uomo cerca di rendere
intelligibili, anche le manifestazioni di quell'intimo suo essere, che
egli chiama l'anima, formano l'obbietto del suo pensare. Conoscere il
mondo e conoscere sè stesso, ecco l'intero compito della scienza. E
delle azioni dell'anima vale lo stesso che dissi delle azioni esterne:
molte rimangono fuori della coscienza, altre c'entrano, ma confuse,
indistinte, poche sono chiare, determinate--di nessuna sinora fu
detto il perchè. Mancava l'organo ed ora l'abbiamo, per imperfetto
che sia. I problemi della vita sociale, del pensiero, del sentimento
sono teoricamente solubili; consideriamo il loro contenuto non come
eternamente stabilito creato, ma come diventato. Lo so bene che per
raggiungere questa meta ci vuole assai, che non abbiamo i mezzi da
poter attaccare direttamente neanche i più semplici di tali problemi,
che coloro--non pochi disgraziatamente--che oggigiorno vi offrono le
soluzioni bell'e fatte, dello scienziato posseggono forse l'arditezza,
ma certo non la assennatezza nè il sentimento della propria
responsabilità; ma tuttociò non impedisce di veder aperto l'orizzonte
da cui sorgerà la luce per tramandare i suoi raggi sino alle più
profonde tenebre del nostro interno.
«Nessuno si ribella all'idea esistere entro ai limiti del genere umano
un legame che noi viventi connette al primo uomo comparso, essere
ogni nuova generazione l'erede di tutte quante la precedettero, di
modo che quel che siamo non lo siamo se non per le virtù e i vizi
dei nostri antenati. Ma qui non possiamo fermarci: per comprendere
l'umanità bisogna varcare i limiti dell'uomo. Vediamo preceduta la sua
apparizione da altri organismi che non erano uomini, ma certamente
possedevano i germi sviluppati poi nel pensiero e nel sentimento umano;
ed anche questi organismi avevano i loro predecessori e via sempre così
dal superiore all'inferiore, sintantochè si arriva alla sostanza, la
quale dalla materia inorganica non si distingue che per quest'ultimo
carattere: vive.
«Sicuro che l'uomo diventato, sviluppato non è più quel semidio che si
credeva al disopra di ogni comunanza colla natura: però la scossa che
gli dà il trasformismo non è, in un certo senso, nemmeno tanto forte
come quella che la sua arroganza ricevette dal sistema copernicano;
questo, smovendo la terra dalla sua posizione centrale, non le
lasciava che un posticino modesto, subordinato nel meccanismo solare,
mentre la teoria di Darwin non contrasta in niun modo la superiorità
dell'uomo sugli altri organismi; lo comprende bensì per la più perfetta
realizzazione, cui la vita cosmica sinora è pervenuta. Ma la parentela
cogli animali, cui siamo usi a guardare con tanto disprezzo, ripugna
sempre, ed è naturale: non sì facilmente si abbandonano i pregiudizii
secolari, e la trasformazione dei cervelli non succede da oggi a
domani. Se io vi mostro una di quelle belle meduse, fiori animali del
nostro mare, e vi dico che questo organismo tanto semplice rappresenta
uno stadio decisivo nello svolgimento paleontologico dell'uomo, forse
anche fra noi sarà qualcuno per rispondermi: fantasticherie! Oh sì!
il veramente fantastico già non è l'arte, la quale senza tradire
la sua indole non può mai discostarsi dall'apparenza, il veramente
fantastico sono i principii della scienza, che tutti quanti sono
evidenti contraddizioni della nostra immediata esperienza. Neanche
il più semplice problema meccanico si comprende senza l'assioma che
il moto abbandonato a sè stesso perdura eternamente, e non vediamo
forse fermarsi ogni corpo in movimento, tostochè gli vien meno la
forza motrice? Nessuno di noi dubita del girare della terra intorno al
sole, e giorno per giorno i nostri occhi ci dicono che il sole si alza
nell'oriente, sale e poi discende dalla parte occidentale per tuffarsi
nel mare. La scienza insegna la trasformazione degli organismi e noi
non vediamo nascere che uomini da uomini e mosche da mosche.
«In quest'ultimo caso i teoremi sono però alquanto più in armonia colla
comune esperienza. La mia medusa non vi persuade? Ora, permettetemi
di presentarvi un altro animale. Eccolo qua: la sua organizzazione
differisce essenzialmente da quella dell'uomo, è molto inferiore;
quest'organizzazione è mirabilmente adattata ad un modo di vivere,
che però non ha nulla di comune con la vita umana; le sue facoltà
intellettuali sono senza dubbio assai al disotto di quelle della
formica, è oltremodo brutto colla sua sproporzionata testa, coi suoi
tozzi arti, colla larga coda, ed ora vi dico che questa cosa sarà una
donna la cui mortal bellezza deciderà inappellabilmente sul destino
della vostra vita, o sarà un uomo dall'ingegno sì potente da dominarci
tutti quanti. Quell'animalaccio! impossibile! Questa volta però, o
signori, il vostro impossibile non vale: perchè quello che vi feci
vedere era un embrione di uomo. Ora, se siamo costretti ad ammettere
di essere stati ognuno nella stessa nostra esistenza individuale, sia
anche per soli pochi giorni, così inferiori, così brutti, così stupidi,
non mi pare tanto offensiva l'idea che milioni di anni fa i nostri
progenitori non fossero nè più nè meno di quell'embrione imperfetto
si ma dotato d'un'immensa facoltà, d'evoluzione. Per sapere quel che
siamo, bisogna sapere quel che eravamo.
