I
Il _Times_ non ha la pretesa di governare e volgere a sua posta la
pubblica opinione ma si contenta di esserne specchio.
Quel giornale, annunziando la morte di Carlo Darwin, ha queste parole:
«....Non è ancora deliberato dove debbano essere sepolti i suoi avanzi
mortali, ma il posto della sepoltura deve essere nel tranquillo
cimitero del villaggio di Down presso il luogo dove Darwin passò quasi
quarant'anni della sua vita....»
Ma la voce potente del popolo inglese gridò che la salma di Carlo
Darwin doveva collocarsi nella abbadia di Westminster cogli antichi re
e cogli uomini più grandi di quella grande nazione, accosto al Newton.
E ciò seguì immediatamente.
L'amplissimo giornale parlò della cosa come se non avesse potuto essere
altrimenti e riferì a lungo le onoranze di quella sepoltura.
Nella famiglia di Carlo Darwin il lavoro intellettuale e lo studio
della natura erano cosa ereditaria.
Erasmo Darwin, nonno di Carlo, fu uno degli uomini più insigni del suo
tempo, medico e naturalista originalissimo. Parlerò di lui a lungo più
oltre.
Terzo figlio di Erasmo Darwin, dal suo primo matrimonio, fu Roberto
Waring Darwin, padre di Carlo. Egli volse tutte le sue forze,
tutt'altro che scarse, alla medicina. Si riferisce che avesse una
meravigliosa potenza nel diagnosticare le malattie, col sussidio solo
di pochissime interrogazioni; egli indovinava anche senza parlare,
colla sola potenza investigatrice degli occhi, ciò che si passava
nella mente dei suoi malati. Era un uomo dabbene, pieno di benevolenza
pei suoi simili. Carlo Darwin, che si compiaceva nel parlare di suo
padre e rammemorarne le virtù, raccontava spesso l'aneddoto seguente.
Per beneficare i poveri, in Shrewsbury, dove esercitava la medicina,
Roberto Darwin si propose di dare gratuitamente i medicamenti a
chi, abbisognandone, non avesse potuto pagarli, e fece sapere la
cosa in paese. Egli rimase sorpreso di ciò, che pochissimi poveri
malati si acconciavano a godere di quel benefizio. Investigando le
ragioni del fatto, credette riconoscere che la ragione si fosse
questa, che ai poveri dispiaceva ricevere per carità le boccette; che
volentieri avrebbero gradito il dono dei medicinali, ma non sapevano
risolversi ad aver in elemosina i recipienti. Allora Roberto Darwin
fece sapere che avrebbe dato bensì i medicinali gratuitamente, ma
che voleva essere pagato delle boccette. Egli assegnava a queste un
prezzo insignificante, e i poveri accorrevano numerosi. L'aneddoto è
caratteristico tanto del medico quanto del contadino.
Prendo questi, come altri ragguagli, dal giornale inglese _Nature_ che
pubblicò nel corrente anno una serie di articoli di varii naturalisti
intorno a Carlo Darwin.
La madre di Carlo Darwin discendeva pure da uno stipite nobilissimo;
era figlia di Giosuè Wegdwood, quel grande fabbricatore di porcellane
che fu artista e scienziato e di cui anche oggi è in tutta Inghilterra
popolarissimo il nome. L'eredità, di cui doveva il Darwin studiare
tanto accuratamente gli effetti, lo aveva servito bene.
Nato a Shrewsbury addì 12 febbraio 1809, gli furono dati i nomi di
Carlo e Roberto, ma quasi sempre egli firmava solo col primo: passò
in quella piccola città i suoi primi anni, nella libera vita della
campagna, tanto favorevole allo sviluppo dei fanciulli. Frequentò la
scuola della città ed ebbe a maestro il reverendo dottore Butler, che
fu poi vescovo di Lichfield.
In età di sedici anni Carlo Darwin lasciò Shrewsbury per andare
agli studi in Edimburgo. Suo padre lo destinava alla medicina e
in Inghilterra si credeva che gli studi medici in quella città si
facessero meglio che non altrove. Poi, suo nonno Erasmo aveva studiato
medicina in Edimburgo. Ebbe a maestro colà il professore Jameson, che
non fu guari contento del suo scolaro; lo dichiarò svogliato degli
studi della storia naturale e inetto alla medicina.
Se il maestro era poco contento dello scolaro, lo scolaro non era guari
meglio contento del maestro. Dichiarava, in fatto di cognizioni intorno
al regno animale, di non essere andato al di là delle volpi e delle
pernici e, in quanto a medicina, di non volerne proprio sapere.
Allora il dottore Roberto Darwin deliberò di avviare suo figlio per la
carriera ecclesiastica, e lo mandò a Cambridge al collegio del Cristo.
