LA SALVATRICE.

Il giovane, disteso bocconi sulla spiaggia con le gambe affondate

e nascoste nella sabbia calda, teneva il volto chino su le braccia

ripiegate e pareva dormire o meditare al canto lungo ed eguale delle

onde.

Bianca Selmi lo vide per la prima volta in quell'atteggiamento di

solitario scontroso e stanco mentre tornava dalla sua consueta

passeggiata pomeridiana lungo il mare e rallentò il passo per

osservarlo, ma poco più tardi, giunta alla piccola pensione ormai quasi

deserta ch'ella abitava, stentò a riconoscere in lui il nuovo ospite

giunto il giorno innanzi.

Non più modellato dalla maglia nera che ne disegnava la linea agile

e vigorosa, egli pareva più basso e più tarchiato e nella sua faccia

pallidissima già solcata di rughe s'aprivano due occhi velati, assenti,

quasi sperduti in una visione confusa e paurosa, due occhi che parevano

guardare più in sè che attorno a sè, privi d'ogni desiderio e d'ogni

curiosità.

Quando s'alzò dalla tavola d'angolo ch'egli occupava presso la

finestra, Bianca vide che trascinava penosamente la gamba destra

e mentre i pochi altri commensali sollevavano il viso a osservarlo

attentamente, ella abbassò gli occhi sopra un giornale, quasi per non

ferirlo con quell'avido sguardo d'indagine che scruta un'infermità e

che offende una tristezza.

Egli se ne andò solo verso il mare che palpitava sotto le prime ombre

del crepuscolo settembrino e sedette sulla rotonda deserta con le

braccia appoggiate alla balaustrata e il capo sopra le mani, intento a

guardare la luna che sorgeva a fatica da un cumulo di nuvolette.

Bianca ne osservò passando il profilo schietto, leggermente aquilino,

i capelli neri un po' buttati all'indietro e scompigliati dal vento

marino che scoprivano la fronte diritta e gli facevano una testa

romantica alla Jacopo Ortis. Ella ne sorrise fra sè passando e andò

oltre; ma il mattino seguente, mentre si dirigeva alla rotonda col viso

chino, intenta a girare con l'uncinetto intorno a un passamontagna

di lana grigia che pareva un antico camaglio in maglia d'acciaio, lo

ritrovò d'improvviso al medesimo posto e nella uguale posizione della

sera innanzi, come s'egli vi avesse passata l'intera notte.

Il giovane la vide e chinò il capo scoperto a un cenno di saluto al

quale ella rispose con grazia sorridente, sedendo presso di lui in una

sedia a sdraio.

— Forse io disturbo la sua meditazione, — disse dopo un momento con un

leggero rossore. E come egli scuoteva la testa un po' confuso, cercando

senza trovarla qualche parola di protesta cortese, ella soggiunse: — Io

vengo qui ogni mattina a lavorare per i miei soldati. Ho quindi su di

lei un piccolo diritto di precedenza. Me lo concede?

— Senza dubbio, signora. Mi perdoni anzi questa involontaria

usurpazione. Io non sono che un ozioso e posso anche andarmene a oziare

altrove.

Egli tacque dopo aver pronunziato a stento queste parole, ansando come

se avesse compiuto uno sforzo enorme e non potè neppure rispondere con

un sorriso alla gaia risata con cui la giovane donna si dichiarò offesa

e spaventata di tale minaccia. Sembrava comprenderla a mala pena e non

rendersi pienamente conto del tono leggiero di quella conversazione,

come se una lunga assenza dal mondo o una malattia grave avessero

appesantito o depresso l'agilità del suo spirito.

Bianca ne fu a un certo punto così incuriosita che tentò una vaga

ricerca:

— I suoi occhi sembrano quelli d'un convalescente, ma d'un

convalescente che non abbia voglia di guarire.

Il giovane sospirò e chiuse gli occhi ma dopo un momento li riaperse

tutti grandi verso il mare e senza guardarla disse:

— Sono uscito ieri l'altro dall'ospedale militare, ma non sono ancora

guarito. Non potrò mai guarire.

Ella lasciò cadere a terra il suo lavoro, tanto fu rapido il balzo col

quale s'eresse.

— Ferito in guerra? — domandò.

— Sì, — egli mormorò. — Una scheggia di granata qui, nella gamba

destra, e nel cervello uno smarrimento, un orrore, una visione così

terribile che mi ha istupidito per sempre.

