Un nitrito rispose subito alla chiamata del vecchio, poi un superbo
cavallo sorse dall'ombra, accostandosi all'entrata della tenda e
presentando il suo muso al padrone.
Era tutto nero, col pelo lucentissimo e bardato con un lusso che
solo un ricco _beg_ può permettersi. Le briglie e la sella avevano
pendenti formati di zecchini e catenelle d'oro e la gualdrappa, che
scendevagli fino al ventre per ripararlo dall'umidità della notte, era
tutta ricamata in argento con numerosi gruppetti di perle di Barehin ai
quattro angoli.
Il _beg_ gli gettò sulle nari una boccata di fumo odoroso, che il
cavallo, al pari dei cammelli turchestani, parve gradire, poi gli
disse:
— Coricati presso di me, mio bravo Heggiaz. Tu senti meglio di me i
nemici, anche quando sono ancora lontani. —
Il cavallo obbedì docilmente, coricandosi fra le alte erbe che
crescevano intorno alla tenda.
Il _beg_ si era rimesso a fumare colla sua solita pacatezza, seduto
su un pesante cofano che Tabriz aveva colà collocato, onde rinforzare
meglio le pertiche reggenti la vasta tenda.
Di quando in quando s'interrompeva, per mettersi meglio in ascolto
e per scrutare le tenebre. Non udiva che il sibilar rabbioso delle
raffiche e dentro lo squillare inquieto dei falchi.
Passò un'ora, poi un'altra ne trascorse, senza che alcun essere
umano si mostrasse sulla steppa. Il _beg_ non fumava più colla calma
abituale; aspirava rabbiosamente il fumo della sua pipa, facendo
gorgogliare fortemente l'acqua profumata coll'essenza di rosa,
racchiusa nel vaso di vetro.
Cominciava ad inquietarsi.
— Abei dovrebbe essere già qui colla scorta, — si ripeteva. — Che gli
sia accaduta qualche disgrazia o che abbia incontrato qualche drappello
di Aquile rimaste indietro? E di Hossein che cosa ne sarà? Che sia
giunto alla casa di Talmà?
Io non tremo per lui, ha Tabriz con sè che vale da solo dieci uomini e
poi Hossein è più audace e più forte di Abei. —
Ad un tratto il cavallo mandò un lungo nitrito e alzò di colpo la testa
verso l'occidente.
— Che cos'hai udito, mio bravo Heggiaz? — chiese il beg, che si era
pure levato, lasciando cadere il cannello di cuoio rosso del _narghilè_
e armando precipitosamente uno dei suoi sei fucili. — È Abei che torna
colla scorta o qualche Aquila che cerca d'accostarsi? —
Tese gli orecchi, curvandosi verso il suolo, mentre l'intelligente
animale mandava un secondo nitrito e allungava maggiormente il collo
verso l'ovest.
— Deve essere Abei, — disse il _beg_, il cui udito ancora finissimo
aveva raccolto un lontano galoppo.
Dopo alcuni minuti il vecchio vide un cavallo galoppare sfrenatamente
verso la tenda, privo del cavaliere. Mandò un grido:
— Qui, Ader! —
Il destriero fece, senza fermarsi, il giro della tenda, forse per
aver tempo di frenare lo slancio, poi andò a urtare Heggiaz con tanta
violenza da cadere sulle ginocchia.
— Solo, torna solo senza Abei! — esclamò il _beg_, precipitandosi verso
il cavallo. — Quale disgrazia è successa? È impossibile che sia caduto,
lui che è pure un abilissimo cavaliere e Ader poi non avrebbe lasciato
il suo padrone. —
Sollevò il cavallo e lo trasse entro la tenda, sotto la lampada. Con un
solo sguardo si avvide che quel bellissimo animale, un farsistano come
il suo, non aveva alcuna ferita.
Anche la bardatura era intatta, come quando era partito.
Il vecchio fece un gesto disperato.
— E non poter sapere nulla!... Abei scomparso, Hossein e Talmà in
pericolo!... Che cosa fare?... Maledette Aquile, che il Profeta vi
danni e che l'arsura non cessi di disseccare la vostra steppa della
fame! —
Stette un momento immobile guardando, cogli occhi dilatati da una
collera intensa, la pianura che il vento e le sabbie spazzavano, poi
prese una risoluzione disperata:
— Andiamo a chiamare in aiuto i Sarti. —
Legò il cavallo del nipote ad un palo della tenda, spense la lampada,
onde colla sua luce non attirasse l'attenzione degli scorridori della
steppa, abbassò il pesante tessuto di feltro che serviva da portiera,
quindi, gettandosi sulle spalle un fucile, uscì, gridando:
— Heggiaz! —
Il nobile animale s'accostò al padrone. Pareva che avesse compreso che
cosa si domandava da lui.
