NOTE:

[362] Ved. Doc. 395, pag. 457.

[363] Ved. Doc. 425, pag. 531.

[364] Ved. Doc. 395, alla pag. 464.

[365] Ved. Doc. 131, pag. 75.

[366] Ved. Doc. 193, pag. 97.

[367] Ved. Doc. 234 e 236, pag. 122 e 124.

[368] Ved. Doc. 426, pag. 531-32.

[369] Questo documento è rappresentato da un foglietto di pergamena,

su cui a grossi caratteri si trovano segnati i nomi di tutti coloro le

cui cause doveano spedirsi, frati ed anche secolari; ed è notevole che

solamente a lato del nome di fra Dionisio si legge «aufugit», mentre a

lato del nome del Bitonto non si legge nulla di simile. Tale foglietto

stava insieme con le bozze e copie de' Riassunti degl'indizii presso il

Vescovo di Caserta, e lo si dovè scrivere subito dopo la notizia della

fuga di fra Dionisio, contemporaneamente all'ordine di cui si parla nel

testo, forse nel determinarsi a rompere ogni altro indugio, fare le

copie de' Riassunti ed inviarle sollecitamente a Roma; sicchè fino ad

un certo punto esso confermerebbe il ritardo avvenuto nell'invio delle

copie de' Riassunti oltre il 16 ottobre, e la non avvenuta copia del

Riassunto contro fra Dionisio.

[370] Ved. Doc. 134, pag. 75.

[371] Giustifichiamo le proposizioni emesse nel testo. 1.^o «Se

l'heretico pendente la sua causa diverra pazzo o furioso... bisognerà

tenerlo ben custodito nè condannarlo fino à tanto che egli ò risani ò

muoia nel furore: perchè risanandosi potria per avventura rihaversi,

e convertito, ritornare al grembo di S.^{ta} Chiesa»; Masini, Sacro

Arsenale, Roma 1639, pag. 381. art. 99.--2.^o «Il rilasso legitimamente

convinto dee, ò confessando, ò nò, rilasciarsi al braccio secolare»;

Id. pag. 331. art. 93.--«Quantumcumque poeniteat, nihilominus relapsus

est tradendus Curiae saeculari, ultimo supplicio feriendus»; Eymerici

Directorium Inquisitorum, Romae 1578. p. 331.--3.^o e 4.^o «... à gli

heretici pentiti, oltre alla publica abiuratione s'impone anco la pena

di carcere perpetuo, perchè altrimenti, non potendo i Sacri Canoni con

pena di morte castigar alcuno, non ci sarebbe pena alla gravità del

delitto confacevole»; Masini, pag. 325. art. 76.--«Carcer perpetuus

est poena haeretici reversi»; Locatus, Opus Judiciale Inquisitorum,

Romae 1570. pag. 269.--Prescrizione del Concilio Tolosano: «Haeretici

autem qui timore mortis vel alia quacumque causa, dummodo non sponte

redierint ad catholicam unitatem, ad agendam poenitentiam per Episcopum

loci in muro cum tali includantur cautela, quod facultatem non habeant

alios corrumpendi»; Pegna, Scholia in Eymerici Directorio, Schol.

LXV. lib. 3. pag. 185.--Rescritto di Urbano IV: «Clericus, qui est

perpetuo immurandus, prius debet a suis ordinibus degradari»; Id.

ibid.--«Cum illis qui vel in perpetuum carcerem vel in perpetuum ad

triremes condemnantur dispensari soleat, ideo non solent condemnandi

ad has poenas actualiter degradari sed solum verbaliter»; Id.

ibid.--5.^o «Poena perpetui carceris post lapsum triennii remitti

solet»; Simancae Jacob. Enchiridion Judicum violatae religionis,

Venet. 1578.--«Quaesitum scio, post quantum tempus solent in carcere

perpetuo dispensari..; post lapsum triennii remitti solere scripsit

Simancas. Quod si poena carceris irremissibilis fuerit imposita, elapso

octavo anno solet relaxari»; Pegna, op. cit. p. 224.--Aggiungiamo a

chiarimento dell'immurazione: «Eadem prorsus poena immurationis et

carceris perpetui»; Pegna, op. cit. Schol. LXV. lib. 3. pag. 184.--«In

aliquibus partibus.... Inquisitores habent in suis domibus carceres,

quos vocant muros, quia domunculae illae adhaerent muro loci, qui est

Episcopo et Inquisitori communis»; Locatus, op. cit. p. 39.

[372] Ved. Doc. 137, pag. 77.

[373] Ved. Doc. 427, pag. 532.

[374] Ved. la nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 2^o, fol. 124.

[375] Ved. Doc. 428 e 429, pag. 533 e 535.

[376] Ved. Doc. 430, pag. 537.

[377] Ved. Doc. 431, pag. 540.

[378] Ved. Doc. 432, pag. 543.

[379] Ved. Doc. 433, pag. 544.

[380] Ved. Doc. 434, pag. 546.

[381] Ved. Doc. 420, pag. 526.

[382] Ved. la così detta _Collectio Salernitana_, vol. 171, fasc. 1.^o

fol.^o 166 t.^o: «Ego Scipio Marullus Stilensis» etc.

[383] Ved. Doc. 219, 220 e 221, pag. 116 e 117. Vi sarebbe anche

un altro Documento, per brevità omesso, una lettera Vicereale che

prescrive l'invio della persona stessa del Baldaia nelle carceri della

Vicaria in Napoli, sempre per l'omicidio suddetto, senza alcun ricordo

de' fatti della congiura. Ved. Reg. _Curiae_, vol. 55, an. 1603-1604,

fol. 163 t.^o.

[384] Ved. Doc. 222 e 223, pag. 117.

[385] Ved. Doc. 224, pag. 118.

[386] Ved. Doc. 225 e 226, pag. 118 e 119.

[387] Intorno a' Grassi sarà bene conoscere ancora i documenti di

data anteriore che abbiamo trovati nel Grande Archivio: 1.^o Registri

_Curiae_ vol. 46, an. 1599-1601, fol. 40, t.^o «All'Audientia di

Calabria ultra... Semo informati come Paulo, Pompeo et Scipione Grassi

del Casale de Gionadi destritto di Melito hanno commesso molti delitti,

per il che fu mandato Commissario dal nostro predecessore, et se le

verificorno molti homicidii et furno reputati contumaci per la Vicaria,

et dall'hora in poi sempre hanno (_sic_) armati in cometiva di dodici

et più banniti commettendo delitti, et particolarmente li dì passati

introrno in lo casale de S.^{to} Constantino et scassorno la casa de

una vidua nomine Gratia, et pigliatole due sue figlie l'una zita, et

l'altra vidua, et, violentemente conosciutole et stupratole, al che

volendo noi provedere come conviene...» (segue l'ordine di catturarli,

prendere l'informazione sul fatto e darne avviso) 27 giugno 1600.--2.^o

Id. vol. 55, an. 1603-1604, fol. 195. «All'Aud. di Calabria ultra...

Con questa v'inviamo l'alligate copie d'informationi contro Paulo

Pompeo et Scipione grasso sopra il particolare della causa delle

scoppettate tirate a francesco aquaro et sua cometiva, et vi dicimo et

ordinamo che nella causa predetta debbiate procedere à quanto sarà de

justitia che tal'è nostra voluntà. Dat. neap. die x^o 7bris 1604».--Al

1606 parrebbe che Pompeo fosse stato già ucciso.==Relativamente a'

Baroni di Reggio, essi erano parecchi e si distinguevano da' Baroni

di Tropea e da' Baroni di Annoya, egualmente fuorusciti ed anche più

numerosi; intorno a loro abbiamo i seguenti documenti, contemporanei

e successivi alla data de' processi: 1.^o Reg. _Curiae_ vol. 46, an.

1599-1601, fol. 30. «All'Aud. di Calabria ultra... Dal Capitaneo

della città de riggio ci viene scritto che havendo havuto notitia,

che alcune persone di quella si erano disfidati et che la città stava

in... (_sic_) andò in persequtione di quelli et carcerò li capi de

le due partite che si erano disfidati nomine francesco pesello et

domitio barone, per la quale carceratione se quietò il rumore, et forno

excarcerati. dopoi li sopraditti francesco et domitio giontamente con

innocentio candeloro della medesima città, per causa che il caporale

di detta Corte li havea carcerati, in presentia di detto Capitaneo

assaltorno detto caporale et con scoppette et spade l'ammaczorno, et

fattesi per esso alcune diligentie non ha possuto averli nelle mani

stando in paliczi..» (segue il fatto di un altro caporale ammazzato

per la stessa ragione, avendo carcerato Paolo Melissari «contumace et

uno delli predetti che si disfidorno», e quindi l'ordine di catturare

i delinquenti). Ultimo di 10bre 1599.--2.^o Id. vol. 54, an. 1603,

fol. 15. «A D. Garzía de Toledo (governatore di Calabria ultra)...

Per la vostra delli 7 del presente havemo visto quel' che vi veneva

havisato da riggio, che Paulo et Gio. Domenico barone fratelli haveano

ammazzato Pietro Gueria per causa di una lite civile che tenevano fra

loro, quali si sono andati à salvare dentro una Ecclesia di detta

città, et havendoli posto le guardie attorno, il Rev.^{do} in Christo

P.^e Arcivescovo non li ha voluto permettere se non per quaranta passi

attorno detta Ecclesia dentro la quale si stanno detti delinquenti

senza nessuno timore, supplicandoci ve si ordinasse quel' che doverete

exequire. Al' che respondendo ve dicimo et ordinamo, che si l'homicidio

predetto è stato commesso appensatamente, poi che non deve godere

dell'immunità dell'Ecclesia debbiati procurare d'haverli nelle mani

in ogni meglior modo avvisandoci di quel' che exequireti acciò ne si

possi ordinare quel' che convenerà per castigo di detti delinquenti.

