Il gigante non rispose. Il giovane, non ottenendo risposta, si volse
e vide Tabriz curvo verso una delle quattro pareti, che rimuoveva una
tavola di quercia che era incastrata nel fango.
— Che cosa cerchi? — chiese Hossein.
— Dietro questa tavola vi deve essere qualche cosa, — rispose il
gigante. — Resiste!... Eh cederà alle mie braccia!... —
Con uno sforzo la strappò mettendo allo scoperto un'apertura che aveva
non meno di un mezzo metro di circonferenza, che pareva mettesse in
qualche caverna sotterranea o per lo meno in qualche cantina.
— To'! — esclamò.
— Signore, mettiti a guardia della porta: io parto in ispezione.
— Per dove?
— Lo saprai presto.
Il gigante scivolò attraverso l'apertura e scomparve.
Hossein si era subito ricollocato dietro alla tavola che serviva di
barricata, senza però riuscire a scorgere nessun usbeko.
Erano occupati gli assedianti a studiare qualche nuovo mezzo per far
capitolare gli assediati o, disperando di riuscire nel loro intento,
avevano preso il largo sulle loro barche? A dire il vero Hossein non
prestava molta fede alla loro scomparsa, essendo in buon numero e
potendo reclamare per di più l'aiuto dei pastori, pure loro sudditi
dell'Emiro.
Il giovane era a questo punto delle sue riflessioni, quando un getto
di fumo irruppe bruscamente attraverso la porta, costringendolo a dare
indietro.
Qualcuno doveva aver gettato qualche fastello di legna accesa alla base
della parete, coll'evidente intenzione di allontanare i due assediati.
— Altro che scappati! mormorò Hossein.
Un colpo di tosse gl'impedì di parlare. Un altro getto di fumo era
entrato, proveniente dall'altra parete ed era quello così acre, così
puzzolente, da obbligare il giovane a fare altri due passi indietro.
— L'_alfek_ — esclamò. — L'erba puzzolente degli stagni amari!.. Ora ci
affumicheranno per bene e non so se potremo resistere a lungo.
— Per tutti i diavoli dell'universo! — gridò in quel momento una voce
dietro di lui, interrotta da due colpi di tosse. Giungo in buon punto.
— Tabriz!...
— Eccomi, signore.
— Stanno per prenderci. Il vento soffia dinanzi a noi e fra poco la
camera sarà piena.
— Non siamo presi affatto, signore. Seguimi subito, prima che
s'accorgano della nostra fuga dobbiamo essere lontani. Ah!... Ah!...
Che bel giuoco! —
Se il gigante rideva, voleva significare che le cose non andavano così
male come credeva Hossein.
Questi senza perdere tempo in chiedere spiegazioni, si era slanciato
dietro al fedele servo che si era nel frattempo riempito le tasche
di gallette e anche di pesci, poco badando se si ungeva di grasso di
cammello.
— Attàccati alla mia zimarra, padrone — gridò Tabriz. — Tu non hai gli
occhi dei gatti.
— E dove mi conduci?...
— Non occupartene pel momento. Corri sempre dietro di me, o quel fumo
puzzolente ci raggiungerà e cadremo a mezza via. —
Il gigante camminava in fretta, colle braccia allargate, per toccare
le due pareti del passaggio e pareva proprio che ci vedesse, perchè non
esitava un solo istante a spingersi innanzi.
Hossein invece non riusciva a scorgere assolutamente nulla, non
filtrando il menomo raggio di luce in quel corridoio tenebroso.
Dapprima scesero, poi, dopo aver percorso un centinaio di metri,
cominciarono a salire, senza però che l'oscurità si dileguasse.
— Ci siamo, — disse ad un tratto il gigante. — Ecco l'aria fresca del
colle che giunge.
Ancora quindici o venti passi ed i falconetti lavoreranno.
— I falconetti!... Sei diventato pazzo, Tabriz.
— Oh! Vedrai padrone, come li prenderemo alle spalle! Voglio affogarli
tutti nel fiume, compreso il _loutis_.