Il vecchio, a cui l'età non aveva ancora tolta la forza, si aggrappò
alla criniera e mettendo un piede nella larga staffa d'acciaio, montò
in sella.
— Via, mio bravo Heggiaz, e non fermarti fino al villaggio dei
Sarti. —
Il farsistano sentendo allentare le briglie, partì come un fulmine
verso il settentrione.
Il villaggio dei Sarti, che era una specie di feudo di Talmà, essendo
stato suo padre _beg_ di una di quelle tribù sedentarie, si trovava
più prossimo alla casa assediata dalle Aquile della steppa. In meno di
un'ora e mezzo, con quel cavallo che poteva gareggiare con quelli di
Hossein e di Tabriz, il vecchio contava di giungervi.
Fortunatamente i banditi, sicuri di non venire disturbati, ansiosi
soprattutto di impadronirsi della casa, avevano commesso l'imprudenza
di non lasciare delle vedette disperse per la pianura, cosicchè il
_beg_ potè attraversare la distanza che lo separava dai Sarti, senza
fare alcun cattivo incontro, eccettuato qualche piccolo gruppo di lupi
che non si provò nemmeno a dargli la caccia.
Era la mezzanotte quando entrò nel villaggio. Era quello formato da
un centinaio e mezzo di casupole molto basse, costruite con argilla
grigia, con finestre così strette da sembrare feritoie e con porte
basse, chiuse da una enorme pietra che si spostava dal di dentro.
Un'oscurità profonda ed un silenzio perfetto regnavano nelle viuzze
fangose e tortuose. I Sarti dormivano della grossa, non immaginandosi
nemmeno lontanamente, che in quel momento le Aquile fossero sbucate
dalla steppa della fame e che fossero piombate sulla casa della loro
principessa e padrona.
Il beg spinse il suo cavallo fino in mezzo ad una piazzetta che formava
il centro del villaggio e s'arrestò dinanzi ad una casa un po' più
vasta delle altre, sormontata da un terrazzo.
Si levò un archibugio e lo scaricò in aria, mormorando:
— Se non sono tutti ubbriachi, si sveglieranno. —
La detonazione s'era appena spenta, che si videro degli sprazzi di luce
attraverso le feritoie, poi s'udirono delle grida partire da diverse
case.
Un uomo era comparso sulla cima del terrazzo, armato d'un fucile e
munito d'una torcia.
— All'armi Sarti! — urlò con voce tuonante. — Le Aquile della steppa!
— Taci, cornacchia! — gridò il vecchio. — Invece di strepitare a
codesto modo scendi e raccogli tutti i tuoi uomini.
— Chi sei?
— Giah Agha _beg_. —
L'uomo scomparve e poco dopo la pietra, che serviva di porta a quella
casa, veniva spostata e parecchi Sarti uscivano, portando delle
lampade, ma tenendo anche prudentemente nell'altra mano i moschetti
armati.
— Tu, signore! — esclamò una voce con stupore.
— Voi dormite, mentre i banditi assalgono la casa della vostra padrona,
— disse il _beg_. — Questo non è il momento di tenere gli occhi chiusi
e le armi appese alla parete.
— La casa della principessa attaccata! — gridarono parecchie voci.
— Tacete e non perdete tempo. Radunate più combattenti che potete
e seguitemi. Daremo a quelle maledette Aquile una terribile
lezione. —
Altri uomini accorrevano da tutte le parti armati di fucili, di
pistole, di _cangiarri_ e di _jatagan_.
Udendo che le Aquile avevano assediato la casa della loro giovane
signora, si dispersero come uno stormo di passeri per tornare poco dopo
coi loro cavalli di battaglia.
— Quanti siete? — chiese il _beg_.
— Almeno in duecento, — rispose il più anziano della truppa.
— In sella e seguitemi. Giah Agha vi conduce. —
La fama del vecchio guerriero era troppo nota nella steppa.
