Nel novembre 1886 fui invitato dal conte Ruggiero Sauris a cacciare
nella sua terra di Ripalta-Piemonte. Il mio amico abita un grande
edifizio biancastro elevato sopra un terrapieno; che domina la piazza
del villaggio. Gode una vista immensa su un’estesa di poggi guerniti
di castelli, affollati di villaggi, di ville, di case campestri;
digradanti con variati e graziosi contorni fino a certe colline più
alte e grandiose, al di là delle quali si scorgono, nel vapore dei
giorni sereni, le vette rigide e maestose dell’Alpi.
Il castello di Ripalta è un quadrilatero più lungo per il verso della
facciata che sui fianchi, munito all’angolo che guarda il villaggio
d’un torrione quadrato, che di poco sovrasta al tetto. Nel centro è il
cortile pieno d’erba, ricco di due bei cipressi alti e diritti e d’un
pozzo dalle colonnette di pietra, coll’architravetto in traverso dal
quale pende la carrucola. Le muraglie sono assolutamente spoglie d’ogni
fregio, sia dipinto che in rilievo; nell’interno le sale e le stanze
sono assai semplicemente arredate con la promiscuità di suppellettili
che si osserva in molte vecchie ville piemontesi, ove l’occhio trova
nei mobili, nelle tappezzerie nei quadri, le variazioni portate dalla
moda e dallo stile nella seconda metà del secolo scorso e nella prima
metà del presente. Osservai in un angolo della gran sala terrena una
vecchia portantina sdruscita, un bell’orologio da muro a piè dello
scalone; qua e là per le stanze mobili intarsiati o scolpiti con garbo,
quadri di paese e ritratti di famiglia d’antica e più o meno simpatica
maniera; e, nella camera che mi fu destinata, un gran panno d’arazzo di
fabbrica fiamminga, teso su tutta una parete, rappresentante l’assalto
dato ad una fortezza merlata da certi soldati tozzi e muscolosi, armati
grottescamente alla Romana. Mi parve fresco e ben conservato.
— Come figurerebbe nel mio studio! — dissi a Ruggiero — Sulla parete di
fronte al finestrone...
— Naturale! — sclamò ridendo l’amico. — Trovo però che non sta male
dov’è. Ne vorrei un altro anzi, per far riscontro sulla parete di
faccia e coprire quel coiame che casca a pezzi da ogni parte, ch’è
una pietà; potrei cambiar parato, ma non ho quattrini. — Bello eh!
— soggiunse poi riguardandolo con compiacenza, — non me n’intendo,
ma mi par bello assai. Da bambino quei ceffi mi mettevan paura, non
sarei rimasto qui solo per un carico di dolci. Ma sono sempre rimasti
lì, boni e quieti; non mangiano, non bevono e non fan chiasso: abbi
pazienza, possono starci ancora.
S’andò a letto presto, e la mattina, armati ed in punto, scendemmo
sulla piazza, dove, davanti all’osteria, ci aspettavano parecchi
cacciatori del paese; v’era il sindaco, se ben ricordo, il sagrestano,
l’albergatore e quattro o cinque cacciatori di mestiere. Alle ultime
case s’unì a noi un vecchio lungo e smilzo, con certi occhi tutto brio
nel volto ossuto, raso come quel d’un prete; mostrò, salutandoci, un
testone arruffato, irto di capelli bianchi, una bella fronte, poco
ampia, ma molto elevata, che s’increspava e si spianava senza posa.
Ne chiesi il nome a Ruggiero.
— Dottor Vercellis, — rispose l’amico. — Vecchio assai, ma un Ercole
per forza, salute, potenza digestiva e vigor di polmoni. Va che manco
una saetta l’arriva ed ha un braccio che non c’è il compagno. Ha
istruzione, ingegno sottile; è mezzo letterato, poeta estemporaneo; sa
novellare a meraviglia. Sarebbe, te lo dico io, riescito uno scrittore
di polso, un romanziere come Ponson du Terrail o Montépin. Lo pregherò
di venire a cena con noi, al ritorno, lo faremo mangiar e bere bene e
ci dirà qualche storia. Ti parrà di sentire un romanzo, di quelli di
una volta, perchè adesso sono tutti noiosi.
Ruggiero non perde gli occhi sui libri; legge in città per pigliar
sonno, in campagna quando piove. Vuole i romanzi di _cappa e spada_,
con intreccio arrischiato, intricato e misterioso, dove si parli di
donne, di caccia o di cavalli. Non conosce che tre o quattro autori.
Quanto a tutti gli altri libri che il caso gli mette fra le mani, il
domestico li raccatta al mattino contro la parete più lontana dal letto
o appiè della finestra in giardino.
Feci la conoscenza del dottore al momento in cui si entrava in caccia;
scambiammo poche parole sulla fortuna probabile della giornata e
ci separammo. Ruggiero ed io facevamo, come si suol dire, la parte
dei principi. Camminavamo avanti, soffermandoci, ora al sommo d’una
collina, or sull’orlo della macchia, nei biforcamenti delle viottole e
delle stradicciuole. Gli altri cacciatori avanzavano in fila coi cani
sguinzagliati, indugiando nel folto, parlando, vociando, strepitando
per dar la fogata alle lepri ed alle beccaccie.
Si correva così dall’una all’altra posta da un paio d’ore e non s’era
ancora udito uno sparo, nè avuto un lampo d’emozione. Mi trovavo
in un campo arato di fresco, scendente alla valle con dolce pendìo,
fiancheggiato d’un bel bosco ceduo dal quale uscivano le voci lontane
dei nostri compagni; vedevo le figurine brune apparire e sparire tra le
fronde e balenare tratto tratto le canne dei fucili.
Ero sfiduciato, cominciavo a sentir la noia: quella sensazione d’una
mano ampia che si posa sulla nuca e grava ed opprime; i piedi mi
dolevano, lo schioppo pesava. V’era un termine a pochi passi, v’andai a
seder su.
Presi a guardar distratto le colline coperte di macchie irrugginite
dall’autunno, i vigneti deserti, l’erbe grigie dei prati nella valle
dormenti nella gran pace, nella luce limpida che pioveva dal cielo
pallido; abbassai gli occhi sulle zolle rotte e rivoltate del campo;
poco a poco mi sfumarono davanti, mi sentii avvolto in una nube, molto
lontano da quel sito e dallo scopo per il quale mi ci trovavo.
