La cosa, il Messia, la vera felicità, che sta sopra la laurea, sopra il
primo ballo, sopra tutti i pinacoli di aspirazioni, che si innalzino
nei cervelli e nei cuori dei giovani d’ambo i sessi, è lo sposalizio,
che con frase napoleonica si può chiamare il coronamento dell’edifizio,
il matrimonio, cui il mondo pagano e il senatore Mantegazza elevarono
alla dignità di Dio:
Hymen, o hymenæe — hymen ades o hymenæe!
Sofia ed Egidio si videro e si piacquero. Già varcarono lo scabro
periodo dei dubbi, delle aspettazioni, delle notti insonni, angosciose,
febbrili, degli affari legali, delle visite agli orefici e ai mercanti
per le spese sacramentali.
Egidio non aveva più quell’aspetto di _cavaliere della triste figura_,
che assumono d’ordinario i fidanzati; Sofia non aveva più quel fare
impacciato, ingommato, proprio delle promesse spose.
Era spuntato il gran giorno. Le campane squillavano più argentine; cori
di passeri e di allodole cantavano il duetto nuziale di Catullo; le
allodole: _Ut flos in septis secretus nascitur hortis..._; — i passeri:
_Ut vidua in nudo vitis quæ nascitur arvo..._; — e tutti insieme
passeri e allodole: _Hymen o hymenæe, hymen ades o hymenæe!_
Lo sposo era vestito di nero come un magistrato; la sposa era tutta
bianca come l’immagine della Prima Comunione.
Entrarono nel palazzo municipale.
— Oh quanto scrive il segretario dello Stato Civile!
— Quale necessità di scriver tanto?
— Presto! Presto!
Gli sposi entrarono in chiesa.
— Come è lunga la messa!
— Grazie, arciprete, ella parla come il Cantico dei Cantici!
— Grazie! Noi l’abbiamo capito! Grazie! grazie!
Seguita un corteo, un circolo, una colazione. Tutto è pieno di
complimenti, di strette di mano, che gli sposi non capiscono nemmanco
donde vengano. Poi alla fin fine si è sul marciapiede della stazione.
Giunge il convoglio.... Le signore piangono.... Gli sposi montano
sulla predella di un carrozzone di prima classe... Dal marciapiede si
protendono mani, sventolano fazzoletti.... Gli sposi si rinchiudono nel
carrozzone.... Il treno fischia, parte.
Le signore del marciapiede singhiozzano; gli amici, i signori,
ritornano indietro sorridendo, malignando, quasi ingrulliti.
A trovarsi sola per la prima volta in un convoglio con l’unica scorta
di un giovinotto, Sofia ha l’aria di una tortorella fra gli artigli del
nibbio. Negli occhi del nibbio si legge la contentezza della preda.
Il fragore delle traverse e delle rotaje fa ribaltare nei due cuori
giovanili i soliti versi di Catullo.... _Hymen ades o hymenæe...._
Poi una città sconosciuta, un albergo sconosciuto.
L’albergatore e i camerieri ricevono i due fuggiaschi con un inchino
e un sorriso intelligente, che frena un leggiero desiderio di
canzonatura, ma lascia tralucere chiaramente l’aumento speciale che
essi faranno sulla nota, mezzo semplicissimo con cui anch’essi i buoni
albergatori si degnano festeggiare i viaggetti della luna di miele.
Poi lo smorzare tragico di una candela.
_Quid faciant hostes capta crudelius urbe?_
_Hymen o hymenæe, hymen ades o hymenæe._
Poi l’indomani la visita ai monumenti.
— Mia unica! Questa Certosa non vale un fico secco, rimpetto alla
nostra contentezza.... È una imbecillità.
— Mio bello, questo Michelangelo non mi piace mica.... Andiamo via,
piantiamolo senza dirgli nulla.... Disprezziamolo.
Poi l’entrata nel villaggio sconosciuto alla sposa, nella casa nuova,
tutta piena di mobili nuovi.
— Qui tu sarai la regina.
— E tu sarai il re.
— Sì, mia sovrana, e niun governo costituzionale potrà fare la barba
agli statuti della nostra famiglia bene ordinata.
*
* *
Il giovane dottore, confortato dall’affetto della sua sposa, si
inabissa con entusiasmo negli studi e nelle opere per la salvezza
del suo prossimo ammalato; fa delle miglia e delle miglia a piedi per
recarsi nei cascinali lontani; lotta lunghe ore, intiere notti con gli
unguenti, col sangue, con le bende, fra lacere e fetide lenzuola, in
una impassibilità statuaria per non delirare di un filo, per ridonare
alla formula della vita qualche muscolo, qualche fibrilla, qualche
essere sviato.
Una volta ritornando a casa stanco, con un incomodissimo sentore di
scompostezza negli abiti e nelle ossa, è assaltato per istrada dalla
pioggia. Le risaje, le pozzanghere, il tempaccio lo circondano di
un fastidio insopportabile. Egli allora solingo, tutto ammollato e
grondante, ripensa la sua battaglia quotidiana ed ignorata contro la
tortura del dubbio e della schifezza per resistenza altrui; domanda a
sè stesso dove c’è maggiore e più sconfortata abnegazione della sua;
fa il calcolo delle rimunerazioni che ne ritrae, fra cui il sogghigno
delle megere medicastre e la gratitudine dei contadini, che per avere
il pretesto di non pagarlo gli levano persino il saluto. Se la piglia
con la società, che non si accorge nemmeno delle fatiche utili e oscure
dei lavoratori semplici e onesti; gli sembra che il mondo conceda
onoranze e innalzi statue soltanto ai macellai dell’umanità, ai pazzi
e alle altre sue escrescenze destinate alla storia, mentre dimentica
coloro, che senza solletico di trombe, di storie e di giornali, senza
sorrisi di dame compiono il dovere loro quotidiano più necessario al
mondo che il pane quotidiano. Conchiude che la sua vita è una solenne
corbelleria, che deve anche lui lasciare il villaggio e i suoi _paesani
quadri_, andare in città, spargere la sua chiacchera nelle gazzette
e nei comizî, ammazzare il prossimo per occupazione spettacolosa del
pubblico, squittire le sue freddure nei salotti, tuonare o sbadigliare
nei caffè, perchè la patria innalzi anche lui ai primissimi posti.
