Il “Loutis.„

Non si erano ingannati: l'animale che aveva cercato di sorprenderli nel

sonno, era veramente un orso d'una razza speciale, che non si trova

che sul continente asiatico e specialmente fra la grande catena che,

dipartendosi dall'India, si spinge verso l'Afganistan e la Tartaria in

lunghe direzioni.

Infatti non aveva il corpo massiccio degli orsi neri e bruni: era

invece di forme svelte, col muso molto aguzzo, le orecchie rotonde e

grandi, col pelame nerastro, a striature bianche sul petto e con una

specie di criniera sul collo.

Quel bestione che doveva pesar non meno di duecento chilogrammi,

avrebbe potuto vincere facilmente un uomo, che non avesse posseduto la

forza straordinaria di Tabriz e soffocarlo con una stretta poderosa,

essendo tutti robustissimi e anche coraggiosissimi.

Il _kangiarro_ del gigante, manovrato da quel braccio d'atleta, aveva

aperte tre spaventose ferite sul corpo della belva, dalle quali il

sangue usciva a torrenti.

— Gli ho spaccata la spina dorsale, — disse Tabriz, che non sembrava

affatto impressionato. — Se i bukari e gli usbeki hanno delle pessime

pistole, sanno affilare a meraviglia i loro _kangiarri_.

— Come mai questo animale, che abita ordinariamente le montagne, si

trova qui? — chiese Hossein che lo guardava con vivo interesse.

— È quello che mi domandavo anch'io — rispose Tabriz. — Deve essere

disceso dal Kasret-Sultan, spinto forse dalla fame.

— Tu le conosci queste bestie?

— Ne ho cacciate parecchie durante la mia gioventù, signore.

— Pericolose, è vero?

— Si rivoltano contro i cacciatori e sono il terrore degli allevatori

di cavalli, signore. Quantunque siano amanti del miele e delle frutta,

non disprezzano la carne quando l'hanno assaggiata.

Sanno però ricompensare le loro vittime.

— In quale modo, Tabriz?

— Procurando agli allevatori di cavalli degli arrosti squisiti. La

carne di queste bestie vince quella dei più grassi montoni e me ne

dirai qualche cosa fra poco. —

Il gigante così parlando aveva ripreso il _kangiarro_ e con pochi colpi

vigorosi, aveva tagliato le gambe deretane dell'animale.

— Signore, scuoia questi due squisiti bocconi, mentre io preparo il

forno. Faremo una colazione magnifica. —

Servendosi sempre del _kangiarro_ scavò una buca profonda un paio di

piedi e la riempì di rami secchi accumulando gli uni sugli altri.

— Ecco un forno superbo che cucinerà perfettamente gli zamponi di quel

gaglioffo che voleva divorarmi.

È necessario ora avvolgerli nelle foglie, onde non si brucino.

— M'insegni a far cucina tu?

— Così Talmà non avrà da lamentarsi di te. Ah!... Stupido che sono! Non

doveva rammentartela! —

Hossein si era rialzato lentamente, pallidissimo.

— Perdonami, signore, — disse il gigante.

— Anzi parliamone, — disse Hossein incrociando le braccia. — Metti a

cucinare gli zamponi prima.

— È fatto, signore — rispose il gigante sbarazzando rapidamente la

buca dai tizzoni mezzi consunti e collocando sulle ceneri calde i due

prosciutti dell'orso.

Riempì la buca di terra e vi accese sopra una bracciata di rami onde il

calore si conservasse sotto.

— Ed ora padrone? — disse.

— Penso a Talmà! — rispose Hossein. — Che cosa mi consigli di fare?

— Uccidere tuo cugino, signore. — È lui che ha pagato le _Aquile_, ne

sono ormai sicuro; è lui che ha tramato tutto, è lui che ha cercato di

assassinarci.

Uccidilo senza pietà, senza misericordia!... Se non lo farai tu, giuro

sul mio _kangiarro_, che lo farò io!... Parola di Tabriz!

A te sono sfuggiti certi sospetti che avevano colpito me e tuo zio.

— Il _beg_?...

— Sì, anche lui si era accorto indubbiamente di qualche cosa, perchè

prima che noi lasciassimo la steppa, mi incaricò di sorvegliare Abei.

— Lui!...

— Sì, lui.

— Vuoi farmi impazzire, Tabriz?

— No, ti apro gli occhi. D'altronde forse che non abbiamo le prove che

egli ha tentato di assassinarci? Che per maggior sicurezza ti aveva

messo dei documenti compromettenti nella fascia? Che cosa vuoi di più?

Da un simile uomo si può anche aspettarsi che fosse d'accordo colle

_Aquile_.

— Tabriz, bisogna che l'uccida! — ruggì Hossein.

— Sono del tuo parere, signore.