Non so quanti minuti io rimanessi così, col fucile tra le gambe e gli
occhi fissi fantasticando. Un nulla vi assorbe, un nulla vi richiama,
mi riscossi osservando ai miei piedi certe scheggie bianchiccie
frammiste alla terra giallastra: erano frammenti d’osso.
Ne scorsi altri più precisi di forma nei solchi vicini; un capo del
femore, una vertebra, una mascella che raccolsi per osservarne i denti
confitti, saldi ancora negli alveoli.
Non ebbi il campo a far riflessioni, scoppiò nel bosco uno scagnar
furioso; alcune grida: — Attento! attento!... — In un attimo fui in
piedi tutto occhi e palpitante; scorsero tre minuti, tre secoli, poi
una lepre schizzò fuor dai cespugli nel campo.
La povera bestia si avanzò prima nei solchi a gattonate, a gangherelli;
s’arrestò un istante perplessa, inquieta, con le orecchie dritte, poi
ripigliò trabalzando la sua corsa disperata.
Veniva a me difilato senza vedermi; posi la mira a basso, fra le
zampine anteriori e quando mi parve al punto, sparai...
Fu l’unico capo di selvaggina ucciso quel giorno.
*
* *
Tornati a casa, ci ritirammo a mutar abiti prima di cena. Deposta la
cacciatora e frugando per le tasche a cercare i fiammiferi, mi trovai
nelle mani il frammento d’osso raccolto il mattino. Come mai l’avevo
serbato? Avevo obbedito probabilmente a quell’impulso incosciente,
abituale ai cacciatori, che fa riporre in tasca la pezzuola, il pane,
la pipa, al levarsi improvviso d’una selvaggina, invece di sbrigarsi
col lasciarli cadere.
Ruggiero ed il dottor Vercellis m’aspettavano in sala. Mostrai la
mascella al dottore, che l’accostò alla lampada, mentre l’amico
mormorava:
— Quello è matto, anche le ossa di cane si porta a casa!
— Non è di cane, — osservò il dottore, — è una mandibola umana.
— Butti via quella porcheria! — esclamò Ruggiero. — Vuol lavarsi le
mani? Or si va a tavola...
Il dottore crollò il capo sorridendo, e pose l’osso sul camino. Si cenò
adagio e lietamente; alle frutta Sauris andò in persona a cercare una
bottiglia veneranda, che sturò con precauzione.
— Questa, caro mio, — mi disse mescendo, — è antichità prelibata,
simpatica, amabilissima. Darei per una cinquantina di queste...
— Il tuo vecchio arazzo? — esclamai io, sperando.
— Quello no, ma cent’altre cianciafruscole che sono in casa. Gran
collettore d’anticaglie l’amico — seguitò egli rivolto al dottore.
— Spende i denari in certe bazzecole, che è una pietà. Da del tu a
tutti i rigattieri, i ferravecchi, gl’imbroglioni della città e dei
sobborghi.
La sera era fresca: andammo a seder davanti alla fiamma scoppiettante.
— Dove l’ha raccolta? — mi domandò il dottore, ripigliando la povera
reliquia umana.
— Nel campo arato, ove ho preso la lepre.
— L’avrei scommesso! In Riva Calda, scavando poco sotto il fior di
terra, è ossa per tutto.
— Vi sarà stato un cimitero, — fece l’amico.
— No, uno scontro piuttosto, al tempo dei Branda, nel Novantanove.
— Dei Branda? — fece Ruggiero a cui quel nome riusciva nuovo affatto.
— Dei Branda, — confermò Vercellis. — Era un partito chiamato così da
Branda Lucioni, capobanda realista ai tempi della repubblica. Le sue
bande furono sciolte quando gli Austro-Russi si resero padroni del
Piemonte. Ma nei tempi che seguirono, quando tornarono i repubblicani,
chi parteggiò o fu creduto parteggiare per il Governo regio fu detto
Branda. Erano pur detti in dialetto: _Coui d’la smana ch’ven_ (quelli
della settimana ventura), forse per la loro ferma fede nell’imminente
ritorno del re. Ha letto: _I miei ricordi_, di Massimo d’Azeglio?
— Ci ho dato un’occhiata — rispose Ruggiero.
— Bene, d’Azeglio narra che i pochi vecchi e provati amici che venivano
in casa di suo padre negli anni che seguirono il ritorno da Firenze,
appartenevano a questo partito...
— Dottore, una storia! — interruppe Sauris; e volgendosi a me, continuò
per stimolarlo: — Il dottore sa tutto quello che accadde in paese da
trecento anni a questa parte, giorno per giorno come se l’avesse visto
e notato. Quello che non sa lo inventa. Ma come racconta bene! Sa farti
ridere da perdere i denti e farti rabbrividire e spiritare da tener la
pelle accapponata per tre giorni... Dottore da bravo, una storia?
— Da ridere no, — mormorò Vercellis — con questa cosa davanti.
Incrociò le braccia e stette assorto con gli occhi fissi sulla
mandibola.
— È finita, — soggiunse poi. — Non posso uscir dal Novantanove!
— Ci stia, — gli dissi. — Ci dica dei Branda.
— Peuh! non c’erano soltanto i Branda in quel tempo a mettere il
Piemonte sossopra. Prima di tutto v’era la miseria spaventosa: il
grano era aumentato smodatamente di prezzo nei mercati, non si poteva
più aver moneta erosa per le spese indispensabili, i soldati francesi
consumavano il foraggio, vuotavano i pollai e le cantine e, mentre i
ladri pullulavano nelle campagne, bisognava lasciarsi disarmare per non
essere fucilati. Era venuto anche il voto dell’unione alla Francia, si
gridava che il culto cattolico sarebbe interdetto, i parroci cacciati
fuor delle chiese, tutta la gioventù mandata a militare oltremonti,
e cento altri guai. Si mormorò, si gridò, molti Comuni insorsero, il
Piemonte si coprì di bande, le quali, sotto colore di battersi per
la monarchia e per la religione s’occupavano di vendette e di rapine.
Preti e frati dai pulpiti spargevano olio sul fuoco; si commisero atti
da cannibali!...
— Ma i Branda? — fece Ruggiero, già sdraiato sul canapè.
— I Branda... erano facinorosi più degli altri — seguitò il dottore.