«Si accusa la teoria della discendenza di materialismo; ciò non ci fa
nè caldo nè freddo. Nessuna grande scoperta, nessuna nuova idea nella
scienza, nessun liberale concetto della morale contro cui non sia
stato gridato l'anatema. Così la va da secoli e così seguirà ancora
per un pezzo. Un significato preciso lo cercherete invano in quella
parola, e praticamente essa non è che la protesta di chi non vuole il
progresso, non vuole la verità, non vuole la scienza. Ma se prendiamo
il materialismo nel senso che, se non ha, dovrebbe avere, allora si
scorge subito essere la dottrina di Darwin antimaterialista. Niuna
teoria biologica concede maggior spazio all'attività dello spirito,
dell'anima. È egli materialismo vedere l'origine dell'uomo in animali
di cui si riconosce la mirabile intelligenza ed il puro e gentile
sentimento, mentre il volgo e una tradizione corrotta li chiama bruti?
L'avvenire, l'evoluzione futura del genere umano, la teoria non può nè
vuole determinarli; c'è campo per le più profonde degenerazioni e per
il più alto infinito perfezionamento. Io, che forte sento il bisogno
di credere, credo in una cosa, nell'indeterminato perfezionamento
dell'uomo: due manifestazioni della sua anima me lo garantiscono:
l'arte e la scienza. Non disprezzo per certo l'enorme sviluppo
materiale di cui va tanto superba la nostra età, ma non posso che
dire, con un convincimento, il quale s'avvicina di molto all'evidenza
scientifica, che nell'evoluzione dell'umanità un canto di Dante, un
quadro del Dürer, valgon più di tutte le ferrovie del mondo e che una
pagina di Galileo e di Darwin è nella lotta per l'esistenza un'arma
assai più potente degli eserciti e de' cannoni. Sia vicino il tempo ove
la lotta per l'esistenza sarà compresa come la lotta per l'umanità!»
Il Morselli, che ha fatto un bellissimo studio su Carlo Darwin (_Carlo
Darwin_ per E. MORSELLI, Milano, Dumolard) dice che «nissun libro
ebbe mai sullo scibile umano l'influenza che ebbe il piccolo volume
della _Origine delle specie_, in cui si condensavano il lavoro, le
meditazioni, le esperienze, le veglie di ventotto anni.» Ma soggiunge
ragionevolissimamente che Carlo Darwin era pienamente consapevole dello
effetto che sarebbe stato per produrre il suo libro. In prova di ciò
egli non trova di poter far meglio che citare alcune parole del Darwin
medesimo, che stanno in fine al volume. Anch'io credo di dover far lo
stesso, ma, avendo maggior spazio disponibile, faccio la citazione un
po' più lunga e la faccio colle parole della traduzione del Canestrini.
Ecco le ultime parole che si leggono nel volume della _Origine delle
specie_.
«Quantunque io sia pienamente convinto della verità delle idee esposte
in questo libro sotto forma di compendio, non ho alcuna speranza di
convincere gli abili naturalisti che hanno la mente preoccupata da
una moltitudine di fatti considerati, per molti anni, da un punto
di vista direttamente opposto al mio. Egli è tanto facile capire la
nostra ignoranza, nelle espressioni analoghe a queste: il _piano
della creazione_, _l'unità di tipo_, ecc., e crederò per questo di
dare una spiegazione, quando invece altro non si fa che constatare un
fatto. Chiunque propende ad annettere un peso maggiore alle difficoltà
non spiegate, che alla dimostrazione di un certo numero di fatti,
respingerà senza dubbio la mia teoria. Pochi naturalisti soltanto,
dotati di molta flessibilità di spirito, e che hanno già cominciato a
dubitare dell'immutabilità delle specie, possono tener conto di questo
libro; ma io guardo con calma e fiducia l'avvenire, e quei giovani
naturalisti che ora si formano, i quali saranno capaci di esaminare
ambi i lati della questione con imparzialità. Coloro che professano i
principii della mutabilità delle specie presteranno un ottimo servizio
esprimendo coscienziosamente la loro opinione; perchè in questo modo
soltanto potranno dissipare tutti i pregiudizi che circondano questo
argomento.
