— Avanti!...
— Eccoci, sergente.
— Vi sarà forse qualcuno da raccogliere laggiù, fra i due burroni.
Caricavano bene quei Shagrissiabs, benchè non fossero molti. Se _Djura
bey_ avesse avuto due migliaia di cavalieri così ardimentosi, non so se
Kitab sarebbe in nostra mano.
— E troveremo anche molti dei nostri, è vero, sergente?
— Ne sono caduti non pochi.
Bada, Olaff, che la lanterna non si spenga. La notte si fa troppo
oscura.
— No, sergente.
— Avanti dunque e guardate ove posate i piedi. —
Quattro fantaccini di linea turchestana, guidati da un sergente
cosacco, di forme vigorose, con una selva di capelli rossi che
gli sfuggivano al di sotto del villoso cappello in forma di torre,
s'avanzavano con precauzione fra i due burroni, dove la scorta di
Hossein era stata quasi interamente sterminata dai russi.
Il sergente ed i quattro soldati, uno dei quali portava la lanterna,
superato il primo burrone, avevano rallentata la marcia e armati i
fucili, potendo darsi che vi fosse qualche ferito nascosto e che li
salutasse con qualche colpo di fuoco prima di spirare.
— Non dobbiamo essere lontani, — disse il sergente. — Se le Aquile
rapaci sono qui, i morti non mancheranno.
Aprite gli occhi, ragazzi!...
— Fa oscuro come in fondo alla bocca d'un cannone, — borbottò colui che
teneva la lanterna.
— Manda una benedizione alla luna perchè si mostri, tu che sei figlio
d'un _pope_.
— Preferirei di dar fuoco a tutte queste erbe.
— E arrostire anche noi poco allegramente, è vero Olaff?
Tu non sei un cosacco e non conosci perciò la steppa; quando brucia,
fa paura mio caro, ed i pozzi di petrolio di Baku, farebbero una ben
meschina figura insieme coi loro serbatoi!
Ah!... Ci siamo! Uomini e cavalli! Vi è un bel gruppo di morti
qui. —
A cinquanta metri dal secondo burrone vi era una massa di cadaveri.
Uomini e cavalli erano caduti confusamente insieme, sotto le scariche
dei cacciatori del Turchestan, formando come una immensa catasta.
— Vediamo se vi è qui in mezzo qualcuno dei nostri — disse il sergente,
prendendo la lanterna e proiettando la luce dinanzi a sè. — Di questi
bricconi di Shagrissiabs non ci cureremo gran che e non li disputeremo
ai falchi ed alle aquile, ma daremo sepoltura almeno ai camerati.
— E poi vi può essere qualche ferito da soccorrere, — disse Olaff.
Il cosacco ed i suoi compagni si cacciarono, non senza un po' di
ripugnanza, fra quei cadaveri, tirando a forza gli uomini che si
trovavano sotto i cavalli.
I Sarti ed i loro camerati presentavano, anche nella morte, un aspetto
fierissimo.
Tutti stringevano ancora fra le mani, rattrappite dalle ultime
convulsioni dell'agonia, _kangiarri, jatagan_ e pistole, ed avevano i
lineamenti alterati dalla rabbia della lotta.
— Sono ben brutti, — diceva il sergente, chinandosi su ciascuno. —
Sembrano veri briganti.
— Ma non questo, sergente! — esclamò ad un tratto un soldato che si
era precipitosamente curvato su uno dei combattenti. — Farebbe una
splendida figura anche fra le guardie nobili del Padre bianco (lo
Tzar).
— Vediamo un po' Mikalow. —
Il sergente spinse innanzi la lanterna ed un grido gli sfuggì:
— Oh!... Il bel giovane!...
— Sembra un principe, — disse Olaff.
— E tale da innamorare qualunque fanciulla, — aggiunse un altro.
— Che splendide armi! — esclamò il sergente. — Questo deve essere il
figlio di qualche Emiro o di qualche _beg_.
Peccato che l'abbiano ucciso e così giovane!...
— Vediamo sergente, se è veramente morto, — disse Olaff.
— Alzatelo. —
Due soldati trassero il giovane di sotto ad un cavallo che in parte lo
copriva e lo esaminarono attentamente.
— Nessuna ferita dinanzi, — disse il sergente. — Voltatelo... Ah!...
Eccolo qui un foro nel dorso, sotto la scapola sinistra... una palla di
certo...
To'!.. Vediamo... mi sembra impossibile che questa ferita abbia potuto
causare la morte a questo giovane...