I Sarti, che sono d'altronde valenti soldati, vivendo in continua
guerra colle orde dei Kirghisi e degli Usbechi, quegli eterni
scorridori della grande pianura turanica, in un lampo furono tutti
a cavallo ed il plotone lasciò la piazza, mentre le loro donne ed i
vecchi che erano pure usciti, gridavano loro dietro:
— Tornate vincitori! —
Ed il mullah del villaggio, salito sul suo piccolo minareto mezzo
diroccato, urlava a squarciagola:
— _Slonchay!... Dismillahir rahmnvir rahim!_ — (All'erta!... Suoni la
mia parola in nome di Dio santo ed inesorabile).
Il _beg_, si era messo alla testa dello squadrone e, siccome il suo
cavallo era tutt'altro che stanco, lo conduceva con una velocità
vertiginosa, temendo di giungere troppo tardi.
Avevano percorso appena un paio di miglia, quando i cavalieri
cominciarono a udire confusamente le scariche di moschetteria.
— Preparate le armi! — gridò il _beg_, reggendosi sulle larghe staffe
e levandosi dalla fascia il _kangiarro_. — Nessuna compassione per quei
ladroni. —
Continuarono la corsa sfrenata per parecchi minuti ancora, mentre le
scariche diventavano intense e più forti.
— _Kabarda! Kabarda!_...[6] — gridarono ad un tratto i cavalieri.
Degli uomini fuggivano al galoppo attraverso la steppa, mentre dei
lampi balenavano fra le erbe e più in alto, sul terrazzo e sulla
veranda della casa di Talmà, che era ormai visibile.
— _Nuher_ (scudiero), suona la carica! — gridò il _beg_.
Un uomo, che lo seguiva da presso, levò da una fonda della sella
una specie di flauto e si mise a suonare rabbiosamente, cavando
dall'istrumento delle note stridenti, che si propagavano a grande
distanza.
I banditi che assediavano la casa, sentendosi rovinare addosso quella
turba di cavalieri, si erano dispersi precipitosamente per raggiungere
i loro animali nascosti fra le alte erbe.
Solo otto o dieci che erano già a cavallo e che dovevano essere quelli
che erano scappati poco prima, si radunarono per tentare di sostenere
l'urto, ma appena si videro dinanzi il vecchio beg che caricava alla
disperata col kangiarro alzato, volsero anche essi le spalle, senza
nemmeno perdere tempo a scaricare qualche colpo di pistola.
— Padre! — gridò Hossein, che lo riconobbe subito, cominciando le
tenebre a diradarsi.
— Dov'è Talmà? — chiese il vecchio, mentre scendeva da cavallo.
— È qui presso di me.
— Aprite la porta. —
I Sarti in quel frattempo avevano continuata la loro corsa, smaniosi
di vendicarsi di quei terribili predoni, che già più volte avevano
devastate le loro terre e predate buona parte delle loro mandrie.
Le lastre di pietra che barricavano le due porte della casa, (porte
alte e non già basse, essendo quelle un distintivo delle case abitate
da persone d'alta condizione), furono levate ed il beg entrò preceduto
dallo scudiero.
Sul pianerottolo della scala che conduceva sulla galleria, Hossein e
Tabriz l'aspettavano.
— Sia lodato Iddio ed il suo profeta, — disse il vecchio, abbracciando
la giovane e poi il nipote. — Temevo di non poter giungere in tempo.
Spero che le Aquile non torneranno più a guastare la vostra felicità.
— Grazie dell'augurio, padre, — rispose la bella Talmà colla sua voce
armoniosa.
— Ed Abei? — chiese Hossein. — Insegue i banditi?
— Io non l'ho più veduto, — rispose il _beg_. — Solo il suo cavallo è
tornato alla tenda, senza cavaliere.
— Abei scomparso! — esclamarono ad una voce Hossein e Talmà.
— Io temo, figli miei, che gli sia toccata qualche sventura avanti che
abbia potuto raggiungere la scorta.
— E non andremo a cercarlo? — chiese Hossein.
— Sì. Affiderò la missione di trovare Abei a Tabriz. Mi addolorerei
troppo che egli non assistesse al matrimonio di questi ragazzi. —
Tabriz, che era conosciutissimo dai Sarti, scelse venti cavalieri,
montò Heggiaz che pareva fosse appena uscito dalla scuderia, non
ostante la lunga corsa fatta e diede il comando di partire, mentre il
_beg_ e Hossein gli gridavano dalla veranda:
— Ritorna presto e con lui. —