Il rifugio dei banditi.
Mentre Abei, colla sua piccola scorta, galoppava verso la catena
dei Kasret-Sultan-Geb, per raggiungere la caverna, dove si trovavano
rifugiate le _Aquile_ della steppa, Kitab assalita sempre vigorosamente
dalle due colonne d'assalto del colonnello Miklalovsky a poco a poco
cadeva.
Una larga breccia era già stata aperta a fianco della porta di Ravatak
ed i cannoni della torre, tutti smontati, non potevano più far nulla.
Era dunque quello il buon momento per dare il colpo supremo alle orde
dei Shagrissiabs.
Questi che si erano ammassati sulle terrazze e sulle mura, non avevano
indugiato ad aprire un fuoco vivissimo coi loro moschettoni, non
potendo contare che sull'appoggio di pochi falconetti e di qualche
racchetta, ancora piazzati sui ridotti della cittadella.
Malgrado quella pioggia di palle, i russi piantarono le loro scale,
alcune sulla breccia, altre sulla muraglia e sui parapetti, montando
lestamente all'assalto.
I Shagrissiabs, che si erano radunati in buon numero sulla cresta della
cinta, già sgomentati per la perdita della loro artiglieria, al primo
apparire delle baionette russe, si erano dati alla fuga attraverso i
giardini urlando a squarciagola:
— Il nemico!... Il nemico!... Si salvi chi può! —
Secondo le istruzioni ricevute, le due colonne d'assalto, appena
superata la cinta, si erano subito messe in marcia verso la cittadella
sui cui ridotti i falconetti sparavano ancora.
Una frazione però aveva dato la scalata alla torre di Ravatak ed aveva
rovesciato nel fossato i due cannoni che la difendevano.
Le due colonne, dato fuoco ad alcune capanne per illuminare la via,
avevano continuata la loro marcia, rinforzate dalla riserva che
l'avevano in quel frattempo raggiunta.
I Shagrissiabs nascosti nelle strette vie che dividevano i giardini
racchiusi fra le due cinte, pur fuggendo, non cessavano di far fuoco.
Anche i ridotti non erano diventati ancora muti.
Il generale Abramow, frettoloso di finirla, lanciò allora all'assalto
una terza colonna, coll'ordine d'impadronirsi della seconda cinta e di
entrare nelle vie della città.
Un quarto d'ora dopo i russi superavano anche quella muraglia senza
aver incontrato molta resistenza, quantunque _Djura bey_ e Baba, il
_beg_ di Schaar, disponessero ancora di circa ottomila uomini fra fanti
e cavalieri.
Le colonne, compiuta la loro riunione, s'avanzarono allora senza por
tempo in mezzo, verso la terza cinta.
Le vie strette dei giardini erano piene di Shagrissiabs fuggiaschi, coi
quali i russi dovettero impegnare delle accanite lotte a corpo a corpo,
e giunta la colonna ad un crocivio, fecero alto, incendiando varii
mucchi di fieno.
Appena sorto il sole, le truppe moscovite, con pochi colpi di granata,
sfondavano le ultime difese.
I Shagrissiabs s'erano riuniti nella torre vicina all'ultima breccia,
aprendo nuovamente un fuoco intensissimo e micidiale, ciò che obbligò
il generale Abramow a farla prender d'assalto, con non poca fatica,
poiché gli assediati non volevano cedere.
La cittadella nel frattempo era stata abbandonata dai due beg e dai
loro artiglieri. Vistisi ormai perduti, avventarono sui russi la loro
cavalleria e anche quel supremo sforzo non ebbe che un esito infelice.
Alle otto del mattino tutta Kitab era nelle mani dei russi ed i
Shagrissiabs facevano atto di sottomissione, esempio che fu subito
seguito anche dalla guarnigione di Schaar.
L'assalto era costato ai Shagrissiabs più di seicento morti, ma non si
poté sapere il numero dei feriti; ai russi diciannove soli morti, fra
cui un ufficiale e cento e due feriti, fra i quali un generale, quattro
ufficiali superiori e tre inferiori.
Furono trofei della vittoria quattro stendardi, ventinove cannoni ed un
gran numero di falconetti e d'armi da taglio.
. . . . . . .
Abei intanto continuava la sua corsa, non essendo stato più inquietato
dai russi nascosti nei burroni e che d'altronde, non possedendo ottimi
cavalli, non avrebbero potuto dargli la caccia.