«Parecchi naturalisti eminenti hanno pubblicato recentemente l'opinione
che una quantità di specie credute tali in ogni genere, non sono specie
reali; ma che altre specie sono appunto reali, vale a dire, sono
state create indipendentemente. Mi pare che questa conclusione sia
singolare. Essi ammettono che una moltitudine di forme, le quali fino
ad ora essi avevano riguardate quali creazioni speciali e che anche la
maggior parte dei naturalisti considerano tuttora come tali, le quali
hanno per conseguenza ogni esterna apparenza caratteristica di vere
specie, essi ammettono che queste forme siano state prodotte per mezzo
della variazione, ma ricusano di estendere il medesimo concetto alle
altre forme leggermente diverse. Tuttavia essi non pretendono di poter
definire o congetturare, quali siano le forme della vita create, e
quali quelle prodotte da leggi secondarie. Essi ammettono la variazione
come una _vera_ causa nell'un caso, ma la respingono arbitrariamente
nell'altro, senza porre alcuna distinzione fra i due casi. Verrà giorno
in cui questa idea sarà riguardata come un comico esempio della cecità
delle opinioni preconcette. Questi autori non mi sembrano maggiormente
sorpresi da un atto miracoloso di creazione, che da una nascita
ordinaria. Ma credono essi realmente che, nei periodi innumerevoli
della storia della terra, certi atomi elementari siano stati
improvvisamente riuniti a formare dei tessuti viventi? Credono essi che
ad ogni supposto atto di creazione si sia prodotto un solo individuo
ovvero molti? Tutte le innumerevoli sorta di animali e di piante furono
create allo stato di uova e di semi, oppure interamente sviluppate?
Nel caso dei mammiferi, dobbiamo credere che questi fossero creati coi
falsi contrassegni degli organi, per mezzo dei quali traggono il loro
nutrimento dall'utero dell a madre? Senza dubbio codeste questioni non
possono risolversi nemmeno da coloro che, nello stato presente della
scienza, credono alla creazione di poche forme originali od anche di
una forma di vita qualsiasi. Fu detto da diversi autori che non è meno
facile il credere alla creazione di cento milioni di esseri, che a
quella di uno solo; ma l'assioma filosofico di Maupertuis _della minima
azione_, dispone lo spirito ad accogliere più volentieri il numero più
piccolo; e certamente non dobbiamo pensare che gli esseri innumerevoli
di ogni grande classe siano stati creati con caratteri evidenti, ma
ingannevoli, che proverebbero la loro provenienza da un solo parente.
«Come ricordo ad uno stato passato di cose io ho conservato nei
paragrafi che precedono ed altrove parecchie proposizioni, da cui
risulta che i naturalisti credono ad una separata creazione di ciascuna
specie, e fui molto censurato perchè così mi espressi. Ma tale era
indubbiamente l'opinione generale, quand'io pubblicai la prima edizione
dell'opera presente. Io aveva parlato prima con molti naturalisti
sul tema della evoluzione, e non avea trovato nemmeno una simpatica
accoglienza. Probabilmente alcuni credevano allora ad una evoluzione;
ma o se ne tacquero, o si espressero in modo così ambiguo, che tornava
difficile capire le loro idee. Ora le cose sono affatto cambiate, e
quasi ogni naturalista ammette il grande principio della evoluzione.
Ve ne hanno tuttavia ancora alcuni, i quali ritengono che le specie
abbiano potuto produrre repentinamente con mezzi del tutto sconosciuti
delle forme valenti all'idea di modificazioni grandi e repentine. La
ipotesi che nuove forme siansi sviluppate dalle vecchie e interamente
diverse in modo subitaneo e con mezzi sconosciuti, considerata come
punto di vista scientifico e come introduzione ad ulteriori indagini,
non può recare che un ben piccolo vantaggio di fronte alla credenza che
le specie siano nate dal fango della terra.
«Potrebbe chiedersi quale sia l'estensione che io attribuisco
alla dottrina della modificazione delle specie. A tale questione
difficilmente può rispondersi, perchè quanto più distinte sono le
forme da noi considerate, tanto più gli argomenti divengono deboli. Ma
certi argomenti del massimo valore si estendono assai. Tutti i membri
di intere classi possono collegarsi insieme con vincoli di affinità,
e tutti possono classificarsi, pel medesimo principio, in gruppi
subordinati ad altri gruppi. Gli avanzi fossili tendono talvolta a
riempire le vaste lacune che si trovano fra gli ordini esistenti.
«Gli organi rudimentali dimostrano evidentemente che un antico
progenitore li possedeva in uno stato di completo sviluppo; e ciò
implica in alcuni casi una enorme quantità di modificazioni nei
discendenti. In certe classi varie strutture sono formate col medesimo
sistema, e nell'età embrionale le specie si rassomigliano molto fra
loro. Perciò non posso dubitare che la teoria della discendenza
modificata abbracci tutti i membri della medesima classe. Io credo
che gli animali derivino da quattro o cinque progenitori al più, e le
piante da un numero uguale o minore di forme.
«L'analogia mi condurrebbe anche più avanti, cioè alla opinione che
tutti gli animali e le piante derivino da un solo prototipo. Ma
l'analogia può essere una guida ingannevole. Nondimeno tutti gli
esseri viventi hanno molte qualità comuni, la loro composizione
chimica, la loro struttura cellulare, le leggi del loro sviluppo, e
la facoltà di essere affetti dalle influenze dannose. Noi lo vediamo
anche nelle circostanze meno importanti; per esempio, il medesimo
veleno colpisce ugualmente le piante e gli animali; eppure il veleno
che si depone dal _Cynips_ produce delle protuberanze mostruose nei
rosai e nelle quercie. In tutti gli esseri organizzati la unione di
cellule elementari del maschio e della femmina sembra necessaria
occasionalmente per la formazione di un essere nuovo. In tutti, per
quanto oggi sappiamo, la vescichetta germinativa è la stessa. Per
modo che ogni essere organico individuale parte da un'origine comune.
