Veniamo a lei nell’ultima scena. — Come nella prima: =Cani!=

La _madre dei cani_ in tutto questo tempo non aveva avuto nessun altro

momento memorabile della sua vita, fuorchè i biglietti di visita, che

aveva fatto litografare per Roma e Glafir, e la sua tentazione di far

parte della Società Protettrice degli animali, tentazione che però

il suo teologo confessore le aveva scacciato presto dicendole, che

«anche quella era tutta framassoneria.» Quindi, a scanso di un’altra

teologale proibizione, essa aveva taciuto tutto al confessore, quando

disperata per aver smarrito uno dei tanti pronipoti di Glafir ne

raccolse religiosamente i peli dal pettine dell’ultima strigliatura, e

li portò, trascinando con se anche la figlia, al Gabinetto magnetico di

un professore Filippa, dove invocò dalla chiaroveggenza della rinomata

sonnambula l’itinerario arcano per rintracciare la bestiolina diletta.

Ora la povera mamma, all’annunzio mortuario datole dall’usciere,

ebbe uno svenimento, e fece gli ululati di rito, con le strappate di

capelli volute dalla Prammatica, recandosi a schiamazzare e versare

lacrime da pazza presso la vicina del pianerottolo, mentre Carolina la

accompagnava in tono minore.

Sfogato il dolore rituale, la signora Placida andò a consigliarsi

dai suoi soliti consulenti legali, e saputo dall’avvocato classico,

non che dall’ex-cancelliere e dal teologo avvocato Sturlimandi,

che _acreditatis appellatio sine dubio continet etiam damnosam

successionem_, essa in buon volgare non indugiò a rinunziare

formalmente all’eredità dei debiti, quasi tutti alimentari, lasciatale

da suo figlio e trascurò persino di rispondere all’usciere, sospettando

che fosse anche lui uno dei _garibaldini_ che lo avevano pervertito.

Essa fece però cantare una messa solenne nella chiesa della Consolata

per suffragare l’anima del figliuolo perduto; e mentre il prete

uffiziava e i cantori strapazzavano per trenta soldi il _tuba

mirum_ borbottando nel loro latino di sacristia _qualis pagatio,

talis laboratio_, — la damigella Carolina correva dietro alla turba

sguinzagliata dei suoi cagnolini, alcuni dei quali abbajavano persino

sulla porta della chiesa, — e la signora Placida, sempre pregando con

fervore, era intenta a coprire accuratamente col suo scialle la schiena

al vecchio Glafir, acciocchè non gli si inasprisse la tosse.

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