— E il loro capo un furfante impostore di nefanda memoria. Era un
lombardo; antico ufficiale austriaco, già risparmiato dai francesi
nella sollevazione di Pavia. Il diavolo lo portò in Piemonte
nel Novantanove; cominciò ad andare in giro, vantandosi inviato
dall’imperatore a rimettere sul trono il legittimo sovrano, spacciando
che gli compariva Gesù Cristo a promettergli di condurlo di vittoria
in vittoria sino a spazzar la Francia dai repubblicani, niente meno. I
contadini cominciarono a seguirlo sbravazzando, sbraitando minaccie e
giuramenti che avrebbero fatto ridere i polli, se ve ne fossero rimasti
in Piemonte. Ma i fatti che seguirono non facevano rider nessuno.
Marciava fiancheggiato da due straccioni cappuccini, suoi luogotenenti
e segretari, scortato da un branco di pretacci e di fratacci ribaldi
a guisa di stato maggiore, seguito da una marmaglia sfrenata, in
disordine, armata di randelli, di fionde, di forche, di tridenti,
di schioppi o di tromboni. Ammazzavano quanti soldati francesi
incontrassero viaggianti in piccol numero, e tutti i repubblicani
che lor cadessero negli artigli. Capitando in un villaggio, mentre le
campane sonavano a festa, Branda Lucioni sostituiva all’albero della
Libertà, rovesciato a terra, una gran croce, e vi si buttava davanti
a pregare, a picchiarsi il petto, con gli occhi al cielo. Poi correva
lagrimoso e compunto a confessarsi e comunicarsi alla parrocchia,
mentre i suoi taglieggiavano allegramente e trucidavano quanti erano
in voce di essere giacobini, chè tali per loro erano i più ricchi
d’ogni terra, quanti avevano lite od interesse avverso ai caporioni
della _Massa cristiana_, che così aveva nome quella bell’accozzaglia;
ingiuriavano le donne più onorevoli, sempre col pretesto delle
opinioni repubblicane; commettevano, insomma, tutti i delitti che
possono inspirare la rabbia politica, il fanatismo religioso, gli odii
privati e l’ingordigia della rapina associati ed uniti. Da Biella e da
Ivrea fino alle porte di Torino regnava lo scompiglio e lo spavento.
I villaggi che rifiutavano di riconoscere Branda Lucioni come regio
mandatario, minacciati di sentirsi leggere il documento al chiaror
delle case incendiate, cedevano e si lasciavano taglieggiare. Così
accadde a Ciriè, San Maurizio, Caselle e Leynì... Alcuni fanatici della
banda involarono nella chiesa di Soperga tre calici ed un ostensorio...
Bruscamente il dottore s’interruppe e si volse a guardar Ruggiero
nella penombra: era disteso, aveva gli occhi chiusi, la respirazione
regolare, non si poteva dire che russasse, ma l’aria passando per le
narici produceva un leggier sibilo, molto espressivo.
Vercellis ebbe un breve sorriso, la sua fronte si andò spianando e
corrugando con continuo movimento mentre rifletteva; infine si rivolse
tutto a me:
— Mentre che il contino dorme — riprese egli a voce più bassa — le
dirò un fatto capitato qui nel maggio del Novantanove... Mio padre ogni
volta che tornava a raccontarlo rabbrividiva e si rimescolava tutto.
Di casa Sauris erano vive allora due persone: il conte Amedeo e sua
sorella Melania. Il conte sposò poi in tempi migliori la baronessa
Laneri del Castellaro, dalla quale ebbe Massimo, padre del nostro
Ruggiero.
Allora, trovandosi giovane assai, forte di corpo, d’animo ardito ed
appassionato, era andato a raggiungere il cavaliere di Vonzo, antico
ufficiale piemontese, il quale, con un tal Cerigna chirurgo, s’era
posto a capo dei campagnuoli nelle gole degli Appennini.
La contessina Melania aveva sposato il cavaliere Boetti di San Giorgio,
ammazzato subito, pochi giorni dopo le nozze, in non so qual fatto
d’armi. Nel separarsi ella gli aveva dato il suo ritratto in miniatura;
le fu riportato stiacciato dalla palla che aveva passato il cuore. Gli
voleva un bene dell’anima, fu uno di quei dolori che ne va la vita o la
ragione. Dopo giorni di pianto, di disperazione, di strazio mortale,
venuta a rinchiudersi qui nel castello, aveva incominciata una vita
monotona e regolare, come fosse circondata da una grande solitudine.
Si diceva che non avesse più senso di nulla, che le si fosse
travolto il cervello. Non scendeva mai nel villaggio, non riceveva
che l’arciprete-parroco, il quale saliva a dir la messa per lei e
per i servitori nel piccolo oratorio del torrione. Dalla piazza la
scorgevano pallida, vestita a bruno, col gran _fichu_ di _linon_ alla
Maria Antonietta, passeggiar sulla terrazza, o starsene immobile con
la persona eretta, le mani sul parapetto, i begli occhi perduti in un
punto lontano. Le donne dicevano che guardava le montagne ove era morto
il marito.
L’arciprete Don Barbero, uomo impetuoso, audace, gran cacciatore
al cospetto di Dio, professava quasi apertamente massime
anti-repubblicane. A costui non mancava che l’occasione per seguire
l’esempio di altri ministri di pace del suo stampo. Vescovi, frati
e preti, oltre all’aizzar la rabbia delle turbe, predicando che lo
scannar francesi e patrioti era opera meritoria presso Dio, facevano
comunella con gl’insorti, li aiutavano, li sostenevano, benedicevano
loro le mani intrise di sangue. Il vescovo d’Asti di tepido
repubblicano si trasformava in acerrimo persecutore dei patrioti; il
vescovo d’Acqui si faceva condurre gli sciagurati caduti nelle mani
dei campagnuoli e li cacciava al buio negli umidi sotterranei del
Seminario; quello d’Alba diveniva capo delle sommosse popolari nella
sua diocesi, col nome di _Comandante degli insorti_.
Preti e frati, fanatici energumeni, si vedevano col crocifisso in mano
e lo schioppo in spalla scorrazzare, trasmutati in capibanda, le strade
e le campagne dando la caccia ai francesi ed ai patrioti. Così il
curato di Bra, quel di Primeglio, di Castelalfèro ed altri assai.
