CHI ha letto la storia di Bouvard e Pécuchet, i due compassionevoli
enciclopedici eroi balzati fuori dalla mente creatrice di Gustavo
Flaubert, rammenterà che, dopo avere studiato tanti rami dello scibile,
la storia, la chimica, l’anatomia, l’archeologia, la politica,
l’agricoltura, l’igiene; delusi continuamente dalle contraddizioni,
dalle oscurità, dalle incertezze e dagli errori dei quali è piena la
scienza umana, ma non perciò stanchi ancora, costoro arrivano all’arte;
e che, arrivati all’arte, una primordiale difficoltà turba il loro
spirito inquieto: «Prima di tutto, che cosa è il Bello?». Non appena
significata la domanda, i contrasti e la confusione cominciano:
«Per lo Schelling è l’infinito esprimentesi col finito; per il Reid
una qualità occulta; per il Jouffroy un fatto indecomponibile; per
il De Maistre ciò che piace alla virtù; per il Padre André ciò che
conviene alla ragione. E vi sono parecchie specie di bello: un bello
nelle scienze: la geometria è bella; un bello nei costumi, non si può
negare che la morte di Socrate sia bella. Un bello nel regno animale,
la bellezza del cane consiste nel suo odorato...». Talchè il povero
Bouvard, non sapendo più che cosa pensare, esce finalmente in una
disperata sentenza: «Capisco: il Bello è il Bello!...».
In verità questa è la conclusione poco concludente alla quale si
arriva quando si leggono e paragonano le definizioni della bellezza
proposte dai filosofi. I più prudenti tra costoro confessano, come il
personaggio flaubertiano, la loro impotenza. Il Winckelmann, dopo aver
detto che l’unità e la semplicità sono le due vere sorgenti della
bellezza, riconosce che il Bello «è una cosa della quale è più facile
dire ciò che non è, che non dire ciò che è». Vittorio Cousin con forma
più intricata significa la stessa idea: «La bellezza si rivela mediante
l’impossibilità immediata nella quale noi ci troviamo di non giudicarla
tale; cioè di non essere impressionati dall’idea del Bello che essa
racchiude». Più concisamente il Royer Collard: «Il Bello si sente, non
si definisce». E il Töpffer, più assolutamente: «Una definizione del
Bello è impossibile». Lo stesso Aristotile non diceva che domandare che
cosa è il Bello è fare una domanda da cieco?
Se la bellezza è l’essenza dell’arte, e se questa essenza non si può
definire, una scienza dell’arte è impossibile. «L’estetica è una
scienza aggiornata,» ha detto Sully Prudhomme; la quale affermazione
non gli ha impedito di scrivere un libro... d’estetica. Altrettanto
hanno fatto molti altri pensatori. «Altrettanto vi preparate a far
voi», osserveranno i lettori. La loro critica sarebbe giusta se in
questo libro si presumesse di risolvere i problemi filosofici che
restano insoluti nonostante le dotte fatiche di tanti filosofi. Qui
invece si esamineranno le teorie d’arte che alcuni di essi hanno
proposte; e se, durante la discussione dei concetti altrui, accadrà di
esporne alcuni che potranno sembrare originali, si cercherà di evitare
che riguardino la metafisica dell’arte, e si procurerà di riferirli a
quistioni più semplici e concrete.