La prima volta che l'ingegnere Arturo Derni si sentì chiamare il
“bell'Arturo„ fu ai bagni di mare, una sera di plenilunio.
Egli aveva compiuto allora in Inghilterra certi lunghi studi tanto
aridi quanto tediosi, ai quali era stato avviato da suo padre, un
ambizioso industriale, e vi aveva perseverato per inerzia anche quando
questi improvvisamente era morto, rendendogli vana quell'astrusa
scienza di formule e di cifre assorbita dal suo cervello quasi per
virtù d'automatismo.
Arturo Derni attendeva sua madre in una cittadina a specchio del
Tirreno dove non conosceva nessuno e da otto giorni ella protraeva il
suo arrivo scrivendogli lettere affrettate e nervose che lo lasciavano
pieno d'ansiosa incertezza. Ma quella sera di plenilunio gli aveva
portato con l'ultima posta la lettera definitiva con la quale ella lo
pregava di lasciare in libertà la camera attigua alla sua, già fissata
per lei all'albergo, poichè troppe preoccupazioni la trattenevano in
città. Soggiungeva che Giorgio, il suo figliuolo primogenito, s'era
acquistata una _Limousine_ da viaggio con la quale compiva lunghe gite
in compagnia dei suoi molti amici. La lettera si chiudeva con un saluto
abbastanza espansivo e con la preghiera di scriverle spesso.
Arturo tormentava con le dita inquiete la lettera di sua madre, una
lettera di donna elegante, di un color eliotropio pallido, foderata di
violetto cupo e passeggiava su la sabbia fine e umida della spiaggia,
ancora vestito di flanella bianca e calzato di sandali silenziosi. Non
s'era rivestito per il pranzo, non era sceso alla _table d'hôte_, non
voleva vedere nè sentire nessuno, tranne se stesso e la sua malinconia.
Egli comprendeva bene quale preoccupazione tratteneva sua madre in
città. Giorgio, la passione e la tristezza di tutta la sua vita, la
legava come sempre alla sfrenata bizzarria del suo capriccio. Ella non
voleva ora lasciarlo solo nella città insidiosa, fra le avventurose
compagnie, e s'illudeva di esercitare ancora su quel figliuolo prodigo
e malaticcio un poco del suo tenero dominio materno.
Invece Arturo, così ordinato e tranquillo e saggio, non aveva bisogno
di lei. Arturo sapeva vivere solo con la sua bella salute, con la
sua vigorosa prestanza e con la sua educazione inglese che lo aveva
fortificato di spirito e di muscoli. E Arturo passeggiava su la fine
sabbia della spiaggia coi suoi sandali silenziosi, gualcendo con le
dita irose la lettera color eliotropio, mentre la luna piena sorgeva
dal mare.
*
— Stasera il bell'Arturo non è apparso a pranzo, — disse la voce un po'
roca della marchesina Oltano che aveva trent'anni e tutti i desideri
nei begli occhi dalle palpebre così brune che parevano bruciate dalla
fiamma dello sguardo.
Ella scendeva la gradinata del giardino al braccio delle due sorelle
Fusari, e tutte e tre s'avviavano verso l'argento tremulo dell'acqua.
Egli ebbe appena il tempo di appiattarsi nell'ombra, vergognoso del suo
abbigliamento così poco notturno e insieme più urtato che lusingato da
quell'accenno amabilmente ironico alla sua persona.
— Già, — insistette la maggiore delle Fusari, — il bell'Arturo ha
ricevuto stasera la sua solita lettera color _mauve_.
— E s'è pasciuto di quella, — finì la minore in un trio di risatine.
— Sapete che ha fissata da otto giorni una camera accanto alla sua?
— Per la signora color _mauve_?
— La quale non si decide ad arrivare.
— Che sciocca!
Le voci si confusero con lo sciacquìo dell'onde e Arturo uscì
dall'ombra protettrice e si diresse quasi di corsa alla sua stanza. Non
aprì la chiavetta della luce per non attrarre le zanzare e si appoggiò
alla finestra fumando e meditando su quella conversazione, senza sapere
se ne fosse divertito od offeso. — Il bell'Arturo, la camera attigua,
la signora color _mauve_.... Tutto ciò era abbastanza buffo ed egli a
poco a poco incominciò a sorriderne, come d'una piccola farsa di cui
egli fosse l'involontario protagonista. Poi, richiuse la finestra,
accese la luce e scrisse a sua madre una lunga lettera piena di
affettuoso rammarico, che finiva col racconto esilarante della signora
color mauve....
Il domani la camera accanto fu occupata da un maturo signore
reumatizzato; e non appena Arturo scese s'imbattè nel vestibolo con
la marchesina Oltano, la quale gli presentò sorridendo un ventaglio di
cartoline illustrate a cui faceva da pernio il suo pollice dall'unghia
acutissima.