Anche se consideriamo le due divisioni principali, cioè il regno
animale e il regno vegetale, certe forme inferiori sono intermedie
pei loro caratteri, al punto che i naturalisti disputarono a quale
dei due regni dovessero riferirsi; e come osservò il professore Asa
Gray «le spore ed altri corpi riproduttivi di molte alghe inferiori
possono condurre sulle prime una vita decisamente animale, indi una
indubitata esistenza vegetale.» Perciò, secondo il principio della
elezione naturale colla divergenza di carattere, non può sembrare
incredibile che da una di queste forme inferiori ed intermedie siano
sorti gli animali e le piante; e se noi ammettiamo ciò, dobbiamo anche
concedere che tutti gli esseri organizzati, che esistettero sulla
terra, possono essere stati prodotti da una qualche forma primordiale.
Ma questa deduzione è principalmente fondata sull'analogia e poco monta
che sia accettata o respinta. Il caso è differente nei membri di ogni
grande classe, come i vertebrati, gli articolati, ecc., perchè qui,
come abbiamo osservato, abbiamo nelle leggi della omologia e della
embriologia, ecc., diverse prove, che tutti sono provenuti da un solo
stipite.
«Quando le idee da me esposte in questo libro e sostenute dal Wallace
nel _Linnean Journal_, o idee analoghe sull'origine delle specie,
saranno generalmente accettate, possiamo vagamente prevedere che
avverrà una notevole rivoluzione nella storia naturale. I sistematici
potranno continuare i loro lavori come al presente; ma essi non
saranno più molestati continuamente dal dubbio insolubile se questa
o quella forma sia in essenza una specie. Sono certo, e parlo per
esperienza, che questo non sarà un piccolo vantaggio. Si porrà
fine alle molte discussioni che si sono fatte, per decidere se una
cinquantina di specie di rovi inglesi siano vere specie. I sistematici
avranno solo da decidere (e ciò non sarà sempre facile) se ogni
data forma sia abbastanza costante e distinta dalle altre forme, da
essere suscettibile di una definizione; e quando possa definirsi,
se le differenza siano abbastanza importanti da meritare un nome
specifico. Quest'ultimo punto diverrà una considerazione assai più
essenziale che oggi non sia; perchè le differenze, per quanto piccole,
fra due forme qualsiasi, quando non siano connesse da gradazioni
intermedie, sono considerate dalla maggior parte dei naturalisti
come sufficienti ad elevare le due forme al rango di specie. Quindi
noi saremo costretti a riconoscere che la sola distinzione possibile
fra le specie e le varietà ben marcate consiste in ciò: che queste
ultime sono attualmente collegate da gradazioni intermedie, mentre
al contrario le specie furono in tal guisa collegate in epoca più
antica. Per conseguenza, senza rigettare la considerazione della
esistenza presente di gradazioni intermedie fra due forme qualsiansi,
noi saremo condotti a pesare con maggiore accuratezza e a dare un
valore più forte all'attuale complesso delle differenze che passano
fra le medesime. Egli è molto probabile che le forme ora conosciute
generalmente come semplici varietà, possano in seguito meritare un
nome specifico, come la _Primula vulgaris_ e la _Primula veris_; ed
in tal caso il linguaggio comune ed il linguaggio scientifico saranno
in armonia. Insomma, avremo da trattare le specie come si trattano i
generi da quei naturalisti che ammettono essere i generi combinazioni
puramente artificiali, fatte per comodità. Questa non può essere una
prospettiva molto lieta; ma noi almeno saremo liberi dalla vana ricerca
dell'essenza ignota del termine _specie_.
«Gli altri rami più generali della storia naturale presenteranno allora
un interesse maggiore. I termini impiegati dai naturalisti, come:
affinità, parentela, unità di tipo comune, paternità, morfologia,
caratteri di adattamento, organi rudimentali ed abortiti, ecc., non
saranno più metaforici, ma avranno un significato evidente. Quando non
riguarderemo più un essere organizzato nel modo con cui un selvaggio
considera un vascello come una cosa interamente superiore alla sua
intelligenza; quando conosceremo che ogni produzione della natura
ebbe la sua storia; quando contempleremo ogni struttura complicata
ed ogni istinto come il risultato di molti adattamenti, ciascuno dei
quali fu vantaggioso allo individuo, quasi nella stessa guisa con cui
consideriamo ogni grande invenzione meccanica come il prodotto del
lavoro, dell'esperienza, della ragione e anche degli errori di numerosi
operai; quando noi prendiamo ad esaminare ogni essere organizzato da
questo punto di vista, posso dirlo per esperienza, quanto diverrà più
interessante lo studio della storia naturale!