— Ma di Talmà che cosa sarà successo? — gridò il povero giovane,

prendendosi disperatamente la testa fra le mani. — È questo che io

vorrei sapere. —

Tabriz stava per aprire le labbra ed esprimere forse qualche terribile

sospetto, poi subito le rinchiuse. Certo non osava dire quello che

pensava riguardo la sorte di Talmà.

— Dimmi qualche cosa, Tabriz, — disse Hossein.

— Calmati, signore, — rispose finalmente il gigante. — Hai tu

dimenticato tuo zio? Quell'uomo non lascerà la tua fidanzata nelle mani

dei banditi, dovesse sacrificare metà della sua fortuna per mettere in

armi tutti i Sarti della nostra steppa.

— Ed a chi la darà poi se qualcuno spargerà la voce che io sono stato

ucciso sotto le mura di Kitab?

— Vorrà ben accertarsene prima, signore. Il _beg_ non si accontenterà

di una semplice voce e manderà indubbiamente dei messi fedeli a Kitab

per assumere informazioni sulla nostra sorte.

E poi non siamo ora liberi noi?

— Non siamo ancora usciti dalla steppa della fame, Tabriz.

— Bah!... Gli usbeki ci crederanno sepolti sotto le sabbie o portati

via da qualche tromba e non perderanno tempo a cercare i nostri

cadaveri.

Di costoro non mi preoccupo punto e sono più che certo che ora quei

furfanti galoppano verso Bukara. —

Hossein pareva che si fosse tranquillizzato. L'accesso di disperazione

che l'aveva colpito poco prima era, se non del tutto, almeno in parte

scomparso.

— Può darsi che tu abbia ragione — disse finalmente. — Quanto credi che

sia lontano l'Amu-Darja?

— Non potremo raggiungerlo prima di otto giorni, padrone. Non possiamo

contare che sulle nostre gambe e pur troppo noi, abituati a vivere

quasi sempre sui cavalli, siamo pessimi camminatori.

Cerchiamo di far onore al pasto se vogliamo rimetterci in forza, poi ce

ne andremo portando con noi qualche provvista.

— E dell'acqua soprattutto.

— Sì, padrone.

— Che non sapremo dove mettere non avendo noi nessun recipiente.

— L'orso ci offrirà la sua vescica e quella ne conterrà parecchi litri.

Padrone, l'arrosto deve essere cotto a puntino. Dimentica tutto e

lavora di denti. —

Colla punta del _kangiarro_ disperse i tizzoni quasi semi-spenti,

ammucchiati sopra la buca, scavò il suolo e senza badare all'intenso

calore che si sprigionava da quel forno primitivo, levò destramente

l'arrosto, il quale esalava un profumo squisito.

— Ecco un boccone che anche l'Emiro di Buckara ci invidierebbe, —

mormorò il gigante.

Strappò da un cespuglio alcune larghe foglie e vi depose il zampone,

dopo averlo sbarazzato del suo involucro.

— Cottura perfetta, signore, — disse. — Vedi come la pelle è

magnificamente screpolata e arrosolata? —

Tagliò l'arrosto in quattro parti e si misero tutti e due a mangiare.

Avevano ingoiati però pochi bocconi, quando una voce gioviale disse

dietro di loro:

— Buona sera, signori. Non vi è nulla per un povero _loutis_ che

muore di fame e che non ha più la sua scimmia per guadagnarsi da

vivere? —

Tabriz e Hossein, colti all'improvviso, balzarono precipitosamente in

piedi, impugnando i _kangiarri_.

L'uomo che era sbucato fra le macchie d'astragalli, fece un cenno con

ambe le mani, come per dire:

— Da un povero diavolo par mio non avete nulla da temere, signori.

— To'! — esclamò Tabriz dopo d'averlo squadrato attentamente, — io ti

ho veduto ancora.

— E anch'io, signore — disse Karaval, poichè era lui.

— Tu facevi parte della carovana che conduceva a Bukara i prigionieri

fatti a Kitab, è vero?

— Sì, io la seguivo per divertire colle mie scimmie quei disgraziati e

nel medesimo tempo per guadagnare qualche cosa.

— Se non m'inganno avevi un compagno.

— Anche questo è vero, — rispose Karaval.

— Come ti trovi ora qui? — proseguì Tabriz, guardandolo un po'

sospettosamente. — Perchè non hai seguita la carovana?

— Nel momento in cui le sabbie precipitavano sull'accampamento degli

usbeki, mi sono sentito sollevare in aria e scaraventare non so dove.

Una tromba mi avrà preso fra le sue spire e portato via.

— Come siamo stati portati via noi, — disse Hossein.

— Quando rinvenni, mi trovai solo in mezzo alle dune, colle ossa tutte

peste. — Mi orizzontai come meglio potei e cercai di riguadagnare

l'accampamento, ma non trovai più nè tende, nè usbeki, nè prigionieri,

nulla.

— Erano partiti tutti?