A Ripalta, Don Barbero si contentava di predicare e di riscaldare gli
animi coi discorsi sovversivi; ma, quando nei primi giorni di maggio
insorsero Vauda di Front, Airasca, Villafaletto, Villafranca e non so
quanti altri paesi, i nostri villani più caldamente istigati gettarono
anch’essi a basso l’albero della Libertà.
*
* *
Poi ad una domenica tutta di tumulto successe un lunedì tranquillo;
l’albero era a terra come un nemico morto, i monelli vi correvano sopra
a piè scalzi, facendo a chi lo percorresse tutto senza sdrucciolarne;
i contadini consideravano l’operato, i municipalisti — fra i quali era
mio padre, flebotomo e speziale — non avevano saputo far niente prima
e meno sapevano adesso. Tacevano le campane, erano cessati gli urli e
lo schiamazzo e non si udiva che qualche grido rauco ed isolato: — Viva
il re! Viva l’indipendenza! Viva noi! — Poveri echi delle furibonde
acclamazioni del giorno prima.
Quand’ecco, tutto in un momento, senza che nessuno si presentasse ad
annunziarli, si videro comparire sulla strada maestra:
_Les habits bleus par la victoire usés!_
Cioè i francesi che venivano a ristabilir l’ordine. Era una colonna di
forse duecento uomini, comandata da un capitano e da ufficiali. Vennero
difilato in piazza, senza trovar resistenza la occuparono, e, mentre
il duce, abboccatosi coi municipalisti, mostrava col gesticolamento
e col cipiglio di volerli ingoiar vivi; i soldati si sparsero per il
villaggio.
Si udirono subito strida e pianti di donne, strillar di bambini,
bestemmie, minaccie, abbaiar di cani, il fracasso degli usci ed
imposte che volavano in pezzi. Si videro comparire in piazza capi di
bestiame grosso e minuto in povero stato, anitre e galline magre e
consunte. Tornarono i soldati inviati ad arrestar l’arciprete come
fomentatore principale dei disordini: non avevano trovato nessuno nella
casetta, manco la serva. Un mendicante scemo, che sedeva sulla porta,
interrogato e minacciato, assicurava di averlo visto scappare per una
viottola che metteva alla macchia vicina. Avevano intanto spezzate le
campane parrocchiali.
Il capitano, giovane, piccoletto, ma saldo più dell’acciaio, coi
capelli color di sabbia, piatti, separati in mezzo alla fronte e
pioventi per le tempie fin sulle spalle — così lo dipingeva mio padre
— stava seduto davanti alla piccola osteria aspettando il desinare.
Sentito il rapporto del sergente, chiamò a sè un ufficiale e cominciava
ad impartirgli ordini sottovoce, quando alla finestra d’una casupola di
fronte si udì lo scoppio d’un’archibusata.
L’ufficiale impallidì, stralunò gli occhi, e dando una giravolta,
stramazzò colla faccia in terra. Il capitano, a cui forse era
diretto il colpo, saltò in piedi tuonando ordini che si perdettero
nel trambusto. I soldati si avventarono contro la casa, urtandosi,
impacciandosi a vicenda; la porta fu sbatacchiata, irruppero dentro;
tosto comparvero faccie scalmanate alle finestre urlando a quei
di sotto che non trovavan nessuno; e poi s’udì dietro la casa lo
schiamazzar di coloro che visto l’assassino saltare la siepe dell’orto
e correr volando, attraverso i prati, alla macchia, cominciarono a
sparargli addosso e a dargli la caccia.
Intanto il capitano, che era andato correndo di qua e di là mordendosi
le dita di rabbia, gridando e sagrando, era riuscito a raccozzar gli
uomini, e subito con due ordini rapidi e precisi li aveva scagliati
addosso ai contadini ad arrestarne quanti avessero potuto. Lo scalpore,
gli strilli, le ingiurie andarono alle stelle: gli arrestati, a pugni,
a pedate, a spintoni erano cacciati nella chiesetta di S. Rocco. Dopo
un momento per la piazza non si videro più che uniformi, i contadini
essendo tutti arrestati o scappati fuor del villaggio.
Davanti all’osteria, i municipalisti in gruppo stavano immobili,
intontiti, minacciati alla vita da una siepe luccicante di baionette in
canna.
Quando mio padre vide venire il capitano, trafelato, grondante di
sudore, con gli occhi e la fronte in burrasca, pensò: — Son ito!
Colui fece smettere con un gesto i soldati che si divertivano a torli
di mira e quelli che li punzecchiavano nelle reni con le baionette;
si piantò in faccia sulle gambe aperte e dettò con arroganza le sue
condizioni. Ecco: — Imponeva una contribuzione di guerra di lire
ventimila in moneta corrente di Piemonte, od in effetti d’oro e di
argento equivalenti: rifiutava gli assegnati. La taglia doveva essere
pagata dentro la settimana; in quel frattempo il villaggio avrebbe
provvisto alla sussistenza dei soldati. Al sabato, o i danari o fuoco
al villaggio senz’altro. Questi erano gli ordini del commissario
francese. Come rappresaglia per la morte dell’ufficiale, si sarebbero
fucilati subito sei contadini, tolti a caso fra i prigionieri;
avrebbe poi seguitato così ogni giorno per obbligare la municipalità a
spicciarsi.
Non aveva ancor finito di parlare che già gli uomini erano allineati
col fucile al braccio; sei disgraziati, i primi che vennero nelle mani
furono trascinati fuori della chiesa e buttati contro la casa donde era
uscito il colpo.
Erano ansanti, esterrefatti; quando capirono fu uno strazio. Due di
essi caddero sulle ginocchia, sfiniti, abbandonati, come si fosse
reciso i loro nervi, un altro rimase impietrito con gli occhi e la
bocca sbarrati e le mani per aria; i più giovani cacciando strida
disperate, si divincolavano come serpi contro la muraglia, graffiando
coll’unghie, puntando le braccia come per aprirla e fuggire. Un fragore
empì la piazza... poi silenzio di morte, neppure un gemito. Il fumo
s’alzò: mio padre aveva ancora negli occhi, dopo tanti anni, quei corpi
a terra, gli uni sugli altri, come falciati.
E mentre si rompevano le file e tornavano le voci e il rumore, la
nuvola saliva al cielo densa, come per aiutare l’ombra della notte ad
oscurarlo.