«Un vasto campo di osservazione, quasi sempre inesplorato, sarà
aperto sulle cause e sulle leggi della variazione, sulla correlazione
di sviluppo, sugli effetti dell'uso e del non uso, sull'azione
diretta delle condizioni esterne, ecc. Lo studio delle produzioni
domestiche crescerà di valore immensamente. Una varietà nuova, allevata
dall'uomo, formerà un soggetto più importante ed interessante di
studio che una specie di più, aggiunta alla moltitudine di specie già
conosciute. Le nostre classificazioni diverranno, per quanto si potrà
fare, altrettante genealogie; e così ci daranno veramente ciò che
può chiamarsi il piano della creazione. Quando avranno in vista un
oggetto definito, le regole di classificazione diverranno certamente
più semplici. Noi non abbiamo in tal caso nè alberi genealogici, nè
prosapie araldiche; e dobbiamo scoprire e tracciare le molte linee
divergenti della discendenza delle nostre genealogie naturali, per
mezzo dei caratteri d'ogni sorta che furono ereditati da lungo tempo.
Gli organi rudimentali ci indicheranno infallibilmente la natura delle
strutture perdute in epoche remote. Le specie e gruppi di specie, dette
aberranti, e che possono fantasticamente chiamarsi fossili viventi,
ci aiuteranno a compiere il disegno delle antiche forme della vita.
L'embriologia ci rivelerà la struttura, che rimase alterata, dei
prototipi di ogni grande classe.
«Quando potremo essere certi che tutti gli individui della medesima
specie e tutte le specie strettamente affini della maggior parte dei
generi, sono derivate in un periodo non molto lontano da un solo
progenitore ed emigrarono da un dato luogo di origine; e quando saremo
più addentro nella cognizione dei molti mezzi di migrazione, allora,
pei lumi che ci fornisce attualmente e che continuerà a fornirci la
geologia, sugli antichi cambiamenti di clima e di livello delle terre,
noi saremo in grado sicuramente di seguire, in un modo mirabile, le
antiche migrazioni degli abitanti del mondo intero. Anche al presente,
paragonando le differenze che presentano gli animali marini sui
lati opposti di un continente e la natura dei diversi abitanti del
continente stesso, in relazione ai loro mezzi apparenti di migrazione,
potrà darsi qualche nozione sull'antica geografia.
«La nobile scienza della geologia perde la sua gloria per l'estrema
imperfezione delle memorie. La crosta della terra, coi suoi avanzi
sepolti, non deve riguardarsi come un museo completo, ma come una
scarsa collezione fatta a caso o ad intervalli rari. Si riconoscerà
che l'accumulazione di ogni grande formazione fossilifera dovette
dipendere da uno straordinario concorso di circostanze e che gli
intervalli di riposo e di inazione fra gli stadii successivi furono di
una lunga durata. Ma noi giungeremo ad apprezzare la durata di questi
intervalli con qualche sicurezza, facendo il confronto fra le forme
organizzate anteriori e le posteriori. Noi dobbiamo essere molto cauti
nel cercare di stabilire una correlazione di esatta contemporaneità fra
due formazioni, le quali racchiudono poche specie identiche, mediante
la successione generale delle loro forme di vita. Siccome le specie
si producono e si estinguono, per cause che agiscono lentamente e che
esistono ancora, e non già per atti miracolosi di creazione e col
mezzo di catastrofi: e siccome la più importante di tutte le cause dei
cambiamenti organici è quasi indipendente dalle condizioni fisiche
alterate, e forse anche improvvisamente alterate, voglio dire, la
mutua relazione di un organismo all'altro, poichè il perfezionamento
è l'esterminio degli altri, ne segue che l'insieme dei cambiamenti
organici nei fossili delle formazioni consecutive, probabilmente può
darci una precisa misura della durata del tempo che effettivamente
trascorse. Tuttavia un certo numero di specie, che si conservano
riunite, possono continuare per un lungo periodo senza modificarsi;
mentre durante il medesimo periodo alcuna di queste specie, emigrando
in nuovi paesi ed entrando in concorrenza colle specie straniere
associate ad esse, possono subire delle modificazioni; per modo che non
dobbiamo esagerare l'applicazione dei mutamenti organici nella misura
del tempo.
«In un lontano avvenire io veggo dei campi aperti alle più importanti
ricerche. La psicologia sarà fondata sopra il principio già bene
propugnato da Herbert Spencer, che cioè ogni facoltà e capacità mentale
siasi necessariamente sviluppata a gradi. Si spanderà un viva luce
sull'origine dell'uomo e sulla sua storia.