— Uhm! ne dubito, mio signore, — rispose il birbante. — Io credo che

quei poveri diavoli siano rimasti sotto la sabbia insieme coi cammelli.

— Non sei però certo, — disse Tabriz.

— Là dove si erano accampati non ho veduto altro che una enorme collina

sabbiosa. Se avessi avuto qualche istrumento, per tentare qualche

scavo, sono sicuro che sotto avrei trovato degli uomini e anche degli

animali.

— E poi? Continua.

— Poi mi sono messo subito in marcia per raggiungere quest'oasi, onde

non espormi al pericolo di morire di sete.

— Dunque tu conosci questa steppa?

— Vi sono nato, signore, e poi noi, conduttori di scimmie, camminiamo

tutto il tempo della nostra vita, sicchè la Tartaria, la Persia, i

Kanati e il Belucistan ci diventano presto famigliari.

— Siedi fra noi allora e mangia — disse Hossein. — Abbiamo carne in

abbondanza.

— Lo vedo, signore, — rispose Karaval gettando uno sguardo ardente

sull'orso che giaceva a pochi passi dal forno.

Tutti e tre si rimisero a lavorare di denti senza aggiungere altra

parola. Il birbante divorava avidamente come se non avesse mangiato

da quarantott'ore; però, quando non si vedeva osservato, fissava

intensamente ora il gigante ed ora il nipote del _beg_ e un fugace

sorriso malizioso gli spuntava sulle sottili labbra.

Il furfante doveva essere ben contento di aver ritrovati i fuggiaschi!

Terminato il pasto, inaffiato da una lunga sorsata d'acqua, non avendo

nemmeno il mostratore di scimmie un sorso di _kumis_, i tre uomini

s'accordarono, prima di lasciare l'oasi, di cucinare un altro pezzo

d'orso e di preparare un otre per non esporsi al pericolo di morire di

sete durante il viaggio nella steppa.

Quei preparativi però richiesero parecchie ore e non fu che verso il

tramonto che i tre uomini lasciarono il rifugio, incamminandosi nella

direzione opposta, che avrebbe dovuto tenere la carovana.

Tabriz, sempre sospettoso, non aveva prestata intera fiducia alle

affermazioni del mostratore di scimmie.

La steppa sabbiosa, dopo un uragano, cambia sovente aspetto e non è

facile riconoscere un luogo che prima era ben noto, accumulandosi le

dune in modo straordinario e cambiando totalmente forma, altezza e

direzione.

La regione che percorrevano era tutta coperta di tepè, cioè di

monticelli composti, più che di sabbia, di terra finissima, disposta

a strati orizzontali pieni di avanzi di animali. Nessun essere vivente

animava quella terribile steppa della fame, nessuna erba o cespuglio la

rallegrava.

Le lepri e le gazzelle che sono così comuni nelle altre steppe e anche

le piccole e deliziose ottarde, mancavano assolutamente.

— Che brutto paese! — esclamava Hossein che camminava a disagio su quei

monticelli, tanto più che non era abituato a far lunghe passeggiate.

— E ne avremo almeno per otto giorni, è vero, _loutis_? — rispondeva

Tabriz che sudava copiosamente.

— Sì, prima di riveder le limpide acque dell'Amu-Darja, mio signore.

— Non c'inganneremo noi sulla buona direzione? — chiedeva Hossein.

— Un mostratore di scimmie non si sbaglia mai. Noi vi giungeremo di

certo, se potremo rinnovare la nostra provvista d'acqua e se le nostre

gambe non cederanno. —

Il sole era tramontato da parecchie ore e i nostri viaggiatori,

estremamente stanchi, si decisero di fermarsi fra due alte dune,

che formavano una specie di burroncello piuttosto profondo, dove si

trovavano gli scheletri di alcuni cammelli e di alcuni cavalli.

— Siamo in compagnia poco allegra, — disse Tabriz. — Però questi morti

ci daranno meno fastidio dei vivi.

— Se è vero che anche i vivi che ci tenevano compagnia siano morti, —

rispose Hossein.

— Speriamo che siano rimasti sepolti sotto una montagna di sabbia,

signore. Se fossero scampati alla burana sarebbero già alle nostre

spalle, seguendo le nostre tracce che si conservano su questi terreni

fino a che non soffia il vento.

_Loutis_, sai dove ci troviamo?

— A non molte ore di marcia da un'altra oasi, — rispose Karaval. — Vi

giungeremo prima di mezzodì.

— Troveremo acqua colà?

— Lo spero signore.

— E anche animali?

— In tutte le oasi non ne mancano.

— Se siamo così vicini, sarà meglio dividere la notte in quarti di

guardia, — disse Hossein.

— È inutile signore, — rispose Karaval. — Nessuno verrà a turbare il

nostro sonno; possiamo dormire tranquilli.

Fra le dune, dove l'acqua manca, non si vede quasi mai nessuno.

Le Aquile della Steppa: Romanzo · 第 57 / 81 题