Dat. neapoli die ultima mens. februar. 1603.»==Da ultimo relativamente

a Carlo Bravo, costui scorreva la campagna già prima del 1599 con

un suo fratello Fabrizio, e poi, rimasto solo, fu preso nel 1603,

ma per delitti comuni, secondochè risulta dai seguenti documenti:

1.^o Reg. _Curiae_ vol. 45, an. 1596-1601, fol. 47 t.^o «Commissione

in persona del magnif.^o u. j. d. Julio Cesare malatesta quale si

conferisce nella terra di filogasi a pigliare informatione... A noi

è stato presentato memoriale del tenor sequente videlicet: Ill.^{mo}

et excell.^{mo} Sig.^{re} la povera gratia teti d'anni undici della

terra de filogasi della prov. di Calabria ultra fa intendere a V. E.

come li mesi passati da fabritio et carlo bravi et ferrante pisano di

monte santo fu proditoriamente ammazzato Vincenzo teti patre d'essa

supplicante ad instantia di Minico di tini della terra di filogasi

per antiquo odio che detto Minico portava ad esso Vincenzo suo patre

mediante una certa quantità di denari data a' detti tre assassini,

quali fatto detto assassinio perchè poco distante veddero una certa

donna nominata antonia quale haveria possuto vedere commettere detto

assassinio l'ammazzorno, et dubitando detto minico di tini mandante che

tale sceleragine non si scopresse fè dare subito tutore dal Capitaneo

d'essa terra, come potente in quella et essendo persona facultosa,

ad essa supplicante Masiello di nofrio con il quale proprio haveva

trattato di farsi fare subito la remissione per potersi transigere con

la corte baronale...» (segue la Commissione ad istanza del R.^o fisco

e con la proeminenza della Vicaria). Ult.^o di ottobre 1597.--2.^o Id.

vol. 55, an. 1603-1604, fol. 80. «Al Marchese de layno... Per la vostra

delli 15 del passato havemo inteso come havete incominciato a procedere

nella causa contra Carlo bravo conforme l'ordine nostro non obstante

la remessione che dimandava il Prencipe de melito et Duca di Nocera,

et como che tal remessione l'ha dimandata quessa città di Catanzaro,

et per non farsene mentione nel predetto nostro ordine ci supplicate

di posser procedervi non obstante detta remessione si dimanda per

questa città con lo de piu che in cio andate significando. Alla

quale respondendo ve dicimo che cossì si intende lo predetto nostro

precalendato ordine ancorche non ci sia particulare expressione...»

(segue la raccomandazione che si spedisca con sollecitudine, vedendo

che «in questo negotio se ci procede con molta flemma») 19 decembr.

1603.--3.^o Id. ibid. fol. 175. «All'Audientia di Calabria ultra...

Havemo visto la relacione che di ordine nostro ci havete fatta delli

delitti che si ritrova inquisito Carlo bravo, per lo che considerato

la gravità et moltiplicità delli delitti che hà commessi ve rispondemo

et ordinamo che ci debbiate procedere all'espedicione della sua causa

conforme à giustitia senza perdere un momento di tempo, et prima

de publicare la sententia ci debbiate donare particolare aviso del

voto che seranno quessi magn.^{ci} Auditori in tal causa et cossì

l'essequirete che tale è nostra voluntà. Dat. neap. die 28 mens. julii

1604».--4.^o Id. vol. 64, an. 1605-1608, fol. 21. «All'Aud. di Calabria

ultra... Per una nostra de li 18 del passato havemo visto per che voto

è quessa Reg.^a Audientia di condennare à Carlo bravo carcerato in

quesse carceri per l'inquisitione di suoi delitti, mà non haveti voluto

publicare la sententia per exequtione del ordine che da noi teneti, et

ci supplicati siamo serviti darvi ordine di quel tanto in ciò haveti da

exequire, alla quale rispondendo vi dicimo et ordinamo che nella causa

di detto Carlo bravo debbiate procedere à quanto vi parirà che convenga

de justitia che tale è nostra voluntà. Dat. neap. die ult.^a mensis

martii 1605».

[388] 1.^o Reg.^i _Curiae_ vol. 64, an. 1605-1608, fol. 138. «All'Aud.

di Calabria ultra... Dal Capitanio della Baronia di precacore et

S.^{ta} Agata di quessa provintia di Calabria ultra ci è stato scritto

come alli 14 de luglio prossimo passato ritrovandosi in compagnia de

Alexandro tranfo Barone di detta Baronia venne passando per avante

di esso Barone Aquilio marrapodi suo vassallo armato di scoppetta a

focile delle lunghe, et essendo passato con arroganza senza levarsi

la barretta, et in contento dela Corte mentre era contumace per

cause criminale, detto Barone havendoli detto per che causa passava

cossi mal creatamente ordinò fosse carcerato, et detto Aquilio con

la detta scoppetta che portava calò il cane drizzò la bocca di essa

verso detto Barone dicendo adietro non passati avanti che vi ammazzo

fando resistenza non lasciandosi pigliar carcerato, per lo che ni

ha preso informatione et l'ha inviata a noi per che si proveda a lo

che conviene..» (segue l'ordine che procuri aver nelle mani il detto

Aquilio e lo mandi in Vicaria) Dat. Neap. 27 septembr. 1606.--Inoltre

a fol. 178 t.^o trovasi pure una lettera sullo stesso tema al Cap. di

Precacore.--2.^o Id. Ibid. fol. 142. «Al Gov.^{re} di Calabria ultra

che faccia relatione di quanto per la vedova portia sotira della terra

di precacore è stato scritto intorno all'eccessi et homicidii commessi

per Gio. Angelo Marrapodi et Aquilio suo figlio in persona de molte

persone di d.^{ta} terra et precise del suo marito à finem providendi».

Lett. dell'ult.^o di ottobre 1606.

[389] 1.^o Reg.^i _Curiae_ vol. 64, an. 1605-1608, fol. 60. «A D. luise

de moncada gov.^e di Calabria ultra... A nostra notitia è pervenuto

come francesco strivieri, Gioseppe Serra, Gio. thomase di franza,

Gioseppe di Paula et aurelio biase di quessa città di Catanzaro non

lassano ogni dì fare assassinii, robare chiese, svergognare monasterii

de donne monache, stuprare vergine, uccider hor questo et hor quel

altro, tagliar facci ad homini et donne honorate, mantener latri et far

altri delitti, et che nel mese di 8bre prox.^o pass.^o non contenti

delle cose predette habbiano svergognato a una casa nobile di quessa

città in haver appostatamente struppiato un povero homo delli più

honorati di quessa città in havendoli tagliato il naso, cavato un

occhio et tagliatoli le labra et datoli una ferita in testa, delitti

veramente molto imperiosi...» (segue l'ordine che coll'intervento

dell'Aud.^{re} Barbuto s'informi) 18 9bre 1605.--2.^o Ibid. fol.

71. «A D. luise de moncada... Dall'Auditor fabritio auletta, et

Marc'Antonio rossino advocato fiscale di questa reg.^a Audientia, et

anco dal Capitaneo di quessa città di Catanzaro semo stati avisati

como essendono stati occisi Gio. francesco, et vitaliano bonelli patre

et figlio da Geronimo et Gio. Paulo di Cordua di d.^{ta} città di

Catanzaro, che nel pigliare dett'informatione sia stato maltrattato

il detto Capitaneo dalli Commissionati et soldati di quessa Regia

Audientia..» (segue l'ordine che prenda subito informazione) 15 10bre

1605.--3.^o Ibid. fol. 81 t.^o «Risposta à don loise di moncada per

conto delli forasciti di Catanzaro... Havemo recevuta la vostra

relatione de nostro ordine fattaci intorno li delitti se pretendono

essere stati commessi per francesco strivieri, Gioseppe Serra, Gio.

thomase di franza, gioseppe di paula et aurelio biasi di quessa città

di catanzaro, et come per voi sono stati inviati in certi lochi

destinati, et de poi usate tutte le deligentie possibile per scoprir li

detti delitti non haveti possuto in sin adesso havere tracza alcuna de

essi, solo havete inquisito à Gio. thomaso del stroppio fatto in facci

de gio. domenico marcello per la causa contenta in detta relatione, et

como non l'haveti possuto havere alle mani, narrandoci come li predetti

insieme a gio. paulo di cordova ammazzorno gio. francesco et vitaliano

bonelli padre e figlio et anco insultorno al dottor fabio Conte...» (lo

loda e ordina che continui) 30 gen.^o 1606.--Questo per la sola città

di Catanzaro, dove è manifesto che il Franza, il Cordova e lo Striveri

con gli altri, aveano intimidato tutti; e senza uscire dallo stesso

sud.^{to} vol. _Curiae_ si può vedere cosa accadeva a Stilo, dove (fol.

59) trovandosi il Capitano in Guardavalle, «alla casa del giudice di

Stilo absente fu fatta petriata due notte» etc. etc.

[390] Ved. Doc. 228, pag. 120.

[391] Ved. Doc. 263, pag. 175.

[392] Ved. Doc. 132, pag. 75.

[393] Ved. Doc. 133, pag. 75.

[394] Ved. Doc. 135 e 136, pag. 76 e 77.

[395] Let. del 6 aprile 1601; ved. Doc. 119, pag. 71.

[396] Ved. Doc. 266, pag. 183.

[397] Ved. Registri _Privilegiorum_ vol. 124, an. 1602, fol. 114. Il

Privilegio per D. Pietro in data «Vallis Oleti 16 xbris 1602» ebbe

l'esecutoria in Napoli il 18 marzo 1603.

[398] Ved. il ms. della Biblioteca Nazionale di Napoli (X, c. 20),

intitolato «Desgratiato fine di alcune case napolitane», fol. 62.

Pur troppo si rinvengono in questo codice registrate molte nostre

conoscenze, il Principe di Conca, D. Ottavio Orsini Conte di Pacentro,

Fabrizio di Sangro Duca di Vietri, Marc'Antonio d'Aponte, Gio. Battista

De Leonardis. Non la finiremmo più a voler dare anche un piccolo cenno

delle miserie patite da tutti costoro.

[399] Ved. Registri _Privilegiorum_ vol. 137, an. 1607-1608, fol.

80, ove trovasi il Regio assenso alla convenzione tra D.^a Livia e

D. Scipione Sanseverino Duca di S. Donato, pel pagamento di D.^{ti}

15mila assegnati in dote con molti patti e clausule dalla madre e balia

D.^a Lucrezia Carafa Marchesa di Corleto già moglie di D. Ippolito

Sanseverino, ed è citato «l'albarano» tra la Marchesa e D. Pietro nella

data suddetta.--Ved. inoltre il Carteggio del Residente Veneto anno

1603, Dispaccio del 29 aprile.