*
* *
Naturalmente la taglia doveva essere ripartita fra tutti: nobili,
preti, borghesi, campagnuoli. I municipalisti cominciarono a darsi
attorno per raggranellare il valsente; toccò a mio padre rivolgersi
alla contessa Melania.
Era notte. Egli si presentò al portone che s’apre sul villaggio,
picchiò e ripicchiò senza ottenere risposta. Andò lungo il muraglione
del giardino fino al cancello che mette sui campi; appuntando lo
sguardo fra i rami, scorse un abbaino illuminato nella casetta del
giardiniere; chiamò forte, e quando vide l’uomo avanzare nell’ombra del
viale si nominò e disse il motivo che lo conduceva.
Il giardiniere non s’arrischiò ad aprire senz’ordine, corse al castello
e ritornò subito per introdurlo. Gli disse che la contessa era nel
salone terreno.
Lei, vi avrà osservato due seggioloni antichi, coperti di cuoio,
coll’impresa della casa stampata in oro?... Be’, quella sera i due
seggioloni erano vicini alla tavola di mezzo: nell’uno sedeva la
contessa, l’altro, vuoto, era situato in modo da far pensare a mio
padre che una persona l’avesse poc’anzi occupato. V’era anche un libro
sulla tavola aperto e girato in quel verso: gli parve un breviario.
Mio padre si ricordò poi dopo di questa circostanza; in quel momento
pensò a fare un bell’inchino, e ad esporre con garbo i fatti e le
ragioni per cui era venuto. Non aveva rivisto da vicino donna Melania
dopo la vedovanza, l’impressione di quella visita non gli uscì più
dalla mente. Era pallida, accigliata, bellissima. Abbandonata la
persona sulla spalliera, il viso un po’ chino sul petto, le mani a
riposo sui bracciuoli, stava immobile ascoltando, pareva scolpita.
Ma le palpebre battevano sugli occhi luccicanti, fissi sul pavimento,
ove forse si disegnavano per lei, tramutandosi senza posa, lugubri e
fantastiche visioni di sangue. Di tratto levò il capo e lo sguardo;
diceva mio padre che uno sguardo così non l’aveva veduto più mai.
Non era nemmeno naturale: ora brillava vivo, acuto, scintillante come
la lama d’un pugnale sguainato di colpo; ora pareva spegnersi, errar
smarrito sulle persone e sugli oggetti senza raffigurarli e passava
via; tornava colla rapidità del lampo, acceso d’una fiamma scura,
e si levava severo, imperioso, terribile come una minaccia... per
ridiscendere blando e soave come un raggio od una carezza.
Quando egli disse la miseranda fine dei sei contadini, le scorse
balenar l’odio negli occhi per modo che n’ebbe un brivido e si sentì
mozzar la favella. Vi fu un silenzio e finalmente udì pur la sua voce;
una voce morbida che si sentiva spossata da un dolore mortale; velata,
dolce, fioca così che pareva venisse da un punto lontano... ricordava
quella d’una persona che parli in sogno. L’accento era grave, lento,
modulato con un tono d’indifferenza molle, come se quanto veniva
dicendo non avesse importanza o non fosse affar suo: — Aveva inteso;
avrebbe voluto far tanto e poteva far poco, poichè le Case Sauris e
Boetti avevano tutto donato al rompersi della guerra, come la Corte e
tutta la nobiltà. — E non disse altro.
Mio padre tornò correndo al villaggio; era sopraffatto da un gelido
senso di paura, gli pareva che le anime invisibili dei trucidati di
quel giorno, strappate in modo così fulmineo dai corpi, errassero nelle
tenebre senza sapersi decidere a lasciar quei luoghi, quasi aspettando
quelle che dovevano raggiungerle il domani.
*
* *
Il giorno seguente arrivò a sera senza gravi mutazioni: i soldati
continuavano a mettere sossopra il villaggio. Il capitano passeggiò per
la piazza discorrendo con gli ufficiali, giocò davanti all’osteria e,
a mezza giornata, fece subire a mio padre una specie d’interrogatorio a
proposito dell’arciprete. Gli domandò dove lo credesse rifugiato.
— Nella macchia, — rispose mio padre.
— È grande la macchia?
— Grandissima e folta.
— Non supponete invece che si trovi nel castello?
Mio padre rivide il seggiolone voltato alla tavola, il breviario
aperto, immaginò il vero. Rispose fermo che essendo stato nel castello
la sera innanzi aveva trovata la cittadina Boetti tutta sola.
Pareva però che il capitano non volesse occuparsi del castello; era
noncuranza o proposito? Forse non sperava d’entrarvi colle buone e le
muraglie e le porte apparivano così salde che per varcarle di forza
occorreva presso a poco un assalto. Forse non stimava che il bottino
francasse la spesa, o riserbava la festa per l’ultimo giorno.
Sul tardi, ad ogni municipalista che passasse, gli ufficiali gridavano
di spicciarsi coi quattrini, trattandoli di maiali, cialtroni,
infingardi ed altre finezze; poi di schianto un ordine volò per la
piazza: in due minuti si formò il plotone e gli si cacciaron davanti
sei disgraziati.
I municipalisti accorsero angosciati, pregando, implorando si
sospendesse l’esecuzione; speravano di consegnare nel domani gran parte
della somma; nel caso contrario sarebbero stati dodici i fucilati
invece di sei. Il capitano non li fece degni d’uno sguardo o d’una
parola. Si caricavano i fucili; il portone del castello si aprì, n’uscì
un vecchio con un sacchetto pesante; erano cinquemila lire di moneta
corrente inviate dalla cittadina Boetti.
— V’è il conto? — domandò il francese con arroganza ai taglieggiati.
Gran Dio! erano lontani ancora, però il domani...
Il capitano, di fianco al plotone, cacciò fuori la spada.
— O tutto o nulla, carogne!
La lama balenò: seguì fulmineo il tuonar dei fucili.
*
* *
S’era al terzo giorno, stava per cadere il sole, il momento fatale
s’avvicinava. I membri della Municipalità, agitatissimi, si sentivano
sui carboni accesi; avendo fatto il possibile e l’impossibile,
trovavano mancare tuttora una buona parte della somma, che non si
lusingavano di veder condonata.
Il capitano neppure si curò d’interrogarli; dalla tavola dove sedeva
guardò il sole che bruciava il sommo del poggio in faccia e lanciò
l’ordine di morte.