Ma egli colà fu preso in breve di tanto amore per la storia naturale
che si volse tutto ad essa e non se ne staccò più mai per tutto il
rimanente della sua vita.
La cosa avvenne, se dobbiamo credere a ciò che il Darwin stesso
afferma, mercè l'opera di un buon maestro, che lo innamorò dello
studio della natura e si conquistò in sommo grado la sua affezione e
la sua ammirazione, tanto che egli lo amò ardentemente fin che visse
e ne conservò poi sempre affettuosissima memoria. Quel maestro era
il professore Henslow, che allora aveva lasciato lo insegnamento
della mineralogia per assumere quello della botanica, ma era pure
valente entomologo e in pari modo geologo valente e, in una parola,
versatissimo in ogni ramo della storia naturale.
Il professore Henslow portava seco il Darwin in escursione, lo
ammaestrava nello osservare e nel raccogliere, e in breve si destava
ardente nel giovane studioso l'amore delle collezioni, segnatamente per
la entomologia. Lo stesso Darwin ricordava sovente anche negli ultimi
anni della sua vita come il suo nome fosse stato stampato la prima
volta quando appunto egli studiava a Cambridge sotto la direzione del
professore Henslow, in proposito di un insetto di palude che egli aveva
trovato.
Nel giornale inglese _Nature_, che già ho citato, trovo riferito uno
scritto dal Darwin intorno al professor Henslow, che merita di essere
testualmente tradotto. Eccolo:
«Andai a Cambridge sul principio dell'anno 1828, e feci subito la
conoscenza, per mezzo di un entomologo mio compagno, del professore
Henslow, il quale prendeva interessamento e aiutava tutti coloro
che si dedicavano a un ramo qualsiasi della storia naturale. Non vi
poteva esser nulla di più semplice, cordiale e senza pretese, quanto
l'incoraggiamento che egli dava ai giovani naturalisti. Divenni in
breve molto intimo con lui, perchè aveva un modo di fare suo proprio,
per cui i giovani si sentivano a loro bell'agio in sua compagnia,
quantunque fossimo tutti meravigliati della somma di cognizioni che
egli possedeva. Prima di conoscerlo, io aveva sentito un giovane
riassumere il suo sapere con queste semplici parole:--Egli sa ogni
cosa.--Quando rifletto come in breve tempo si diveniva famigliari con
un uomo più vecchio, e per ogni verso tanto grandemente superiore
a noi, penso che ciò dipendeva tanto dalla somma sincerità del suo
carattere, quanto dalla bontà del suo cuore, e forse anche più dal non
avere egli per nulla una grande idea del proprio valore. Ci accorgevamo
subito che egli non pensava mai alle sue varie cognizioni, o al grande
intelletto, ma si occupava solo dell'argomento che stava trattando.
Un altro punto del suo carattere tanto simpatico ai giovani si era
che il suo modo di fare con una persona alto locata era lo stesso che
adoperava col più giovane degli studenti: con tutti la stessa attraente
cortesia. Egli mostrava interessamento alla più insignificante
osservazione sulla storia naturale e, per quanto assurdo fosse l'errore
fatto, egli lo dimostrava con tanta chiarezza e bontà, che si andava
via senza provare sconforto, ma deliberati ad essere un'altra volta
più attenti e accurati. Cosicchè nessun uomo sapeva meglio di lui
guadagnarsi la fiducia dei giovani e animarli a proseguire nelle loro
ricerche....
«Durante gli anni in cui fui tanto famigliare col professore Henslow,
non vidi mai una volta sola il suo umore alterarsi. Non prendeva mai in
mala parte il carattere di alcuno, sebbene fosse tutt'altro che cieco
sui difetti degli altri. Mi faceva sempre meraviglia vedere come la
sua mente non potesse provare nessun basso senso d'invidia, vanità o
gelosia.
«Malgrado questa uguaglianza di carattere, e questa notevole
benevolenza, il suo carattere non era insipido. Bisognava esser ciechi
per non accorgersi che sotto a quella apparente placidezza vi era una
volontà forte e piena di fermezza. Quando si trattava di un principio,
nessuna potenza umana avrebbe potuto rimuoverlo di un capello....
«Per ciò che riguarda l'intelletto, per quanto io potessi giudicare,
vi predominavano una grande potenza di osservazione, buon senso e
criterio molto cauto. Nulla pareva dargli maggiore soddisfazione quanto
il trarre conclusioni da osservazioni minute. Ma la sua mirabile
memoria sulla geologia di Anglesea ci mostra quanto grande fosse la sua
attitudine per osservazioni estese e larghezza di vedute. Riflettendo
sul suo carattere con gratitudine e riverenza, i suoi attributi
acquistano una preminenza, come segue nei caratteri più elevati, sopra
la sua intelligenza.»