Balbettando, interrompendosi, soffrendo, egli aveva confessato per la

prima volta il suo male a una creatura viva e questa creatura era una

sconosciuta non mai incontrata prima di ieri, una donna di cui non

sapeva nulla, nemmeno il nome.

Lontana e nemica egli possedeva un'agiata famiglia, padre e zii,

fratelli e congiunti dei quali non aveva notizie da cinque anni e che

ignoravano completamente la sua sorte.

Prodigo discolo ozioso, era stato cacciato dalla casa paterna a

diciott'anni e aveva errato il mondo alla ventura, senza recar danno

ad altri che a se stesso, ora spinto dalle necessità della vita al più

accanito lavoro, ora dissipatore spensierato di una improvvisa fortuna,

abbastanza intelligente, tenace e orgoglioso per ricominciare da capo

e abbastanza indifferente alla ricchezza per disperdere ancora al vento

le sue fatiche.

Al primo squillo di guerra era accorso sotto le armi e durante uno

dei primi combattimenti era rimasto ferito. Nessuno aveva avvertito la

sua famiglia, nessuno dei suoi era venuto a chinarsi sul suo guanciale

per spiarvi in ansia le vicende dolorose del male. Egli stesso s'era

rifiutato di dare il nome e il recapito di suo padre, assicurando

d'essere orfano e solo. Ora, a convalescenza inoltrata, era venuto a

cercare l'ultimo tepore dell'estate e la prima pace dell'autunno in

quel paesello fra mare e colle già noto alla sua fanciullezza, dove la

morbida spiaggia sabbiosa offriva alla sua stanchezza lunghi riposi e

lunghi silenzi alla sua malinconia.

Vagamente, a frasi disordinate e monche, egli raccontò qualche cosa

della propria vita alla nuova amica ancora sconosciuta, ed ella gli

disse il suo nome, gli narrò d'essere vedova e d'aver varcato di

parecchi anni la trentina, gli confessò d'annoiarsi rassegnata, in quel

villaggio di pescatori che un caso qualunque le aveva fatto scegliere

per sua dimora.

Ella parlava con una voce bassa di tono ma armoniosa e dolce,

interrompendo a mezzo le frasi più gravi con una delle sue risate piene

di gaiezza che invitavano al sorriso il suo ascoltatore, lasciandogli

intravedere una di quelle rare anime rimaste giovani fresche e sane,

nonostante le avversità e gli urti della vita.

Anche il suo volto rispecchiava l'alacre giocondità dello spirito,

tanto era chiaro, mobile, luminoso negli occhi e nei denti, quantunque

non bello, di linee imperfette e quasi ancora infantili.

Dario Restani, il ferito, non ne poteva staccare lo sguardo e gli

pareva che un poco di quella vitalità gioconda penetrasse in lui

attraverso ai limpidi occhi azzurri della donna, come una calda ventata

di profumi agresti penetra in un sottosuolo pieno d'ombre e d'acque

stagnanti.

Insieme si diressero alla piccola pensione quasi deserta, ella

moderando il suo passo agile e svelto, egli appoggiandosi meno

penosamente al suo bastone. E tornarono nel pomeriggio presso il mare,

l'una per fare il consueto bagno, l'altro per affondare nella sabbia

calda la sua gamba non ancora risanata e chiedere alla salsedine e al

sole la guarigione della sua carne inferma.

Ma Bianca Selmi aveva intrapreso, senza quasi ch'egli se ne avvedesse,

la guarigione del suo spirito assai più gravemente malato del suo corpo

e gli parlava, lo interrogava, gli sorrideva, scuoteva quell'anima

dalla sua fosca inerzia, gli metteva nella mente baleni e battiti nel

cuore.

A grado a grado il doloroso intontimento del suo cervello che un

terribile spettacolo di carneficina e di morte aveva riempito di

confusione, di smarrimento, d'orrore e forse annebbiato per sempre,

si risollevava, sospinto da quell'incitamento, in una luce nuova e

diversa, riacquistava vigore e disciplina, viveva di una propria vita,

guariva.

Dario Restani potè dopo una settimana raccontare alla sua amica, con

una certa lucidità di memoria e d'impressioni, le fasi dell'assalto

al quale aveva partecipato e alcuni episodi di trincea del tempo che

l'aveva preceduto.