Fra’ soldati, quelli a ciò deputati, si allinearono, altri si
accomodarono a vedere; parecchi corsero alla chiesa a scegliere le
vittime.
Scoppiò là dentro un tafferuglio orrendo. Gli sciagurati che sapevano
d’essere tolti nel mucchio, prima si facevano piccini, aggruppandosi,
ficcandosi gli uni dietro gli altri, cercando sparire: poi, vedendosi
addosso i soldati, si sbrancavano a furia, scappando di qua, di là per
sfuggire, sgattaiolando per nascondersi. I francesi si divertivano un
mondo a quella sorta di mosca cieca mortale: li inseguivano vociando,
sghignazzando, lasciando l’uno per agguantar l’altro, dandosi il
barbaro gusto di prolungare l’agonia di tutti, col palleggiarli dalla
morte alla vita.
Il capitano, colla spada sguainata, aspettava; ed ecco di nuovo aprirsi
il portone. Si vide sulla soglia l’alta figura sottile della contessa
Melania, con la sua veste nera, i grandi occhi inquieti, il volto
più bianco che mai. Venne nobile e lenta al francese che la guardava
colpito, e, a due passi da lui, con un tono freddo, lontano ugualmente
dall’ordine come dalla preghiera, gli disse d’indugiar l’esecuzione.
Sperava di giungere a completare la taglia, con quanto rimaneva di
valsente in castello: invitava il capitano a salirvi, a verificare, a
pagarsi.
Piegò appena il capo, voltò le spalle e se ne tornò d’onde era venuta.
Non si vedeva più da un pezzo, ed il giovinotto guardava ancora da
quella parte immobile e muto.
*
* *
Salì subito con un luogotenente, alcuni soldati e tre municipalisti,
fra i quali mio padre. Non trovarono anima viva in cortile, un gran
silenzio come se il castello fosse abbandonato; ma avanzando videro
lume alle finestre del salone terreno e vi si diressero.
La contessa era là, ritta presso alla tavola. Sotto la fiamma sanguigna
e vacillante di una grossa lucerna senza paralume, brillavano gli
arredi sacri dell’oratorio, le poche gioie d’uno scrignetto aperto e
quanto forse restava dell’argenteria di casa Sauris.
Il capitano ed il luogotenente aspettavano un cenno, un invito: donna
Melania non pareva vederli, teneva gli occhi a terra come riposasse
profondamente in un solo pensiero. Allora i due scambiarono un’occhiata
inarcando le ciglia, e appressandosi non senza esitanza, cominciarono
ad esaminare il tesoro.
Per qualche minuto non si udì che il suono acuto dei metalli palpati e
pesati, il bisbigliare dei francesi, e su tutto il singhiozzo lugubre
di un gufo nei gran cipressi del cortile.
Mio padre guardava palpitante, sentiva correre dei brividi per le
spalle, come quando si dice che passa la morte.
I due ufficiali si consultarono: sommando quanto aveva raggranellato
la Municipalità, il danaro dato dalla cittadina la sera innanzi con ciò
che offriva in quel punto, la cifra che si esigeva era quasi raggiunta;
ad ogni modo si dichiaravano contenti.
Il capitano levò il capo per annunziarlo alla contessa, e si trovò
appuntati in viso i suoi occhi. Ritta così, con la fiamma che le
rischiarava il viso di sotto in su, in pieno, togliendo ogni ombra,
accrescendo il sinistro splendore delle pupille, al dir di mio
padre, ella aveva l’apparenza di uno spettro. Soggiungeva che in
quell’istante magnetizzava senza dubbio il francese facendolo con la
magica virtù dell’occhio, docile e mansueto come un cagnolino. Non
ne so niente, ma mio padre credeva a tante cose, al fascino, a mo’
d’esempio, degli uomini e degli animali. Per i primi citava questo
fatto istesso; per i secondi raccontava di aver provato ad avvicinare
un povero cardellino ad una vipera che gli avevano portato in bottega
per trarne del brodo. Questa rivolgendosi a spire come per scattare;
aveva fissato gli occhiolini accesi sull’augelletto, che si era messo
a tremare convulsivamente nella mano, palpitando palpitando e rimanendo
stecchito.
In fine, mentre si cacciava in un sacco tutta quella roba, il giovane,
come spinto da una muta forza, da un occulto voler superiore, si
lanciò fuori sulla terrazza, e, protendendosi dal parapetto, gridò con
voce tonante alla piazza l’ordine di mettere tosto in libertà tutti i
prigionieri.
S’udirono in seguito voci ed esclamazioni, scoppi di grida, un
calpestìo affrettato seguito dalle sonore risate e dai motteggi
clamorosi dei soldati che assistevano allo sbucare pazzo di quei
poveracci fuor della chiesa e al loro frenetico scappar dalla piazza.
Il capitano balzò in sala di nuovo a testa alta, impettito, tutto fiero
della dimostrata premura.
In quel momento il maestro di casa sollevava la portiera nel fondo
e si vedeva una tavola apparecchiata a due posti. Donna Melania fece
un rapido gesto di congedo a tutti e, figgendo sul giovane gli occhi
veementi, si mosse verso la tavola come per invitarlo a seguirla. Non
era più pallida, un lieve rossor febbrile le coloriva le guancie, un
turbamento strano le fremeva nella persona, i suoi occhi potenti si
dilatavano, brillavano come due diamanti. Il francese la guardava con
stupore. Mio padre lo vide impallidire un momento, gli notò in viso un
istantaneo e profondo sconvolgimento, le sue labbra si agitarono per
trovar forse una parola di rifiuto.
Dio sa da qual lucida, elettrica intuizione fu colpito in quel punto!
Ma il turbamento durò poco, tornò imperterrito e petulante, sorrise e
s’inchinò a ringraziare con un bel gesto da cavalier francese.
*
* *
Il domani gli uomini erano in ordine di partenza, gli ufficiali
aspettavano, scambiando sorrisi, osservazioni, motteggi sottovoce,
levando spesso il viso a guardare il castello. Splendeva un così bel
sole lassù, il venticello scherzava nelle fronde nuovissime, i passeri
si rincorrevano sui tetti e sul terrazzo, s’udivano gli usignuoli nel
giardino. Ma il capitano non compariva.