— È per beneficenza, signor.... — e appoggiò su l'interruzione quasi
interrogando.
— Derni, ingegnere Arturo Derni, — egli compì con un mezzo inchino, e
porse alcune monete d'argento senza guardare le cartoline.
— Grazie, — disse l'Oltano. — Sono per l'Asilo infantile. Quale sceglie?
— Nessuna. Prego.
Ella si strinse nelle spalle lievemente sdegnosa e uscì in fretta, ma
nel varcare la soglia urtò col braccio arrotondato in uno spigolo e
il ventaglio disfatto sparpagliò sul pavimento una dozzina di effetti
lunari pateticamente verdognoli. Arturo s'inginocchiò a raccoglierli e
tentò di ricostruire il ventaglio, mentre ella con le mani alle tempie
rideva gaia e confusa, ripetendo:
— Grazie, grazie, scusi....
Così avvenne che l'ingegnere Derni fu introdotto alquanto riluttante
fra quella gente disoccupata che da otto giorni commentando il colore
dei suoi occhi, la forma della sua bocca e la linea del suo torace, lo
aveva soprannominato “il bell'Arturo„.
Glie lo raccontò la marchesina Oltano la prima volta che, per diritto
di civilizzazione, com'ella dichiarava col suo spirito mordace, riuscì
a farsi portare in barca sopra un bellissimo mare tutto argenteo
d'ombre e di luci crepuscolari.
— Ma questo per un uomo è un'offesa, — rise Arturo remando, con la
testa bruna buttata all'indietro e i capelli ondulati già confusi coi
primi veli della sera imminente.
— Tutt'altro: è una lode, — ella rispose fissandolo immobile, coi suoi
grandi occhi divoranti.
— Una lode piuttosto sarcastica, — commentò il giovane con serenità.
Ella non rispose più, ma continuò a fissarlo con le pupille dilatate
e il suo volto si faceva sempre più pallido. A un tratto si ripiegò su
se stessa e mormorò dissimulando l'orribile spasimo della contrazione
nauseosa:
— Mi porti a riva.
Vi giunse col viso verdastro e le palpebre nere, ma saltò dalla barca
sorridendo, con quella forza di volontà che è nelle donne nervose un
estremo di superbia.
— Hai sofferto il mare? — le domandarono le amiche, attorniandola con
sorrisi ambigui.
— Affatto, care. Per nulla! Sto benissimo!
Ma corse nella sua camera e si buttò sul letto sconvolta, dolendosi
con gemiti d'ira contro quello stupido male che le aveva impedito
di esperimentare, in un'ora così dolcemente complice, qualche suo
sentimentale diritto di civilizzazione.
Intanto Arturo, disteso sulla spiaggia, leggeva una delle solite
lettere color eliotropio, consegnatagli allora e una signora matura
confidava nell'orecchio di una signora giovine il risultato di certi
suoi profondi studi psicologici ed estetici, compendiandoli in questa
sentenza:
— È un uomo pericoloso.
E la signora giovine, ch'era sposata da un anno, una sera trovò
anch'essa modo di farsi portare in barca dall'uomo pericoloso.
Egli le parlò di Londra e di alcune usanze inglesi, di bagni di sole e
di docce gelate e sebbene ella non soffrisse il mare, lo guardava e non
rispondeva. Fecero il giro di un isolotto e tornarono al largo, mentre
la signora continuava a tacere e a guardarlo, quasi fosse in attesa o
stesse all'erta per la paura o per la speranza di una sorpresa. Presero
terra dopo mezz'ora senza che nulla fosse accaduto, ma il marito della
signora, giunto inaspettato in automobile, smaniando come una belva
incatenata, artigliò con uno sguardo da Otello il bell'Arturo, poi
spinse in camera la moglie, la costrinse a rifare i bauli e dopo una
scenata violenta ripartì con lei a mezzanotte.
— Povera signora! Me ne dispiace molto, — la compianse Arturo Derni il
domani, quando gli narrarono ampiamente la drammatica scena dell'arrivo
e quella clandestina della partenza notturna. Guardò lontano; oscurò
un momento la sua faccia di giovine dio in riposo; poi s'immerse nella
lettura di una rivista inglese.
*
L'autunno lo ricongiunse finalmente a sua madre. Egli incominciò a
guarire di tanta nostalgia accumulata fuori di patria, a piegare il suo
spirito mite e il suo cuore restìo alle gaie consuetudini della sua età
e della sua condizione. Ebbe amici ed amiche, s'arrischiò con grazia a
qualche avventura insolita e portò con elegante disinvoltura quel suo
nomignolo pimentato di seducente malizia.