Bianca se ne rallegrò come di un proprio trionfo. La prima volta

ch'ella aveva arrischiato su quell'argomento qualche domanda, egli

s'era oscurato in volto rivolgendo altrove lo sguardo pieno di terrore

e balbettando a stento: — Non so, non so, non ricordo. La prego, non

parliamo di questo.

Dopo qualche tempo egli incominciò a osservarla e a commentare gli

abiti che Bianca indossava, dimostrandosi abbastanza esperto in fatto

d'acconciature femminili. La giovane donna rideva del suo fresco riso

comunicativo e lo canzonava amabilmente, incitando la sua vanità di

bel ragazzo, certo un tempo fortunato conquistatore. Ed egli si prestò

tutto lieto a quel gioco elegante, si pose a farle una piccola corte

fra galante e tenera, dimenticò d'essere un convalescente, quasi ancora

un malato.

Non zoppicava più quand'ella lo guardava, discorreva con leggerezza

e con spirito delle molte cose che la sua avventurosa esistenza gli

aveva insegnato e si compiaceva di stupire Bianca ripetendole una

frase amorosa in tutte le quattro o cinque lingue ch'egli correntemente

parlava.

Ridevano insieme come due ragazzi guazzando nell'acqua o rincorrendosi

sulla spiaggia nelle giornate di sole, e a Dario pareva di ritornare

fanciullo e di giuocare con qualche amica della sorella nel gran

giardino della casa paterna, sotto la vigilanza della vecchia

istitutrice inglese, la quale sollevava di quando in quando lo

sguardo dalla Bibbia e lo chiamava a sè per ammonirlo con la sua voce

gutturale.

Un giorno essi finivano di prendere il tè sulla spiaggia, nella

mitezza del primo sole d'ottobre, quando la cameriera della pensione li

raggiunse correndo e annunziò a Dario che un vecchio signore, arrivato

in automobile, chiedeva di parlargli.

Egli pensò trattarsi di qualche ufficiale superiore venuto a informarsi

della sua convalescenza o a richiamarlo in servizio e accorse

prontamente scusandosi e pregando l'amica di attenderlo.

Bianca lo attese un'ora e già si risolveva ad andarsene quando Dario le

venne incontro con una faccia sconvolta.

— È giunto mio padre, — egli disse a bassa voce. — Desidera ch'io

riparta con lui questa sera, ch'io ritorni a casa. Me ne scongiura

piangendo. È venuto a prendermi.

Ella ascoltava e taceva, col cuore improvvisamente stretto da una

oscura pena.

— Mi dica, mi dica, amica mia, che debbo fare? Mi supplica fra le

lagrime di andare a vivere con lui. È solo, è vecchio, è malato. I miei

fratelli sono tutti sposati e vivono lontano. Ha saputo, non so come,

ch'ero ferito, è riuscito a trovarmi e vuole trascinarmi via con sè.

Che debbo fare?

Ella tentò di sorridere come prima, come sempre, ma le sue labbra

ebbero solo una contrazione dolorosa. Anche la sua voce tremò e suonò

alle sue stesse orecchie mutata mentre ella diceva con uno sforzo:

— Non può rifiutare. Vada, vada con suo padre. A un vecchio padre che

prega non si può dire di no.

V'era nelle sue parole un sapore un poco amaro, che Dario confusamente

sentì. Egli soggiunse:

— Si stava tanto bene qui insieme noi due. La sua amicizia mi ha

guarito. Debbo restare, mi dica, debbo restare? Mio padre ha sempre

contato così poco nella mia vita! Un'amica è talvolta più d'un

consanguineo. Non dipende che da un suo consiglio. Che debbo fare?

Ella inghiottì il nodo di pianto che le serrava la gola e con un

sorriso quasi eroico mormorò quel consiglio:

— Vada. È bene che vada.

Dario le baciò le mani e s'allontanò in silenzio. Ella si distese sulla

spiaggia, nascose il volto sulle braccia ripiegate e guardò atterrita

nel proprio cuore. Ella aveva dato all'amico la guarigione e ne aveva

ottenuto in cambio un altro male, un male più triste di qualsiasi

infermità della carne: una inutile passione. La salvatrice s'era ella

stessa perduta.

Rimase così fino a sera ad assaporare uno spasimo lacerante e quando

rientrò nella sua camera sfinita d'angoscia, seppe che Dario Restani

era partito.

Le ore inutili: novelle · 第 13 / 19 题