I banditi di Hadgi, praticissimi della regione, si erano messi alla
testa del drappello, il quale si componeva quasi esclusivamente
di Sarti, ossia di amici fedelissimi di Talmà, pronti a qualunque
sbaraglio pur di liberare la loro signora.
La frontiera della Tartaria chinese, o meglio della Duzungaria, non era
lontana.
I cavalli, da due giorni ben riposati, divoravano d'altronde le miglia,
col medesimo slancio impetuoso, senza dar segno di stanchezza.
A mezzodì il drappello saliva già i primi contrafforti, che erano
coperti da folte foreste, per la maggior parte da macchie immense
di querce, di cedri selvatici, di pini e di ginepri sopra i quali si
vedevano volteggiare in gran numero aquile d'Astrakan, falconi, merops
e sparvieri.
Giunto ad una certa altezza, dove si cominciava a scorgere un sentiero
serpeggiante attraverso ad un burrone, i banditi si erano fermati,
guardando Abei.
Questi aveva subito compreso che non dovevano trovarsi lontano dal
rifugio delle _Aquile_ e che era giunto il momento di prendere delle
precauzioni, onde i Sarti non potessero accorgersi della sua intesa coi
rapitori di Talmà.
— Amici, — disse, alzando la voce e volgendosi verso i Sarti che
stavano caricando i loro moschettoni, fingendosi in preda ad una
profonda commozione, — mio cugino è caduto sotto il piombo dei russi,
ma io ho giurato al _beg_, mio zio, di condurre a buon fine l'impresa
che ci ha spinti lontani dalla steppa.
La mia vita appartiene a Talmà, la vostra signora, ed io non tornerò al
di là dell'Amu-Darja, senza quella povera fanciulla.
Siete sempre decisi ad aiutarmi?
— Siamo pronti a morire, — risposero i Sarti ad una voce.
— Questi uomini, che ci hanno guidato fino qui, — riprese Abei, —
sanno ove si sono rifugiate le _Aquile_ e dove Talmà è stata condotta.
Accomodatevi qui e aspettate il mio ritorno.
— Signore, — disse un vecchio Sarto dalla lunga barba grigia, — dove
vai tu? Non esporre la tua vita senza che noi ti scortiamo.
Il _beg_ tuo zio ti ha affidato a noi e dobbiamo proteggerti.
— Non farò che una ricognizione, che giudico necessaria, — rispose
Abei. — Siamo in numero troppo esiguo ormai per tentare un assalto
diretto contro quei banditi e dovremo ricorrere ad una sorpresa, se
vorremo liberare Talmà.
Non inquietatevi quindi per me e aspettate senza ansie il mio
ritorno. —
I Sarti, completamente rassicurati dalle parole del nipote del _beg_,
discesero da cavallo, accampandosi in mezzo ad una folta macchia di
colossali platani.
Allentò le briglie e riprese la salita, scortato dai banditi.
Oltrepassato il burrone che si estendeva per qualche miglio,
fiancheggiato da altissime querce, i cavalieri si trovarono
improvvisamente dinanzi ad un gruppo di uomini barbuti, con immensi
turbanti sul capo e armati di fucili, di pistole e di _kangiarri_, che
diedero l'alt con voce minacciosa.
— Giù le armi, — disse uno dei banditi della scorta, facendo un segno.
— Annunciate il capo Abei Dullah, nipote del _beg_ Giah Aghà. —
Gli archibugi, che erano già stati puntati, furono subito abbassati,
gli uomini s'inchinarono profondamente ed i cavalieri continuarono a
salire il sentiero fermandosi dinanzi ad un'alta parete rocciosa che
mostrava alla sua base un largo crepaccio.
Altri banditi erano comparsi, sorgendo fra i cespugli che coprivano
la base della muraglia, puntando anche essi i fucili: poi scorgeudo i
loro camerati che scortavano Abei, si erano subito messi in posizione
d'attenti.
— Andate a chiamare il capo, — disse uno della scorta, mentre Abei
scendeva da cavallo e si gettava dietro una macchia d'astrogolli, per
timore di venire scorto da Talmà.
Pochi momenti dopo Hadgi usciva dalla caverna e raggiungeva Abei, che
si era seduto su un masso.