[400] Ved. Doc. 138, pag. 177.

[401] Ved. Doc. 139 a 142, pag. 77 e 78; inoltre Doc. 144, pag. 79.

[402] Ved. Doc. 200, pag. 99.

[403] Ved. Doc. 201, pag. 100.

[404] Ved. Doc. 237, pag. 124. Si noti che _il 12 di luglio_ avvenne

la partenza dell'armata: il 27 già poteva il Governo Vicereale averlo

conosciuto, poichè soleva contemporaneamente partire un legno sottile

con una spia, che in quindici giorni toccava le coste del Regno e

trasmetteva le notizie a Napoli.

[405] Tutti questi fatti, e così pure i seguenti, sono stati raccolti

nell'Archivio Veneto e nel Toscano, da' Carteggi de' Baili da

Costantinopoli, del Residente di Venezia e dell'Agente di Toscana da

Napoli. I Baili al ritorno del Cicala, sempre che potevano, facevano

procedere all'interrogatorio con giuramento di qualche schiavo o di

qualche altro individuo loro confidente che avea preso parte alla

spedizione, e mandavano il processo verbale a Venezia; tanta era

l'importanza che Venezia annetteva all'avere notizie precise di ciò che

avveniva sul mare. Il Parrino fa succedere la spedizione ben riuscita

di D. Garzia allo sbarco di Amurat, ma è attestato invece il contrario

tanto dal Residente di Venezia quanto dall'Agente di Toscana. Vedi pe'

Dispacci Veneti i volumi degli anni suddetti, e per quelli di Toscana

le filze Medicee 4087 e 4088, dispacci del 22 e del 29 agosto 1600.

[406] Ved. Doc. 143, pag. 78.

[407] Ved. Doc. 145, pag. 79.

[408] Ved. Doc. 147, pag. 79.

[409] Ved. Doc. 148 a 152, pag. 80 e 81.

[410] Ved. Doc. 153, pag. 81.

[411] Ved. Doc. 154, pag. 81.

[412] Ved. Registri _Sigillorum_ vol. 39, data suddetta.

[413] Il Campanella medesimo diè modo di farlo rilevare, quando più

tardi, in agosto 1600, vistosi abbandonato con la causa indecisa,

scrisse a Papa Paolo V: «hora informano monsignor Nuntio come essi

vogliono... e diran ch'è finita la causa, che mi condanni senza

ascoltarmi». Ved. Centofanti, Arch. storico italiano 1866, pag. 24.

[414] Riproduciamo qui un brano di documento, che abbiamo raccolto

nell'Arch. di Spagna in Simancas e che concerne il fatto di questa

carcerazione: è una relazione di D. Pietro de Vera, annessa in copia

a un dispaccio di D. Francesco de Castro al Re, in data del 2 marzo

1603. «Quel che resulta de l'informatione presa contra Giovanni Conte

di Nassau Todesco, è, che essendo gionto in Napoli esso Conte Giovanni

l'ultimo sabato di Carnevale prossimo passato, in compagnia di D.

Giovan Ottavio Gonsagha, e di Cristofaro Pflug di Sassonia, Geronimo

Tucher di Germania, Uberto alias Roberto Caroni de la città di Bozoli

trà Mantua et Cremona et Giovanni Winckes Alemano creato d'esso Conte

Giovanni, et andando incognito, si fe diligentia d'haverlo nelle mani,

et mentre D. Giovan Ottavio Gonsagha giovedì passato 20 del mese

presente di febbraro mandò in Palazzo per haver licentia esso con tre

altri d'andar con cavalli di posta à Roma, si mandò a pigliar tanto

esso quanto tutti quelli di sua compagnia, che foro esso D. Giovan

Ottavio, Cristofaro Pflug, Geronimo Tucher, e Uberto alias Roberto

Caroni, et non si trovò detto Conte Giovanni di Nassau, perchè lo

detto giovedì mattino, per tempo, esso Conte Giovanni insieme con

detto Giovanni Winckes suo creato s'erano partiti à cavallo senza la

compagnia di detto D. Giovan Ottavio, et altri sopradetti, e V. E. li

mandò appresso gente per haverlo, e D. Antonio Sanchez de luna che

andò fra gli altri lo trovò vicino Sessa et lo condusse in Napoli col

detto suo creato... _etc. etc._ D. Pedro de Vera i Aragon» (Ved. Arch.

sud.^{to} Scritture Estado, legazo 1099).

[415] Questi particolari risultano da' Carteggi dell'Agente Toscano e

del Residente Veneto, e in parte dalla relazione del De Vera mandata in

Ispagna, dalla quale veramente si hanno i nomi di tutti i prigionieri,

che ne' Carteggi non sono punto registrati. Ved. nell'Arch. di Firenze,

Scritture Medicee filz. 4090, Lett. del Turaminis del 25 feb. 1603;

nell'Arch. di Venezia, Senato-Secreta Napoli, Lett. di Anton M.^a

Vincenti del 25 feb. 1602 (_more veneto_) e degli 11 marzo e 15 aprile

1603.

[416] Malgrado le più vive ricerche non abbiamo potuto vedere alcuna

delle varie edizioni dell'opera del Custos e Kilian intitolata

«Fuggerorum et Fuggerarum... quot extant aere expressae imagines,

Augbsb. 1593, 1618, 1630» etc., ma abbiamo trovata ultimamente in

Roma, nella Corsiniana, l'altra opera del medesimo Custos intitolata

«Atrium heroicum _etc._ August. Vindelic. 1602», in cui si hanno non

meno di 12 Fuggers, tra' quali Giorgio, che nel corso della narrazione

incontreremo protettore accanito del Campanella, e Cristoforo figlio

di Giovanni, che dovrebb'essere il Cristoforo di cui qui si parla. Ma

il suo ritratto, alla data del 1592, lo mostra già adulto, di bella

e distinta figura, non giovanotto, qualificato illustre e generoso

Barone; evidentemente egli è il Cristoforo della branca di Kirkeim,

padre di Ottone Enrico già nato al tempo di cui trattiamo, e non può

avere nulla di comune con Cristoforo Pflugh.

[417] Ved. Il Codice delle Lettere etc. pag. 63.

[418] Ved. Doc. 518, pag. 585. Il Bierio citato dal Gagliardo è senza

dubbio Gio. Wierio, dotto e benemerito medico Belga, che trattò

ampiamente delle cose demoniache. Nella ristampa delle sue «Opera omnia

Amstel. 1660 t. 2» si ha il trattato intitolato veramente «Pseudo

monarchia Daemonum» con gli altri «De origine et lapsu Daemonum, De

Praestigiis daemonum et De Lamiis»; il trattato «De Menomachia (o

meglio Monomachia, duello) daemonum» ci apparisce una svista del

Gagliardo.

[419] Ved. Doc. cit. pag. 589.

[420] Sarà bene ad ogni modo rammentare le parole testuali che si

leggono nella _Città del Sole_, riferibili alle deposizioni fatte

dal Gagliardo. «Studiarono (i solari) aver propizie le quattro

costellazioni di ciascuno de' quattro angoli del mondo (ediz. d'Ancona

pag. 267). Al mattino... rivolgendosi verso oriente recitano breve

orazione (ibid.). Ogni volta che fanno orazione si rivolgono a'

quattro angoli del mondo; al mattino guardano prima all'oriente, poi

all'occidente, indi al mezzodì (274). Onorano, non adorano il sole,

le stelle, siccome cose viventi, statue e tempii di Dio ed altari

animati del cielo... Nel sole contemplano l'immagine di Dio e lo

nominano eccelso volto dell'Onnipotente, statua viva, fonte d'ogni

luce e calore, vita e felicità d'ogni cosa...; in lui i sacerdoti

adorano Dio, e raffigurano nel cielo un tempio, nelle stelle altari,

ed anche case viventi di angeli buoni nostri intercessori appresso Dio

(275). Adorano Dio nella trinità e ciò fa meraviglia, ma dicono che

Dio è somma Potenza dalla quale procede la somma Sapienza che è pure

Dio, e da ambedue poi l'Amore, che è Potenza e Sapienza...; non hanno

però distinte nozioni delle tre nominate persone come i Cristiani, non

avendo essi avuto rivelazione» (277).--Rammenteremo inoltre ciò che si

legge nelle _Poesie_, a proposito dell'orazione a Dio nella «Canzone

3^a in Salmodia metafisicale»:

«Poi ti prego, ti supplico e scongiuro

per l'influenze magne

necessità, fato, armonia, che 'l regno

dell'universo mantengon sicuro

. . . . . . . . . . . . . . . ,

pe 'l tempo, e per le statue tue viventi

stelle, uomini ed armenti»; etc.;

e a proposito dell'orazione al Sole nell'«Elegia al Sole»

«Tempio vivo sei, statua, e venerabile volto

del verace Dio, pompa e suprema face.

Padre di Natura, e de gli astri rege beato

vita, anima e senso d'ogni seconda cosa» etc. etc.,

aggiuntovi in nota che «il Sole è insegna della semblea d'esso autore».

Circa la preghiera alle stelle e agli angelici spiriti in esse

abitanti, se ne trova un saggio perfino nella «Canzone di pentimento»:

«Aria, tu vivo ciel, voi sacre stelle,

e voi spirti vaganti dentro a loro

ch'hor m'ascoltate ed io non veggio voi,

mirate al mio martoro,

di voi sicuri pregate per noi».

[421] Ved. Informazione contro fra Pietro di Calabria Domenicano

carcerato in Castel nuovo, depos. suddetta, nella nostra Copia ms. de'

proces. eccles. tom. 2.^o fol. 273-1/2.

[422] Ved. la nostra Cop. ms. tom. 2^o, fol. 125-1/2.