D’altra parte la signora Sofia, lontana per sì lunghe ore dal suo
sposo, avverte come i suoi giorni trascorrono monotoni; e rimettendo
sul tavolo il pesante giornale d’Egidio che ha tentato invano di
leggere, legge poi inavvertitamente con la coda dell’occhio, gli
annunzi teatrali nella quarta pagina: _Teatro Regio, Aida..._ Ciò basta
per recarle innanzi un’atmosfera che le avvampa la testa e il petto. È
il tepore che molce le scollacciature nei palchetti all’opera.... Le
smaglia addosso un fascino di perle, un biancheggiare di mussola da
ballo prefettizio.
Ma ecco sente di fuori scrosciare la pioggia.
— Poverino! Chi sa, dove ora si trova?
E quando per la scala monta una pesta cara e conosciuta, essa con un
sopprassalto apre l’uscio.
— Dio mio! Egidio! In quale stato! Povero martire!
E dandogli un bacio ed una tazza di caffè, gusta una gioia, una
baldanza, con cui non possono neppure venire a paragone le opere di
Verdi e i balli del Prefetto.
Egli mordendo il collo alla sua Sofia, perde ogni sdegno contra la
società, e giura seco stesso di essere sempre un lavoratore oscuro ed
onesto.
I due sposi sono davanti al fuoco. Egidio appinza e trasloca con le
molle i carboni accesi.
— Egidio, che cosa hai che non parli?
— Ritorno studente di liceo e ripasso un capitolo di storia.
— Quale? Dimmelo....
— Non voglio annoiarti....
— Su.... via....
— .... Penso che è un vero miracolo che i grandi uomini non abbiano
ancora distrutta l’umanità.
— Perchè non l’hanno distrutta?
— Perchè ci furono sempre gli oscuri galantuomini a conservarla....
Certe volte, come nell’eccidio di Gerusalemme, nel sacco di Roma, o
nell’incendio di Parigi, l’umanità ulula, sembra ferita a morte; perchè
niuno potrebbe allora dichiarare al pretore che la ferita sia guaribile
nè in venti nè in mille giorni. Eppure l’umanità si conserva sempre e
progredisce....
— Perchè?
— Perchè vi sono delle brave sposine come te....
— E dei cattivi mariti come te....
Il fuoco del camino manda una laurea, una aureola d’amore su quelle due
teste umili e contente.
*
* *
Poi viene il massimo dì, in cui la più mignola mammina diventa
veneranda come sant’Anna e in cui il giovane più prosaico si trasumana
di contentezza, — il giorno in cui un esile vagito, che saluta la luce,
riempie una casa del più musico scampanío di festa.
Poi vengono le cure delle piccole cuffiette, dei piccoli vestitini,
delle piccole scarpettine che sembrano destinate a raccogliere la
rugiada.
Poi non bisogna dimenticare di mettere la basta agli abiti nuovi,
perchè questi benedetti ragazzi crescono su a occhiate; poi bisogna
adattare i calzoni del maggiorino al minorello. Poi il Collegio, la
distribuzione dei premi; poi l’alterezza di avere un figliuolo, che si
addottora in legge o in matematica, ma non in medicina sotto pena della
diseredazione; poi amori e imenei anche per i nuovi giovani; insomma
tutto quanto l’ordine divino e perpetuo della famiglia, mediante la
quale l’umanità si conserva e progredisce, non ostante l’eccidio di
Gerusalemme, il sacco di Roma e l’incendio di Parigi.
*
* *
Pensando a tutto questo avvenire di belle cose, un _congiunto dello
sposo_, giovane studente di lettere, che aveva fatto il suo bravo
_sonetto per le auspicate nozze_ del dottor Egidio e della gentile
signorina Sofia, perdette la bussola, come la perdette notoriamente il
sindaco Benevasio Zuccotti nel 1859, quando si recò alla stazione per
salutare in nome del municipio il re Vittorio Emanuele e l’imperatore
Napoleone III, che si recavano alla guerra:
— Maestà! — disse loro il dabben sindaco: — Maestà! — e poi restato in
tronco, perchè il discorso imparato a memoria gli scappava via come il
vento: — Maestà! riprese — per incarico del Consiglio comunale io vi
impartisco la santa benedizione.
Così il giovane studente, piantato davanti allo sportello della vettura
di prima classe, mezzo scusato dal _sacerdozio delle muse_, piccato
di fare il suo novantanovesimo complimento alla felice coppia, si
concentrò per un mezzo minuto nel vuoto come il tamarindi di Brera e
poi proruppe: — in nome di tutti i parenti e di tutti gli amici, in
nome di questo inclito borgo, che voi lasciate, o felici sposi, ancora
una volta.... — qui voleva dire _vi saluto_, ma impaperandosi pronunciò
un grosso _vi benedisco_, — facendo risuonare l’elegantissimo _isco_ in
mezzo alla ilare attenzione generale.
La vaporiera sibilò la sua impazienza contra l’oratore.
— Grazie, sindaco!
— Grazie, prevosto!
Risposero allo studente, mentre i vagoni si urtavano per pigliare le
mosse, due gaie voci vibrate da gentilezza scherzosa.