«Alcuni autori fra i più eminenti sembrano pienamente soddisfatti
dell'opinione che ogni specie sia stata creata indipendentemente. Nel
mio concetto, si accorda meglio con ciò che noi sappiamo, intorno alle
leggi impresse dal Creatore alla materia, l'idea, che la produzione e
l'estinzione degli abitanti passati e presenti del mondo siano dovute
a cagioni secondarie, simili a quelle che determinano la nascita e
la morte degli individui. Allorquando io riguardo tutti gli esseri
non come creazioni speciali, ma come i discendenti diretti di pochi
esseri, che esistettero molto tempo prima che si formasse lo strato
più antico del sistema siluriano, mi sembra che quegli esseri si
nobilitino. Giudicando dal passato, possiamo inferire con sicurezza che
niuna delle specie viventi trasmetterà la sua configurazione identica
alle future età. Pochissime specie, ora esistenti, trasmetteranno
una progenie qualsiasi alle epoche avvenire; perchè il modo con cui
tutti gli esseri organizzati sono insieme congiunti, dimostra che
la maggior parte delle specie di ciascun genere e tutte le specie
appartenenti a molti generi, non hanno lasciato alcun discendente, ma
rimasero interamente estinte. Noi possiamo anche penetrare nel futuro,
con uno sguardo profetico, fino a predire che le specie comuni e più
ampiamente diffuse, appartenenti ai gruppi più vasti e dominanti di
ogni classe, saranno quelle che in ultimo prevarranno e procreeranno
delle specie nuove e dominanti. Siccome tutte le forme viventi della
vita sono i discendenti diretti di quelle che esistettero molto tempo
prima dell'epoca siluriana, possiamo essere certi che la successione
ordinaria, per mezzo della generazione, non è mai stata interrotta e
che nessun cataclisma non venne mai a desolare il mondo intero. Quindi
possiamo pensare con qualche confidenza ad un tranquillo avvenire, di
una lunghezza egualmente incalcolabile. Se riflettiamo che l'elezione
naturale agisce soltanto per il vantaggio di ogni essere, col mezzo
delle variazioni utili, tutte le qualità del corpo e dello spirito
tenderanno a progredire versa la perfezione.
«È cosa molto interessante il contemplare una spiaggia ridente,
coperta di molte piante d'ogni sorta, cogli uccelli che cantano nei
cespugli, con diversi insetti che ronzano da ogni parte e coi vermi
che strisciano sull'umido terreno; ed il considerare che queste forme
elaborate con tanta maestria, tanto differenti fra loro e dipendenti
l'una dall'altra, in una maniera così complicata, furono tutte prodotte
per effetto delle leggi che agiscono continuamente intorno a noi.
Queste leggi, prese nel senso più largo, sono: lo Sviluppo colla
Riproduzione; l'Eredità che è quasi implicitamente compresa nella
Riproduzione; la Variabilità derivante dall'azione diretta e indiretta
delle condizioni esterne della vita e dall'uso o dal non uso; la
legge di Moltiplicazione in una proporzione tanto forte da rendere
necessaria una lotta per l'Esistenza, dalla quale deriva l'Elezione
naturale, la quale richiede la Divergenza del Carattere e l'Estinzione
delle forme meno perfezionate. Così, dalla guerra della natura, dalla
carestia e dalla morte segue direttamente l'effetto stupendo che
possiamo concepire, cioè la produzione degli animali più elevati. Vi ha
certamente del grandioso in queste considerazioni sulla vita e sulle
varie facoltà di essa, che furono impresse dal Creatore in poche forme
od anche in una sola; e nel pensare che, mentre il nostro pianeta si
aggirò nella sua orbita, obbedendo alla legge immutabile della gravità,
si svilupparono da un principio tanto semplice, e si sviluppano ancora,
infinite forme viepiù belle e meravigliose.»
* * * * *
Sublimemente grandiosa è la poesia che raggia da queste parole del
Darwin. Tuttavia essa non fu guari compresa fino ad oggi. Non fu
compresa nemmeno dai poeti. Parlo dei poeti italiani. I nostri poeti
che parlano del Darwin ne parlano con scherno. Prati, Zanella, Rondani
potrebbero essere citati. Ma io mi permetto di domandare a questi
signori, o piuttosto domando a me stesso, se veramente essi abbiano
letto l'_Origine delle specie_, l'_Origine dell'uomo_, e le altre opere
del Darwin.
Quando io pubblicai la traduzione dell'_Origine dell'uomo_ di Carlo
Darwin, ci misi in capo una prefazioncina (gli editori vogliono sempre
almeno una prefazioncina) nella quale io raccontava il fatto che era
stato raccontato a me di un gentiluomo napoletano che ebbe quattordici
duelli per sostenere la preminenza del Tasso sull'Ariosto, e che
all'ultimo, ferito a morte, sclamò:
--E dire che non ho mai letto nè l'Ariosto, nè il Tasso!
Ripeto ora le stesse parole. Da quel tempo in qua si è fatto più che
mai un gran parlare di Carlo Darwin, in male e in bene, ma pochi fra
quelli che ne hanno parlato e ne vanno parlando, interrogati se lo
abbiano letto, quando volessero essere sinceri, potrebbero rispondere
affermativamente. Eppure nessun libro è più ammaestrativo dei libri
di Carlo Darwin, nissun libro può produrre più vario e più grande
frutto dalla sua lettura. Come si facevano nel medio evo ammaestramenti
sopra Aristotele, come in Germania si fa anche oggi un insegnamento
su Dante (si fa anche in Italia per verità, ma si dovrebbe fare assai
più), così vorrei che in ogni città italiana si facesse un pubblico
insegnamento su Carlo Darwin, salvo a decidere sul miglior modo in cui
dovrebbe essere fatto e sulla migliore scelta di chi lo dovesse fare.