Bruscamente una voce circolò nelle file, arrivò agli ufficiali, che
fatto venire un soldato, lo interrogarono. Costui l’aveva veduto
uscire dal portone verso il tocco. Esortato a rammemorar ben tutte le
circostanze, affermava di non ingannarsi, solo gli era parso un po’ più
corpulento: effetto forse, diceva lui, della cena gustata.
Gli ufficiali, che non si raccapezzarono più, si consultarono e si
risolsero. Mentre l’un d’essi andava con alcuni uomini al portone,
l’altro si presentava, scortato pure, al cancello. Fu aperto ad
entrambi.
Nell’interno trovarono i servitori che andavano e venivano alle loro
faccende; due muratori riparavano una tettoia in fondo al cortile,
certe donne tendevano il bucato, e la cittadina Boetti, con le mani
inguantate, dirigeva e consigliava il giardiniere occupato a mondare i
rosai dietro la casa.
Tutti, signora e servitori, interrogati, mostrarono di non saper niente
del capitano, come non l’avessero visto mai. Certo era troppa la calma
e l’indifferenza loro per non essere simulata, ma d’altra parte era
evidente che nessuno avrebbe parlato, neppure con la morte alla gola.
Gli ufficiali dal terrazzo chiamarono su altri soldati di rinforzo; e,
mentre alcuni esploravano palmo a palmo il cortile ed il giardino per
trovar traccie recenti di scavo o di terra smossa, gli altri facevano
una minuziosa ispezione per tutto il castello, dalla soffitta alle
cantine. Si frugò nelle scuderie, sul fienile, pei magazzini; si cercò
nel pozzo, nel forno, nelle gole dei camini, e solo in uno di questi
si trovarono le traccie di panni arsi da poco, ma senza bottoni o fregi
metallici che tradissero indumenti militari.
Gli ufficiali in disparte si perdevano in un ginepraio di
supposizioni: lasciavan fare ai soldati che, avendo finito di frugare,
ricominciavano. E poco a poco costoro si accaloravano, i loro animi
s’inasprivano; presero a manomettere, poi a fracassare. Presto la casa
parve pigliata d’assalto: correvano vociando e minacciando per gli
appartamenti, forzando e sbatacchiando gli usci, scaricando le pistole
nelle serrature, spostando e scassinando armadi e cassettoni, buttando
per terra gli oggetti, le vesti, la biancheria alla rinfusa, strappando
le cortine, lanciando i mobili con le gambe per aria o buttandoli dalle
finestre.
La maledetta febbre della distruzione faceva briachi i cervelli,
metteva nelle mani e nelle braccia delle smanie furiose, suscitava in
coloro la frenesia omicida: quel delirio di sangue che spinge l’uomo
armato ed invelenito a voler adoprar l’arma sua ad ogni costo.
Due di costoro andati incontro al maestro di casa e presolo per il
petto, gli urlavano in faccia imprecazioni e minaccie; altri, fremendo
coi denti stretti, venivan coi fucili spianati alla vita degli altri
servitori. Un momento ancora e più nulla li avrebbe frenati...
Nella macchia cupa, foltissima, che rivestiva la collina di fronte
al villaggio, scoppiarono d’un tratto alcuni spari e si videro le
nuvolette grigie ondeggiar sui cespugli.
Gli ufficiali corsero alla terrazza, riparandosi gli occhi dai raggi,
osservando, scrutando; poi l’un d’essi si precipitò alla scalinata,
l’altro si diede attorno a riordinare gli uomini in fretta ed in furia.
Subito il bosco parve animarsi e viver tutto: s’empì di guizzi di
fiamma e di fumo; le palle grandinarono sul villaggio. Dalla terrazza
del castello si cominciò a rispondere; al basso ufficiali e sergenti
cacciavano correndo comandi brevi ed acuti, per disporre gli uomini ai
loro posti di battaglia.
Non n’ebbero il tempo; l’aria rintronò di grida forsennate; una
turba fitta, disordinata, furibonda irruppe sulla piazza e piombò sui
francesi. Camicie, farsetti, giacchette, tonache di preti e di frati
si mescolarono furiosamente agli uniformi. La battaglia proseguì corpo
a corpo: sciabole e baionette contro falci, coltelli, tridenti. Un
gran Cristo di legno dominava la strage come un insegna; scoppiavano
indistinte nell’urlìo orrendo le grida fanatiche di: — Viva il re! Viva
noi! Morte ai giacobini!...
I francesi, rotti in piazza, si sparpagliarono per le vie; la mischia
seguitò spaventosa negli orti, fra le siepi, nelle aie, nei cortili,
nelle stanze; si mutò in eccidio. Quelli che si trovavano in castello
si ripiegarono nel giardino, uscirono pel cancello sui colli, ma
raggiunti ed accerchiati nel sito detto poi Riva Calda, non ottennero a
niun patto quartiere.
Ci sono morti là pezzi di giovanotti!.. Ora questa mandibola, così ben
fornita, — aggiunse il dottore, ripigliandola fra le mani, — potrebbe
benissimo aver appartenuto a qualcun di coloro. E sa chi era fra i
primi a scannar francesi?... Don Barbero, anima pia, con gli abiti del
capitano.
— E il capitano?
— Ah! quello non fu rivisto mai.
*
* *
Non rammento d’aver sognato quella notte la bella e fatal figura della
contessa Melania; ma nei due o tre giorni ch’io rimasi ancora a Ripalta
provai, aggirandomi per le stanze del castello o passeggiando in
giardino, un senso inatteso di commozione che mi portava a fantasticare
un mondo di cose indefinite.
Tutto quanto si riferisce ai secoli morti, alle generazioni passate,
per una speciale disposizione del mio spirito, si riveste per me
di poesia. La conformazione delle strade di certi nostri villaggi,
l’aspetto esterno ed interno delle chiese, delle case, anche un mobile,
un quadro, un oggetto, bastano ad eccitare in me l’attività fantastica,
a risvegliare sensazioni arcane, idee indeterminate, inafferrabili,
che paiono rischiarare la mente come lampi, quasi occulte reminiscenze
d’una vita anteriore.
Le parole di Ruggiero: «quello che non sa il dottore lo inventa», mi
tornavano spesso alla mente.
Certo, ripensando al racconto molte cose mi riescivano sospette; i
fatti, malgrado le minuzie e le realtà di certi particolari, mancavano
di determinatezza. Un fondo di verità ci doveva pur essere, ma il
dottore aveva senza dubbio elaborato, ampliato e fiorito il soggetto.