Ma nell'inverno seguente sua madre seguì Giorgio alla Costa Azzurra
e Arturo si ritrovò solo nella grande casa deserta. Fu così che un
mattino, destandosi, gli balenò d'improvviso il pensiero di prender
moglie e subito gli parve un eccellente proposito.
Vi fantasticò una settimana o due e già incominciava a stancarsi
di quel vano immaginare, quando una sera all'Opera gli parve di
riconoscere in un palco un lontano congiunto di sua madre, nonno di due
giovinette orfane che s'era raccolto in casa bambine. Dissipati i dubbi
e fatto certo ch'egli aveva con sè una delle nipoti, salì a salutare
il vecchio parente, e poichè la fanciulla era graziosa e lo guardava
volentieri ridendo con bellissimi denti arcuati nelle gengive rosse,
egli si adornò di tutti i severi titoli che gli servivano solo ormai
come un abito di parata da indossare in onore delle persone serie e
notò che gli occhi austeri del vecchio signore molto si compiacevano
di quei lustrini e di quei pennacchi. Li accompagnò all'albergo e
fu invitato per il domani a colazione. Egli sentiva di piacere alla
giovinetta e sopportava amabilmente le indagini un po' pedantesche che
il vecchio si ostinava a compiere su le ragioni della sua vita oziosa,
così male adatta alla sua età e alla sua cultura.
La mattina seguente, girovagando nei dintorni dell'albergo, scorse la
graziosa fanciulla intenta a scegliere alcune rose nel canestro di una
fioraia errabonda e si avvide di correre a salutarla con una impazienza
piena di gioia e di meraviglia. Ella rispose al suo buon giorno
avvampando nel chiaro viso diciottenne e sbattendo le palpebre come
abbagliata da una luce soverchia. Il giovine acquistò tutte le rose e
glie le pose fra le braccia, dicendole con ammirazione ch'ella pareva
in quell'atto la stessa primavera. Ella rispose che si sentiva difatti
quel mattino un'anima primaverile, ma che la sua felicità sarebbe stata
breve come la freschezza di quelle rose.
— Non dipende che da lei, signorina Franca, il farla durare tutta la
vita, — insinuò Arturo a voce sommessa, e lo sguardo balenante con cui
ella gli rispose senza parola fu una fervida dedizione e una promessa
d'amore.
Li salutò due giorni dopo alla stazione, stringendo intensamente
la piccola destra di Franca e la sera stessa scrisse a sua madre
chiedendole consiglio su quella possibile unione. Ne ebbe una risposta
così calda di approvazioni e di incoraggiamenti che, senz'altre
meditazioni, egli diresse al congiunto una formale domanda di
matrimonio per la signorina Franca, sua nipote. Quindi attese, male
dominando una ansietà nervosa, quasi sconosciuta fino allora alla sua
tempra solida ed equilibrata. Ingannò quei giorni eterni consultando
cataloghi d'arredi, attardandosi per via ad osservare i gioielli
magnifici disposti sui velluti cupi delle vetrine, come costellazioni
su cieli illuni, le pellicce preziose, felinamente distese oltre i
cristalli, come fiere ancora vive in agguato, i grandi cappelli gravi
come tiare per le piccole teste femminili fasciate di chiome attorte. E
si sentì prossimo e pronto a quella chiara felicità ch'egli sentiva di
ben meritare.
Dopo dieci giorni la risposta giunse. Arturo la dissuggellò col cuore
pesante come una pietra e alle prime linee si lasciò cadere in una
poltrona. La lettera fredda e cortese chiedeva scusa del ritardo e
lo attribuiva alle necessità di prudenza e di calma con cui un cauto
informatore aveva assunto il suo delicato còmpito. Soggiungeva che
dolorosamente tali informazioni non erano risultate troppo favorevoli
al suo desiderio e alla sua domanda e che il tutore e nonno della
signorina Franca si sentiva, per onestà di coscienza e per dovere,
costretto a rispondergli con un rifiuto. Egli s'indugiava quindi in
qualche consiglio e terminava con queste parole: “Se venir chiamato “il
bell'Arturo„ ed essere considerato un uomo pericoloso per le donne può
parere titolo di gloria a un giovine elegante nella società elegante,
non è a parer mio, sufficiente garanzia per assicurare la felicità di
una moglie. Il passo ch'ella vorrebbe tentare è abbastanza grave per
esigere qualche esperienza di più, se pure qualche seduzione di meno.„
Arturo Derni sollevò gli occhi. Lo specchio di fronte gli rimandò uno
di quei volti bellissimi sconvolti di passione, quali ne balzano allo
sguardo in qualche antica galleria d'arte.
E gli parve di detestarsi.