Per tutti gli_ etmani_ della Kabardia!. Un fremito!... Oh ragazzi, non
è ancora spirato! Me ne intendo io di ferite! —
I quattro soldati, che avevano provata una subitanea simpatia per quel
bel giovane, quantunque dovesse essere stato un loro nemico, lo avevano
deposto frettolosamente sul cadavere d'un cavallo, probabilmente il suo
a giudicarlo dalla ricchezza della gualdrappa che era ricamata in oro e
dalla bellissima sella tutta a borchie d'argento.
Il sergente gli tolse il _kangiarro_ che teneva ancora in mano, pulì la
lama con un lembo della sua grossa casacca e gliela mise dinanzi alle
labbra che erano semi-aperte, mormorando:
— L'aria è fredda questa notte; vedremo se l'acciaio si
appannerà. —
Attese un mezzo minuto, poi fece un gesto di gioia.
Sull'acciaio si era distesa lentamente come una leggerissima ombra, la
quale aveva offuscato lo scintillìo del metallo.
— Respira! — esclamò il cosacco.
— Sia pure nostro nemico, eppure sarei ben lieto che questo giovane si
potesse salvare e... —
Si era bruscamente interrotto, retrocedendo vivamente. Anche i quattro
soldati lo avevano imitato, armando rapidamente i loro fucili.
Un'ombra gigantesca era sorta a pochi passi da loro, chiedendo con voce
rauca:
— Che cosa fate voi, canaglie? Siete i corvi della steppa? Giù quel
giovane, o Tabriz vi ucciderà!...
— Noi siamo russi e non già ladri, — disse il sergente, snudando la
sciabola.
Il gigante era rimasto un momento silenzioso, fissando i suoi occhi ora
sulla lanterna ed ora sul giovane, poi un grido lacerò il suo petto.
— Il mio signore!... Morto!...
Morto!... Dannazione d'Allah e del miserabile che l'ha ucciso!..
— Chi, Ercole? — chiese il sergente — e se tu invece t'ingannassi?
— È il mio padrone! — ruggì Tabriz.
— Un principe?
— Il nipote di un_ beg_... di Giah Aghà!...
— Me l'ero immaginato che doveva essere un pezzo grosso, ma
rassicurati. Ercole mio, non è ancora spento e forse non se ne andrà
nel paradiso di Alì, Hussein, Maometto e compagni.
— Vive?...
— Sembra. —
Tabriz fece un salto innanzi, poi cadde subito sullo stesso cavallo su
cui trovavasi Hossein.
— Maledetta palla che quel traditore mi ha cacciato nel dorso — disse,
digrignando ferocemente i denti.
— Anche tu ferito?
— Per me non mi preoccupo, — disse Tabriz. — Ci vuol ben altro che una
palla.
— Infatti sei più robusto d'un orso.
— Sergente, — disse Olaff, — noi perdiamo tempo in chiacchiere inutili,
mentre questo giovane ha bisogno di cure.
— Hai ragione, sono uno stupido. Slacciate una coperta e portiamolo al
campo. Penseranno i nostri medici a salvarlo.
Lesti, ragazzi!... Torneremo più tardi. Tu, Ercole, puoi seguirci? Ci
vorrebbe un elefante per portare te.
— Salvate lui, il mio padrone, — disse Tabriz, con voce singhiozzante.
— Io vi seguirò egualmente.
È lui che voglio che viva.
— Uhm! — grugnì il cosacco. — Purchè non lo fucilino più tardi, o
l'Emiro di Bukara non lo faccia acciecare.
Non è troppo tenero quel selvaggio principe coi ribelli che turbano i
suoi sonni. —
Un soldato aveva spiegata rapidamente la coperta di lana, che portava
a tracolla ed i suoi camerati vi avevano adagiato sopra Hossein con
infinite precauzioni.
Il cosacco, prima di dare il comando di mettersi in marcia, levò al
ferito la ricca giubba persiana, tagliò la camicia di seta, diede uno
sguardo alla ferita prodotta, a quanto pareva, da una palla di pistola
e vi cacciò dentro un pizzico di filaccia di lino fasciandola poi
lestamente, quantunque il sangue si fosse oramai raggrumato impedendo
l'uscita a quello che rimaneva nel corpo.