Dico ciò perchè se il ministro della pubblica istruzione dovesse dare
l'incarico, andrebbe incontro al rischio di incaricare, in buona fede,
di insegnare il darwinianismo un di quei tali che parlano di Carlo
Darwin senza averne mai letto i libri.
Ma i libri di Carlo Darwin si leggeranno sempre più d'ora in avanti e
nessun uomo studioso potrà fare a meno di una tale lettura.
* * * * *
Carlo Darwin morì il giorno di mercoledì 19 aprile del passato anno
1882, alle ore 4 pomeridiane, circondato dalla sua famiglia. Era
sofferente di cuore, e se riuscì a lavorar tanto fino all'ultimo ciò
fu mercè le grandi cure che seppe aversi e la somma regolatezza della
sua vita. La notte del martedì egli fu preso da dolori nel petto con
deliquii e nausee. Queste sofferenze, con qualche leggero intervallo
di alleviamento, si proseguirono fino all'ultimo, senza togliere al
morente la coscienza di sè e la conoscenza dei suoi cari, che perdette
solo un quarto d'ora prima di morire.
* * * * *
La morte di Carlo Darwin ridestò più vivo l'indomato amore dei suoi
seguaci e l'odio accanito dei suoi avversarii. Si potè vedere quanto
l'amore prevalga, ma si potè vedere ancora quanto l'odio sia intenso,
tanto nel volgo quanto pure fra gli scienziati. Io cito ancora una
volta il Kleinenberg, ed è l'ultima volta, perchè sono al termine del
mio lavoro, il quale si salverà colle citazioni. Il Kleinenberg chiude
così il suo scritto su Carlo Darwin:
«Non solamente il sentimento popolare, ancora la stessa scienza muoveva
opposizione al trasformismo. Anche la scienza ha i suoi uomini che
guardano sempre all'indietro perchè non sanno guardare innanzi, che non
hanno nè abbastanza coraggio nè sufficiente discernimento per liberarsi
dall'incubo della più logora tradizione.
«L'ignoranza poi crede disfare le incomode idee, che non intende,
burlandosene. Così è andato sempre il mondo. Al prepotente romano e
allo scettico greco doveva sembrare oltremodo ridicola la pretesa
divinità di un povero giudeo, di un figlio di quel popolo umile e
disprezzato, di un uomo cui un impiegato romano qualunque poteva
torturare ed ammazzare senza veruna difficoltà; al cristiano pare
ridicola l'idea che scorge anche negli animali un pochettino d'umanità.
Un giornale illustrato ha creduto di fare dello spirito annunziando la
morte di Darwin con una caricatura, dove vedesi il busto dell'inglese
circondato da una ciurma di scimmie, le quali esprimono il loro
buffonesco lutto. Questa volgarità non mi offese tanto, mi rese invece
pensieroso e tornai colla mente in altri luoghi e in altri tempi.
«A Roma nel Museo Kircheriano c'è un graffito del secondo secolo,
trovato sul Palatino. Rappresenta una croce cui sta inchiodato un corpo
umano con la testa d'asino; allato della croce è un uomo all'impiedi.
Sotto v'è questa iscrizione in greco: _Aleximenos adora il suo Dio_.
«Nel Museo di storia naturale di Firenze esiste una specie di
monumento, la cosidetta Tribuna di Galileo; è una cosa fatta con gran
lusso ma con poco gusto. Le pareti sono coperte di affreschi. In uno
di questi è dipinto Galileo che tiene in mano un piccolo modello
del semplice apparecchio per studiare le oscillazioni del pendolo;
attorno a lui molti uomini, preti e laici, che ridono. La spiegazione
dice: _Galileo deriso dai filosofi_. Il quadro è cattivo ma mi fece
impressione. E pensai: se l'idea appartiene allo stesso pittore,
peccato che egli all'essere un mediocre artista non ha preferito
essere un buon scienziato, che tale sarà per certo chi comprende così
profondamente il significato della scienza e il destino che le spetta
nel mondo.
«Ma no! non voglio terminare con un pensiero amaro. Sarebbe ingiusto
e sarebbe indegno della memoria serena del grande morto! Darwin non
fu un martire. Nessuno ha osato toccargli un capello, nessuno gli ha
imposto la revoca della verità, allato di lui stava l'ombra di Galileo
per difenderlo contro ogni offesa. I suoi avversari più aperti l'hanno
stimato ed amato. Non solo il mondo scientifico ha rimpianto la sua
perdita, sinanche dal pulpito abbiamo sentito calde parole di dolore e
di conforto. Che un prete dell'ortodossissima chiesa anglicana abbia
potuto dire alla sua comunanza, la domenica dopo la morte di Darwin,
queste parole: «Fra i più grandi interpreti della parola di Dio, il
Darwin deve sempre avere un alto e onorevole seggio,» questa è una
testimonianza preziosa che non dimenticheremo, perchè prova essere la
civiltà moderna non solo la più potente ma ancora la più tollerante.
Onore al secolo nostro, onore al secolo di Darwin!»
* * * * *
Dunque rallegriamoci!
Ma, in verità, mi viene in mente il mi rallegro di Don Abbondio!