[423] Aggiungiamo che la data del luglio o agosto 1603, come quella

dell'entrata in una fossa venne sempre mantenuta dal Campanella anche

in altre lettere, come p. es. in quella opuscolare sulla peste di

Colonia e quella a Mons.^r Querengo, da noi pubblicate, dove in data 24

giugno e 8 luglio 1607, afferma trovarsi nella fossa già _da 4 anni_

(ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 54 e 60). Ma in altre lettere e

p. es. in quella al Papa da noi pubblicata, nell'altra latina al Papa

ed a' Cardinali, e nelle altre al Re di Spagna, all'Imperatore, agli

Arciduchi di Austria pubblicate dal Centofanti, tutte sicuramente del

1607, egli dicesi _da 8 anni_ nella fossa, vale a dire fin dal momento

in cui venne tradotto a Napoli, ciò che riesce assolutamente inesatto:

laonde bisogna ammettere che egli abbia parlato di fossa, ogni qual

volta intese dire di essere stato posto in carceri dure.

[424] Ved Doc. 155, pag. 81.

[425] Ved. Doc. 194, pag. 98.

[426] Ved. Doc. 518, pag. 583.

[427] Ved. Berti, Nuovi documenti su Tommaso Campanella, Roma 9bre

1881, pag. 22.

[428] Il Carteggio de' Residenti Pietro Bartoli ed Agostino Dolce, non

solo col Serenis.^{mo} Principe ma anche con gl'Ill.^{mi} et Ecc.^{mi}

Sig.^{ri} Capi del Consiglio de' Dieci, offre spesso notizie di questo

genere e talvolta assai curiose: notiamo tra le altre quelle di certe

palle di foco per incendiare l'arsenale di Costantinopoli, od anche di

certe macchine per dar morte al Gran Signore, costituite da scatole

dorate con sapone muschiato, che nascondevano archibugetti forniti di

micce la cui preparazione veniva accuratamente descritta. Il Vicerè,

per una scala segreta, andò nel Castello a vedere queste sottili

invenzioni di Pietro Lanza, e parimente si occupò sempre con molta

cura de' disegni dei Greci, accogliendoli con favore (ved. i Carteggi

sud.^{ti} e segnatamente quello co' _Capi del Consiglio dei Dieci_,

Busta n.^o 19, fasc. 2.^o an. 1608).

[429] Ved. Doc. 156, pag. 82.

[430] Ved. Doc. 157, pag. 82.

[431] Ved. Doc. 158, pag. 83.

[432] Ved. Doc. 267, pag. 186.

[433] Ved. Doc. 241, pag. 127.

[434] Il Toppi (De Origine omnium Tribunalium vol. 2.^o p. 425 e seg.)

fa figurare D. Giovanni Ruiz nel Sacro Regio Consiglio dall'anno

1604-1605 fino al 1610: ma ne' Registri _Sigillorum_, vol. 39, an.

1602, si legge in data del 19 giugno l'esecutoria del Privilegio

che assegna al Ruiz «la piazza de Consigliero che vaca per morte de

Ximenes». La cronologia del Toppi avrebbe potuto far pensare che il

Ruiz fosse stato nominato pe' bisogni del processo del Campanella.

[435] Vedi Nicodemo, Addizioni copiose alla Biblioteca Napoletana del

Toppi, Nap. 1683, e Cyprianus, Vita Th. Campanellae, Traiecti ad Rhenum

1741, pag. 69. Il memoriale nella raccolta Magliabechiana trovavasi

intitolato «Epistola sociorum et parentum Fr. Thom. Campan.^{la} J.

Aldobrandino Nuntio Neapolitano» (nel Nicodemo leggesi malamente

stampato «S. Aldobrandino» ma nel Cipriano leggesi esattamente).

Riscontrando il Codice Magliabechiano menzionato anche altre volte

(Campanellae et aliorum Op. varia Class. VIII, 6) alla fine del fol.

509, sotto l'ultimo verso si trova la parola «Epistola» per richiamo

al principio del fol. seguente; ma, come si rileva appunto dalla

numerazione e dalle tracce de' guasti avvenuti, furono quivi strappate

ed involate molte carte, nelle quali, secondo la nota del Magliabechi

pubblicata dal Nicodemo e dal Cipriano, erano compresi anche i

«Concetti metodici o ammaestramenti politici di Fr. Tom. Campanella».

Noi abbiamo potuto verificare che il furto avvenne in tempo molto

rimoto; perchè sapendo esservi in quella Biblioteca il _Catalogo a

classi_ compilato dal medico Giovanni Targioni-Tozzetti fin dalla

metà del secolo passato, ci siamo data la pena di consultarlo, e non

vi abbiamo rinvenuta alcuna menzione nè dell'Epistola nè de' Concetti

metodici. Avendo poi conosciuto che il D'Ancona avea trovato questi

Concetti metodici in un Miscellaneo dell'Archivio Mediceo (Filza

VIII, 6) siamo corsi a farne richiesta, nella speranza di trovare con

essi anche l'«Epistola»: ma la speranza è riuscita vana, perocchè

la detta Filza è stata scomposta, e i Concetti metodici si trovano

staccati, senza alcuna traccia dell'«Epistola». Abbiamo potuto intanto

verificare che la numerazione delle carte nelle quali si contengono

questi Concetti metodici va dal fol. 519 al 537, e tornando al Codice

Magliabechiano abbiamo trovato che dopo il fol. 509 si ha un fol. 517

che è tutto bianco, quindi il fol. 538 che reca i «Discorsi a' Principi

d'Italia» etc. Adunque l'«Epistola», cominciando dal fol. 510, andava

con ogni probabilità fino al 516 ed occupava _7 folii_, circostanza da

doverne far deplorare la perdita tanto maggiormente.

[436] Ved. la nostra Copia ms. de' proc. eccl. tom. 2.^o, fol. 255 a

265. In questa Informazione, presa per conto del Nunzio, il Vicario

generale Abate Achille Cittadino attesta che fra Pietro aveva un grande

partito favorevole in Nicastro, e un testimone, incidentalmente,

afferma che egli è fratello di fra Dionisio, il quale, fuggito in

Turchia e rinnegato, dicevasi già morto in quel tempo. Il Capaccio

(nel Forastiero, Nap. 1634 pag. 503) dice che fra Dionisio pagò

la pena del suo peccato, perchè «un giorno quistionando con un

Giannizzero fu ucciso». Ma bisogna accogliere con riserva altrettali

dicerie, non raramente sorte pel desiderio di mostrare la punizione

del peccato.--Degli altri frati non abbiamo notizia. Aggiungiamo

solamente, circa fra Pietro di Stilo, qualche fatto singolare che

risulta da un'Informazione presa contro di lui dal S.^{to} Officio in

data dell'11 luglio 1605 (ved. la cop. sud.^{ta} tom. 2.^o fol. 269

a 280). Un Lelio Macro di Pietrafitta, studente di legge condannato

a morte, nelle sue ultime deposizioni prescrittele dal confessore

affermò di essere stato in novembre 1604 per 22 giorni nel torrione

del Castel nuovo, avervi conosciuto un fra Pietro Domenicano, aver

saputo da lui che il Campanella era stato tradotto a S. Elmo e che col

tempo sarebbe riuscito legislatore, aggiungendo che bisognava adorare

il sole, la luna, le stelle, donde si aveva bene e male, suggerendogli

anche le formole delle orazioni, e poi le solite storie sulla Trinità,

sulla persona di Cristo, su Maria, su' luoghi di premio e di pena, su'

sacramenti etc. Il Macro nominò pure altri individui che avrebbero

dovuto conoscere fra Pietro e le sue opinioni, tra essi Ciommo

dell'Erario e i due Baldini di Stilo (ad uno de' quali fra Pietro disse

aver commesso di far ricopiare le difese del Campanella): nessuno

de' nominati attestò cosa alcuna contro fra Pietro, e veramente,

per quanto sappiamo almeno della sua avvedutezza, la cosa riesce

incredibile; tuttavia come potrebbero spiegarsi le tante particolarità

esposte da Lelio Macro, che hanno tanti riscontri? Si sarebbero forse

alquanto diffuse tra' carcerati di quel tempo le notizie del processo

dell'eresia e le orazioni a' pianeti?

[437] Queste ultime particolarità si leggono nella lettera a Mons.^r

Querengo da noi pubblicata (ved. Il Codice delle lettere etc. pag.

60); di tutte le altre riboccano le poesie e i libri, non che le altre

lettere del tempo, segnatamente quelle pubblicate dal Centofanti.

[438] Così si espresse nella lettera al Re pubblicata dal Centofanti

(pag. 91). Il ritorno di D. Garzia al comando in S. Elmo accadde nel

luglio 1603; ved. Reg. _Curiae_ vol. 55, an. 1603-1604 fol. 16, dove si

legge la Commissione data al successore Marchese di Laino (D. Carlo de

Cardines) Governatore di Calabria ultra «all'estirpatione de forasciti

et annettare (sic) la detta provintia de quelli». La Commissione di

sopraintendere alla fabbrica in Porto Longone fu data nell'aprile 1605;

ved. Carteggio Veneto Napoli 1605, Resid. Pietro Bartoli, lett. del 26

aprile e seg.^{ti} che rivelano anche i modi affatto selvaggi adoperati

per procurare i lavoratori.

[439] Ved. vol. 1^o pag. 91.

[440] Ved. le Poesie, ed. D'Ancona, pag. 105.

[441] Ibid. pag. 106-108.

[442] Ibid. pag. 138.

[443] Ibid. pag. 110 e 124.

[444] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 42.

[445] Abbiamo dato questo brano nel vol. 1.^o pag. 41 in nota.

[446] Ved. Lettere inedite di T. Campanella e Catalogo de' suoi

scritti, Roma 1878 pag. 73.

