LUI.

Egidio usciva nelle sere d’inverno dalla Biblioteca dell’Università di

Torino, con un viso così turgido di felicità scientifica, che insultava

le felicità di genere diverso, le quali uscivano dal teatro Regio.

Egli non si fermava mai per istrada, ma studiava il passo verso la sua

cameretta; e appena rientratovi, accendeva taciturno la sua lucernetta

a petrolio; quindi apriva un librone, che rinserrava potentemente fra

i due gomiti, mentre coi pugni ratteneva la testa preponderante sulla

pagina letta.

La fiamma del petrolio sembrava si allargasse pavoneggiandosi, o

ristesse immobile per corrispondere alla grande attenzione del giovane

studente.

Scoccavano le ore piccine, quando egli entrava in letto, sentendosi

dolere le gambe irrigidite dal freddo. Lo aveva assorbito l’anatomia.

Allorchè egli studiava l’orecchio dell’uomo, gli pareva che tutta

l’umanità e tutto il mondo consistessero in un orecchio, e che

fossero per lo meno inutili le botteghe che si aprivano e i Consigli

comunali che si radunavano, perchè non servivano a studiare l’orecchio

dell’uomo. Lo stesso gli succedeva man mano che prendeva a notomizzare

gli altri organi.

Dopo tanta biblioteca, dopo tante veglie e tanta anatomia, egli vedeva

come una terra promessa la laurea da dottore:

La laurea, titolo di nobiltà borghese, per cui il pizzicagnolo, quando

il conte si serve nella bottega di lui, spendendo meno dell’avvocato,

dice: quello là si chiama nobile? Nobile è l’avvocato che ha guadagnato

con lo studio sacrosanto il suo bravo titolo, che canta, mentre il

conte, il conte che cosa conta?... (non è nemmeno capace di prendere un

metro di salsiccia per volta);

La laurea, valore commerciale nei matrimoni, per cui molte damigelle di

fittajuoli e di negozianti disprezzano onesti ed utili partiti in abito

di colore, per aspettare un laureato in abito nero;

La laurea, per cui Egidio avrebbe avuta la visita del clero locale, nel

giorno successivo ai suo ritorno nel paese natío;

La laurea, per cui il cugino materno, il canonico Cornacchia avrebbe

grattato un sonetto dalla sua cetra scordata, che nel giornale della

provincia è sempre detta la _chiara, feconda, robusta ed erudita cetra

del canonico Cornacchia_;

La laurea, per cui il campanaro del paese avrebbe suonato a festa per

un bicchiere di vino;

La laurea, la laurea, la laurea....

*

* *

Venne il tempo della laurea. Il segretario, il bidello della Facoltà

e i portieri dell’Università si degnavano sorridere ad Egidio e

rivolgergli il discorso.

— Ah!... Lei è casalasco.... Di Casale abbiamo laureato....

— No, sono di Alessandria.

— Ah! È alessandrino.... di Alessandria abbiamo laureato Rattazzi.

Egli provò l’emozione di ordinare al sarto il suo primo giubbino nero

a coda di rondine e di comperare la prima cravatta bianca col primo

_cilindro_ a schiaccia.

Eccolo sul pulpito nell’aula magna del Regio Ateneo. Gli sta davanti il

tribunale dei professori. Alle prime obbiezioni, che fece alla sua tesi

un dottore collegiato cominciando col mellifluo: _Onorevole candidato_!

di prammatica, egli sentì una strana possanza; gli parve d’essere

armato di un cannone rigato contra nemici armati di quegli schioppetti

fanciulleschi, che lanciano chicchi di meliga. Infatti lo scibile

umano si è allargato tanto, che un giovane laureando, toccato il fondo

a tutto l’universo della biblioteca sopra un punto di scienza e ciò

nei giorni prossimi alla laurea, ha molti vantaggi contro ai vecchi

professori, la cui memoria può essere lontana dagli studi speciali su

quel punto scientifico, ed è gala, se voga sulla superficie generale

della scienza.

Dopo la prima risposta, egli credette di avere sfondato il tribunale

dei suoi Minossi; e gli parve che gli altri _onorevoli contraddittori_

divagassero innalzandosi come allodole, per non essere a tiro del suo

cannone rigato.

Quando il Preside della Facoltà suonò il campanello e gli ruppe le

parole in bocca con un basta! accompagnato da un sorridente cenno di

approvazione, Egidio si trovò lì sulla bigoncia, mozzo, non sazio del

suo combattimento, mentre tutta l’aula magna zittiva inorecchita, e

dal secreto camerino dappresso si sentivano le pallottole dei voti

discendere nel bossolo.

Rientrò il bidello con una curva di testa e un allargamento di

braccia, che dicevano nella più untuosa unzione da San Grisostomo:

_Optime! Adprobatus!_ Il preside della Facoltà lesse una sentenza,

con cui giudicava Egidio dottore in tre o quattro scienze. Egli,

balbettate due o tre parole di ringraziamento, si trovò senza saperlo,

nelle braccia e fra i baci dei suoi cari, dei suoi amici e persino

di lontani conoscenti, genitori e genitrici di ragazze speronate da

marito. In quelle strette uscì dall’aula così intontito, che si sarebbe

dimenticato di dare la mancia al bidello e ai portieri, se questi coi

loro strisciapiedi non gli avessero pestato un callo.

Sotto i portici fu mortificato di trovarsi col domenicale addosso in

un giorno di lavoro, con la cravatta bianca, coi guanti bianchissimi,

che gli pareva toccassero terra, mentre passavano tante casacche e

tanti _gianduja_ borghesi, che avviati alle loro faccende guardavano

trasognati lui in quello stato. Gli pareva di essere un cane sapiente e

gualdrappato seguitato dalla folla.

Entrato in un caffè con la comitiva, corse pericolo che un avventore

gli comandasse un giornale, scambiandolo per un fattorino, a cagione di

quelle maledette falde a coda di rondine.

Dopo il pranzo di gala, Egidio si svincolò dai suoi cari, dai suoi

amici, dai lontani conoscenti, vecchi genitori e genitrici di speronate

ragazze da marito, e spogliatosi della bardatura solenne volle girar

solo per la città.

La sognata, la promessa, la biblica laurea non lo aveva soddisfatto

quanto si era aspettato. Egli anzi si sentiva da meno di prima, perchè

privo di quella aspettazione, che dianzi lo riempiva; e se la pigliava

rabbiosamente col Governo, che gli aveva fatto consumare sì grande

quantità di fosforo per dargli quello straccio di diploma, e poi per

compenso dei suoi studi non gli dava nemmanco per giunta un sigaro

dicendogli: va e fuma alla mia salute sotto i portici di Po.

Libero del _basto_ della laurea, egli si aggirava leggero per le vie

e fra la calca, come un monello, come un ladroncello, e sentiva una

voglia acre di assaltare qualcheduno, di conquistare qualche cosa, che

non sapeva nemmanco egli che cosa fosse.

Rovine · 第 75 / 82 题