— Là, — disse, facendo schioccare contemporaneamente la lingua e le
dita. — Credo che un medico dell'esercito non avrebbe potuto fare di
meglio. Oh!.... M'intendo io di ferite! —
Poi, volgendosi verso Tabriz che si manteneva ritto per uh vero
miracolo di suprema energia, gli chiese:
— E per te, Ercole, che cosa posso fare? Vuoi che visiti anche la tua
ferita?
— Farai quello che vorrai, moscovita, ma più tardi, quando saremo al
campo.
— Ecco un magnifico orso, — borbottò il sergente, con vera ammirazione;
— che pelle dura hanno questi Shagrissiabs! —
Poi alzando la voce:
— Lesti, all'accampamento, camerati! —
I quattro soldati afferrarono i quattro lembi della coperta e guidati
dal sergente che teneva alta la lanterna, si misero in marcia a passo
affrettato, seguiti da Tabriz il quale pareva che fosse improvvisamente
guarito della sua ferita.
In venti minuti raggiunsero il primo burrone, poi in altri dieci si
trovarono dinanzi ai giardini di Kitab, dove ardevano giganteschi falò,
i quali facevano vivamente scintillare un gran numero di fasci d'armi.
Molte tende, per lo più piccole, si rizzavano qua e là e molti soldati
russi fumavano placidamente le loro immense pipe di porcellana,
commentando a bassa voce gli avvenimenti della giornata e narrandosi
le prodezze compiute durante l'assalto della torre di Ravatak, il solo
luogo si può dire, ove i Shagrissiabs di _Djura bey_ e di Baba-beg
avevano opposta un'accanita resistenza.
Il sergente ed i suoi soldati, dopo d'aver risposto alla parola
d'ordine delle sentinelle, attraversarono l'accampamento ed entrarono
sotto una vasta tenda sulla cui cima ardeva un grosso fanale, accanto
ad una bandiera rossa, attraversata da una grande croce bianca.
Nell'interno vi era una ventina di materassi, sui quali giacevano degli
uomini che avevano la testa fasciata di bende più o meno insanguinate:
russi feriti dai kangiarri, dagli jatagan e dalle scimitarre dei
Shagrissiabs, nell'attacco dei giardini di Kitab.
Nel mezzo, sotto una lanterna, un capitano medico, molto barbuto, con
un grosso sigaro in bocca, stava seduto su un tamburo leggendo qualche
vecchio giornale.
Vedendo entrare il sergente alzò il capo, senza smettere di fumare.
— Che cosa mi porti, Alikoff? — chiese. — Non è ancora finita la
raccolta dunque?
— No, capitano, però quello che vi conduco non è uno dei nostri. —
Il capitano aggrottò la fronte e fece un gesto come di stizza.
— Un ribelle?
— Sì, capitano.
— Portatelo a _Djura bey_ od al suo socio, Baba beg.
— Non potrebbe giungere vivo fino a loro. È un pezzo grosso che vi reco
capitano, il figlio d'un _beg_, sembra.
— Bah!.... Vediamo! —
Gettò via il sigaro e s'accostò ai quattro soldati che reggevano la
coperta su cui si trovava Hossein.
— Per S. Piero e S. Paolo! — esclamò. — Che bel giovane! Dove l'hai
pescato, Alikoff?
— In mezzo ad un cumulo di cadaveri.
— Non è morto?
— Non ancora, capitano.
— Dov'è ferito?
— Al dorso.
— Ferita non gloriosa se vogliamo. Fallo deporre su quel letto vuoto e
fammi portare i ferri.
— Ve n'è un altro, capitano, — disse il sergente, indicando Tabriz, che
in quel momento entrava.
Il medico squadrò il gigante con un certo stupore, poi disse, un po'
sorridendo:
— A quello basterà una buona zuppa per rimetterlo in gambe.
— No, capitano, ha una palla in corpo anche lui e non delle nostre, —
rispose il sergente.
— Ed è venuto qui senza aiuto?
— Da solo.
— Avrebbe l'anima attaccata al corpo con chiavarde di acciaio? —
esclamò il capitano.
— Sembra, signore.
— Allora può aspettare. Pensiamo prima a questo giovane che è più
interessante di quel bufalo della steppa.
Se non è morto finora non morrà nemmeno più tardi. Fallo passare in un
altro letto. —
Si avvicinò ad Hossein che era stato già deposto su un materasso e si
curvò su di lui, aprendogli la camicia di seta bianca e appoggiando un
orecchio sul cuore.
— Batte, — disse dopo qualche istante. — Ferita grave senza dubbio;
forse non è mortale.