[447] Possiamo dire che il Codice della Bibl. nazionale di Napoli sia

stato scritto da un amanuense non napoletano ed anche ignorantissimo:

difatti nel lib. 1.^o cap. 3, vi si legge, «l'esperienza di quei che

girano il mondo doppo la scoperta del Palombo», in vece di dire «del

Colombo», e nel lib. 2.^o cap. 26 si leggono le parole «coquiglie,

ostraghe, incini», con dicitura non napoletana; ma tutto il contesto

e mille altre parole sentono anche troppo del napoletano e mostrano

l'originaria ricomposizione dell'opera. Il Codice della Casanatense in

taluni punti ha miglior lezione, ma in generale è più scorretto: basti

citare p. es. che là dove il Cod. nap. dice «el cavallo Montedoro di

Mario dello Tuffo» etc., il Cod. rom. dice, «e il cavallo del Monte

d'oro di Mario del Tufonico» etc. Potremmo riferire varie differenze

non prive d'interesse; ma almeno due vogliamo notarne. La 1.^a è,

che nel Cod. rom. parecchie note marginali rimandano ad altre opere

dell'autore; la 2.^a è, che mentre il Cod. nap. nella fine dell'opera

dice, «La quale (universale sapienza) sia pregata che me et te N.

mio alzi alla sua dignità et cognoscenza, Amen», il Cod. rom. dice,

«La qual sia pregata che me et Berillo mio alzi alla sua dignità et

conoscenza et mandi presto il mio liberatore». Si sa dalle Poesie

(Canzone di pentimento, senza alcun dubbio del 1613) che Berillo era

D. Brigo di Pavia amico dell'autore, con ogni probabilità Cappellano

del Castello dell'uovo, e si sa che nel 1613 l'opera era stata pur

allora tradotta in latino: può dunque al Cod. rom. assegnarsi la data

del 1610-1612, e su questa base possono valutarsi le altre piccole

differenze tra' due Codici. Veniamo ora alla giustificazione delle

cose notate sopra. I luoghi, ne' quali non si trovano le citazioni

dell'Antimachiavellismo e de' Machiavellisti, come si trovano nella

versione latina, sarebbero i cap. 24 e 25 del lib. 2.^o: anche nel cap.

18 dello stesso libro si trova non citata l'autorità del Papa e qualche

altra variante; nel resto non ci sono differenze contemplabili, e le

citazioni della Metafisica e dell'Astronomia, si trovano egualmente nel

lib. 1.^o cap. 3, 6, 7, 13, e nel lib. 3.^o cap. 2.--Pel ricordo di fra

Pietro ved. il lib. 2.^o cap. 20 e 21, e il lib. 3.^o cap. 10; quivi

c'è nome e cognome, «Pietro Prestera». Pel ricordo di D. Lelio Orsini,

ved. il lib. 3.^o cap. 9 e il lib. 4.^o cap. 17; per quello riferibile

a' Ponzii, il lib. 2.^o cap. 21.--Pel ricordo dello stato di prigionia

e delle altre circostanze personali dell'autore ved. lib. 1.^o cap. 8,

lib. 4.^o cap. 17, lib. 4.^o cap. 1.--Per l'argomento degli angeli e

dei diavoli ved. lib. 1.^o cap. 6 in fine, lib. 2.^o cap. 25, lib. 3.^o

cap. 4 e 5, lib. 4.^o cap. 1 e 2; segnatamente nel lib. 2.^o cap. 25 si

hanno le notizie delle apparizioni del diavolo e delle sue rivelazioni

con tutte le conseguenze in persona del Campanella.

[448] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 47.

[449] Le parole dello Scioppio son queste: «Consultatio de reditibus

regni... 300 augendis mire mihi placuit»; ved. Berti, Nuovi Documenti

etc. Rom. 1881 pag. 30. I Discorsi che pubblichiamo si leggono nel

nostro Doc. 519, pag. 591.

[450] Anche allo Scioppio, prima che gli mandasse l'_Ateismo_, il

Campanella avea scritto in termini aperti e chiari di aver visto non

solo diavoli ma anche angeli (ved. il brano di lettera del 6 maggio

1607, pubblicato dal Centofanti nell'Archivio storico italiano 1866,

pag. 86). Nell' _Ateismo_ si limita a dire che si era accertato

dell'esservi angeli e diavoli in sèguito de' mentovati esperimenti

(ved. cap. 13.^o in fine).

[451] Abbiamo detto già in altri luoghi che ve n'è una copia nella

Bibl. nazionale di Napoli, un'altra nella Casanatense, ed un'altra

anche nella Bibl. nacional di Madrid (L, 101): quest'ultima è mancante

delle prime 14 carte ed ha per titolo, scritto in margine da altra

mano, «Questiones filosoficas y astrologicas». L'«Appendix ad anticum»

già esposta altrove (pag. 111) riusciva opportunissima ne' tempi a'

quali siamo pervenuti: merita bene di essere considerata egualmente

l'occasione in cui fu riprodotta.

[452] Le copie manoscritte di quest'opera, tuttora esistenti nelle

diverse Biblioteche, offrono una variante nella distribuzione della

materia e quindi nel numero de' Discorsi, oltre non poche varianti

nella materia medesima. La Bibl. Brancacciana di Napoli ne ha due

copie, una in italiano, l'altra tradotta in spagnuolo; la Nazionale

ne ha una in spagnuolo; quella de' PP. Gerolamini una in italiano.

Dippiù, sempre in italiano, ce n'è una copia nella Magliabechiana, ma

scorrettissima; un'altra in Lucca, un'altra in Torino. Ancora un'altra

se ne conserva in Parigi (Bibl. naz. num. nuov. Ital. 986). Si sa che

nell'originale italiano i Discorsi furono già pubblicati dal Garzilli

(Nap. 1848), poi anche dal D'Ancona (Torino 1854).

[453] Avvertiamo intanto che tra le nostre Illustrazioni i lettori

potranno trovare raccolto in un Catalogo quanto finora abbiamo

sparsamente detto circa le opere del Campanella; ved. Illustraz. VII,

pag. 663.

[454] Ved. Arch. storico italiano an. 1866; Let. a Paolo V, pag. 22 e

24; e Let. al Card.^l Farnese pag. 66.

[455] Si comprende pertanto che delle molte promesse e cose mirabili,

delle quali si trova l'elenco ne' documenti suddetti, una parte

solamente sia stata messa innanzi nel tempo di cui discorriamo. P. es.

non vi potè figurare ancora il fare un volume contro i Machiavellisti,

che il Campanella meditò e cominciò a scrivere più tardi, onde si trova

poi menzionato nell'elenco di agosto 1606 insieme con diverse altre

promesse in vantaggio della Chiesa che vennero fatte consecutivamente.

[456] Il P.^e Giovanni Lopez noto per le sue opere (Epitome SS.^m

Patrum etc. vol. 3, Rom. 1596), già Vescovo di Cotrone sin dal 1595, fu

trasferto al Vescovato di Monopoli il 25 9bre 1598; ma non prima del

1608 abbandonò la sua Chiesa e se ne venne in Napoli; si sa che morì

poi a Valladolid dell'età di 108 anni (ved. Fontana, Sacrum Theatrum

Dominicanorum, Rom. 1666, pag. 181 e 239).

[457] Ci basterà qui dire che il Gentile si mostrò avverso al

Campanella anche dopo il tempo del quale trattiamo. Fu lui il Nunzio

che nel 1611 ordinò la perquisizione e il sequestro delle opere del

Campanella dentro il Castello dell'uovo, come si legge nel _Syntagma_

in termini curiosamente ridotti. Ebbe il carico di Nunzio con exequatur

del 14 aprile 1610, succedendo a fra Valeriano Muti Vescovo di

Castelli, e lasciando il carico di Ministro dell'Inquisizione a fra

Stefano de Vicariis Vescovo di Nocera (ved. nell'Arch. di Stato i

Registri _Comune_ vol. 31, fol. 75 t.^o, e Parrino, Teatro etc. Vicerè

D. Pietro Fernandez de Castro).

[458] Per comodo di qualche lettore che non lo tenga presente,

ricordiamo che Lucca avea proibito il commercio epistolare tra'

cittadini e que' parenti di essi i quali abbracciata la Riforma aveano

emigrato, e Roma approvò il fatto ma biasimò che fosse stato compiuto

dalle autorità laiche, dovendo compierlo lei. Genova poi sciolse una

congregazione gesuitica, alla quale i Gesuiti aveano fatto giurare di

non dar voti per magistrati se non agl'individui appartenenti alla

congregazione, oltrechè punì taluni amministratori di confraternite

che si avevano appropriato il danaro di esse; e Roma, per la solita

ragione, volle che la congregazione fosse ripristinata e gli

amministratori ladri fossero rilasciati.

[459] Ved. nel Carteggio Veneto suddetto specialmente le lettere del

20 e 27 giugno, 18 e 25 luglio ed 8 agosto 1606. Non sarà poi inutile

notare che pochi mesi prima del tempo suddetto, parlando delle gabelle

divenute insopportabili, e in ispecie delle nuove gabelle sulla seta

riuscite gravi sopratutto in Calabria, il Residente Bartoli scriveva

de' Calabresi: «dicono palesemente che si darebbero, se havessero chi

li volesse ricevere, non solamente a' turchi, come tentarono di fare

cinque anni sono, ma anche à peggior generatione più tosto, che vivere

sotto à questo governo». Nemmeno sarà inutile notare in che maniera

rispondevano gli ufficiali del Governo agli assegnatarii, i quali si

dolevano dell'essere stato trattenuto il pagamento degl'interessi loro

dovuti: scriveva il Residente Dolce essersi risposto, «che era noto a

cadauno che l'anima dell'huomo era di Dio, ma le vite, le facoltà et

il danaro dei sudditi sono del Prencipe, et come padrone li era nelle

occasioni lecito valersene a gusto e piacer suo».

[460] Così nella sua lettera di poco posteriore, in data del 30 agosto

1606, al Card.^l Farnese; ved. Centofanti, nell'Archivio storico

italiano, luglio 1866, pag. 66.