La figura di Melania, Dio sa in qual romanzo era andato a pescarla! Se
pur non era sgorgata fuor dell’immaginazione così tal e quale.
Ma io stesso, in quell’ambiente, ero venuto in una sorta d’ebrietà
intellettuale, creavo a me stesso visioni d’una realtà intensa e
curiosa, passavo d’una in un’altra, internandomi in ognuna di esse
fino a discernervi minutissimi particolari, con convinzione, con
esaltazione. Quel fantasma di donna m’era visibile agli occhi, sentivo
trasalire in fondo al cuore qualche cosa di lei penetratovi col
racconto. La vedevo in lutto, con la sua carnagione d’un pallore di
avorio, coi grandi occhi nerissimi che, animati da interni fulgori,
sapevano fissare così intentamente da affascinare sull’atto. Immaginavo
la pietosa storia di quella giovane sposa, vedova il domani delle
nozze: i lunghi giorni vissuti nella glaciale solitudine di quel
triste castello, giorni contati a goccie di sangue, per quel coltello
che le aveva passato l’anima: covando in cuore un odio ineffabile,
inestinguibile contro coloro che glielo avevan confitto... E la
creatura della mia fantasia si andava facendo viva e reale, come
l’avessi conosciuta, e m’ostinavo a cercare un riflesso, un’essenza
eterea di lei che parlasse ancora, dopo tanti anni, della sua presenza
in quei luoghi...
— Ma che diavolo n’avean fatto del capitano?
*
* *
Quattro mesi dopo, nei primi giorni di marzo 1887, Ruggero fu a
trovarmi nello studio. Aveva la faccia di chi ha una grande novità
da metter fuori; gettò il cappello e la mazza sul divano e cominciò a
levarsi i guanti soffiando e brontolando:
— Ah! mio caro, mio caro, mio caro...
— Spero — gli dissi — che non sarai venuto per parlarmi del terremoto!
— Ma sì, ma sì.
— Eri in Liguria, forse? T’è capitato qualcosa?
— A Torino ero ed in letto ancora, la mattina del 23 scorso! Immagina,
avevo ballato al Circolo, cenato, bevuto... So assai, poi ero andato a
casa. Accaddero le scosse, il fracasso, il finimondo... mi svegliai a
mezzodì dalla parte che m’ero abbandonato.
— Sei il re dei ghiri!
— Anzi fu Michele che mi svegliò; l’ebbi da lui la scossa sussultoria,
ondulatoria e convulsiva: c’era Jona, di là, con la cambiale; primo
giorno di Quaresima, si sa...
Adesso ti dirò: il domani poi, lettera di Aragno il fattore. Il
crollo infernale aveva intronato tutte le case di Ripalta, ma gente
non n’era perita. Il mio torrione, situato su terreno di trasporto,
aveva barellato assai bene; s’erano fatte crepe importanti novissime,
allargate le antiche. Ti puoi figurare! La mia povera bicocca avita,
già tanto malandata, dove non oso tossire, nè sternutare e vo’ adagio
in punta di piedi per non tirarmela in testa... V’andai subito, non
trovai quel gran male che m’attendevo: torrione, castello e il resto
tenevano ancora benissimo insieme, ma il capo mastro di Ripalta mi
avvertì che ci andrebbe assai ferro a rilegarli.
La spaccatura più pericolosa corrispondeva anche nell’interno, nella
camera ove hai dormito, precisamente sotto il bel arazzo.
Ordinai si schiodasse. Ti ricordi?... il parato della camera è un
coiame antico lavorato a rabeschi, staccato in certi punti e pendenti
a pezzi e bocconi rasente il muro. Naturalmente la parte che correva
sotto l’arazzo era più conservata, ma in un certo tratto mancava
lasciando la muraglia nuda per uno spazio alto e rettangolare, come
vi fosse stata nel tempo un’apertura. Una porta non poteva essere;
immaginammo un armadio a muro; percotendo col pugno sonava a vuoto. Il
capomastro picchiò colla picozza, venne a terra un palmo d’intonaco, si
spostò un mattone ed ecco un buco scuro.
«Lavoro fatto in fretta e male!» brontolò l’uomo.
Ma vedi, un’altra idea veniva già a lui, a me, ad Aragno, a Michele:
«chi sa mai, in un castellaccio antico, con tante guerre da che mondo è
mondo, e rivoluzioni, epidemie ed accidenti, cosa poteva aver nascosto
lì dentro l’anima cara d’un bisarcavolo mio». — Scudi, fiorini,
ducatoni, marenghi!
Avanti, Dio superiore!... Il martello cominciò a lavorare. Si trovarono
in alto i palchetti di legno vuoti, poi a basso un negozio lungo e
massiccio intonacato di calce ingiallita; era duro e compatto, si
cominciò a spezzare.
Stai a sentire! Si mostrarono prima certi cenci corrosi e scoloriti che
presero una forma... la forma d’una persona avvoltolata fra coperte,
e, subito, capisci, subito venne in luce la testa, una faccia umana
vera, con la pelle secca e gialla come pergamena, stirata qua, grinzosa
là, con gli occhi affossati nelle orbite enormi, la bocca storta e
contratta, i denti visibili, bianchi ed intatti... E poi i capelli, le
ciglia, certi mustacchi rossicci ancora aderenti, come incollati... una
mummia, ecco, una vera mummia, in una parola!
Ti so dire che nessuno aveva faccia da ridere: pallidi, allibbiti, non
si pronunciava sillaba, come non s’avesse più fiato...
Ho voluto tener la cosa segreta... Storie! Tutto il paese volle vedere:
il parroco ha detto subito non so quante messe in suffragio dell’anima
sconosciuta, e le pagherò io.
Il giornale della provincia: l’_Eco dei colli_, raccontò
romanzescamente il fatto e concluse sperando che l’autorità, con
perspicaci investigazioni, sarebbe riescita a stabilire l’identità
degli avanzi e fare la luce. Sicuro!
Ma, viva Dio, non pare anche a te una cosa curiosa, fantastica,
incredibile, enorme: un fatto da romanzo!?... A proposito, il dottore
Vercellis è accorso subito, è rimasto di stucco anche lui e mi ha tanto
raccomandato di venirtelo a dire.