Il prete inglese mette un po' d'acqua nel suo vino, ma, dovunque sia
nato e in qualsiasi tempo abbia vissuto, il prete prima d'ogni altra
cosa è stato ed è prete.
Penoso pensiero questo, come una piccola schiera di uomini si sia
sempre staccata dalla grande maggioranza dei proprii simili e abbia
preso a vivere alle spese di questi sfruttandone la debolezza, le
paure, i vizii, le viltà, promovendo la discordia, l'odio, la strage,
lo sterminio, il delitto.
Lucrezio esclamava già:
_Tantum religio potuti suadere malorum!_
Ma dopo Lucrezio le guerre religiose si fecero ancor più feroci,
i fratelli contro i fratelli, i figli contro i padri, tradimenti,
delazioni, roghi, miseria, abbominazione.
Io vidi in Cairo un uomo a cavallo cogli occhi bassi e le labbra in
lieve movimento, e altri uomini gittarsi forsennatamente sotto ai piedi
del cavallo per farsi calpestare, perchè era la festa del profeta.
Quegli uomini eran molti, tanti che facevano sotto ai piedi del cavallo
un pavimento non interrotto, e la folla intorno mandava urli come gli
sciacalli nelle foreste.
Io vidi in Alessandria di Egitto, alla processione per la fiera di
Tantah, uomini ignudi, che si foracchiavano le carni con chiodi
e dilaniavano coi morsi grossi serpenti che furiosamente si
attorcigliavano loro fra le mani.
Mentre io stava guardando quello spettacolo, udii dietro di me queste
parole in dialetto genovese:
--Non c'è poi mica tanta differenza dalla festa di san Paolo a Malta.
Mi volsi. L'uomo che aveva detto quelle parole era un marinaio.
Vidi io pure a Malta la festa di san Paolo. Quando il grosso fantoccio
di legno appare in capo alla via lo scoppio delle voci selvagge che
prorompe da tutti i petti rintrona l'isola intera, e una parte della
folla segue festosa e plaudente a passo a passo qualche disgraziata
donna che trascina penosamente una enorme catena, facendo un terribile
sforzo a ogni movere di piede e lasciando sul terreno una striscia del
sangue che le sgocciola dalle carni, in cui sono entrati gli anelli
della catena. Io vidi le faccie stravolte delle donne nelle chiese di
Napoli, di Napoli ove ogni anno bolle pubblicamente il sangue di san
Gennaro. Io vidi in Liguria la Madonna entrare in chiesa di gran corsa
fra gli applausi della folla e un uomo cader morto sotto al peso di una
croce enorme che portava sullo stomaco in processione.
La madonna di Lourdes è visitata oggi da personaggi segnalati di tutta
Francia, da signore delle classi più colte, che si precipitano ai piedi
di quei confessori che non hanno orecchi che bastino per dar loro
ascolto.
La confessione auricolare, questa orrenda mostruosità, questo maleficio
spaventoso da cui scaturiscono tanti danni, è in pieno vigore ancora
nella mia patria, e i miei amici liberi pensatori mi parlano anche
oggi della necessità di un freno per le loro mogli e pei loro figli,
e non sanno che da se stessi aprono ad un nemico una finestra dalla
quale egli può vedere quanto si passa nella loro casa e leggere anche
nei loro pensieri, e danno al nemico il modo di volgere e dominare a
sua posta le persone che essi più dovrebbero tutelare. Dico un nemico,
perchè il prete è nemico ora doppiamente. Non si contenta più, come al
tempo di Dante, di essere peggiore dell'idolatra, non si contenta più
di essersi fatto un Dio d'oro e d'argento, ma si è fatto strumento di
una politica avversa alla patria e s'affanna a disfare l'opera della
unione nazionale costrutta con tante vittime e con tanto sangue. Il
prete, sono ancora parole di Dante, si indraca contro chi fugge e si
placa come un agnello a chi gli mostra il dente o la borsa. Quanto più
volentieri ci abbrustolirebbe sul rogo quel prete che oggi, vista la
mala parata, pone Darwin fra gli interpreti della parola di Dio! Quanto
furore compresso! Quanta smania di vendetta! Quanto cupo anelare a
riscossa!
Rallegriamoci col nostro secolo che non consente più al prete di
conficcarci nelle carni le tanaglie roventi, ma non dimentichiamo che,
se potesse, ciò farebbe ancora.
Rallegriamoci, ma pensiamo che sempre la umanità è divisa in due
schiere disugualissime, di cui una, la più numerosa, continua a bever
grosso, l'altra, più scarsa, continua a darla a bere.
Un filosofo moderno, il Gavarni, fa dire a Tommaso Vireloque, quella
sua creazione originale del buon senso in cenci, che la storia antica
era tutta divoratori e divorati, la storia moderna è tutta blagatori e
blagati.
Non credo che il verbo blagare, coi suoi derivati, sia di buona lingua,
ma è noto che fra le mie poche virtù, se pur ne ho qualcuna, la buona
lingua non è la prima.
Verrà un giorno in cui l'uomo sia per essere un po' meno pecora e un
po' meno lupo?
* * * * *
Caro Kleinenberg, vi stringo affettuosamente la mano.