[461] Le lettere e i libri del Campanella in molti luoghi fanno

intendere che egli simulò la sua pazzia. Difatti, quanto alle lettere,

parecchie tra quelle pubblicate dal Centofanti lo rivelano, onde

riesce strano che il Centofanti medesimo abbia ammessa nel filosofo

«una lunga aberrazione mentale». Nella lettera a Paolo V, fin da

principio, col ricordo del fatto «naturale anche a' bruti deboli

servirsi dell'industria contra li possenti», coll'esempio de' savii, e

coll'autorità di S. Geronimo, confessando «le strattagemme usate non

per fuggir la giustitia ma la violenza», il Campanella fece allusione

evidente anche alla pazzia simulata. Nella lettera al Card.^l Farnese

ricordò pure fin da principio il motto «placuit Deo per stultitiam

salvos facere credentes», e in quella al S. Giorgio non solo ripetè

che era stato conservato da Dio «con la stoltitia dov'era odiosa la

virtù», ma anche rammentò che «la fintione s'usa contro la violenza,

come insegna S. Geronimo con l'esempio di David e di Solone». Nella

lettera latina al Papa ed a' Cardinali, ed egualmente nella lettera

al Re di Spagna, affermò che per avergli negato le difese e pe' tanti

tormenti «lo fecero pazzo»; ma perfino al Re non si peritò di scrivere,

«dicono c'ho finto d'esser pazzo, io rispondo che David e Solone si

finsero pazzi per lo stesso modo, e son lodati da S. Geronimo».--Quanto

a' libri, il tratto più singolare è quello che leggesi nella _Città

del Sole_ e che oggi sappiamo doversi riferire alla pazzia, ma che

pur quando non si sapeva che dovesse riferirsi alla pazzia, avrebbe

meritata tutta l'attenzione degli scrittori intenti a decifrare le

faccende del Campanella; vogliamo dire quel tratto già da noi riportato

parlando del libro (ved. la nota alla pag. 364), là dove si cita un

gran filosofo, che per 40 ore venne crudelmente tormentato da' suoi

nemici, senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto

essi domandavano, perchè _nel fondo dell'animo avea determinato di

tacere_. D'altra parte son conosciuti da un pezzo i versi e la nota ad

un suo Sonetto intitolato «Di sè stesso» ove si riproducono i concetti

palesati al Card.^l S. Giorgio, leggendosi: «quando bruciò il letto e

divenne pazzo o vero o finto: _Stultitiam simulare in loco prudentia

est_ disse il comico, _et de jure gentium_ i pazzi son salvi»; mentre

nel Sonetto si canta:

«Bruto e Solon furor finto coperse

e Davide temendo il re Geteo.

Però là dove Jona si sommerse

trovandosi l'Astratto, quel che feo

al santo Senno in sacrificio offerse».

S'intende bene che l'Astratto qui è il Campanella, il quale si trovava

_in faucibus Orci_, come sovente si espresse; e che avrebbe potuto dire

di più nelle sue condizioni? Pur troppo, segnatamente nella Narrazione,

disse anche essere stato pazzo «non finto»: questo pertanto mostra

solo che le sue circostanze l'obbligarono molte volte a nascondere il

vero, e che però le sue assertive debbono essere vagliate con molta

circospezione.

[462] Ved. gli ultimi versi, con la nota annessa, della Canzone III in

Salmodia metafisicale.

[463] Così nella Canzone «Della Bellezza», Madrigale 9^o, egli dichiarò

che

«Bello è il mentir, se a far gran ben si prova».

E nella nota quivi annessa citò la menzogna di Ulisse a Polifemo, e

di Sifra e di Puha a Salomone. In un'altra nota annessa al Madrigale

4.^o della «Canzon II al Primo Senno», parlando dello Spirito impuro,

disse che esso è per natura mendace, ma aggiunse che «è segno di

natura corrotta e viziosa, quando mente non per industria, bisogno e

sagacità». L'essere poi stato costretto a fingere, e l'aver finto,

si rileva dal Sonetto intitolato «Senno senza forza de' savii esser

soggetto alla forza de' pazzi», dove il filosofo ci apparisce ritratto

con la maggior fedeltà, essendo quivi citati i suoi presagi, le sue

«Regie imprese» e le conseguenze di esse.

[464] «Nec potest Macchiavellista dissimulare in hoc aliisque saeculis

praeteritis, futurisque, quod argumenta potiora dissimulaverim: nam

plura quam ipsi queant imaginari et fortiora apposui, dissolvique

per coelestem et humanam philosophiam non semel neque bis, usque ad

radices». Così nella lettera proemiale all'_Atheismus_ pubblicata dallo

Struvio.

[465] Abbiamo detto che il Campanella fu diversamente ed assai spesso

vituperosamente giudicato nella persona e nelle opere sue. Segnatamente

circa le opere politiche e religiose, che appunto riguardano più da

vicino l'argomento nostro, fu ammessa in lui un'astuzia con frode, un

Machiavellismo combattendo il Machiavelli, un Ateismo combattendo gli

Atei, la quale ultima proposizione in verità è affatto insulsa. Possono

leggersi nel Cyprianus e nell'Echard le testimonianze di questo genere

emesse dal Boecler, dal Conringio, dal Voël etc. etc. e non a torto

l'Echard fece riflettere che in altrettali giudizii ostili dominava

il dispetto de' Protestanti di Germania, i quali furono veramente,

per esagerazione di zelo, trattati con molta durezza dal Campanella.

Per conto nostro dobbiamo dire che nel paese, dove potè essere meglio

conosciuto intimamente, oltre la caratteristica di astuto e furbo,

stabilita a' tempi suoi e mantenutasi per tradizione, non mancarono

le testimonianze dell'aver lui scritto ben diversamente da ciò che

sentiva, e questo per verità importa di assodare. Così il Nicodemo,

da potersi considerare un'eco di affermazioni d'individui che aveano

trattato col Campanella, nelle Addizioni alla Biblioteca del Toppi

disse, «Per quanto ebbe ingegno e dottrina, tanto fu ingannatore,

e spesso, spesso, per compiacere altrui o per proprii fini, cose

scriveva lontanissime da quello che nell'interno sentiva»: respingendo

un modo di esprimersi tanto sciocco, che non tiene il menomo conto

della posizione orribile del Campanella, rimane accertato il fatto

della dissonanza tra i suoi pensieri e i suoi scritti. Potremmo poi

riferire testimonianze e ricordi pieni di stima e di affetto, da parte

di qualche suo discepolo distintissimo, che ebbe campo di conoscerlo

intimamente e di valutarne al tempo medesimo le stringenti necessità:

nè vi è chi ignori le testimonianze di stranieri illustri che lo

conobbero, come Tobia Adami il quale ebbe a conversare con lui per

più mesi al Castello dell'uovo nel 1613, e Gabriele Nandeo il quale

ebbe a conversarvi del pari lungamente a Roma nel 1631, mostrandosi

entrambi convinti non solo dell'ingegno e della dottrina del filosofo,

ma anche del suo candore ed innocenza, mentre per lo meno il Nandeo

era certamente consapevole delle sue imprese di Calabria. Ora a' tempi

nostri il Sainte-Beuve (Portraits litteraires, Paris 1862, vol. 2.^o

p. 522) ha pubblicata un'altra lettera del Nandeo, rinvenuta nella

corrispondenza ms. di Mons.^r Peirescio, nella quale, in data del

30 giugno 1636, invelenito contro il Campanella, che assicuravasi

avere sparlato di lui e che protestava di «non aver detto nulla a suo

svantaggio e voler morire suo servitore ed amico», il Nandeo vomita

largamente grossolani giudizii sul conto di lui. E dice che vuole

«una sodisfazione per lettera di propria mano, concepita in guisa

da mostrare almeno di essere dispiaciuto di avere offeso a torto e

con leggerezza», ma aggiunge che «qualunque sodisfazione gli avesse

dato, non lo stimerebbe mai altrimenti che un uomo stordito più di

una mosca e negli affari del mondo meno sensato di un ragazzo», e

«se ha evitato i giusti risentimenti del M.^o del Palazzo di Roma

_fuggendosene a Parigi sotto pretesto di essere perseguitato dagli

spagnuoli che non pensarono punto a lui_, non eviterà frattanto i suoi»

(giunge il Nandeo a tradire la verità fino a questo punto). E dice che

il Campanella «ciarla potentemente, mentisce impudentemente, spaccia

bagatelle al popolaccio, e con tutto ciò è un matto arrabbiato, un

impostore, un mentitore, un superbo, un impaziente, un ingrato, un

filosofo mascherato. . . », terminando col motto «ipse est catharma,

carcinoma, fex, excrementum di tutti gli uomini di lettere, a' quali fa

vergogna e disonore»! Il Sainte-Beuve, aggiungendovi anche una nota del

Guy-Patin, che dopo di aver visitato il Campanella in Parigi scrisse di

lui nel suo libro di ricordi il _beau-mot_ «multa quidem scit, sed non

multum», dice per conto suo bonariamente: «in un tempo in cui _si è in

via di esagerare sul Campanella_, ho stimato bene far conoscere questa

opinione segreta del Naudè e della cerchia degli amici del Naudè;

giacchè sovente è invocata la loro testimonianza esteriore..., era

giusto che se ne avesse anche la testimonianza intima e confidenziale».

Per conto nostro, a fronte di testimonianze provenienti da uomini

di coscienza sciaguratamente doppia, siamo disposti ad accogliere

le testimonianze segrete anzichè le pubbliche, ma, naturalmente,

riserbandoci il dritto di apprezzarne il valore: ed essendoci noto

come negl'italiani si trovi ancora tanta dabbenaggine, che mentre al

di là delle Alpi si professa lo _chez-nous_ ad ogni costo, essi si

affaticano a professare il _favorite-signori_ senza eccezioni, stimiamo

bene spendervi intorno alcune poche parole. Lasceremo da banda le

testimonianze del Guy-Patin: vi sono le opere del Campanella, e chi

è avvezzo a leggere deve da esse trarre i suoi convincimenti, non

dalle impressioni di un uomo che studiava spirito e maldicenza per

farne traffico, ricavandone un pranzo e un luigi per ogni seduta, ed

era tanto competente in filosofia da maledire Descartes. Quanto alla

lettera scritta nel 1636 dal Naudeo, essa per noi vale solo a mostrare

due cose: 1.^o che il Campanella non aveva l'abitudine del mutuo

incensamento tanto diffuso tra' dotti a quell'età, onde il Naudeo,

come il Peirescio, il Gassendo etc., non potevano tollerarne qualche

giudizio sul conto loro, che non fosse un elogio continuo in tutto e

per tutto; 2.^o che il Naudeo era capace di bizze momentanee senza

alcuna misura, da doversi dire francamente bestiali. Quando si avesse

a ritenere la detta lettera del Naudeo non come una bizza momentanea,

ma come l'espressione del suo profondo convincimento sul Campanella,

allora, avendo lui scritto le note lettere latine posteriori al 1636

e la lettera dedicatoria del _Syntagma_, avendo inoltre pubblicato il

Panegirico ad Urbano VIII con la relativa avvertenza, nel quale del

resto diede veramente prova solenne di menzogna e d'impostura, andrebbe

a lui rivolto quel suo motto «ipse est catharma, carcinoma», con ciò

che segue.

[466] Ved. Doc. 520, pag. 596.