— Cominciavo ad inquietarmi del tuo ritardo, signore, — disse il
bandito, facendo un goffo inchino. — Ho udito tutta la notte a rombare
il cannone a Kitab.
L'hanno presa?
— Credo che ormai tutto sia finito per Djura bey, — rispose Abei. — E
Talmà?
— È nella caverna, strettamente sorvegliata. Comincia ad annoiarsi
quella fanciulla; non fa che piangere.
— M'incarico io di consolarla.
— E tuo cugino, signore? Dove l'hai lasciato?
— I russi l'hanno ucciso insieme a Tabriz.
— Ne sei bene sicuro? Io ho più paura di quei due uomini, che di tutti
i Shagrissiabs di _Djura bey_.
— Io non ho potuto bene accertarmi se Hossein sia proprio morto, perchè
i russi non me ne hanno lasciato il tempo. L'ho visto cadere, assieme a
Tabriz, colpiti entrambi alle spalle...
— Alle spalle! — esclamò Hadgi, guardando maliziosamente Abei. — Da
palle di piombo o da palle rivestite di rame?
— Non occuparti di ciò, — disse Abei, seccato.
— E se fossero stati solamente feriti?
— I russi non ischerzano colle spie: le deportano nelle steppe del Don
o le fucilano.
— Non ti comprendo, signore.
— Ho fatto scivolare ieri sera, nella fascia di mio cugino, delle
lettere compromettenti. Non sono uno sciocco io.
— Anzi, un uomo meraviglioso, — disse il bandito, con sincera
ammirazione.
— Basta, lasciamo i morti e occupiamoci dei vivi. Hai preparato il
tuo piano? Ricordati che io devo comparire come un salvatore, o tutto
l'edificio che ho innalzato con tanta pazienza e tanta abilità, andrà a
catafascio, insieme ai _tomani_ che devo sborsarti.
— Tu hai una scorta, — rispose il bandito, dopo qualche istante di
riflessione, — è vero?
— Una quindicina d'uomini.
— Io farò credere a Talmà che devo assentarmi colla maggior parte dei
miei banditi per accorrere in aiuto di Kitab e non lascerò che una
diecina d'uomini a guardia della caverna.
Questa sera tu darai l'attacco, i miei, alle prime fucilate,
scapperanno come lepri, per un passaggio che è noto solo a noi e ti
prenderai la fanciulla.
Che cosa vuoi di più semplice?
— Sei furbo.
— I tomani, ora, signore, perché noi non ci rivedremo forse mai più.
Ritorno nella steppa della fame e non ripasserò, per parecchi anni di
certo la frontiera di Bukara... —
Abei si tolse dall'ampia fascia due carte e le consegnò al bandito.
— Una per te, una per la famiglia del _mestvire_. Presentati a Jurtschi
Omar, banchiere a Samarcanda e ti verrà subito versata la somma. Egli è
già stato avvertito da parecchie settimane.
— Grazie, mio signore.
— Sii leale colla famiglia del povero _mestvire_.
— Giuro sul Corano che non mancherò di versarle fino all'ultimo tomano.
Addio, signore, questa sera io sarò ben lontano. —
Abei lo congedò con un gesto, raggiunse il cavallo e ridiscese verso il
campo, sempre seguito dai banditi che l'avevano fino allora scortato.
I Sarti lo aspettavano, in preda ad una vivissima ansietà, colle armi
in mano, temendo qualche improvviso attacco da parte delle _Aquile_.
— Accampatevi pure, amici, — disse loro Abei, smontando. — Sono
riuscito a scoprire il rifugio dei banditi e quello che maggiormente
ci interessa, ho anche saputo da un pastore che quasi tutte le _Aquile_
hanno lasciato queste montagne per accorrere in aiuto dei Shagrissiabs
di Schaar e che solo un piccolissimo drappello veglia su Talmà.
— Signore, — disse un vecchio Sarto, che pareva esercitasse una
certa influenza sui suoi compagni, — se è vero quello che ti hanno
raccontato, partiamo subito, invadiamo la caverna e facciamo a pezzi
quei miserabili.
— No, — rispose Abei, con voce ferma, — aspetteremo questa sera per
sorprenderli.
— Tuo zio, il_ beg_, non avrebbe esitato un solo istante. —
Abei aggrottò la fronte.
— Sono sì o no il capo io? — rispose poi. — Sono io che comando ora e
non già il _beg_ mio zio.