Nell'anno 1831 Carlo Darwin conseguì il grado di baccelliere nella
Università di Cambridge, e si proponeva di prendere poco dopo quello
di maestro nelle arti, che corrisponde a un dipresso alla laurea in
filosofia come si dà nelle Università germaniche, ed ebbe fra noi il
Gené nella Università di Pavia. Ma sopravvenne una vicenda che gli fece
ritardare fino all'anno 1837 quella laurea, e gli anni che trascorsero
fra il baccellierato e la laurea ebbero una suprema importanza nella
vita e nelle opere del grande naturalista.
Un giorno, nell'autunno dell'anno 1831, il Darwin era in escursione col
professore Henslow, e il professore gli tenne il seguente discorso:
--Ho ricevuto questa mattina una lettera del professore Peacock. Questo
mio amico mi scrive che il capitano Fitz-Roy sta per imprendere il giro
del mondo sopra una nave dello Stato, e che avrebbe caro di avere a
bordo un naturalista giovane e valente. Vorreste voi andare?
Carlo Darwin si compiaceva molto della lettura dei libri di Humboldt e
vagheggiava i grandi viaggi coll'ardore de' suoi ventidue anni. Accettò
di slancio.
Il padre di Carlo Darwin fece qualche obbiezione, perchè non gli pareva
che quella fosse per suo figlio la via più corta per arrivare allo
stato ecclesiastico cui lo aveva destinato. Tuttavia si arrese in breve.
La nave che doveva fare quel viaggio di circumnavigazione sotto il
comando del capitano Fitz-Roy si chiamava il _Beagle_.
Il capitano Fitz-Roy doveva proseguire l'opera iniziata dal capitano
King dall'anno 1826 all'anno 1830. Egli doveva visitare diligentemente
la Patagonia e la Terra del fuoco, le spiagge del Chilì e del Perù e
alcune isole del Pacifico, e compiere una serie di misure cronometriche
intorno al mondo.
Carlo Darwin s'imbarcò, e fu accordato che egli non avrebbe avuto
stipendio, ma che sarebbe rimasto padrone delle sue collezioni. Fin
d'allora egli si proponeva di dare poi quelle collezioni a pubblici
istituti, come realmente fece.
Quel viaggio durò cinque anni, e il Darwin ne raccontò le principali
vicende in un volume intitolato: _Viaggio d'un naturalista intorno al
mondo_, che è certamente la cosa più bella che siasi mai fatta in tal
genere, sebbene molti naturalisti, diplomatici, viaggiatori di vario
genere abbiano pure narrato i loro viaggi in modo non indegno e talora
anche degnissimo e per più di un verso piacevole e vantaggioso.
Io ho tradotto questo volume di Carlo Darwin, e le ore che ho
consacrato a una tale traduzione le annovero fra le più piacevolmente
e nobilmente spese della mia vita. Ho imparato allora ad amare Carlo
Darwin, e ciò non può a meno di avvenire a chiunque sia per leggere
questo suo libro. La semplicità dell'animo, la bontà del cuore, la
finezza del criterio, la rettitudine del giudizio, la vastità delle
cognizioni, l'abilità nell'osservare e nel tener conto d'ogni fatto più
minuto tanto nel campo delle cose fisiche e naturali quanto in quello
più arcano delle passioni umane, il collegare fra loro i varii fatti
e segnalare il legame fra gli effetti e le cause, le considerazioni
sul passato e i prevedimenti dello avvenire, la maestrevolezza della
pittura, la potenza dei tocchi, la brevità mirabile e la mirabile
evidenza, la imparzialità in tutto e su tutto, fanno sì che ogni
lettore trova in questo libro diletto, ammaestramento, benefizio e
sollievo.
Sono trascorsi dieci anni da che mi venne fatta quella traduzione, e in
questo decennio, come in tutta la mia vita, non ho avuto guari tempo a
gustar la dolcezza di riposarmi col pensiero nel passato. Pure oggi ho
quel viaggio nella memoria come quando lo traduceva, e ancora tengo
dietro a passo a passo al grande viaggiatore, e sento vivo più che mai
l'affetto per lui che non ho mai veduto, con cui non ebbi mai che fare
altrimenti che per la lettura e lo studio de' suoi libri; ma il lungo
addentrarmi nel suo pensiero, il seguirlo nel suo vagar di spiaggia
in spiaggia e più nel pellegrinaggio sublime della mente, mi hanno
affezionato a lui per modo che egli ha preso posto nell'animo mio fra
le persone più care cui sia mai stata legata la mia esistenza.