[467] Alludiamo a' «Nuovi Documenti su T. Campanella tratti dal

Carteggio di Giovanni Fabri, Roma 9bre 1881». Notiamo che i documenti

di tale Carteggio pubblicati nella loro integrità sono solamente

cinque, rappresentati da due lettere dell'Arciduca Ferdinando e tre

lettere dello Scioppio, mentre le notizie che li accompagnano ne

mostrano un numero assai maggiore. Come abbiamo detto nella Prefazione

di questo libro, ancora non si concede di poter vedere il Carteggio.

[468] Ved. Centofanti nell'Arch. storico italiano, luglio 1866 pag. 19:

«De cleri reformatione iterum dico tibi me quasi nihil sperare . . .;

ipsi orabunt nos, si Principes duos, quos quasi manibus teneo

convertemus, et sapientes Germaniae per novitatem doctrinae admirabilis

alliciemus»: d'onde si vede che il Campanella avea giù rinunziato a

sostenere la riforma del Clero consigliata come indispensabile nella

lettera del 1606 al Papa, e il suo pensiero era tutto rivolto alle

imprese di Germania da doversi compiere insieme con lo Scioppio, al

quale aveva pure scritto un'altra volta. Aggiungiamo che essendo ora

accertato da uno de' documenti rinvenuti dal Berti essere lo Scioppio

venuto in Napoli nell'aprile 1607, e cominciando la lettera del

Campanella con le parole «Mirifice me angit quod adspectus denegatur

tuus», saremmo tentati di assegnarle appunto la data suddetta, quando

essi stavano vicini e non si permetteva che si vedessero. Aggiungiamo

ancora che non può dubitarsi essere stato l'anno 1607 quello in cui lo

Scioppio ebbe la missione di Germania, poichè una lettera autografa di

lui a Cassiano del Pozzo, da noi pubblicata, reca: «L'anno 1607 havendo

gli Catolici di Germania supplicato il Papa Paolo V che soprasedesse

di mandar un Nunzio alla Dieta di Ratispona per evitar la gelosia

de' Protestanti, si risolse il Papa di mandarvi la mia persona come

Consegliero di casa d'Austria» etc. (ved. Il Codice delle lettere del

Campanella, pag. 80 in nota).

[469] Scioppii, De Antichristo, Epistola ad Ill.^{um} quemdam

Germaniae Principem Protestantem scripta, accesserunt ejusdem De Petri

primatu, De adoratione summi Pontificis, de splendore et divitiis

ecclesiasticorum, de Papae denique potestate in saecularibus etc.

Ingolstadii 1605.

[470] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 35.

[471] Jul. Caesaris Capacci, Illustrium mulierum et illustrium virorum

elogia, Neap. 1608-1609, t. 2, pag. 275-77. Il Capaccio dice che il

Fabre gli «mostrò» la disputa mandata alla stampa contro lo Scaligero.

[472] Questo errore non sarebbe il solo: probabilmente per colpa

dell'amanuense la lettera si mostra erronea in più punti. Fin

dall'intestazione vi si leggo «Gaspari Scioppio... qui se litteratorem

exhibet» e dovea dire «liberatorem»; offre poi «politicae XV

aphorismos» e dovea dire «CL»; più oltre, «rogo te sis mihi ac tibi

dedecori et onori», e dovea dire «ne sis» etc. etc.

[473] La data della morte del Marchese di Lavello Gio. Geronimo

trovasi ne' Reg.^i delle _Significatorie de' Relevii_ vol. 39, fol.

108.--Quanto al ricupero della _Metafisica_ ved. Doc. 522, pag. 603.

L'intervento del Reggente della Vicaria fa ritenere che il Campanella

abbia dovuto reclamare pel ricupero dell'opera sua.

[474] Entrambe le lettere sono state da noi pubblicate.

[475] È curioso il vedere che al Re, oltre le promesse solite di

edificare una città inespugnabile etc., far che i vascelli navighino

senza remi e senza vento, far che le carra camminino col vento con

buoni pesi, far che i soldati a cavallo adoperino entrambe le mani

senza obbligo di tener la briglia (cose più o meno già dette pure nella

_Città del Sole_), aggiunse straordinariamente la promessa de' «Rimedii

di rinnovar la vita ogni 7 anni». Nessuno meglio del Campanella sapeva

adattarsi alle persone con le quali avea da fare.

[476] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 45.

[477] Così nell'Echard, Vita Campanellae, ediz. agg.^{ta} al Cyprianus,

Traiecti ad Rhenum, 1741, pag. 175.

[478] Ved. i Nuovi documenti pubblicati dal Berti, Doc. 1.^o pag. 29.

Ma ci permettiamo di far avvertire che la data di esso, 17 marzo 1607,

non può stare; la lettera evidentemente fu scritta dalla Germania e

basta riflettere che accenna ad una lettera commendatizia già scritta

dall'Arciduca Ferdinando, la qual cosa conosciamo essere avvenuta in

gennaio 1608; vedremo poi, nel corso della narrazione, come essa si

colleghi a qualche altra lettera pubblicata da noi.

[479] Ved. Griselini, Memorie aneddote spettanti alla vita di fra

Paolo Servita, Losanna 1760, pag. 142, e Oporini Grabinii, Amphotides

Scioppianae, Paris. 1611, pag. 162.

[480] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 50.

[481] Riportiamo qui il brano suddetto perchè i lettori possano

valutarlo: «Primum ab Archiduce Maximiliano, cum totos XI dies cum

maxima mea molestia neque minimis impensis Oeniponti desedissem,

literas ad Proregem impetravi, et quidem adnitente D. Georgio nostro.

Deinde ut ipse Georgius hominem ei rei allegaret perfeci: ita tamen ut

stipulanti promitterem, curaturum me ut secum prius toto anno esses

quam quaquam discederes; tum etiam nullius me alterius principis

auxilia imploraturum, quamdin spes aliqua sit suam tibi operam

profuturam... Et tamen, bona cum ipsius pace, ut te Serenissimus

Patronus meus Ferdinandus Archidux ex praescripto meo Proregi

commendaret perfeci». Così nell'ultima delle tre lettere pubblicate dal

Berti, che a noi pare debba mettersi in primo luogo.

[482] Ved. Il Codice delle lettere, pag. 46 e 68.

[483] Ved. Il Codice delle lettere, pag. 42. Dobbiamo fare avvertire

che in questa lettera il Campanella dice dippiù esservi disgusto fra

Abacuc e il Tutore: oggi, sapendosi dall'Epistolario romano che fin

dall'ottobre 1607 era stato dal Fugger mandato in Italia Daniele

Stefano di Augusta, per far evadere il Campanella, potrebbe lo Stefano

esser ritenuto per Abacuc, disgustatosi col Tutore ossia fra Serafino.

[484] Abbiamo cercato di vedere con la maggiore attenzione se

nell'Archivio di Stato in Napoli fosse rimasta qualche traccia di

questo Carteggio dell'Arciduca Ferdinando ed anche dell'Arciduca

Massimiliano intorno al Campanella. Ci pare che le tre seguenti Lettere

Regie vi si riferiscano: ma il mistero col quale sono scritte vieta

di ritenerlo in modo assoluto. E però le mettiamo qui per lasciarne

giudici i lettori, pregandoli di ricordarsi che primo a scrivere fu

Massimiliano, che pochi giorni dopo scrisse Ferdinando, nel gen.^o

1608 (lettere giunte con ritardo), e che Ferdinando scrisse ancora in

sèguito, il 3 8bre 1608 e il 10 maggio 1609.--1.^o «El rey. III.^o

Conte de Venavente Primo mi Visso Rey, lugar teniente y Capitan general

del Reyno de Napoles. He visto vuestras cartas de los 23 de mayo y 30

de iunio con los papeles que acusan tocante a mejorar el presidio y

poblaçion de puerto Ercules, y sobre el socorro que pide el Archiduque

Massimiliano Ernesto, y agradezco os mucho el cuydado que teneys de

lo primero, en lo qual quedo mirando para proveer lo que convenga, y

en lo que toca a lo que os escrivio el dicho Archiduque no se offrece

que dezir, sino que fue açertado lo que le respondistes y lo sera

que siempre vays con la misma consideracion no resolviendo nada sin

avisarmelo, porque ay mucho que mirar en la forma de hazer aquellas

ayudas. De Valladolid a 10 de setiembre 1608. Yo el Rey».--2.^o «III.^o

Conde etc. Las cosas de la Religion Catolica en Alemana se van poniendo

en tan mal estado que obliga a atender a su reparo con summo cuydado,

y haviendo entendido el en que se hallan los Ser.^{mos} Archiduques

ferdinando y leopoldo mis hermanos por lo que toca a sus estados,

He acordado de engargaros y mandaros, como lo hago, les asestays y

ayudeys en lo que pudieredes de esse Reyno, y demas desto procureys

que por todas vias se entienda que yo de acudir a la defensa de la

causa Catolica y al empaxo de la cassa (_sic_) de Austria en qualquier

evento, como debo, para que con esto se reprima el atrevimiento de

los hereges, y avisareysme de lo que hizieredes, y se os ofreçiere

açerca desta materia. De Segovia a 13 de agosto 1609. Yo el Rey».--3.^o

«.... queda entendido lo que el Archiduque ferdinando mi Hermano os

ha embiado a pedir con el Conde fu.^o efforça de Porçia, y que os le

aveys respondido y ya se os ha avisado lo que es mi Voluntad, se haya

por agora ensto, a quen no se offreze que anadir, sino que aquellas

cosas me dan el cuydado que es razon y se va mirando en lo que se deve

hazer.... De Segovia a 22 de Agosto 1609. Yo el Rey». (Da' Reg.^i

_Litterarum_ S. M.^{tiz} vol. 12, fol. 878, 1053, 1703).

[485] Ved. Gabr. Naudaei Epistolae, Genevae 1667. Ep. 82, pag. 614.

[486] Il Berti, nella Vita del Campanella stampata nella Nuova

Antologia (luglio 1878, p. 615), parlando del carcere di Napoli dice

che il Campanella «ricevette pure nel carcere la visita del celebre

Gerolamo Vecchietti, di cui prese a difendere talune opinioni che

erano state allora giudicate eretiche»; e in una nota aggiunge,

«coteste opinioni si riferiscono alla cronologia sacra nella riforma

del Calendario Giuliano». Ma in un _Avviso di Roma_ della Collezione

esistente nella Bibl. Corsiniana (cod. 1768) abbiamo trovato in

data del 30 aprile 1633: «Il Vecchietti fiorentino dopo esser stato

sett'anni prigione all'Inquisitione questa settimana n'è uscito». Era

dunque prigione fin dal 1626, e quindi compagno del Campanella; e le

Lettere Inedite del Campanella dateci dallo stesso Berti ci mostrano

quale sia stata veramente l'opinione eretica, per la quale passò

pericolo di essere dannato al fuoco da 18 Teologi d'accordo, l'aver

negato che Cristo avesse mangiato l'agnello (ved. le Lett. da Aix 2

9bre 1634, da Parigi 4 10bre 1634, da Parigi 22 7bre 1636).

[487] Ved. Il Codice delle Lettere etc. pag. 131 e seguenti.

[488] Ved. le Poesie, ediz. D'Ancona pag. 151.

[489] Di testimonianze relative a tale notizia non conosciamo finora

altra più antica di quella del Bulifon, cronista della fine del 1600

e principio del 1700; ed essa viene a luce oggi per la prima volta,

comunicataci dal chiar^{mo} Scipione Volpicella. Si sa che il Bulifon,

libraio, registrava notizie di ogni sorte per compilare il suo così

detto _Cronicamerone_; ma essendo stato saccheggiato il suo negozio

e il suo domicilio il 1707, i manoscritti andarono perduti con tutto

il resto, e poi se n'è venuto ricuperando qualche volume più tardi.

Due di essi stanno nella Biblioteca Nazionale (X, F, 51-52), altri

in mano di particolari, ed uno di questi ultimi reca: «La notte che

divide l'anno 1679 dal 1680 morì in Roma quasi in miseria il celebre

matematico Giovanni Alfonso Borelli d'anni 72. Egli nacque spurio,

come dicono, nel Castello Nuovo di Napoli da un officiale spagnolo,

sebbene v'è chi dica dal Padre Tommaso Campanella ivi carcerato. Ma

restò tanto odioso di quella nazione che si assunse il cognome della

madre. Questo nelle sue opere stampate e ristampate in più luoghi diede

saggio della profondità di sua dottrina, con la quale gareggiò con li

primi ingegni dell'Europa. Non si deve tacere che la maggior parte

delle esperienze fatte nell'Accademia del Cimento in Firenze sono del

nostro Borelli in quella aggregato. Le opere da lui stampate sono De

vi....... (_sic_), De motibus a gravitate pendentibus, De motionibus

animalium, Dell'incendio del Vesuvio, e Euclide restituito».--Ognuno

apprezzerà, come merita, la notevolissima ragione del cambiamento di

nome del Borrelli addotta dal Bulifon, tanto più che da' posteriori

è stata variamente e meno acconciamente interpetrata. Noi pertanto

abbiamo raccolto e discusso in una speciale Illustrazione quelle poche

cose che finora ci è riuscito di trovare su tale argomento ne' libri

parrocchiali del Castel nuovo e nell'Archivio di Stato. Ved. Illustraz.

V, pag. 646.

[490] Il Conte di Lemos lo aveva dichiarato a S. M.^{tà} fin da

principio (ved. Doc. 36, pag. 42); d'altronde tale era la regola.

[491] Questa iniqua proposizione del Card.^l Barberini trovasi

riportata in una delle lettere del Campanella pubblicata dal

Baldacchini, quella del 10 agosto 1624, ed era perciò nota fin dal

1840; ce l'ha poi confermata un'altra lettera pubblicata nel 1878

dal Berti, quella del 13 agosto 1624 (non 13 aprile come il Berti

lesse, avendolo noi personalmente verificato nella Barberiniana). E

tuttavia si è continuato sempre a parlare della gloriosa protezione

del Campanella spiegata da Roma, dove è noto che il Card.^l Barberini,

Card.^l Nipote, spadroneggiava.

[492] Anche oggi di questo favore di Papa Urbano pel Campanella si ha

una notizia molto confusa, perfino riguardo al tempo in cui avvenne.

P. es. il Berti parla della «pensione mensile che gli fu accordata

quando venne di Napoli in Roma»: ma evidentemente una pensione, o

meglio uno stipendio per la carica di cameriere intimo, non si potè

accordare allora al Campanella, se fu rinchiuso nel carcere di S.^{to}

Ufficio per tre anni. E circa questo fatto della prigionia parimente

il Berti dice, che il Campanella «passò tre anni sotto la mentovata

custodia senza muoverne lagnanza»; ma non poteva muoverne lagnanza se

aveva avuta una condanna al carcere irremissibile; del resto, dovè

pure trovare chi l'aiutasse ad uscirne, disobbligandosi col fargli la

natività, e in una lettera scritta al Papa, quando stava nel S.^{to}

Officio, usò le espressioni medesime usate con lo Scioppio quando

stava nella fossa di S. Elmo, «Adiutor meus et liberator meus es tu

Domine, ne tardaveris». Queste notizie risultano dagli stessi preziosi

documenti datici appunto dal Berti (ved. Nuova Antologia luglio 1878

p. 400 e 392, e Lettere inedite, let. 12.^a p. 40, e let. 4.^a p.

21). Chiunque si faccia a leggere i documenti e a considerare le cose

senza idee preconcette, troverà che la Curia Romana non ebbe mai alcun

riguardo pel Campanella eccetto quello finale dell'averlo tenuto

nel carcere di Roma per soli 3 anni, invece degli 8 anni soliti a

farsi scontare, trattandosi di condanna al carcere perpetuo ed anche

irremissibile. Ma si deve tener presente che dopo la condanna egli

avea sofferto oltre ventitrè anni di carcere, che varii Cardinali e

Prelati aveano molta considerazione della sua dottrina, massime poi che

sopraggiunsero circostanze straordinarie e del tutto estrinseche, per

le quali Papa Urbano, personalmente, mostrò di proteggerlo ed amarlo,

e pure fino ad un certo punto. Si può ben dire che quella volta il

Campanella non vide chiaro, e ad ogni modo, circa la protezione trovata

da lui in Papa Urbano, si sarebbe dovuto accuratamente distinguere più

periodi successivi, ne' quali le cose andarono ben diversamente.

[493] Da buon teologo, lo Spagnolio «reverentemente abolì» ciò che avea

detto del Campanella e de' congiunti e familiari di lui; pel resto

scrisse, «de coeteris, jure, an fraude et calumnia circumventi, saevis

sint affecti suppliciis aut morte puniti, nullo modo contendo». Gli

riusciva quindi anche indifferente il determinare se ci fosse stata o

non ci fosse stata una congiura.

[494] Così nel libro intitolato «Considerations politiques sur les

coups d'Etat, Hollande 1679» p. 262 e 277. Il libro era stato stampato

anche nel 1667 e 1671 sempre assai dopo la morte dell'autore, e

come abbiamo dimostrato nella nostra precedente pubblicazione sul

Campanella, esso fu certamente stampato per la prima volta in piccolo

numero di esemplari, dovendo rimaner segreto, dopo il 1638; poichè

nella dedica al Card.^l di Bagno, il quale avea data al Naudeo la

commissione di scriverlo, si parla del riposo e degli onori che

il Cardinale godeva in Roma dopo sette governi di provincie, una

Vicelegazione e due Nunziature, e si sa che tutto questo accadeva dopo

il 1638, avendo in tale anno il Cardinale rinunziato il Vescovato di

Rieti e preso stanza in Roma.--Quanto al «Panegyricus dictus Urbano

VIII Pontif. max. ob beneficia ab ipso in Thom. Campanellam collata,

Paris ap. Sebast. Cramoisy 1644», esso reca in fine la data del

1632, e sebbene nel titolo ed anche nella dedica si affermi essere

stato «recitato» ad Urbano VIII, e l'Echard aggiunga che appunto nel

1632 questo sia accaduto «coram percelebri omnium ordinum consessu»,

gioverà conoscere un brano di lettera autografa inedita dello stesso

Naudeo, che riportiamo tra i Documenti (ved. Doc. 527 b, p. 607). Vi si

rileverà che il Panegirico non fu mai recitato, e che nel 1635 l'autore

dolevasi di non poterlo dare alle stampe, del quale ultimo fatto ognuno

naturalmente intenderà la ragione. Nulla diciamo poi del trovare

affermato nel Panegirico, che Papa Urbano beneficò il Campanella

«judicium non modo suum..., sed Clementis VIII, et Pauli V mentem, in

aestimandis Campanellae dotibus mirificis, sequutus»; perfino Clemente

VIII avea stimato le qualità del Campanella!

[495] Tutte le suddette particolarità emergono da' Carteggi e dagli

Avvisi del tempo; l'ultima poi, la più scellerata, è venuta fuori

co' documenti raccolti dal Bazzoni pel suo bel lavoro intitolato «Un

Nunzio straordinario alla Corte di Francia nel secolo 17^o», pubblicato

nella Rivista Europea 2.^o semestre 1880. Notevole riesce l'industria

del Mazarini per adempiere alla commissione ricevuta; si serve del

noto P.^e Giuseppe e vuol servirsi anche del Card.^l Della Valletta,

ma attesta che il Campanella parla molto bene del Card.^l Barberini

non che del Papa (ecco una difficoltà). Più tardi fa sapere che ha

parlato risentitamente al Campanella perchè vuole stampare alcune

opere avendone ottenuta la permissione dalla Sorbona; vuole stampare

l'Ateismo e vi si riscalda, «per qualche profitto che ne caverà»; e

malvolentieri si lascia persuadere che non stampi, «parendogli che

l'opporvisi sia togliergli la gloria» (cose da nulla). Con ciò fa anche

sapere che il Richelieu lo stima un chiacchierone, e che veramente

il giudizio suo non corrisponde all'ingegno. Senza dubbio in quelle

condizioni l'avrebbe perduto ognuno il giudizio; ma che dire poi del

giudizio di chi ha cantato inni di gloria a Papa Urbano ed a' Barberini

a proposito del Campanella? Ed oggi c'è da temere per soprappiù, che

debba il filosofo scontare il risentimento di coloro i quali non sono

riusciti a capirlo.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 20 / 24 题